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COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

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Novembre 2004

 

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Da LA PROVINCIA DI LECCO del 01 11 04

Il ponte di Paderno sfavillerà nella notte: le sue arcate saranno illuminate da luci azzurre e verdi che ben si inseriscono nel contesto cromatico dell'Adda

Paderno Dopo anni di sforzi l'amministrazione sembra a buon punto sulla strada dei finanziamenti per il progetto Luci per il ponte: spuntano gli sponsor Pronte Italcementi e Ferrovie dello Stato, mentre Enel Sole si farebbe carico del progetto esecutivo

PADERNO Dopo anni di sforzi l'amministrazione comunale di Paderno sembra a buon punto sulla strada del finanziamento del progetto di illuminazione del ponte San Michele, l'opera che darebbe l'assetto finale alla sistemazione della valle dell'Adda, iniziata con il rifacimento dell'alzaia e con l'apertura dell'ecomuseo. Il quadro preciso va ancora delineato, ma le speranze sono buone: metà della cifra necessaria arriverebbe dal Master Plan della regione Lombardia sul recupero dei Navigli e della loro navigabilità. L'illuminazione del ponte vi sarebbe inserita come opera accessoria, mentre alcune imprese si sono dette disponibili a contribuire anche se non hanno quantificato la propria partecipazione. «Sono l'Italcementi e le Ferrovie dello Stato, mentre Enel Sole, che ha già steso il progetto preliminare, si occuperebbe del progetto esecutivo. È un'opera a cui tiene molto anche perchè in cambio ne avrebbe anche un ritorno di immagine non indifferente», commenta il sindaco Valter Motta. Rispetto alla scorsa estate, quando ancora nessuno si era fatto avanti, il quadro è in netto miglioramento ma il finanziamento non è ancora del tutto sicuro: 135mila dalla Regione, forse 50mila dagli sponsor attuali, anche se la cifra potrebbe salire, restano fuori circa 70mila euro che potrebbero essere coperti con una cordata tra varie istituzioni: Unione commercianti, Unione Industriali, Vera Brianza, Artigiani, sindacati di Bergamo e di Lecco. La giunta padernese aveva inserito nel bilancio 2003 uno stanziamento di 200.000 euro per questo progetto, anche se il sindaco lo riteneva «virtuale» perché non vuole che le spese gravino sulla finanza pubblica. Il progetto, in linea con le norme anti inquinamento luminoso, prevede un'illuminazione azzurra e verde delle arcate, per inserirle nel contesto cromatico circostante: cielo, alberi e fiume. Le linee guida prevedono l'indirizzamento del flusso luminoso verso l'alto, passività ambientale dell'impianto e risparmio energetico. La strada sarà illuminata con 62 lampioni a due lampade al sodio alta pressione da 70 watt; altri ottanta fari da 54 watt cadauno inonderanno di luce la galleria ferroviaria, lungo l'arcata del ponte ce ne saranno 60 mentre i piloni saranno illuminati da 18 fari a fascio stretto, con lampade alogene da 150 watt. La logica di regolazione e di accensione degli impianti sarà flessibile, per una potenza totale installata di 9,5 kilowatt per l'illuminazione funzionale e 11,8 kilowatt per lilluminazione architettonica

Lorenzo Perego

Da IL CITTADINO del 2 11 04

I comitati alluvionati preoccupati: «Basta poco perché l’Adda si alzi, e le difese non sono state potenziate»

La pioggia battente torna a fare paura

Uno sguardo al cielo e la paura addosso, che bagna più della pioggia che cade. «Ormai basta un temporale forte a spaventarci - racconta Carlo Bajoni, referente del comitato alluvionati della riva sinistra - se poi la pioggia dura qualche giorno, come sta accadendo ora, la preoccupazione diventa forte». Nuvole nere attraversano i pensieri dei lodigiani che abitano vicino alle sponde del fiume, dopo che ieri le lunghe ore di pioggia battente hanno fatto scattare il livello di preallarme per rischio idrogeologico in otto delle undici province lombarde: Lodi per il momento resta esclusa dal provvedimento, con Cremona e Mantova, ma sin dalla prima mattina il tempo è peggiorato ancora nel nostro territorio e alle 20.30 il livello di pioggia caduta ha raggiunto quota 8,6 millimetri. «La paura è tanta - dice Bajoni -, perché oggi paradossalmente ci troviamo in una situazione peggiore rispetto a quella di due anni fa, con i danni provocati allora dal fiume alle sponde che non sono ancora stati riparati. La nostra sensazione è che le autorità stiano sottovalutando il problema: ora il livello dell’Adda non è preoccupante, ma bastano pochi giorni di pioggia continua in quota per riportare l’allarme sul nostro tratto di fiume. E qui non siamo assolutamente pronti ad affrontare una situazione del genere, non sono state fatte le difese spondali previste e non ci sono stati miglioramenti di nessun genere. Anzi, il sindaco aveva annunciato che i lavori alla zona dell’ex Sicc sarebbero partiti in autunno, per terminare nella primavera del 2005, ma a quanto mi risulta non è stato ancora aperto nessun cantiere». Ci sono state però gli aggiornamenti del piano di pronto intervento e le prove di evacuazione per le zone alluvionate. «Mercoledì dovrebbero essere installate le sirene in quelle zone e dovrebbe esserci anche una prova di queste, ma nessuno a detto quale dev’essere la procedura per un eventuale allarme – continua Bajoni -. In giugno quando è stata fatta una simulazione non si era parlato della sirena e io credo anche che l’amministrazione sopravvaluti l’effetto di un allarme tempestivo: la gente dopo la sirena potrebbe riuscire a mettere in salvo la macchina, ma il resto delle cose di casa che fine farebbe?». L’altro comitato, quello della sponda destra, venerdì in assemblea aggiornerà la cittadinanza sugli ultimi sviluppi e sui passi compiuti: «Bisogna operare sull’alveo del fiume – dice Domenico Ossino -, il progetto che abbiamo commissionato a un tecnico ci dice che il fiume non può superare la portata di 800 metri cubi al secondo: durante l’alluvione siamo arrivati a quota 2000 metri cubi al secondo». Intanto ieri la pioggia ha causato qualche piccolo danno. Il primo è stato segnalato attorno alle 10.15 in via Mattei, il tratto di Lungoadda a monte del ponte urbano, dove a perdere un pezzo di chioma è stata una delle piante che crescono sulla riva del fiume. Non sono rimasti coinvolti passanti o veicoli, e l’ostacolo è stato rimosso dai servizi tecnici municipali. I vigili sono poi dovuti correre attorno alle 15 in via Marx, all’Albarola, per un problema simile: un ramo è caduto sulla recinzione di un condominio, che però non ha riportato danni significativi. Questa volta però sono dovuti intervenire anche i pompieri con una motosega.

Lucio D’Auria

Da CORRIERE DELLA SERA del 2 11 04

Il Ticino torna a far paura Effetto diga al Ponte vecchio

Un'intera arcata del ponte coperto ostruita da detriti e tronchi trascinati dal fiume

PAVIA - Sono bastate 48 ore di pioggia ininterrotta per far tornare la paura sugli argini del Ticino e a Borgo Basso, il quartiere che rischia di trovarsi di nuovo il fiume in casa come quattro anni fa, i pavesi sono di nuovo all'erta. Sempre più gonfio e torbido, il fiume nel fine settimana è cresciuto di oltre tre metri e tonnellate di detriti più decine di tronchi sradicati dalla furia delle acque l'altra notte hanno finito per accatastarsi addosso a un'arcata del ponte coperto bloccando il passaggio della corrente. Ieri lo sconcertante spettacolo ha attirato molta gente mentre la corrente ormai lambiva la base dei piloni in cemento del manufatto, simbolo del capoluogo. Il livello per ora è fermo a meno di un metro dallo zero idrometrico. «La fortuna è che l'acqua scorre senza intoppi - dice l'unico pescatore che, malgrado la pioggia, è sceso sotto il ponte in cerca di carpe - e fino a quando il Po riuscirà ad assorbire il Ticino il Borgo sarà salvo. Ma questa pioggia mi ricorda quella di quattro anni fa, quando l'alluvione è arrivata senza preavviso». I residenti del Borgo Basso puntano gli occhi alle nuvole che hanno scaricato tanta acqua sul Lago Maggiore da cui esce il fiume. «Il problema non è la pioggia su Pavia - sottolinea Giancarlo Barbieri, presidente dell'Associazione di protezione civile Adna -. Le brutte notizie arrivano sempre dal Verbano e dalla diga della Miorina. Il Ticino da due giorni cresce di 3-4 centimetri l'ora e i livelli saliranno fino a quando non smetterà di piovere a monte. Non ci rimane che vigilare e pregare che il fiume non scoppi dall'alveo. Per ora il Ticino è sotto controllo ma l'immagine dell'arcata ostruita rievoca l'incubo di quattro anni fa. «E pensare che domenica i volontari del Parco avevano pulito il greto - dicono increduli i vigili urbani di ronda lungo le sponde -. Evidentemente quegli alberi arrivano da lontano, trasportati dalla corrente. Appena possibile bisognerà sgomberare i detriti che mettono a rischio la stabilità del ponte e l'argine destro». I lampioni che illuminano il Borgo Basso ieri sera faticavano a riflettersi nel Ticino carico di fango e la pioggia pare non voglia dare tregua.

Giuseppe Spatola

Da IL CORRIERE DI COMO del 02 11 04

Meteo, nuovo preallarme dopo la tregua

PIOGGIA D'AUTUNNO - Il livello del Lario è cresciuto di 15 centimetri al giorno nell'ultima settimana

Poche ore di tregua ed è ancora preallarme maltempo sul Comasco. Il rischio idrogeologico è stato diramato ieri dalla protezione civile regionale in tutti i comuni del Lario insieme con quelli delle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Milano, Pavia, Varese e Sondrio. La pioggia è tornata a cadere questa notte (il preallarme è in vigore dall'una di questa mattina) e per tutto il giorno sono previste precipitazioni anche di carattere intenso, come sottolinea il sito dell'osservatorio meteorologico Meteocomo di Monte Olimpino. La pioggia inizialmente debole potrà assumere le caratteristiche del rovescio temporalesco. Ancora acqua, tanta acqua, quindi. Che per la città di Como significa vedere crescere di giorno in giorno il livello del lago e il ricordo del novembre di due anni fa, con una delle peggiori esondazioni di tutti i tempi è ancora vivo.  Ieri sera il Lario era, all'idrometro dei giardini a lago, a 56 centimetri sopra lo zero, vale a dire ancora oltre mezzo metro (64 cm) sotto la soglia di esondazione. Nel corso della giornata grazie all'assenza di precipitazioni nel Comasco e in Valtellina il livello è rimasto pressoché costante, ma la nuova perturbazione e l'esempio dell'ultima settimana non permettono di fare sonni tranquilli. Da agosto a pochi giorni fa il Lario era rimasto sotto lo zero idrometrico.  Martedì 26, ad esempio era a -16 centimetri e la crescita media è stata di quasi 15 centimetri al giorno. Andando avanti di questo passo, insomma, alla fine della settimana l'acqua potrebbe lambire piazza Cavour. La situazione è ad ogni modo tenuta sotto stretto controllo dal Consorzio dell'Adda, dove i tecnici sono preoccupati più che altro dalle precipitazioni in Valtellina. «Domenica non è cresciuto il livello - spiegano - l'uscita è nell'ordine dei 270 metri cubi al secondo, con un'entrata inferiore ai 300. Il livello del lago sopra i 50 centimetri in questo periodo è ad ogni modo una situazione comune e nella media degli ultimi 50 anni». Gli occhi sono però puntati verso Nord. «Le piogge che cadono sul bacino incidono in modo non rilevante sulla crescita del Lario - proseguono dal Consorzio - noi studiamo con attenzione la situazione delle valli, nel lago convergono i fiumi della Valtellina, della Valchiavenna e di mezza Valle Intelvi. La pioggia a Bormio o Stazzona fa salire immediatamente il livello del Lario. Speriamo che la prossima perturbazione non sia così massiccia come quella di due anni or sono». Lo stato di preallarme rischio idrogeologico della protezione civile regionale prevede anche che i sindaci prestino particolare attenzione al riattivarsi di fenomeni franosi in zone assoggettate a tale rischio e alla possibile esondazione di corsi d'acqua minori. In questo senso nonostante la domenica pressoché asciutta è tutt'altro che calato il livello di allerta a Gera Lario. «Vediamo l'acqua scorrere regolarmente dal fiume San Vincenzo e questo ci tranquillizza - dice il sindaco Gianluigi Spreafico - vuol dire che il letto è libero da principi di frana. Però la situazione viene monitorata costantemente».

(p.an.)

L'assessore all'ambiente Cattaneo: «Situazione sotto controllo»

«La situazione idrogeologica del nostro territorio è tenuta attualmente sotto stretto controllo e tale da non destare alcun allarme». Così si esprime sul rischio di esondazione del Lario, degli altri corsi d'acqua e quindi sul rischio di possibili alluvioni nel Comasco, l'assessore provinciale all'Ecologia, Francesco Cattaneo. «Attualmente la diga di Vercurago del Consorzio dell'Adda risulta completamente aperta, quindi non dovrebbero esserci problemi per quanto riguarda il livello delle acque del Lario - prosegue Cattaneo - Semmai un problema si era registrato agli inizi del mese di ottobre, a causa dell'abbassamento evidente delle acque del lago di Como, dovuto al perdurante stato di siccità estiva e alla scarsità di precipitazioni nella prima parte della stagione autunnale». Secondo il responsabile provinciale dell'Ambiente, «le piogge di questo periodo rientrano nella piena normalità. Siamo ad una misura assolutamente fisiologica. Noi sappiamo infatti che le precipitazioni raggiungono i maggiori picchi nel nostro territorio in due mesi: quello di maggio e quello di novembre. Non mi pare che finora si siano registrate quantità di pioggia paragonabili a quelle che si sono verificate nella nostra provincia nel novembre di due anni fa, che erano assolutamente eccezionali». Proprio nel novembre del 2002 il Lario, dopo alcune giornate di pioggia torrenziale era esondato facendo segnare una quota record. In ogni caso la Provincia di Como ha in cantiere uno studio climatologico complessivo del territorio lariano, in modo da favorire un inquadramento preciso di tutti i fenomeni meteorologici e di prevenire per tempo anche eventuali situazioni critiche. «Le recenti piogge battenti hanno creato qua e là problemi ai privati - dice il responsabile di Punto Energia, Giovanni Bartesaghi, che sta lavorando anche ad “Agenda 21” e ha collaborato anche allo studio climatologico di Villa Saporiti - Ci sono cadute di alberi all'interno dei giardini, movimenti di terreno. Certamente piccoli eventi, ma che possono incidere anche in maniera seria su un bilancio familiare. Finora, comunque, la situazione è costantemente monitorata e non è il caso di destare eccessivo allarmismo».

Giancarlo Montorfano

Da WWW.MERATEONLINE.IT del 02 11 04

Brivio: in una “strenna” la storia dell’Adda navigabile

Una strenna di Natale, ma anche e soprattutto una bella e interessante ricerca storica sul fiume Adda e sul suo grande potenziale turistico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Questo e molto di più è il volume intitolato “Dall’Adda alla Martesana – Un percorso su acqua da Lecco a Milano”, scritto da Rino Tinelli, collezionista di oggetti di storia locale. Il volume, composto da 324 pagine, corredato da duecento foto, è stato presentato venerdì sera nell’aula consigliare di Brivio.In sala, una quarantina di persone. Al tavolo dei relatori, oltre all’autore, anche l’assessore alla Cultura Ugo Panzeri. “L’idea – ha spiegato Tinelli – è nata dalla mia passione per la storia locale e da una fortunata scoperta. Un amico di Paderno D’Adda mi ha raccontato di avere da anni nel cassetto una raccolta di cento fotografie che documentavano una gita organizzata dal Sem, società escursionisti milanesi, avvenuta il 9 maggio del 1915, poco tempo prima dello scoppio della guerra mondiale. Le immagini ripercorrevano tappa dopo tappa una gita che partendo da Milano, in treno, portava gli escursionisti sino a Lecco. Da lì, i gitanti tornavano poi su barconi che scendendo il fiume giungevano fino al Naviglio della Martesana”. Aggiungendo a quelle foto molte altre, reperite tra amici e conoscenti, Tinelli, non nuovo a ricerche di questo genere, è così riuscito a ricostruire un percorso turistico molto in voga tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. “Tali gite – ha spiegato – non erano affatto inusuali. Durante la settimana, i barconi venivano utilizzati per trasportare materiale da costruzione. Nel fine settimane, invece, le barche venivano impiegate per le gite”. Il volume, che è stato pubblicato con il patrocinio di Regione Lombardia, provincia di Lecco e Milano, Parco Adda Nord, comune di Trezzo e Comitato restauro delle chiuse dell’Adda, è stato presentato una prima volta lo scorso 25 settembre nella sala degli Specchi di Trezzo e venerdì anche a Brivio. Parallelamente alla presentazione del libro, nella sala attigua alla sala consigliare, è stata inaugurata anche una mostra di vecchi materiali (oggetti come i gettoni dati ai dipendenti per attraversare il fiume quando ancora non esisteva il ponte di Brivio, fotografie e modellini di barche utilizzate sul fiume) molti dei quali messi a disposizione da briviesi o comunque da persone che per spirito e indole sono legati al fiume. Soddisfatto del successo ottenuto dalla presentazione del libro e della mostra, che potrà essere visitabile fino a lunedì, anche l’assessore alla Cultura Ugo Panzeri. “Il libro ha il merito di avere recuperato molto materiale disperso e di averlo messo insieme nell’ottica di un recupero del valore culturale del fiume che, per chi risiede in un paese come Brivio, è fondamentale”. La serata di ieri è stata inoltre anche l’occasione per riparlare del progetto, ora sempre più caldeggiato, di far tornare navigabile quel percorso fluviale che da Lecco, negli anni che furono, arrivava fino a Milano.

Da IL CITTADINO del 03 11 04

Grande paura ieri pomeriggio per il livello dell’Adda cresciuto di un metro in 24 ore: dalle 16 in poi però l’acqua si è abbassata

Oggi il test delle sirene per l’alluvione

In caso di piena l’allarme farà scattare l’evacuazione in città bassa

«Siamo sicuramente più preparati rispetto a due anni fa, anche se non dobbiamo pensare che, di fronte a una piena del’Adda catastrofica come quella del 26 novembre 2002, non ci saranno danni. Probabilmente, però, saranno molto più limitati»: l’assessore alla protezione civile di Palazzo Broletto, Francesco Marzorati, faceva così ieri pomeriggio il punto sulla gestione dell’emergenza legata all’esondazione del fiume, alla vigilia della giornata del primo collaudo delle sei sirene che dovranno dare alla popolazione dei quartieri a rischio il segnale di evacuazione. L’impianto, attivato dal computer della sala operativa della protezione civile comunale in viale Pavia, sarà collaudato oggi pomeriggio, come avvertono già da qualche giorno i comunicati affissi nelle bacheche gialle previste dal piano comunale di emergenza. Il sistema acustico è composto da sei trombe da 110 decibel di potenza, installate all’ex Macello, presso il Cup dell’Asl, in via D’Azeglio, in piazza Savarè, in via Arisi e nel quartiere di Campo di Marte. Dovrebbero potersi sentire anche all’interno delle abitazioni e nel test di oggi pomeriggio saranno collaudate anche con un fonometro. «Dovremo poi decidere se sarà meglio un suono unico, prolungato per diversi minuti, oppure a due tonalità alternate», precisa l’assessore.Ieri in molti hanno guardato preoccupati l’Adda, e chi ha le barche sul fiume ha rafforzato gli ormeggi. In conseguenza delle piogge del fine settimana, il livello al ponte urbano era salito di un metro tra lunedì e ieri, raggiungendo il picco di più 66 centimetri sullo zero idrometrico attorno alle 16, per poi decrescere a + 58 alle 21. Il livello di allarme, nell’ultima revisione del piano di emergenza, è stato portato a + 165 centimetri, contro il + 190 del piano in vigore quando l’Adda attraversò Campo di Marte e bloccò viale Milano. «Abbiamo anche individuato il primo punto della città che viene sommerso: è il giardino dell’abitazione al numero 27 di via del Capanno», aggiunge Marzorati. Si tratta di una villetta circondata da un prato più basso rispetto a quelli dei vicini, e lambita da una roggia che poche centinaia di metri più a valle si immette nel fiume. La revisione del piano ha permesso anche di elaborare, in collaborazione con gli uffici milanesi dell’Aipo, un modello matematico che permette di fare una previsione dei tempi di innalzamento del livello dell’Adda in città sulla base delle portate della diga di Olginate, in uscita dal lago di Como, e del livello del Brembo a Ponte San Pietro: nel 2002 dal lago uscivano 1.900 metri cubi al secondo e il Brembo superò i 5 metri, e l’ondata arrivò a Lodi 15 ore dopo il passaggio da Olginate. Ieri invece il lago è arrivato a 400 metri cubi al secondo, un valore però in crescita, e il Brembo, al punto considerato, ha sfiorato i tre metri, anche se a monte aveva superato la soglia di attenzione dei 5 metri nella nottata. Prosegue intanto la progettazione della diga dalla Sicc a Boffalora, in sponda sinistra, mentre le opere di difesa della città, a parte le chiuse sulle rogge Gaetana e Gelata, sono ancora da definire.

Carlo Catena

La furia delle acque ha fatto affondare ieri “el Crucefìs”, un simbolo della città

Piena dell’Adda sotto controllo, oggi a Lodi si provano le sirene

Mentre la piena dell’Adda transita nel Lodigiano senza creare gravi danni, oggi a Lodi si terrà il primo collaudo delle sei sirene che dovranno dare alla popolazione dei quartieri a rischio il segnale di evacuazione. L’impianto, attivato dal computer della sala operativa della protezione civile comunale in viale Pavia, sarà collaudato oggi pomeriggio. Il suono delle sei sirene dovrebbero potersi sentire anche all’interno delle abitazioni. Ieri in molti hanno guardato preoccupati l’Adda, e chi ha le barche sul fiume ha rafforzato gli ormeggi. Ma la piena proprio ieri si è portata via una barca che è un simbolo per tutta la città: “el Crucefìs”, 14,80 metri di lunghezza per 18 quintali di peso. Il battello è stato per anni l’altare sul quale veniva celebrata la Messa sull’Adda. Un albero, trascinato dalla furia della corrente, ha agganciato il barcone, che era ancorato a un attacco della Piarda Ferrari, e lo ha strappato dalla riva, portandolo in mezzo al fiume. Arrivato allo sbarramento dell’isolotto, il barcone si è inclinato su un lato e si è riempito d’acqua, affondando subito

Un albero strappa il Crucefìs dalla riva: il fiume travolge la storica imbarcazione

La “prova generale” della grande alluvione ieri pomeriggio si è portata via una barca che è un simbolo per tutta la città: il “Crucefìs”, 14,80 metri di lunghezza per 18 quintali di peso, che formalmente appartiene (anzi, apparteneva) a Peppo Boriani, presidente dell’associazione Barcaiuoli e lavandaie, ma che nei fatti è stato per anni l’altare sul quella veniva celebrata la Messa sull’Adda. E che nel nome ricordava il Crocefisso miracoloso che campeggia sopra l’altare della Maddalena, invocato quando la siccità rischia di compromettere il lavoro nei campi. Anche la Maddalena a sua volta è legata, nella festività del 22 luglio, a un detto tradizionale che vuole che sette lodigiani perdano la vita per annegamento prima della scadenza e altrettanti dopo. Attorno alle 16 di ieri un albero, trascinato dalla furia della corrente, ha agganciato il barcone, che era ancorato con un cavetto di acciaio a un attacco della Piarda Ferrari, e lo ha strappato dalla riva, portandolo in mezzo al fiume. Ad assistere senza poter fare nulla anche Gino Cassinelli, presidente dell’associazione Num del Burgh, che ha immortalato in una sequenza fotografica l’affondamento del barcone. «Scendeva a valle così velocemente - spiega Cassinelli - che ho dovuto inseguirlo in bicicletta». Arrivato allo sbarramento dell’isolotto, il barcone si è inclinato su un lato e si è riempito d’acqua, affondando subito dopo la cascata. «Non so ancora se riusciremo a recuperarlo - è il commento amaro di Boriani -. Una cosa però posso dirla: se le rive del fiume venissero ripulite, come abbiamo chiesto tante volte, le piene non porterebbero giù alberi e tronchi».

Dadda tra i “saggi” della Lombardia per la legge di tutela dei parchi

Attilio Dadda, tra i “saggi” della Lombardia per la legge sui parchi. Il presidente del Parco Adda Sud è infatti uno dei membri del comitato ristretto che si occuperà di modificare il disegno di legge dell’assessore regionale Franco Nicoli Cristiani, approvato quasi un anno fa, e ora prossimo all’esame del consiglio regionale. Attualmente la proposta di legge è all’esame della commissione ambiente della regione Lombardia, che ha già ascoltato in audizione le associazioni ambientaliste, e che nelle prossime settimane incontrerà gli stessi rappresentanti delle aree protette prima di esprimere il proprio parere. «Stiamo lavorando - dichiara Dadda - per mettere a punto una posizione univoca anche a livello di coordinamento di Federparchi, per essere incisivi e efficaci anche in campo istituzionale, come è già accaduto la scorsa settimana». Il presidente del Parco Adda Sud fa riferimento ad un emendamento presentato da Milena Bertani, consigliere regionale di maggioranza e presidente del Parco del Ticino, che ha modificato la normativa proposta dall’assessore Nicoli Cristiani in materia di condono edilizio: «Con il voto della minoranza di centro sinistra e di alcuni consiglieri di maggioranza - spiega Dadda - si è stabilito che il condono non venga applicato in tutto il territorio dei parchi regionali e non solo nel parco naturale, e cioè nella loro area maggiormente protetta». Intanto Dadda esulta perché dalla Camera è arrivato il primo “sì” all’introduzione del principio di tutela dell’ambiente nell’articolo 9 della Costituzione.

Da Lettere al IL CITTADINO del 3 11 04

RISCHIO ALLUVIONE

La paura non è ancora passata

Gentile direttore, approfitto dell’ospitalità su “il Cittadino” per scrivere una lettera aperta destinata al signor Sindaco di Lodi, Aurelio Ferrari. Arriva! Arriva!». È come se queste voci fossero registrate nelle mie orecchie: sono le grida dei vicini e io che abito in una zona tranquilla di Lodi, dove è raro sentire qualcuno gridare e dove mai prima di quel momento c’erano state esternazioni così concitate, sono uscita in giardino, ho raggiunto il cancello per vedere chi arrivasse… Era il 26 novembre 2002, era sera, c’era buio, ma i lampioni mi hanno permesso di vedere qualcosa che mai avrei pensato di poter vedere: l’Adda, mista ad altro, stava arrivando, era già a metà via, e anche dal fondo della stessa via, ignorando il senso unico, stava giungendo acqua. Signor sindaco, le risparmio tutto il resto, i dati tecnici li conosce meglio lei, anche se a furia di ripeterli li so anch’io. Non le dirò come abbiamo vissuto la notte, cosa abbiamo provato a vedere l’Adda entrare dai buchi dell’aerazione, dalle prese d’aria, dalle porte… Le risparmio i giorni seguenti… Le dico solo che quando l’acqua ha abbandonato la mia casa (ero una delle poche evacuate), quando ho aperto la porta della mia casa per un attimo l’ho richiusa (dopo aver visto cosa c’era all’interno) e ho pensato: «Lì non ci vivo più». Ma poi, come hanno fatto tutti, tutti abbiamo ricominciato a vivere lì, con forza, con determinazione, perché quella è la nostra casa. Chiunque potrebbe scrivere di ansia, di rabbia, di disperazione con mille diverse sfumature, ma è acqua passata. Ora però piove forte, le previsioni non sono buone, passo sul ponte a piedi almeno due volte in un giorno e l’Adda è cresciuta, è marrone, è minacciosa. Non so quanto è alta, ma ho contato i gradini che dal Lungo Adda arrivano al fiume: quattro giorni fa se ne vedevano 8 (parlo dell’ultima rampa), poi 7, poi 6. ogni volta li conto e li riconto sperando… Signor sindaco, lo so, lei dirà: «È ancora bassa, lo zero idrometrico ecc. ecc.».Ma crede veramente che chi ha vissuto l’alluvione quando vede l’Adda salire si occupi di numeri? Crede davvero che chi sa che nulla è ancora stato fatto, perché a due anni di distanza tutto è ancora come allora, possa stare tranquillo? Crede che nella nostra testa si possa anche solo ipotizzare un’altra alluvione? Lo so, ci sono progetti, ma con un progetto non fermiamo l’acqua, la fermiamo con la realizzazione dei progetti per difendere le nostre case. Mi sono affidata a lei, ai suoi tecnici, ma perché tutto ciò non mi tranquillizza quando vedo l’Adda salire e sento che le piogge si protrarranno per giorni e giorni? Ci vuole tempo per realizzare ogni cosa, mi risponderà. Cominci a concretizzarle queste cose progettate e questo mi farà finalmente pensare, come farà pensare a molti altri, che non siamo solo nelle mani di Dio, della natura. Non amo molto la televisione, ma in questi giorni il mio programma preferito è guardare e ascoltare le previsioni del tempo, che per giunta non sono belle… Quando potrò passare sul ponte sul fiume senza contare i gradini? Quando si subisce un trauma così forte come quello vissuto dalle vittime dell’alluvione di due anni fa, l’unico modo per superarlo è affrontarlo con decisione e sapere che non esistono più le premesse perché possa accadere di nuovo. Signor sindaco, quando tutelerà quella parte di cittadini che hanno fatto il bagno nell’Adda, perché l’Adda senza chiedere il permesso ha invaso le loro case?

Antonella Rossi Lodi

Da LA PROVINCIA DI LECCO del 03 11 04

Emergenza maltempo Secondo il Meteo svizzero pareggiato il deficit idrico del 2004

Emergenza maltempo Secondo il Meteo svizzero pareggiato il deficit idrico del 2004, anche se quello del 2003 non è ancora stato recuperato Un metro in sette giorni: ormai il lago è in piazza. In sole 24 ore raddoppiata la portata delle acque che si avvicina al livello di esondazione, a 800 metri cubi al secondo Una crescita velocissima per il lago che con 800 metri cubi di acqua al secondo non riesce a smaltire le eccezionali piogge. In una settimana s'è alzato di un metro. In un giorno, ha raddoppiato l'altezza arrivata a 90 cm, e l'afflusso si avvicina a quello delle esondazioni, 800 metri cubi al secondo, contro un deflusso di 300: è l'inarrestabile ascesa del livello del lago e l'Adda, principale immissario, ieri, nel punto di confluenza sul Pian di Spagna, ha superato il livello di guardia. Ma solo lunedì, le dighe di Olginate sono state completamente spalancate: le manovre per aprirle hanno bisogno di tempo e il tempo è precipitato, contro tutte le previsioni. Lo dice Meteo Svizzera, che si occupa dell'andamento e delle previsioni sull'area sud alpina: in due giorni, sono caduti 150 – 200 litri d'acqua per metro quadrato e negli ultimi giorni d'ottobre, ben 350 – 450 litri d'acqua sempre per metro quadrato, ma non è stato ancora recuperato il deficit idrico del 2003, mentre è stato pareggiato quello del 2004. Se il lago fosse stato pieno o a livelli normali, a quest'ora sarebbe in Duomo. Invece, era sotto lo zero e anche molto sotto da mesi e mesi, salvo qualche breve intervallo sopra. Una penuria storica, una secca prolungata come non mai. Adesso, il livello è a tre quarti del percorso ed è evidente che cosa sta succedendo: il punto più basso del marciapiede di Piazza Cavour è coperto dalle acque e l'esondazione si verifica a 120 centimetri. E' infatti la crescita ad essere veloce: un centimetro l'ora, ieri. Significa che ogni ora il saldo positivo tra entrata ed uscita è di un milione e mezzo di metri cubi d'acqua e in una settimana, tra fiumi entrati ed usciti, l'acqua rimasta è di 150 milioni di metri cubi. Per adesso. Non è infatti sufficiente valutare il cielo sopra Como: ad influire sul lago, sono gli eventi dell'intero bacino e il destino è deciso soprattutto dalla Valtellina. Per oggi, è prevista una tregua delle precipitazioni, la stessa che lunedì aveva rincuorato, perché l'afflusso si era ridotto a 250 metri cubi al secondo, contro i 230 in uscita. L'altezza si era fermata a 54 centimetri sopra lo zero idrometrico. Ma al pomeriggio, è ricominciata l'ascesa e ieri mattina era ormai livello d'attenzione e poi via via il guadagno di altezza, con un occhio al Lago Maggiore già straripato e all'Adda sempre più gonfio, ma anche a tutti gli altri portatori d'acqua. Momenti critici per il Consorzio dell'Adda, impegnato con i complicati modelli matematici che suggeriscono le manovre da compiere, ma quando le dighe sono completamente aperte, non resta che confidare nella clemenza del cielo. E' inutile spalancarle prima che sia raggiunta una certa altezza: non uscirebbe comunque più acqua, il saldo continuerebbe a risultare fortemente positivo e, in ogni caso, andava accumulata un po' di riserva, non tanto per l'agricoltura, ormai prossima al sonno invernale, quanto per le utenze idroelettriche. E non è neppure possibile far uscire di colpo l'acqua in entrata. Il lago potrebbe continuare a crescere anche per diverso tempo dopo la cessazione delle precipitazioni. Chi dice che cesseranno completamente da venerdì e per alcuni giorni sarà bello. Chi dice che invece bisogna aspettare la settimana prossima per salutare l'estate di San Martino. Ma la temperatura resta su valori alti, ieri a più sedici gradi, come nel mese d'aprile. Appunto, la primavera e l'autunno sono le stagioni più a rischio.

Maria Castelli

Da IL CITTADINO del 4 11 04

Alcune hanno il tono troppo basso e viene coperto dal traffico; il caso di via Del Capanno 27, “sentinella” delle piene

Il livello dell’Adda ha smesso di crescere

Test riuscito a metà sulle sirene che devono avvisare la popolazione

La grande paura sull’Adda è passata, con il fiume che dopo il picco di martedì a più 66 centimetri sullo zero idrometrico al ponte cittadino si è assestato ieri a quota 40. Ma la prova delle sei sirene che in caso di emergenza dovrebbero dare il segnale di evacuazione delle case nelle zone a rischio ha dimostrato che al sistema manca ancora qualche tassello. A partire dalle 15 alcuni volontari del nucleo comunale di protezione civile, guidati dal coordinatore Alberto Panzera, hanno verificato il volume del suono bitonale d’allarme sia in strada, sia all’interno di alcuni appartamenti. A deludere è stata in particolare la sirena di piazza Savarè, provvisoriamente orientata in direzione del centro cittadino: «Qui il rumore di fondo del traffico di viale Milano è troppo elevato - osserva l’assessore alla protezione civile Francesco Marzorati -, come ha confermato anche la prova con il fonometro. Dovremo quindi sperimentare un modello di sirena capace di emettere una quarantina di decibel in più. La sirena di via Arisi, invece, è già pienamente idonea. Anche l’orientamento dovrà essere perfezionato. Ma è normale, dato che si tratta di prove». Il sistema di allarme, realizzato dalla ditta Elesis di Cernusco sul Naviglio, viene telecomandato da un computer della Centro operativo comunale di viale Pavia, e può funzionare anche in caso di black out. «Un’altra nota positiva - sottolinea Panzera - è che, per la prima volta, in molti hanno chiesto informazioni al centralino del nostro gruppo». Il recapito è 0371/432549. Oltre alle sirene in stile emergenza bellica, il nuovo piano di emergenza comunale ha individuato anche in un’abitazione di via del Capanno, al civico 27, il punto zero dell’esondazione dell’Adda: «È stato localizzato in base a calcoli molto precisi, e, pur non essendo direttamente sul fiume, risente del riflusso dei corsi irrigui e dell’innalzamento della falda», assicura Marzorati. E dalla villetta chiamata in causa dai tecnici della protezione civile confermano: «È vero, due anni fa eravamo stati i primi a trovarci l’acqua in giardino. E poi il livello è arrivato fino a due metri e mezzo, alla quota del primo piano. Ma, Adda a parte, qui ci troviamo molto bene». La casa era stata acquistata dagli attuali proprietari appena pochi mesi prima dell’alluvione del 26 novembre 2002, e il giardino confina con una roggia che poi confluisce nel Roggione e quindi nell’Adda. Per evitare altri allagamenti, bisognerebbe ricostruire l’intera villetta a una quota maggiore: un’ipotesi da fantascienza. «Non ci pensiamo nemmeno - concludono da via del Capanno -: dobbiamo solo ricordarci di non lasciare niente che si possa rovinare giù al pian terreno. Tanto, le alluvioni a Lodi non sono così frequenti, vero?». Rimane invece un grosso rammarico in Beppe Boriani, che martedì ha perso la sua imbarcazione Crucefìs per colpa di un albero trascinato dalla corrente, che si è impigliato nella chiglia e ha strappato il barcone dall’attracco. «C’è di buono che la regione mi ha chiesto la tassa di ormeggio, che non paga nessuno - commenta Boriani -. Peccato che chi dovrebbe pulire le sponde da questi alberi che potrebbero diventare pericolosi non lo faccia mai. La barca, che possedevo da circa vent’anni, ha fatto la fine che prima o poi fanno tutte le imbarcazioni sul fiume». Forse si userà l’hovercraft dei vigili del fuoco per cercarla.Intanto ieri il termometro nel Lodigiano ha sfiorato i 22 gradi, con un’umidità del 26 per cento: un dato eccezionale per la stagione, causato dall’influenza di venti caldi da nord e da sud, in contemporanea. La situazione, con lo zero termico a 3.300 metri, e quindi le precipitazioni che non si trasformano in neve, proseguirà anche oggi e in parte domani, prevedono dall’Arpa, quindi sabato tornerà il freddo.

Carlo Catena

«Non potremo più scoprire le porcilaie che inquinano»

Niente più analisi batteriologiche sull’Adda. La nuova legislazione non consente più all’Associazione pescatori dilettanti (che predisponeva i prelievi) e al laboratorio di analisi delle acque dell’Astem (che li controllava) di tenere sotto controllo l’inquinamento di coliformi e streptococchi, indicatori anche di scarichi abusivi di tipo animale. Il piano regionale di risanamento delle acque, infatti, è stato superato dal decreto legislativo 152 del 1999 e dai successivi aggiornamenti, che non fissa più i limiti di rispetto per quanto concerne l’inquinamento batteriologico, mantenendo le tabelle di tipo chimico indicanti valori conformi o meno ai limiti stabiliti per la qualità delle acque idonee alla vita dei pesci. «Il nostro intento - dice Giancarlo Magli, presidente dei Pescatori dilettanti - era quello di salvaguardare il nostro tratto di fiume, ma anche quello di andare a individuare eventuali scarichi abusivi. L’anno scorso siamo riusciti a segnalare alla polizia provinciale due casi di contaminazione, a Montanaso e Paullo, in futuro, senza la possibilità di avere dei parametri di riferimento, sarà molto difficile sapere se e in quale misura si verificano sversamenti di porcilaie». Sul fronte chimico, comunque, non ci sono problemi. Intanto la vita sociale dei Pescatori prevede per domenica alle 11, nella parrocchia di San Rocco in Borgo, una Messa per i defunti del sodalizio. Celebrerà la funzione religiosa il parroco don Mario Zacchi.

Da Lettere al IL CITTADINO del 4 11 04

ALLUVIONE/1

L’inquietudine dei giorni di pioggia

Ore 17, martedì 2 novembre, un giorno già di per sè triste. E il tempo grigio, piovoso non aiuta. Squilla il telefono: l’interlocutore mi informa della imminente decisione (non so a chi vada attribuita) di aprire le dighe che regolano il livello del lago di Como. Corro nei pressi dell’Adda. Il livello del fiume è notevole, già da giorni lo controllo, piove da una settimana: ho paura, il rumore della pioggia mi fa ritornare al nemmeno troppo lontano novembre 2002. Che strano, sempre novembre. Tutti sembrano tranquilli: ma ci avevano detto di stare tranquilli anche allora. In realtà mi trovo in compagnia: le persone si avvicinano al fiume, mute ma guardinghe: che si fa? Si aspetta ... e poi? Guardo di nuovo l’Adda e cerco di rassicurarmi da sola, pensando alle opere che sono state realizzate permigliorare la situazione e mettere in sicurezza la città, ma non riesco a ricordarne una. Eh già, non hanno fatto niente. Tante parole, tanti studi, qualche conferenza di servizi, tanti enti come si suol dire “preposti” ... a che? Forse una spiegazione ce l’ho: se risolvessero le cose non avrebbero più ragione di esistere, quindi è meglio parlare tanto e decidere poco o nulla. È possibile che ogni volta che piove tanti Lodigiani debbano provare ancora quello che provo io?

Gaia Bocchioli, gaia.boc@pmp.it  Lodi

ALLUVIONE/2

Dragare l’Adda, una scelta di buon senso

Gentile redazione, non sono nato sul fiume e quindi non mi voglio atteggiare ad esperto di questioni idrauliche. Frequento tuttavia l’Adda assiduamente da 15 anni, nel tratto lodigiano, e ho una barca con la quale vado a pescare e a prendere un po di sole con mia moglie. Ho visto le trasformazioni che sono avvenute in questi anni e mi sento di affermare che c’è assoluto bisogno di tornare a dragare il fiume e tenere in ordine gli argini. Faccio un esempio pratico: tutti gli alberi che sono pericolanti sul bordo del fiume hanno un destino segnato, che è quello di cadere in acqua, trascinando metri cubi di terra nella loro caduta. Ricordo poi che per togliere questi alberi dall’acqua è necessaria la presenza di personale specializzato e appositamente autorizzato, oltre al preventivo benestare di quasi tutte le autorità che vantano anche la pur minima competenza con la gestione dell’ambiente fluviale; io stesso ho assistito ad un evento del genere, una cosa quasi ridicola se non fosse che per alcuni aspetti risulta invece tragica (per avere conferme basta parlare con gli alluvionati dell’ultima piena e, più di recente, con il proprietario del “Crucefis” e con il mio caro amico Luigi, che questo barcone lo conduceva con una certa frequenza). Parlo sovente con amici, loro sì nati sul fiume, e quindi profondi conoscitori del fiume stesso, che condividono la mia idea della necessità di dragare nuovamente (ma sotto stretto controllo) l’alveo dell’Adda, perchè si tratta semplicemente di fare alcune considerazioni di “fisica elementare”. La domanda, anzi le domande, che a noi tutti frequentatori ed amanti del fiume e della natura sorgono spontane sono le seguenti. Perchè non si vuole più dragare l’Adda e tenere il livello dell’acqua sotto controllo? Cosa c’è dietro? Chi ci guadagna? In occasione dell’ultima piena ho scritto al Magistrato per il Po, ho parlato con periti e magistrati ma non ho ottenuto risposte; avrete almeno voi la bontà di pubblicare queste poche righe? Un vostro affezionato lettore milanese, ma amante di Lodi e del Lodigiano.

Sergio Moreschini

Da IL CITTADINO del 5 11 04

Corno Giovine Fondi statali e comunali: previsto l’ostello per i pellegrini

La provincia trova i finanziamenti per l’attracco sul Po e le ciclabili

CORNO GIOVINE Tra un paio d’anni potrebbe davvero prendere piede la navigazione turistica sul Po nel Lodigiano, con la realizzazione di un nuovo attracco previsto in località Morti della Porchera a Corno Giovine e con il potenziamento di quello all’altezza del “Guado di Sigerico” a Corte Sant’Andrea, frazione di Senna; qui tra l’altro verrà ricavato un ostello per i pellegrini che transitano sulla Via Francigena, che il 9 dicembre prossimo verrà ufficialmente riconosciuto “Grande itinerario europeo”.Sono solo alcuni dei progetti finalizzati alla valorizzazione del Po a scopi turistici per i quali la provincia di Lodi ha ottenuto un contributo statale di 660 mila euro, cui dovrà essere aggiunta una quota di 170 mila euro da dividere fra l’amministrazione provinciale e i comuni coinvolti. «Sono soddisfatto – commenta Mauro Soldati, assessore provinciale alla cultura e al turismo – perché siamo riusciti a portare nel territorio una quota notevole di investimenti, che premiano l’azione della provincia di Lodi in campo turistico». La realizzazione delle infrastrutture è solo il primo passo concreto di un programma di lavoro che prevede l’attivazione di un sistema turistico interprovinciale con la definizione e valorizzazione della “marca Po” nei territori di Lodi, Pavia, Cremona e Mantova: il cosiddetto sistema “Po di Lombardia”, che beneficerà di un contributo statale di 400 mila euro, conterà anche su un portale Internet dedicato per la pubblicizzazione di un ricco calendario comune di eventi. Il porticciolo previsto in località Morti della Porchera sarà raggiungibile attraverso una nuova pista ciclabile che sarà il frutto della riqualificazione della strada sterrata lungo il Gandiolo da Cornovecchio al Po: un progetto da 600 mila euro che coinvolge anche i comuni di Santo Stefano e Caselle Landi. «Contiamo di realizzare il nuovo molo di attracco per le barche - annuncia il sindaco di Corno Giovine Paolo Belloni - entro la fine del 2005: è interessante il concorso di più enti locali per un’iniziativa comune di valorizzazione del Po». Anche a Corte Sant’Andrea verrà potenziato un attracco sul fiume e sarà realizzato un ostello con una spesa di circa 165 mila euro che consentirà anche la riqualificazione della strada di accesso al Po con la messa a punto di un’area di sosta attrezzata: «Ricaveremo l’ostello - spiega il sindaco Luigi Zanoni - in un’abitazione già esistente che potrà accogliere 5 o 6 pellegrini: per eventuali comitive ci organizzeremo utilizzando altre strutture». Un investimento di 165 mila euro è previsto anche nel territorio di Somaglia, dove verrà sistemata l’area attorno all’attuale imbarcadero, migliorando i percorsi ciclopedonali e allestendo postazioni per biciclette e motocicli.

Daniele Perotti

Da IL CITTADINO del 8 11 04

Alluvionati in assemblea: temono una nuova piena e denunciano contributi indebiti

La beffa dei rimborsi della regione: «Hanno evaso 80 domande su 464»

Il Comitato alluvionati teme un altro 26 novembre 2002. Nel corso dell’assemblea di venerdì scorso presso il salone dell’oratorio del Borgo – scelta strategica vista la vicinanza col fiume Adda - il presidente Domenico Ossino ha dichiarato di temere che la mancata messa in sicurezza degli argini lesionati durante la piena di due anni fa possa contribuire a replicare lo spavento di quei giorni. La tesi è stata appoggiata da tutti i partecipanti all’assemblea, fra i quali erano presenti il vice presidente del consiglio provinciale Franco Pinchiroli e il consigliere provinciale ds Luca Canova. Fra timori di un altro novembre 2002 e le notizie di interventi di messa in sicurezza, Domenico Ossino ha ribadito le sue perplessità. «Siamo contrari alle chiuse e agli argini al Pratello – ha affermato Ossino - perché in caso di esondazione la zona si trasformerà in piscina. Siamo anche contrari alle barriere che consolidano gli argini, in quanto basterebbe attuare la semplice manutenzione del fiume, delle sue rive e dei suoi fondali per ottenere risultati migliori. Sono trent’anni che non si esegue la necessaria manutenzione e i risultati si vedono: da Spino a Lodi le rive dell’Adda fanno schifo, sono ancora imbrigliati tronchi d’albero trasportati dall’ultima alluvione. In molti tratti, anche nell’ambito cittadino, affiorano isolotti di ghiaia e l’acqua non transita più. La conseguenza è che il ponte di Lodi si regge per miracolo, visto che la corrente incide sui primi pilastri e che ha scavato buche profonde 8-12 metri. La briglia a valle del ponte fa più danni che bene, la corrente che proviene dal salto ha scavato buche profonde e danneggia gli argini della riva destra. Inoltre occorrerebbe rimuovere i sedimenti di ghiaia fino a Boffalora attuando una giusta regimazione dell’alveo. In mancanza di ciò, prepariamoci ad un’altra alluvione perché anche la pista ciclabile rialzata per Boffalora sarebbe un palliativo». I componenti del Comitato hanno lamentato inoltre la latitanza degli organismi competenti (Aipo e Autorità di bacino) ma non hanno mancato di criticare il presunto immobilismo del comune. Nel corso della prossima campagna elettorale il Comitato ha annunciato che parteciperà a tutti gli incontri in modo da far sentire e vedere la propria presenza. Il comitato è quindi passato ad analizzare la beffa dei rimborsi provenienti dalla regione. Critiche sono state mosse ai criteri usati dall’assessore regionale per erogare i contributi. Su 464 domande presentate, i soggetti beneficiati sono stati solo ottanta. I benefici erogati – 570.289 euro - sono pari ad un acconto del quaranta per cento, al netto della franchigia di 2500 euro. La quota rimanente verrà liquidata solo in un secondo tempo. In pratica però il 61 per cento dei fondi stanziati dalla regione – che ricordiamo era pari a circa due milioni e mezzo di euro - dovrà essere ritornato e non verrà erogato agli alluvionati lodigiani. Perplessità sono state quindi avanzate in merito all’erogazione di un contributo di circa 120 mila euro ad un unica persona abitante in via Vecchio Bersaglio, forse un dipendente comunale. Gli alluvionati hanno annunciato poi la festa del 26 novembre, al Teatro alle Vigne di Lodi, e la lotteria per reperire i fondi.

Daniele Acconci

 

 

 

Da CORRIERE DELLA SERA del 8 11 04

«Ronde sul Po contro i ladri di sabbia»

Cremona: dopo gli ultimi arresti, il presidente della Provincia, Torchio, chiede nuove norme

Guerra ai «pirati del fiume», si pensa a controlli satellitari e di polizia

MANTOVA - Sistema satellitare Gps per verificare in tempo reale gli spostamenti delle imbarcazioni sul Po e sonar per rilevarne il livello di galleggiamento e capire se una barca sta caricando o scaricando materiale. C'è chi pensa che la guerra ai «pirati del Po» si debba combattere con la tecnologia. Tra questi il presidente della Provincia di Cremona, Giuseppe Torchio che, dopo gli ultimi arresti dei ladri di sabbia, ha chiesto una legge regionale che obblighi a montare sonar e Gps: «In Emilia Romagna l'hanno già fatto. Credo che anche la Lombardia e le altre regioni padane debbano adeguarsi». Ma non tutti pensano che Gps e sonar siano infallibili. «Il grosso limite del sistema Gps è che non funziona quando la nave è a meno di cinque metri dalla riva», spiega Ivano Galvani, direttore dell'Arni di Reggio Emilia, l'azienda regionale di navigazione nella cui sede, a Boretto, si trova la centrale di controllo del sistema. Così, pare che i cavatori di frodo, fatta la legge, abbiano già trovato l'inganno: attraccano la draga vicino alla riva, prolungano i bracci meccanici o i tubi di aspirazione per prelevare la sabbia dal letto e, con un sistema di tramogge, la scaricano subito a riva o su un'imbarcazione vicina per evitare che s'abbassi il livello di galleggiamento. Senza contare che l'obbligo del Gps vale per l'Emilia Romagna. Ma basta registrare la barca sull'altra sponda del fiume e l'obbligo decade. Tanto che, finora, solo tre navi ce l'hanno e solo perché la magistratura reggiana gliel'ha imposto. «A me la tecnologia e i computer stanno bene, ma quel che serve davvero è un corpo di polizia fluviale», dice Claudio Rossoli, ispettore della Forestale, da 26 anni in servizio a Reggio Emilia (nel novembre 2003 rimase acquattato sette ore fra i pioppeti di Pieve Saliceto per sorprendere una draga abusiva). «Basterebbero una quindicina di uomini, ben addestrati, a Guastalla o dintorni - dice Rossoli - e altrettanti nel Parmense, per avere un controllo efficace. E non solo coi motoscafi. Se non si vuole che le draghe girino di notte, basta che qualcuno in divisa applichi un sigillo piombato la sera e vada a toglierlo il mattino». A pensar male magari si fa peccato, ma chi controllerebbe i controllori? «In effetti la polizia fluviale dovrebbe dipendere direttamente dallo Stato, e non da Regioni, Province o Comuni. Un modo per svincolarla dalla politica locale». La ricetta di Massimo Becchi, presidente di Legambiente Reggio: «Le draghe, per legge, possono scavare solo in golena o in cave autorizzate, quindi in postazioni fisse. Basterebbe una norma che le obblighi a smontare i mezzi di prelievo prima di mettersi in navigazione. A quel punto, controllare chi sgarra sarebbe semplicissimo».

Luca Angelici

Da AGENDALODI del 8 11 04

Alluvionati in assemblea

Pochi i rimborsi regionali, paura per l’Adda che cresce rapidamente dopo pochi giorni di pioggia, preoccupazione perché, a due anni dall’alluvione, non è stato ancora effettuato alcun intervento per la messa in sicurezza della città. Il Comitato Alluvionati Lodi Onlus, ex Riva destra, guidato da Domenico Ossino, è tornato a riunirsi in assemblea venerdì scorso presso l’oratorio del Borgo. Solo un’ottantina di famiglie, su 464 domande presentate, hanno ottenuto un rimborso dei danni subiti dalla Regione per un totale di oltre 1 milione di euro, di cui già erogati in una prima tranche per 570.289 euro. La discriminante è stata la franchigia di 2500 euro: i lavori effettuati sotto quell’importo non erano rimborsabili. In tal modo il Comune dovrà restituire alla Regione il 60% dei 2 milioni e mezzo di euro ottenuti per l’alluvione. Il Comitato, che sta organizzando una manifestazione in occasione della ricorrenza del 26 novembre, ha inoltre ribadito la propria contrarietà alla realizzazione di maxi argini sottolineando invece l’urgenza di una regimazione dell’alveo che consenta all’Adda di tornare ad usufruire del proprio letto, oggi modificato da abbondanti depositi ghiaiosi.

Da IL CITTADINO del 9 11 04

A una villetta di via Vecchio Bersaglio il record di rimborsi per l’alluvione

«Se un cittadino ha ricevuto un contributo regionale di 120 mila euro significa che dall’alluvione ha avuto danni tali da giustificare una simile richiesta, peraltro esaminata dall’apposita commissione. Per quel che mi riguarda è tutto a posto». Domenico Ossino, coordinatore del Comitato alluvionati Lodi, spegne sul nascere le polemiche sollevate da alcuni partecipanti all’assemblea di venerdì scorso nel salone dell’oratorio del Borgo. Alcuni alluvionati avevano segnalato, nel corso della serata, uno stanziamento di 120 mila euro, su un totale di 570.289, a un dipendente comunale. A riceverlo sono stati i proprietari di un’abitazione di via Vecchio Bersaglio (la moglie è dipendente comunale) ed è inserito nell’ottantina di stanziamenti effettuati da palazzo Broletto per conto del Pirellone, formalizzati con una delibera del 21 luglio 2004. È proporzionale all’entità dei danni dichiarati, 195 mila euro: si tratta dell’importo più alto fra quelli denunciati (e corredati da documenti contabili come le fatture per i lavori di ripristino) per i danneggiamenti causati a impianti, serramenti, intonaci e pavimenti. Arriva da via Vecchio Bersaglio anche il secondo rimborso per ordine di importo: 34.673 euro. Seguono, con 30.945 euro, le domande presentate dall’amministratore di un condominio di via Orfino Giudice, e di uno di piazza Savarè (23.613 euro). Su 464 domande è stato rimborsato il totale dei danni dichiarati (e ammessi al rimborso) a 40 delle 80 richieste, con uno stanziamento complessivo di 376.084 euro. Agli altri 40 richiedenti è stato finora dato un acconto del 40 per cento del danno dichiarato per un importo complessivo di 194.205 euro. In totale 570.289 euro, ai quali dovrebbero aggiungersi altri 291 mila euro per il saldo dei 40 che hanno ricevuto l’acconto. «Alla fine saranno 861 mila gli euro effettivamente ricevuti dagli alluvionati - commenta Ossino - su uno stanziamento regionale di 2.185.000 euro. Significa che l’amministrazione comunale dovrà restituire circa il 60 per cento dei fondi previsti».

Il viadotto sull’Adda dell’ex statale 591 fu travolto dal fiume il 9 novembre 1994

Bertonico, a 10 anni dal crollo il nuovo ponte non c’è ancora

Sembra una storia incredibile, forse è invece soltanto una storia di ordinaria follia burocratica: è la vicenda del nuovo ponte sull’Adda lungo l’ex statale 591, in costruzione dal 1999 (dopo tre anni spesi per modifiche progettuali e vertenze sugli espropri) e oggi non ancora pronto, a dieci anni esatti dal crollo del vecchio manufatto che dal 1915 collegava le sponde lodigiana e cremasca del fiume, tra Bertonico e Montodine. Il viadotto collassò infatti all’alba del 9 novembre del 1994, a causa del cedimento di un’arcata. Da allora, a garantire il passaggio del fiume è soltanto il bailey realizzato nel 1995 dal Genio pontieri dell’esercito: una passerella in legno e acciaio, sulla quale si transita a senso unico alternato, rivelatasi molto affidabile ma ovviamente insufficiente a far fronte al grande volume di traffico che si sviluppa su questo importante tratto dell’ex statale. Giunti a uno stato di avanzamento dell’80 per cento, i lavori del nuovo ponte si sono fermati per il fallimento dell’impresa che si era aggiudicata l’appalto da 44 miliardi di vecchie lire ed ora il cantiere è abbandonato alle intemperanze del fiume e alle frequenti razzie di materiale.

Bertonico Al posto del “vecchio” c’è solo un bailey in ferro costruito a tempo di record dai genieri dell’esercito

Quel ponte sull’Adda, una beffa italiana

A dieci anni dal clamoroso crollo il nuovo viadotto non c’è ancora

Bertonico Una storia tutta italiana, tra crolli, ritardi, proteste, alluvioni e progetti gettati nel cestino. “Dieci anni senza ponte”, potrebbe essere il titolo. Il 9 novembre del 1994 era un mercoledì: l’orologio segnava le sette del mattino quando il gigante di ferro e di cemento che dal 1915 collegava Bertonico a Montodine si è “seduto” nell’Adda. L’ultima arcata che poggiava sulla sponda lodigiana è venuta giù come un fuscello, portandosi dietro il furgone di due ambulanti di Castelleone, salvatisi per miracolo. «Sono passati dieci anni, sembra ieri» sospira Angelo Tansini, per tutti a Bertonico “el sindic”, che ha guidato il paese per 40 anni. Quella mattina, Tansini se la ricorda molto bene. «Stavo uscendo per recarmi in comune. Mi ha chiamato a casa il vigile Renato: “È successa una cosa grave, è caduto il ponte”. Mi sono venuti i brividi: “Ci sono delle vittime?” fu la prima cosa che domandai». Ma i brividi, li hanno sentiti sulle loro schiene anche gli anziani del posto, quando nel febbraio del 1995 hanno visto esplodere la carcassa del ponte «che nemmeno i bombardamenti degli alleati scalfirono». C’era da correre, da fare alla svelta: bisognava “ripulire” il letto del fiume dai resti del gigante di ferro e di cemento per consentire ai militari del Genio pontieri di ricostruire un viadotto di collegamento tra le province di Lodi e Cremona lungo la statale 591 Boccaserio. Nell’estate dello stesso anno, il bailey è stato aperto al traffico. E ancora adesso, pur trattandosi di una struttura provvisoria, continua a fare il suo dovere. Perché il ponte nuovo, il piccolo Brooklyn che si staglia nella campagna, non è ancora pronto. Ma quella che comincia nel 1996 è ancora un’altra storia. Dopo aver litigato per tre anni buoni sul progetto migliore da adottare (con o senza piloni), ministeri, Anas ed enti locali solo nel 1999 si sono messi d’accordo: è dovuto intervenire l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi per sbrogliare la matassa e varare lo strallato, vale a dire un viadotto senza appoggi nell’alveo dell’Adda. Tutti contenti e soddisfatti, compresi gli esperti di ambiente che sono riusciti a imporre quel colore azzurro per le antenne del ponte. La gara d’appalto per i lavori, una torta da 44 miliardi delle vecchie lire, l’ha vinta non una semplice ditta, ma un colosso delle costruzioni: la Cooperativa costruttori di Argenta. Che però, nel 2003, è fallita. Il cantiere adesso è fermo: la costruzione del viadotto è ormai all’80 per cento ma furti reiterati di materiale e ben due alluvioni, nel 2000 e nel 2002, hanno messo a dura prova il Brooklyn della Bassa. Tanto che l’Anas ha appena affidato un incarico a un esperto di idraulica per la revisione del rilevato di accesso sulla sponda cremasca. Un vero e proprio scandalo, che lo scorso maggio è stato denunciato anche dal tg satirico “Striscia la notizia”. «Ogni giorno di più è necessaria quest’opera - dice il sindaco di Bertonico Verusca Bonvini -; la stiamo aspettando ormai da troppo tempo. Ma le competenze su questi lavori vanno al di là dei singoli enti locali». Intanto, l’Anas ha fatto sapere alla provincia di Lodi che i lavori mancanti all’appello potrebbero essere riappaltati solo nel primo semestre del 2005. Ma adesso qualcuno giustamente si chiede: quale imprenditore è disposto a mettere mano a un’opera che essendo bloccata da due anni potrebbe presentare nuovi e più gravi problemi?

Cristiano Brandazzi

Da CORRIERE DELLA SERA del 9 11 04

Po, liberi i ladri di sabbia ma non potranno lavorare Sequestrata un'altra cava

Nuove indagini nel Mantovano

MANTOVA - Nuovo sequestro, ieri, di un cantiere-deposito di sabbia scavata nell'alveo del Po. E sono quattro dopo i tre di giovedì scorso. Stavolta i finanzieri hanno posto i sigilli ad un attracco nella zona di Sermide, individuato nei giorni precedenti al blitz come una delle zone di scarico della motodraga «Ghibli 3» già sequestrata e di proprietà della ditta Cave Nieri. L'operazione «Padus» non si ferma, gli investigatori della Finanza e la Procura sono decisi ad imporre uno stop alla tanto illegale quanto remunerativa escavazione del fiume. Intanto sempre ieri i gip di Mantova e Rovigo hanno convalidato gli arresti delle otto persone arrestate. Nessun interrogatorio: tutte hanno preferito non rispondere. Al termine comunque i magistrati hanno disposto per loro il rilascio con l'obbligo di dimora nei rispettivi comuni. E poiché questi si affacciano tutti sul Po per evitare nuovi reati i giudici, accogliendo le richieste dell'accusa, hanno aggiunto il divieto di accedere a cantieri e natanti sul fiume. «Sono contento che questa gente torni alle loro case - ribadisce il presidente della Provincia, Maurizio Fontanili, uno degli ispiratori, con i suoi appelli, della lotta ai predoni della sabbia -. Non voglio il male delle persone, ma bloccare un fenomeno fraudolento divenuto talmente spavaldo da lasciare allibiti. Forse il fatto che le denunce del 2001 a cui era seguita l'operazione della polizia provinciale di Reggio Emilia nel 2002 non avessero dato l'esito sperato ha rafforzato la convinzione di poter continuare ad agire impunemente. Adesso mi auguro ci sia più continuità nell'azione giudiziaria futura perché il Po possa rivivere». Il prelievo annuo illegale di inerti, secondo stime per difetto, è oggi superiore di otto volte alla capacità di produzione di detriti da parte del fiume. E ciò comporta un progressivo abbassamento dell' alveo con i conseguenti problemi idrogeologici, ecologici e di sicurezza per le popolazioni rivierasche. Sul sequestro bis di ieri a Sermide il capitano Vito Casarella, comandante della Compagnia di Mantova della Finanza spiega la strategia dell'intervento: «Il blitz finale di giovedì scorso è stato preceduto da un paio di settimane di appostamenti. Le motodraghe sono state seguite e filmate anche in navigazione. Quel deposito era quindi già stato individuato, ma abbiamo atteso circostanze più adatte per intervenire in cui potesse configurarsi la flagranza».

Vincenzo Dalai

L' inchiesta

IL BLITZ Scatta giovedì scorso il blitz finale dell'operazione Padus con il contemporaneo sequestro di tre motodraghe e relativi ormeggi-cantieri di appoggio a Quatrelle di Felonica e Ficarolo (Rovigo)

GLI ARRESTI Nel corso del blitz sei membri degli equipaggi vengono arrestati. La perquisizione delle imprese armatrici Merit, Cave Nieri e Verde Po con sede nel Ferrarese portano poi all' arresto di due soci. Otto in tutto gli arresti. Altre 13 persone sono state denunciate

Da AGENDALODI del 10 11 04

Un fiume tra le due rive

Viaggio tra i comitati a due anni dall'alluvione

Il 26 novembre 2002, di sera, dopo quindici giorni ininterrotti di pioggia l’Adda ha esondato, inondando interi quartieri. Le autorità decisero l’evacuazione del Borgo. Invece un’ondata, definita eccezionale, si rifranse contro il ponte napoleonico tornò indietro, superò gli argini naturali e invase quartieri ritenuti sicuri come la Martinetta, tutto l’OltreAdda, compreso Campo Marte. Acque gelide e sporche superarono viale Milano, raggiunsero il Pratello e Porta Regale. Finirono a mollo anche il comando dei Vigili del Fuoco e la Croce Rossa. Oggi, a quasi due anni di distanza, i due principali Comitati spontanei sorti tra i residenti, Riva Sinistra e Alluvionati Lodi onlus (ex Riva Destra), dopo una lunga battaglia insieme si trovano su posizioni differenti. Uniti però ancora dalla paura di nuove esondazioni e dall’accusa, rivolta a tutti gli enti preposti: la città non è ancora stato posta in sicurezza.

Il Comitato Alluvionati Lodi onlus (ex Riva Destra)

A guidarlo è Domenico Ossino. Il Comitato, oltre al costante sollecito (insieme al Riva Sinistra) delle istituzioni, si è particolarmente impegnato nell’individuazione di soluzioni alternative. Sollecitando esperti ha predisposto una propria serie di proposte che ha poi inviato a tutti gli organi competenti: Regione, Autorità di Bacino, Protezione Civile, Parco Adda Sud, Provincia e Comune. Secondo il Comitato Alluvionati la soluzione, per la messa in sicurezza della città, non passa attraverso la realizzazione di maxi argini ma nel ripristino del letto del fiume. "Negli ultimi 30 anni in Adda non è più stata effettuata alcuna manutenzione – lamenta Ossino che la scorsa estate aveva anche effettuato alcuni sopralluoghi sul fiume, insieme ai tecnici – con gli effetti che possiamo vedere. In prossimità della Caccialanza c’è un deposito di ghiaia alto quasi due metri: il fiume ha eroso la sponda opposta, sotto la quale c’è una buca profonda diversi metri, facendola cedere. In quel tratto la sezione dell’alveo è ridotta a 40 metri contro i 150 metri del ponte. Da quel punto in poi, fatta eccezione per le piene, non c’è più corrente, l’acqua ristagna ed infatti le arcate di sinistra del ponte napoleonico restano all’asciutto. La secca si protrae fino alla briglia sinistra. In prossimità dei piloni del ponte, invece ci sono buche profonde, che potrebbero minarne la stabilità. Per salvare Lodi, dunque, non serve innalzare un maxi argine sulla riva destra, dal Belgiardino fino al ponte e tanto meno serve creare nuove arcate nel ponte urbano: basta ripulire l’alveo recuperandolo in tutta la sua ampiezza e profondità. Eliminando le briglie inoltre la corrente potrebbe tornare a scorrere, evitando i sedimenti a monte. Creare nuovi argini comporta l’innalzamento del livello idrico: in caso di piena, anche se l’Adda rimanesse nell’alveo, contenuta dagli argini, per il semplice principio dei vasi comunicanti non si potrebbero evitare allagamenti dovuti alla risalita della falda, nei terreni, nei tombini. Senza contare allagamenti maggiori a monte e valle degli argini medesimi. Le nostre proposte sono attualmente al vaglio della commissione idrogeologica dell’Autorità di Bacino e, di recente, le abbiamo formulate anche a Luca Canova nominato presidente della Commissione Ambiente della Provincia". Il Comitato ha inoltre presentato ricorso al Tar contro la delibera comunale di realizzazione di alcune chiuse lungo viale Milano, per impedire alle rogge di tracimare nella zona del Pratello in caso di piena dell’Adda: secondo gli alluvionati il provvedimento è inutile in quanto le aree verrebbero allagate lo stesso dalla risalita della falda. Ma i lavori sono iniziati nei giorni scorsi. Il Comitato Alluvionati Lodi onlus, è tra i fondatori del Progetto nazionale Orfeo: si tratta di un comitato, nato il giugno scorso, che raduna le associazioni di cittadini formatasi in seguito a catastrofi naturali come quelle, tra le più tristemente famose, del Vajont e di Stava. Lo scopo è non dimenticare ma, soprattutto, insistere sulla prevenzione.

Il Comitato Alluvionati Riva Sinistra

Il referente è Carlo Bajoni Si è impegnato, sin dall’inizio, nel sollecitare le istituzioni. Ed ancora oggi, a due anni di distanza, superate le polemiche del dopo alluvione e la fase delle problematiche relative ai contributi e all’aiuto alle famiglie, l’unico obiettivo del Comitato Riva Sinistra è quello di chiedere la messa in sicurezza della città. Rivolgendosi però direttamente alle istituzioni competenti senza porsi in prima persona a proporre soluzioni. Prendendo dunque anche le distanze dal Comitato ex Riva Destra tanto da disertare l’ultima assemblea. "Attualmente esistono dei progetti – afferma Bajoni -. E’ inutile in questo momento dire: non vanno bene, come sostiene Ossino. Quando il malato è grave, mentre si prende tempo per decidere cosa fare, anche solo l’aspirina, funziona. Qualcosa bisogna fare. Tutti siamo d’accordo, come sostiene il Comitato Alluvionati Lodi onlus, sulla necessità della pulizia del fiume ma temo che non risolva tutti i mali. Una volta i fiume venivano dragati e alluvioni come quest’ultima non si verificavano ma le cose allora erano anche molto diverse. Il fiume esondava nei campi laddove oggi ci sono le case. Inoltre c’è stata una forte antropizzazione anche a monte, in montagna. L’acqua che prima permeava nei terreni e raggiungeva poi lentamente il fiume oggi, con la cementificazione e i canali di scolo raggiunge l’alveo in poco tempo e in maniera massiccia. Anche il clima è cambiato. Bisogna tener conto di tutti questi fattori". I progetti cui Bajoni fa esplicito riferimento, perché in fase più avanzata, riguardano l’intervento che Comune e Provincia, in due tratti differenti, intendono realizzare tra il ponte napoleonico e l’attuale strada per Boffalora, fino all’altezza della Caccialanza, creando un argine-pista ciclabile. "Il sindaco – sottolinea Bajoni – aveva promesso l’inizio dei lavori per quest’autunno. Ma non si è ancora visto niente. Ora si parla della prossima primavera. Siamo stanchi delle promesse. Come di sentirci dire: “non è nostra competenza”. Un sindaco si deve mettere alla testa della sua gente, se anche non può intervenire direttamente deve darsi da fare per sollecitare chi di dovere. Non scrivendo lettere ma andando sul posto. Alla Caccialanza l’Aipo (Agenzia Interregionale per il Po) deve intervenire dal 2000 per risistemare l’argine che ora sta crollando a pezzi ma nessuno ha ancora fatto niente". Bajoni parla dopo giorni in cui, a causa delle abbondanti piogge, il fiume era tornato a salire e la popolazione aveva iniziato nuovamente ad allarmarsi. "La gente chiede risposte. Ha paura. Non può sostenere un nuova alluvione. Non può sopportare ancora 10 mila euro di danni. Se anche in futuro dovessimo essere avvisati per tempo cosa cambierebbe? Forse potremmo salvare la macchina o il computer: ma non possiamo certo portare via i mobili, impedire i danni agli impianti. Servono opere di difesa".

Da IL CITTADINO del 11 11 04

Progetto definitivo

Nuovo argine da 2,8 milioni per fermare la piena

Sarà 3,5 metri più alta del piano di campagna, lunga 1.800 metri e costerà 2,8 milioni di euro. È la pista ciclabile che affiancherà in uscita da Lodi la strada provinciale 25 Lodi-Boffalora con l’obiettivo di fermare le piene dell’Adda ed impedire che l’acqua, come accadde nel 2002, invada Campo di Marte. L’altro ieri si è conclusa in provincia la Conferenza dei servizi sul tema tra gli assessori alla viabilità Pierluigi Bianchi e all’ambiente Francesca Sanna, il dirigente del settore strade Savino Garilli, i progettisti Marco Chiesa ed Ettore Fanfani del Consorzio di bonifica Muzza Bassa Lodigiana, l’assessore Emiliano Lottaroli del comune di Lodi, Carmela Sturiale dello Ster di Lodi, Damiano Gritti del servizio territorio e ambiente della provincia e il geometra Granata in rappresentanza del Parco Adda sud. La conferenza ha approvato il progetto definitivo: il rilevato della pista sarà costituito, informa una nota della provincia, “da materiale naturale da realizzarsi in adiacenza all’esistente. La sezione trasversale è costituita in modo tale da contenere la linea di filtrazione in corrispondenza alla portata di riferimento. La formazione del rilevato prevede una preliminare sagomatura del piano di posa mediante rimozione del materiale d’alveo da canali e coli limitrofi al rilevato, scoticamento dei piani campagna, parziale ricalibratura del piano di scarpa interno dell’attuale rilevato per costituire la superficie di coerenza con il materiale riportato”. Il piano dell’arginello, che sarà più alto della strada a fianco, “verrà adibito a percorso ciclabile con fondo non asfaltato per il quale è prevista la formazione di un cassonetto stradale in mistone naturale di sabbia e ghiaia e strato a finire in stabilizzato, previa stesura di geotessuto impermeabile. L’impronta di fondazione è mediamente di 18.50 metri, altezza media sui piani campagna attigua pari a 3.50 metri. Le connessioni viabilistiche per l’accesso al territorio interno all’argine sono previste mediante rampe di accesso conformi alle vigenti disposizioni”. A seconda dell’ubicazione degli accessi, per consentire l’agevole sovrappasso dell’argine mediante rampe con idonea pendenza di declivio, “il tracciato è previsto, dove necessario, in leggera diversione dalla linea di coerenza ideale con il rilevato della provinciale 25. Con i medesimi presupposti sono effettuate le vie di accesso alle zone di fruizione naturalistica interne, che dal percorso ciclopedonali sommitale discendono verso l’interno. In tal caso sono particolarmente privilegiate le prerogative ambientali, con andamenti che oltre ad assolvere alla funzione di collegamento, mirano all’ambientazione paesaggistica dell’opera”.

Caselle Landi Gli avvocati annunciano il ricorso in appello, assolta l’ex assessore Milena Bertani

Guarischi condannato a 4 anni

Appalti truccati, mano pesante sul consigliere forzista

Caselle Landi Gianluca Guarischi condannato, Milena Bertani assolta. Così ha deciso ieri pomeriggio, dopo sette ore di camera di consiglio, il collegio giudicante della IV sezione del tribunale di Milano. Il consigliere regionale di Forza Italia ha ascoltato dalla viva voce del presidente Edoardo D’Avossa la sentenza che lo condanna a quattro anni e due mesi di carcere per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta, più cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Poi non ha fatto nessun commento. Una sentenza pesante per il politico lodigiano, l’unico con cui il tribunale milanese ha avuto la mano pesante nel processo sugli appalti truccati per le opere contro il dissesto idrogeologico in Lombardia. Accolta la tesi del pm Fabio Napoleone (che per Guarischi aveva chiesto sei anni) secondo cui il consigliere di Forza Italia avrebbe intascato tangenti e favorito le proprie aziende negli appalti regionali per il ripristino delle difese idrauliche dopo le alluvioni del ‘96 e del ‘97. Dei dodici imputati che non avevano patteggiato, il consigliere regionale di Caselle Landi è quello che ha avuto la sentenza più pesante, seguito dal dirigente regionale Emilio Galli (3 anni di reclusione). Gli altri condannati, invece, sono tutti imprenditori, dato che l’altro amministratore coinvolto nel processo, l’ex assessore regionale dell’Udc Milena Bertani (oggi presidente del parco del Ticino), è uscito con un’assoluzione «per non aver commesso il fatto». Pene più lievi per gli altri imputati condannati: l’imprenditore di San Fiorano Antonio Lambri ha avuto un anno e 11 mesi, mentre Carmelo Matarozzo, pure lui titolare di una delle imprese subappaltatrici che avevano beneficiato degli appalti truccati, dovrà scontare cinque mesi di carcere. Assolta la sorella di Guarischi, Monica. Assolti tutti gli altri imputati: Moreno Matarozzo, Tommaso Paolini, Roberto Sclavi, Alberto Ferrarotti, Nicola Germano e Pietro Armani. «Attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza (90 giorni prima che la sentenza entri in giudicato, ndr) - spiega uno dei legali di Guarischi, Michele Apicella -, ma riteniamo che ci siano tutte le condizioni per ricorrere in appello. Gianluca è stato messo in mezzo per fatti che erano sussistenti rispetto al brevissimo periodo in cui ha condotto le aziende di famiglia». Solo poche parole invece per Milena Bertani: «Sono felicissima. Ho fatto di tutto perché fosse dichiarata la mia innocenza e credo che sia stato giusto quello che ho fatto».

Francesco Gastaldi

Da IL CITTADINO del 12 11 04

Un’interrogazione sull’Adda, la Sanna: «Non tutti hanno fatto il loro dovere»

La paura per una nuova alluvione sbarca sui banchi del consiglio

Le problematiche ambientali hanno occupato ancora una volta buona parte della discussione della riunione del consiglio provinciale di mercoledì scorso. Il vicepresidente del consiglio Franco Pinchiroli ha presentato due interrogazioni sulle condizioni dell’Adda e il consigliere Luca Canova un ordine del giorno contrario all’ampliamento della discarica di Coste Fornaci. Pinchiroli ha portato anche in consiglio provinciale la sua battaglia a favore dell’Adda, sporcata da scarichi inquinanti e della città di Lodi, minacciata da eventuali piene del suo fiume. Pinchiroli ha chiesto pene severe per chi inquina il fiume con immissioni industriali o agricole. L’assessore Antonio Bagnaschi, delegato per l’ecologia e per la vigilanza volontaria, ha spiegato che in effetti è già in essere un monitoraggio dell’asta dell’Adda ad opera della polizia provinciale e dei tecnici dell’Arpa. «In questi anni sono stati sanzionati diversi soggetti colpevoli di aver provocato immissioni inquinanti - ha dichiarato Bagnaschi - anche con denunce penali. Il fiume verrà ulteriormente depurato grazie all’ammodernamento delle reti fognarie in molti paesi che sarà reso possibile grazie al finanziamento di 10 milioni di euro provenienti dall’Ato (Ambito Territoriale Ottimale)». Sull’eventualità di una nuova alluvione, che secondo Pinchiroli vedrebbe coinvolte non meno di diecimila persone visto lo stato delle rive cittadine dell’Adda, l’assessore alla pianificazione ambientale Francesca Sanna ha risposto illustrando una situazione tutt’altro che rosea. «La provincia ha fatto la sua parte – ha dichiarato - ma altri enti no. Sono contraria a costruire casse di espansione perchè ruberebbero altro spazio all’agricoltura; e sulla pulitura degli argini noi ma soprattutto l’AIPO dobbiamo fare i conti con la scarsità di finanziamenti. Siamo infine in attesa della variante del comune di Lodi e degli espropri conseguenti per dare il via alla costruzione della ciclopedonale per Boffalora d’Adda». Il consiglio quindi ha approvato all’unanimità un documento presentato dal diessino Luca Canova e sottoscritto da tutto il gruppo della Quercia. L’ordine del giorno si pone in totale dissenso con il progettato ampliamento della discarica di Coste Fornaci, situata nel comune di Casalpusterlengo. Nel suo dispositivo la provincia di Lodi, dopo aver ribadito la propria contrarietà tecnica e politica al provvedimento, chiede che la giunta regionale non accolga la richiesta di ampliamento, accogliendo quindi le richieste avanzate dagli abitanti della zona. In realtà l’unanimità non è stata immediata. In un primo momento Alleanza Nazionale con Paola Roverselli aveva chiesto un passaggio del provvedimento alla Commissione Ambiente e una successiva discussione. Valeria Sismondi di Forza Italia e Pierangelo Foletti dell’Udc avevano chiesto maggior coerenza alla provincia e avevano ribadito la loro contrarietà all’ampliamento. Mauro Rossi del Carroccio chiedeva invece alcune modifiche al dispositivo. Le richieste venivano tutte accolte dai proponenti, e il consiglio poteva quindi giungere all’unanimità di voto.

Daniele Acconci

Bertonico L’annuncio dell’Anas di Milano, ma gli enti locali non nascondono i propri dubbi

«Il ponte pronto entro il 2005»

Progetto definitivo per gennaio, poi sei mesi di lavori

Bertonico In questi ultimi anni, è stata riaggiornata più volte. Ora, il compartimento milanese dell’Anas ha fornito una nuova tempistica relativamente alla conclusione dei lavori al ponte sull’Adda tra Bertonico e Montodine: in occasione del decimo anniversario della caduta dello storico viadotto, i vertici regionali dell’ente strade hanno annunciato che «l’opera sarà conclusa entro la fine del 2005». Una previsione tutto sommato ottimistica, che però non sembra tenere conto degli intoppi burocratici, per questo appalto sempre dietro l’angolo, e delle possibili alluvioni, che a più riprese hanno interessato proprio in questo ultimo decennio il fiume Adda. Intanto, proprio per la fine del gennaio del prossimo anno, è attesa la conclusione del progetto di adeguamento della strada di accesso al ponte dalla sponda cremasca. L’ultima piena, quella del 2002, ha portato in superficie i limiti del progetto: basta un innalzamento del livello del fiume che la pista finisce sott’acqua. L’Anas, su suggerimento dell’ex Magistrato per il Po, ha deciso di risolvere subito questo inconveniente, bloccando di fatto la conclusione dei lavori: ora, la soluzione migliore da adottare (una serie di tombinature piuttosto un strada in rilevato) è allo studio di un esperto di Pavia che a breve dovrebbe dunque consegnare i risultati della sua indagine. Ma a fine gennaio 2005, prima di diventare operativo, il progetto relativo alla sponda cremasca dovrà essere inviato da Milano alla direzione generale dell’Anas per l’approvazione definitiva: e l’auspicio degli enti locali è che il progetto non si perda ancora una volta per strada. Ma a questo proposito, da Milano annunciano «tempi rapidi». L’appalto potrebbe essere bandito già a febbraio: servirà un mese per l’affidamento dei lavori («Si tratta di un intervento tutto sommato contenuto» dicono ancora dall’Anas) che si concluderanno nel giro di sei mesi.Sullo sfondo restano i dubbi e le perplessità, espresse soprattutto dagli amministratori locali: qual è la situazione del ponte, bloccato ormai da un anno? Serviranno opere aggiuntive per sistemare le strutture dello strallato? È veramente così immediato l’affidamento dei lavori conclusivi? Il riappalto della parte conclusiva dei lavori si è reso necessario dopo il fallimento della ditta che aveva vinto l’appalto da 44 miliardi delle vecchie lire, la Cooperativa Costruttori di Argenta, che in questo ultimo anno e mezzo ha annunciato a più riprese la ripresa dei lavori, non tenendo mai fede agli impegni assunti durante i tavoli istituzionali con province, prefetture ed enti locali del Lodigiano e del Cremonese. «Io, fino a quando non vedrò il taglio del nastro, non sarà tranquilla» dice a questo proposito il sindaco di Bertonico Verusca Bovini. E intanto, per il bailey, il viadotto militare costruito nel 1995 per sostituire il ponte crollato il 9 novembre del 1994, incomincia un altro duro inverno, tra incidenti stradali, interventi di manutenzione-tampone che a poco servono a migliorare lo stato di salute della struttura e problemi al fondo stradale, perennemente ammalorato.

Cristiano Brandazzi

Caselle Landi Parla Guarischi a un giorno dalla sentenza di condanna

«Ho aiutato mio padre nel suo lavoro e mi hanno accusato di corruzione»

Caselle Landi La voce che arriva dall’altro capo del telefono è ferma e decisa. Ma non riesce a nascondere il dolore per i tanti, troppi lutti che hanno segnato la sua esistenza nel corso di questi ultimi anni. Il giorno dopo la sentenza di condanna in primo grado a quattro anni e due mesi di reclusione per le presunte tangenti legate ai lavori del dopo alluvione 1994, Massimo Gianluca Guarischi non ha molta voglia di parlare. «Non sono nell’animo di dilungarmi su queste vicende» afferma il consigliere regionale di Forza Italia, originario di Caselle Landi, ex enfant prodige della politica degli anni Ottanta e Novanta. Però può dirci come ha accolto questa sentenza.«Mi ero illuso che la sentenza di ieri (mercoledì per chi legge, ndr) potesse essere di assoluzione piena. Ero pienamente convinto di questo fatto perché nel corso del dibattimento abbiamo visto un tribunale molto attento, con una grande capacità di ascolo. Abbiamo spiegato punto per punto la mia posizione». Lei ha sempre sostenuto di non essersi occupato delle aziende di famiglia: però, con questa sentenza, lei viene condannato non solo per corruzione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta ma anche per associazione per delinquere. «Io non sono accusato né da politico né da imprenditore: sono solo il figlio di un imprenditore (il padre Giampiero, scomparso nel 1999, ndr) che amava le sue aziende e che a metà degli anni ’90 è morto prima di essere rinviato a giudizio. Ho fatto ciò che ogni figlio dovrebbe fare: accompagnare un genitore nel suo lavoro in un momento difficile della propria esistenza. E invece sono stato imputato di aver corrotto qualcuno». É andata meglio all’ex assessore Milena Bertani, sotto processo assieme a lei, che è uscita indenne dall’aula di giustizia. «Sono felice per l’assoluzione della Bertani ma anche di mia sorella Monica. E mi auguro che questo sarà anche per me in secondo grado». La attendono dunque anni duri e di grande attesa. «Lo so. Anche perché continua questo lungo stop della mia attività politica. Ma nonostante tutto sono felice di essermi comportato da figlio. Ho perso tutto ciò che avevo ma sono sereno davanti a Dio e alla giustizia». Non ritiene che i suoi colleghi di partito l’abbiano messa in disparte? «Tutt’altro. Piuttosto, ho ricevuto tante testimonianze di affetto durante questo lungo e difficile calvario». Qualcuno, riferendosi a questo come ad altri processi, ha parlato di una seconda Tangentopoli. Non crede di essere una vittima di quella caccia alle streghe che ha colpito tanti ex socialisti? «Non lo so e la cosa mi tocca relativamente. Posso però dire che se io non fossi stato “ammalato” di politica, nel 1994 mi sarei fermato: e allora oggi sarei additato come uno che ha fatto parte della Prima Repubblica e non sarei una vittima. Non penso che questo stato di cose c’entri con la mia appartenenza politica, anche se sono orgoglioso di aver fatto parte del Psi e di avere avuto come maestro Bettino Craxi. Ho ricoperto incarichi importanti nel Psi fino al 1994, proprio negli anni duri di Tangentopoli, che non mi ha mai nemmeno sfiorato. Ricordo che il vicepresidente della commissione provinciale che allora guidavo venne arrestato». Cosa prova quando ritorna nella sua terra d’origine? «Da un lato tanta serenità e pace perché il Lodigiano mi ricorda la mia formazione e le mie prime avventure politiche, dall’altro una forte sofferenza perché nella Bassa riposano i miei cari che ormai se ne sono andati».

Cristiano Brandazzi

DA IL CITTADINO del 13 11 04

Comazzo Il sito servirà anche per studi naturalistici su pipistrelli, libellule, ragni e farfalle

Una lanca per far esondare l’Adda

Il Parco amplierà la zona umida tutelata a nord del canale Vacchelli

COMAZZO Il Parco Adda Sud vuole rivitalizzare la zona umida lungo l’Adda in territorio comunale di Comazzo, valorizzando la flora e la fauna presente e ripristinando soprattutto la funzione idraulica di cassa di espansione in caso di esondazione dell’Adda in quest’area appena a nord della traversa del canale Vacchelli. Il tutto attraverso un progetto “Life” da oltre 791 mila euro che l’ente presieduto da Attilio Dadda sta presentando in questi giorni alla regione Lombardia e alla Unione Europea per ottenere cospicui finanziamenti: se l’iter andrà a buon fine dovrebbe arrivare un contributo comunitario di oltre 395 mila euro, pari al 50 per cento dell’importo preventivato, e un contributo di circa 237 mila euro dal Pirellone; la somma restante sarà coperta dal Parco Adda Sud che si farà carico del 14 per cento della spesa (113.556 euro) e dall’associazione Faunaviva, partner e consulente dell’ente lodigiano, con 44 mila euro. L’area in questione è già classificata come Sic (sito di interesse comunitario) ed è stata considerata dal Parco Adda Sud come la più adatta per un intervento di riqualificazione naturalistica e idraulica: «Questa zona umida - spiega il direttore Riccardo Groppali - è stata interessata da fenomeni di “interrimento” a seguito dell’abbassamento del fondale dell’Adda, dunque interverremo per ricreare condizioni quantomeno simili a quelle originarie, ripristinando la sua funzione di cassa di espansione per piccole esondazioni del fiume, a salvaguardia delle zone limitrofe». Tra i vari interventi previsti dal progetto verrà dunque asportato un quantitativo ancora da definire di terra per ampliare il volume della vasca di esondazione: «Effettueremo sondaggi e analisi - prosegue Groppali - per verificare le effettive necessità e opportunità di tale intervento: si tratta di una piccola cassa di espansione utile a contenere piene improvvise dell’Adda, ma chiaramente insufficiente per esondazioni eccezionali come quella del 2002; in questi casi gli interventi vanno previsti più a monte». Il progetto “Life” sulla lanca di Comazzo è comunque interessanti anche per aspetti più prettamente naturalistici: «Promuoveremo una serie di studi scientifici - conferma Groppali - e prevediamo in particolare una valutazione della qualità dei boschi presenti in zona e interventi a miglioramento della situazione attuale. Sotto l’aspetto faunistico invece ci muoveremo su tre fronti: finalmente effettueremo un’indagine sulla presenza di pipistrelli, animali estremamente utili in quanto si nutrono di zanzare e di farfalle dannose per l’agricoltura, oltre a monitorare anche la presenza di libellule, farfalle, ragni e di vari insetti; contiamo di realizzare un’altra garzaia per incrementare ulteriormente la presenza dell’airone, simbolo del parco, inoltre vorremmo contribuire anche noi al progetto sullo storione cobice avviato a livello regionale, individuando una zona riproduttiva particolare nel territorio de Parco». Il progetto, seguito anche dall’Università di Milano, si concretizzerà nell’arco di tre anni se il Parco Adda Sud otterrà tutti i finanziamenti previsti dal piano “Life”: «In queste procedure - conclude Groppali - sono previste scadenze ben precise e vanno consegnati puntualmente studi e ricerche a supporto dell’iniziativa: l’Unione Europea finanzia progetti solo sui cosiddetti Sic, cioè su zone di interesse comunitario a livello ambientale».

Daniele Perotti

Che fare quando il Po tornerà a salire: sarà tutto scritto nel piano di emergenza

Guardamiglio pronta ad evacuare. La giunta comunale del paese del basso Lodigiano, tradizionalmente uno dei più esposti alle ire del Po in piena, ha deciso di affidare a uno specialista di Cremona lo studio per il piano locale di emergenza. Com'è tristemente noto agli stessi guardamigliesi, non si tratta di fantascienza o di eccesso di cautela: buona parte del paese fu costretta ad abbandonare casa già nel 2000, durante l'ultima esondazione del Po. Un'esperienza che molti ricordano ancora con tristezza, ma che diede al paese la spinta per reagire. Guardamiglio ha sviluppato uno dei nuclei di protezione civile più strutturati in provincia. È aumentato anche il grado di coordinamento con i nuclei di altri paesi, mentre, a livello sovracomunale, il Com 3 di Codogno si è dotato di un sistema informatico per lo smistamento rapido degli evacuati. Ora arriva il piano locale per lo sgombero. Il comune vi investe circa 4.500 euro.

Tesi di laurea del lodigiano

La scoperta del territorio attraverso la ricerca dei giovani dell’università

Come recuperare una cava di ghiaia

Il sito del Belgiardino studiato da Stefania Geroni, Aurelia Vasino e Laura Riccaboni

La cava del “Belgiardino” è stata oggetto di una tesi di laurea. A scriverne sono state tre studentesse in architettura: Stefania Geroni, Aurelia Vasino e Laura Riccaboni, quest’ultima nostro riferimento per l’esposizione del suddetto lavoro. Le tre architette hanno conseguito il loro titolo accademico, presso il Politecnico di Milano, nell’anno accademico 1990/’91; il titolo della dissertazione è stato il seguente: “Ipotesi di reinserimento e recupero territoriale ed ambientale di una zona di attività estrattiva sita nel Comune di Montanaso Lombardo, nel territorio del Parco Naturalistico Adda Sud”; relatore il professore Arturo Beltrami. Adesso, questa tesi, poiché è sinceramente datata, tanto che l’architetto Laura Riccaboni ha avuto molti e molti dubbi nell’accettare di parlarne, rischia di essere oggetto di equivoci, fraintendimenti, e qualche strumentalizzazione: letto con senso retrospettivo, questo lavoro disegnava quello che, in un ampio lasso di tempo, sarebbe potuto accadere a causa delle continue escavazioni, allora solo ventilate. La storia dirà se i rischi paventati dalle tre autrici si sono effettivamente realizzati. Ma gli esperti, gli ambientalisti, e chiunque se ne senta in diritto o in dovere, possono già da ora rispondere se l’appello lanciato, tredici anni fa, con questa tesi di laurea, purtroppo nota soltanto ad una commissione universitaria d’esami, è stato o meno raccolto (inconsapevolmente, s’intende): “È necessario un ritorno agli equilibri propri del territorio, del fiume e del paesaggio”, invocavano le tre autrici. In ogni caso, questo lavoro rappresenta una vera pietra miliare per chiunque voglia conoscere la storia della maggiore cava lodigiana. In più di 500 pagine (ma “terrificanti”, come molte, sono anche gli allegati, con centinaia e centinaia di diapositive), Stefania Geroni, Aurelia Vasino e Laura Riccaboni hanno narrato le autorizzazioni, i dinieghi e i passaggi di proprietà della zona d’interesse, approfondendo le normative e i regolamenti che disciplinano l’attività di estrazione, ma anche illustrando i metodi tecnici di escavazione, la tipologia del materiale estratto ed il suo effettivo utilizzo. Estremamente interessante e particolareggiata è anche la descrizione relativa all’inquadramento geografico, territoriale e viabilistico dell’area di indagine, con la zona perimetrale del Parco Naturalistico Adda Sud. L’analisi delle tre studentesse ha inizio con una valutazione complessiva della Lombardia: “Il territorio lombardo per la sua intrinseca natura geologica offre una vasta gamma di giacimenti di materiali naturali da costruzione. Il settore alpino è ricco di rocce eruttive e metamorfiche impiegabili come materiali per rivestimenti, murature, pavimentazioni e decorazioni. Nelle Prealpi, dal Comasco al Bergamasco e al Bresciano, si ritrovano cospicue masse di calcari e dolomie da calci, cementi e pietrisco. I colli pedemontani e l’alta pianura asciutta forniscono, nel Varesotto, nel Lecchese e nel Bergamasco, ghiaie e sabbie dei letti e dei terrazzi alluvionali, mentre dal Comasco provengono abbondanti argille limose da laterizi. Ghiaie e sabbie vengono anche cavate nella media e bassa pianura irrigua, lungo gli affluenti del Po. Nel Cremonese, nell’Oltrepo mantovano e pavese si estraggono argille; dalla piana alluvionale del Po provengono ghiaie e sabbie, spesso cavate in alveo. La quantità di inerti estratti in Lombardia sembra dunque aver raggiunto livelli assai elevati, e, data la forte incidenza che le attività estrattive hanno sull’ecosistema generale, si pone in termini pressanti il problema di una rigorosa e razionale programmazione di tali processi. A precise valutazioni dei reali fabbisogni produttivi, deve accompagnarsi un’opera assidua di recupero paesaggistico e ambientale, così da rendere compatibili tali attività con gli equilibri territoriali”. Le autrici presupponevano, dunque, una sorta di vaglio generale dell’aree interessate: “Ogni intervento deve essere preceduto da un’accurata operazione di analisi del paesaggio. Gli ecosistemi e gli aspetti percepibili devono essere esplorati e compresi a fondo. Solo così nasce un concetto di vera pianificazione territoriale, che ha alle spalle una solida tradizione culturale conoscitiva, sia in materia geonaturale, che in problematica ambientale. Se così non fosse, la programmazione poggerebbe su sconsiderate scelte aprioristiche che spalancano varchi inarrestabili alla speculazione e al dissesto. E’ necessario dunque invertire la tendenza attuale di anteporre il fatto pianificatorio al dato conoscitivo, che ha costretto il fatto progettuale ad una forzata sintesi di situazioni compromissorie, di necessità contingenti, di vincoli passivi e di intenzioni politiche non sempre accettabili”. Ancor prima che divenisse competenza della Provincia, l’autorizzazione per la cavatura era stata concessa dalla Regione Lombardia: l’attività era consentita sino all’aprile 1992. Ma, già agli inizi degli anni Novanta, stava per essere deliberata una nuova proroga: “Tuttavia, il primo documento ufficiale da noi trovato, che riguarda appunto la cava “Belgiardino”, è un provvedimento datato 13 dicembre 1977, con il quale si prendeva in considerazione la domanda presentata da un’azienda, esercente della cava, mirante ad ottenere l’autorizzazione alla continuazione dell’attività estrattiva ancora per tre anni. Autorizzazione concessa con la possibilità di estrarre 220.000 mc. annui di materiale ad una profondità media di scavo di 15 m., mentre era anche imposta la delimitazione dell’area di scavo mediante punti fissi collocati in luogo”. Di proroga in proroga, di spostamento in spostamento dei punti, è stata ampliata la zona su cui scavare. A dispetto di quanto asserito nella tesi in questione in cui si esprimeva parere critico sulla previsione di allargamento dell’area: “La formulazione del giudizio critico da noi formulato si basava rigorosamente su una serie di dati assolutamente oggettivi: i dati naturali riguardanti il clima, la morfologia, la geologia, la pedologia, l’idrologia, gli aspetto vegetazionali e faunistici dell’area oggetto dell’indagine, i dati socio-economici riguardanti l’uso del suolo, la viabilità, l’infrastrutture, gli strumenti urbanistici, i vincoli, la gestione del suolo. La semplice raccolta di dati sarebbe rimasta infruttuosa se, in un secondo tempo, non avessimo analizzato attentamente il bagaglio di notizie accumulate, e se non avessimo espresso su di esse dei giudizi, finalizzati alla evidenziazione degli impatti causati fino ad oggi dall’attività estrattiva della cava considerata, e alla previsione degli impatti futuri legati all’ampliamento previsto della cava stessa”.Le autrici, letti e interpretati i dati, manifestavano molta preoccupazione: “Il rischio era la perdita di beni esistenti riguardanti il valore naturalistico, storico-architettonico, paesaggistico; la creazione di situazioni di dissesto del terreno; la contaminazione delle falde; i disturbi alla popolazione e alla fauna sensibile prodotti dai rumori dei macchinari e dal traffico relativo alle esigenze di gestione della cava; l’artificializzazione del paesaggio; la perdita di uso del territorio”. A questo proposito, il grido delle tre autrici diveniva piuttosto secco: “Il preoccupante succedersi di catastrofi ed incidenti ecologici, la degradazione ambientale, e gli inquinamenti di vario genere ed origine che affliggono drammaticamente ampie porzioni del nostro paese, rendono sempre più impellente la necessita di una nuova filosofia e metodologia di pianificazione territoriale, che tenga finalmente conto in termini oggettivi del paesaggio, dei suoi elementi costitutivi e dei suo ritmi naturali”, scrivevano nella loro dissertazione. “Muovevamo da una premessa – spiega l’architetto Riccaboni -; l’impatto sull’ambiente creato da attività estrattiva è generalmente troppo grande e radicale perché si possa pensare di recuperare la situazione preesistente. Il recupero di una cava non può in alcun caso mirare alla ricostruzione di equilibri che sono ormai irreversibilmente persi, ma deve cercare di costruirne di nuovi, tenendo conto delle condizioni a cui ci si trova di fronte, che sono completamente sconvolte rispetto a quelle originarie”. Laura Riccaboni e le sue colleghe sottolineavano l’importanza dell’ambiente nel recupero della zona interessata da processi di escavazione: “Già dai primi dati raccolti sulle caratteristiche dell’intorno della cava ci è apparso chiaro quanto fossero importanti l’esistenza dei boschi del “Belgiardino” con gli ambienti umidi in essi inclusi, e la presenza a poche centinaia di metri del fiume Adda. Il notevole valore degli aspetti naturalistici presenti nell’area, legato anche alla loro rarità, ha reso consigliabili assumerli come elementi guida nella progettazione del recupero della cava”.E se qualcuno ha di recente parlato di voler far svolgere le olimpiadi del 2016 proprio nello specchi d’acqua a lago della cava, mentre altri hanno sottolineato la possibilità di svolgere giochi acquatici realizzando del luogo interessato un Idroscalo del Lodigiano, le autrici della tesi puntavano, viceversa, a realizzare un habitat naturale, selvaggio e rupestre: “La salvaguardia del grande lago deve avvenire attraverso l’uso di elementi naturalistici, cioè attraverso la valorizzazione della vegetazione. In questo modo l’area della cava diventa quasi un appendice, meglio, una zona di ampliamento dei boschi stessi; comunque un’area non più in contrasto con l’ambiente naturalistico dei boschi, ma integrata ad essi”. Le autrici progettavano zone a verde, di salvaguardia del suolo, soprattutto intorno alla cava e in corrispondenza dei boschi limitrofi del “Belgiardino”; gli scopi erano triplici: “Proteggere la cava da eventuali tentativi di scarico di elementi inquinanti nell’invaso – tenendo conto che si tratta di acqua di falda -, costruire una barriera acustico visiva nei confronti del traffico che transita sulla vicina strada Provinciale, infine creare un ambiente naturalistico di ampliamento dei limitrofi boschi del Belgiardino”. Un luogo ideale anche per nuova fauna acquatica. Invece nella zona più orientale, si puntava a sollecitare la presenza più diretta dell’uomo, ma con interventi mirati e prudenti: “La presenza dell’uomo è ammessa, ma nel rispetto dell’ambiente circostante. Sarebbe infatti impensabile precludere la possibilità di addentrarsi e di godere di un ambiente così interessante quale è quello del fiume Adda, delle sue lanche e dei suoi boschi”. Persino la presenza del “Centro Ricreativo Belgiardino”, divenuta poi storica realtà del Lodigiano, era vista come un pericolo: “Accade che la presenza di masse di persone purtroppo spesso irrispettose del territorio siano causa di deturpazione dell’ambiente”. Un’ultima proposta era quella di realizzare nuovi campi, sia a nord che a sud dell’area della cava, destinati a colture biologiche: “La scelta di realizzare tali tipi di colture rientrava negli interventi miranti a salvaguardare la buona qualità dell’acqua della cava, riserva idrica di notevole valore. Si sarebbero così rispettata la vocazione agricola del territorio. Le culture biologiche avrebbero avuto una rotazione colturale in funzione dell’allevamento, altra risorsa da recuperare nell’area interessata, e dunque sarebbero state basate su cereali e foraggi”. Nei progetti delle tre autrici dovevano sparire anche percorsi e sentieri che rendevano facilmente accessibile l’ingresso nel bosco del futuro: “Ma qui non erano previsti dei transiti soltanto perché la funzione dell’area boschiva sarebbe stata di semplice protezione della cava in quanto riserva idrica, senza che fosse prevista la presenza dell’uomo, se non per interventi di controllo delle acque e della vegetazione circostante”. Altro che olimpiadi e giochi acquatici! Eugenio Lombardo

Da INALESSANDRIA.IT del 13 11 04

Messa in sicurezza: "Basta con il palleggio di responsabilità"

I Comitati all'attacco - "Sì alla legge quadro per le emergenze, no al sistema delle assicurazioni, obbligatorie o facoltative che siano"

«La "non collaborazione" tra i vari Enti, il continuo "ping-pong" di competenze e di responsabilità creano confusione e smarrimento tra la popolazione del Bacino del Po che istituzionalmente quegli stessi Enti dovrebbero proteggere dai rischi idrogeologici». E' dura la nuova presa di posizione del Calca, il Comitato Alluvionati del Casalese, il quale indica anche l'estrema soluzione alla quale potrebbe far ricorso, quella delle azioni legali e degli esposti alla magistratura: «La stessa popolazione in caso di ulteriori pericoli o catastrofi sarà costretta a tutelarsi legalmente e penalmente». Il Calca è preoccupato, ma, a dieci anni dalla prima alluvione, i timori sono condivisi un po' in tutta l'area dei Comitati, anche perché - come scrive l'ex coordinatore di tutti i Comitati Gianfranco Bergoglio - i fondi previsti dalla prossima Finanziaria «per la prosecuzione degli interventi e per l'opera di ricostruzione dei territori colpiti dalle calamità naturali sono davvero pochi». E aleggia lo spettro della assicurazione contro le calamità, che resterebbe tale anche senza l'obbligatorietà: «Chi si potrà assicurare avrà il danno, si fa per dire, risarcito, mentre le classi più deboli si accolleranno, coma al solito, l'intero rischio?». Oltretutto con la perdurante assenza di una legge-quadro per le calamità, che dia un sistema di regole cui fare riferimento.

Studiare gli invasi per limitare le piene

E' la proposta di un esperto che ha partecipato al convegno di Casale

Uno studio sugli invasi a monte di Casale (sul Po, ma anche su tutti i suoi affluenti, dalle due Dore all'Orco) per valutare la possibilità di utilizzare diversi bacini idroelettrici come serbatoi in caso di piena. E' questa la principale proposta emersa in alternativa alla realizzazione delle contestate (e costose) casse di laminazione previste per la messa in sicurezza del territorio dopo due disastrose alluvioni. Secondo Alberto Bizzarri, il docente universitario bolognese invitato dal Calca al dibattito di Oltreponte, le casse di laminazione - così come previste oggi - sono troppo ampie e troppo poco profonde. In ogni caso, andrebbero ridotte di numero e ampliate di capacità, intervenendo in prima battuta sulle zone demaniali. Ma prima di guardare all'esterno del fiume - suggerisce il Calca - si può ancora intervenire nell'alveo e nelle golene, per creare altre aree che alleggeriscano le piene. Quanto agli invasi - ha aggiunto il prof. Bizzarri - potrebbero servire come serbatoi di rilascio anche in caso di siccità.

Da Corriere.it del 14 11 04

Sono 1500 i vigili del fuoco impegnati nei soccorsi

Maltempo sull'Italia, disagi e danni

Nubifragio a Napoli. Frana a Lecco: 2 morti, treni fermi. Trombe d'aria al sud. Bufere di neve al centro. Forte vento al Nord

MILANO - A guardare il cielo (azzurro) di Milano non si direbbe: eppure un'ondata di maltempo sta flagellando diverse zone d'Italia con forti raffiche di vento, pioggia e frane. Nella notte di sabato, e soprattutto nelle prime ore di domenica sono stati impegnati 1.500 vigili del fuoco. Gli interventi più frequenti quelli per allagamenti, monitoraggio di torrenti e di movimenti franosi (come quella che ha fatto due vittime in provincia di Lecco), recupero di strutture abbattute da forti raffiche di vento e soccorso a persone in difficoltà.

ALLUVIONE IN MOLISE - A Termoli è emergenza per le piogge torrenziali che da 48 ore stanno interessando il Molise: sono 200 le persone evacuate tra le abitazioni in Contrada Rio-Vivo Marinelle e quelle di Campomarino (Campobasso), dove è straripato il torrente Saccione, inondando le campagne e le abitazioni circostanti.

NAVE ALLA DERIVA - E sempre dal centro Italia arriva nella serata di domenica la notizia di un naufragio in corso: le proibitive condizioni del mare, forza 9 con onde alte fino a 5 metri e raffiche di vento che hanno raggiunto una velocità di 45-50 nodi, sta causando problemi a una nave da carico battente bandiera portoghese già da diverse ore alla deriva ad una quarantina di miglia dal porto di Ancona. La nave - vuota ma zavorrata - è completamente in avaria e ha perso il controllo, rischiando di finire contro una piattaforma Agip. La produzione è stata fatta sospendere a scopo precauzionale, mentre un rimorchiatore sta cercando di agganciare l'imbarcazione per poi 'scortarlà in zona sicura.

SALVATAGGIO IN SARDEGNA - Rimaniamo in mare: sono tutti italiani i naufraghi salvati dagli elicotteri francesi a 100 miglia dalle coste occidentali della Corsica e della Sardegna. Erano partiti giovedì scorso da Fiumicino diretti ai Caraibi a bordo di una imbarcazione di 22 metri armata da un agente immobiliare messinese, Elio Cosio, di 48 anni, che voleva intraprendere la sua seconda traversata dell'Atlantico. Cosio al suo arrivo all'aeroporto di Alghero-Fertilia, scelto dagli elicotteri dell'Aeronautica francese perchè il più vicino al punto in cui è stato effettuato il soccorso, ha raccontato di aver dovuto abbandonare il catamarano ormai ingovernabile perchè disalberato dopo due giorni con mare a forza nove e raffiche di vento di oltre 70 nodi.

TRENI IN TILT - Il maltempo ha provocato anche guasti alla linea elettrica in un tratto della ferrovia Roma-Napoli, causando così ritardi dei convogli la cui circolazione è poi ripresa attorno alle 11 di mattina di domenica. Ma i problemi si sono ripresentati poche ore più avanti, questa volta vicino ad Arezzo: nel corso del pomeriggio seri danni alla linea elettrica aerea in più punti della direttissima Roma Firenze, trasportando sulla sede ferroviaria anche materiali estranei. Lo rende noto con un comunicato Rfi e Trenitalia. «Le squadre di tecnici di RFI sono prontamente intervenute e stanno lavorando a riparare i danni e ripristinare la linea aerea. Tra Roma e Arezzo - si afferma nella nota - i treni stanno viaggiando sulla linea storica con allungamenti dei loro tempi di percorrenza che oscillano dai 40 agli 80 minuti».

TROMBE D'ARIA TRA PUGLIA E BASILICATA - Ma la vera emergenza sembra essere ora quella dovuta al forte vento, con una intensificazione degli interventi dei vigili del fuoco  Forte.

Vento sulle coste dell'Adriatico (Ansa) principalmente per il recupero di strutture abbattute. Una violenta tromba d'aria che ha colpito nelle prime ore di domenica la zona tra Puglia e Basilicata ha provocato la caduta di alberi e pali, scoperchiando anche un capannone. Nella stessa zona si sono verificati anche allagamenti dovuti alla pioggia che non ha smesso di cadere durante la notte e i collegamenti con alcune frazioni del Metaponto sono difficili anche a causa del fango sulle strade.

FORTE VENTO ANCHE AL NORD - In Toscana, il fortissimo vento che ha flagellato per tutta la notte la regione a partire dalle 20 di sabato sera (la protezione civile aveva diramato un allarme prevedendo punte fino a 100 chilometri orari) ha provocato molti problemi, creando soprattutto ostacoli alla viabilità ed ai trasporti. E' inoltre andata in frantumi una vetrata trecentesca della Basilica di Santa Croce, posta a circa trenta metri di altezza nella navata centrale. Insieme ai vetri, che si sono sparsi sul pavimento della chiesa, sono crollati anche un manufatto non istoriato e una colonna di pietra serena, che sosteneva la vetrata e che si è abbattuta su due panche. Fortunatamente nella zona non erano presenti i fedeli, che stavano assistendo alla Messa nella Cappella dei Medici, distante dal luogo dell'incidente. Forti raffiche anche in Trentino-Alto Adige (a Bolzano è parzialmente crollata un'impalcatura), e Liguria.

NEVE IN UMBRIA - In Umbria ci sono state bufere di neve in montagna, vento di tramontana anche a più di 100 chilometri all'ora, alberi abbattuti e tetti danneggiati, con la ferrovia Perugia-Terontola interrotta da stamani per tronchi sui binari. Non si segnalano feriti.

Da IL CITTADINO del 15 11 04

Il commento

Il ponte, cattedrale nel deserto

In questi giorni ricorre il decimo anniversario dal crollo del ponte di Montodine-Bertonico e sento l’obbligo, come cittadino e soprattutto come rappresentante delle istituzioni, di intervenire ancora una volta a sottolineare il mio impegno per una vicenda che appare paradossale oltre ogni limite. Dall’appalto fino alla prosecuzione dei lavori, tutto in questi anni è stato segnato da un incessante susseguirsi di difficoltà e da mie costanti interrogazioni parlamentari per interessare i vari Governi alla questione. Ero perplesso sin da subito, il progetto di un ponte “strallato” quelle dimensioni mi è sembrato troppo ambizioso per il territorio e difficilmente compatibile con la nostra dimensione ambientale e le nostre esigenze. Oggi ci troviamo di fronte alla beffa di una “cattedrale nel deserto”, un’impresa monumentale incompleta e inutilizzabile che ha pesantemente gravato sulle imprese del Cremasco e del Lodigiano, creando disagi e mettendo in ginocchio la viabilità e le attività economiche. Recentemente ho interessato il Governo, nella figura del viceministro Mario Tassone, sulla necessità di dare risposte certe alle popolazioni e alle amministrazioni interessate. Risulta evidente infatti che, ad oggi, dopo la fuga della società appaltatrice, legata alla Coop costruttori di Argenta (Emilia Romagna), la situazione risulta delicatissima: per terminare il 20% dei lavori conclusivi, per cui era previsto un tempo massimo di sei mesi, bisogna procedere con un nuovo appalto attuando la necessaria rendicontazione dei lavori e creando le condizioni affinché la nuova società appaltante non si trovi di fronte, come è accaduto troppe volte in passato, ad inattesa difficoltà. In questa fase è il dipartimento milanese dell’Anas che deve assicurare la massima garanzia affinché, entro i prossimi due anni, il ponte venga terminato. L’unico errore fatto in passato, come ho più volte sottolineato, è stato quello di dare troppo credito ad una società “sofferente”. Ritengo che il compito della politica oggi, e da qui una mia diretta assunzione di responsabilità, sia quello di monitorare il rispetto dei tempi annunciati e di verificare le condizioni di avanzamento delle procedure legate all’appalto. Questo è un impegno che ho già assolto negli ultimi tre anni e mezzo, e che oggi rinnovo sottolineando che sono fermamente deciso a non accettare più alcuna scusa e alcun ritardo né da parte dell’Anas né da chiunque altro.

Andrea Gibelli deputato al Parlamento (Lega Nord Padania) eletto nel Lodigiano

Alluvionati

In scena le gioie e i dolori del fiume

Uno spettacolo dedicato all’Adda invece di una manifestazione politica: è la scelta fatta dal Comitato alluvionati di Domenico Ossino per ricordare il secondo anniversario dell’alluvione, che cadrà il 26 novembre. Titolo dello spettacolo “Dalle rive dell’Adda: gioie e dolori attorno al fiume. Voci, rime, canti e varia umanità della tradizione lodigiana”: l’appuntamento è per le 21 al teatro San Francesco, dove i protagonisti saranno le voci recitanti del Gruppo “Lavori in corso” di Luciano Allegri e il “Teatro dei giovani” di Bruno Pezzini, con Cesarina Spoldi (presenterà Carla Galletti). Un appuntamento nuovo: sarà presentato un “excursus” tra temi ricavati dal passato e dal presente (da Defendente Lodi ad Ada Negri, da Francesco De Lemene a Bruno Pezzini, ad Andrea Maietti, fino alle cronache vecchie e nuove) tra letture, poesie, canti popolari. Il programma conterrà alcuni brani, tra l’altro, de “La sposa Francesca” di Francesco De Lemene. L’ingresso è totalmente gratuito: gli organizzatori hanno voluto mettere a punto un inno alla lodigianità, un’opportunità per condividere con gli alluvionati le “gioie e dolori” che il fiume sa dare.

Da L'ECO DI BERGAMO del 17 11 04

Il battello si arena in palude

La navigabilità dell'Adda rischia di far scomparire il sito

La palude a Calolzio: se il letto dell'Adda sarà abbassato per diventare navigabile l'area naturalistica rischia di scomparire

«La palude nell'area compresa tra Brivio, Calolziocorte e Monte Marenzo rischia di scomparire». È l'allarme lanciato dall'assessore provinciale lecchese all'Ecologia e all'ambiente Marco Molgora alla luce del progetto che è stato inviato nei giorni scorsi dalla Regione Lombardia, impegnata a rendere navigabile l'Adda con un battello, da Paderno a Lecco. L'iniziativa è stata pensata per rilanciare il turismo. Il progetto del Pirellone, che coinvolge anche le province di Lecco, Bergamo e Milano, prevede la navigabilità di lunghi tratti dell'Adda. Nel primo lotto la Regione provvederà a rendere possibile il passaggio di un traghetto turistico da Garlate a Paderno. I problemi nascono a causa dell'opera di dragaggio del fondo per regolarizzare i sedimenti fluviali e avere in ogni punto una profondità non inferiore al metro e mezzo. La Regione realizzerà anche delle opere per l'attracco nei punti più suggestivi delle varie località. Il battello avrà una capienza di 50 persone e sarà alimentato a energia elettrica. Il pericolo è rappresentato dall'abbassamento del livello del fiume (da cinque a 10 centimetri) a seguito del dragaggio, l'acqua di conseguenza non arriverebbe più a sufficienza nelle zone adiacenti le sponde compromettendo l'ecosistema. «Si tratta di un luogo di grande importanza ambientale non solo per il Parco Adda Nord ma anche per l'intera provincia – spiega l'assessore Marco Molgora –. L'abbassamento del livello del fiume, dovuto appunto alle operazioni di dragaggio, rischierebbe di diminuire notevolmente lo scambio d'acqua tra fiume e palude. Nel giro di pochi anni la palude scomparirebbe. In questa zona paludosa, sia il Parco Adda Nord sia gli altri enti locali coinvolti, hanno investito molto per tutelarla e renderla maggiormente fruibile, in particolare agli studenti. Il Parco ha inoltre realizzato anche un canale per favorire il passaggio dell'acqua dal fiume alla zona paludosa». La Provincia di Lecco per tale motivo ha dato parere negativo a questo primo studio e, con gli altri enti interessati, ha chiesto al Pirellone che venga tutelata la palude (una delle più estese in Lombardia). Nel frattempo i tecnici della Regione che si occupano del progetto hanno iniziato nuovi monitoraggi e verifiche. Il problema da risolvere è legato all'abbassamento del livello del fiume; l'impegno della Regione è infatti incentrato sullo studio d'incidenza di tale abbassamento. In concreto i tecnici regionali stanno studiando delle soluzioni che permettano non solo la possibilità di abbassare il livello del fiume ma soprattutto non pregiudichino nel tempo l'ecosistema della palude. Nelle prossime settimane in Regione sono previsti altri incontri tra lo stesso assessore provinciale e i funzionari del Pirellone che si stanno occupando del progetto di navigabilità. In questa occasione l'assessore non solo chiederà delle precise garanzie a tutela della palude e dell'intero ecosistema intorno al fiume ma prenderà visione delle soluzioni elaborate dai tecnici regionali per non compromettere l'ambizioso progetto di navigabilità dell'Adda e per non stravolgere il delicato equilibrio della palude. «Rendere navigabile parte dell'Adda è un progetto interessante dal punto di vista turistico – conclude l'assessore provinciale – d'altra parte è certamente un intervento delicato e di conseguenza ogni opera che sarà realizzata sul corso d'acqua dovrà essere valutata con molta attenzione per evitare di rompere i delicati equilibri della natura. Ora è necessario che lo studio condotto dalla Regione porti ai necessari correttivi».

Mario Ferrari

Adda Nord area protetta: via libera del Pirellone

Via libera al Parco naturale dell'Adda Nord. La decisione è stata presa ieri dal Consiglio regionale lombardo, che ha approvato a maggioranza una legge che istituisce la nuova area protetta. La zona salvaguardata si estende su una superficie di 1.900 ettari compresa tra le province di Bergamo, Lecco e Milano, fa parte del Parco regionale dell'Adda, istituito nel 1983, e ne copre il 27,66% del territorio. In pratica viene ulteriormente protetta un'area salvaguardata nella quale sono presenti due zone di alto valore naturalistico per gli habitat, la flora e la fauna e che sono il lago di Olginate e la palude di Brivio, due siti ambientali che sono stati inseriti nell'elenco dei proposti siti di importanza comunitaria. «L'approvazione del provvedimento che istituisce il Parco naturale dell'Adda Nord - ha detto il presidente della commissione Ambiente Domenico Zambetti - è una dimostrazione di quanto la Regione Lombardia è riuscita e sta riuscendo a fare per la salvaguardia del territorio. È vero che la nostra è una regione dove si produce il Pil più alto d'Italia e delle regioni europee. Ma è anche vero che la nostra è una regione che sa coniugare lo sviluppo con la salvaguardia dei territorio. Il lungo elenco di parchi e aree naturali ne sono la più evidente dimostrazione». Soddisfazione per l'approvazione della legge arriva anche dal relatore Donato Giordano di Forza Italia. «Nell'Adda nord - ha detto Giordano - nasce un parco nel parco che va a salvaguardare ulteriormente una vasta area fluviale ricca di vegetazione e di specie». La Giunta regionale aveva approvato il progetto di legge che istituiva il Parco naturale Adda Nord nel luglio scorso. Il provvedimento aveva fatto seguito al Piano territoriale di coordinamento che era stato varato nel 2000 e con il quale era già stato individuato il perimetro delle aree protette.

Da LA TRIBUNA DI LODI del 20 11 04

Il ricordo ancora vivo di quel terribile 26 novembre 2002

Gli alluvionati si danno un nuovo appuntamento il prossimo 26 novembre al Teatro S. Francesco

Il ricordo di quel 26 novembre di due anni fa è sempre vivo, ma riaffiora soprattutto ad ogni pioggia un po’ più abbondante del solito, e alimenta timori e inquietudini. Rimane lo scontento per gli interventi auspicati, ma mai affrontati, neppure sulla carta. Questi sentimenti erano palpabili nel salone dell’Oratorio del Borgo la sera di venerdì 5 novembre scorso, quando il Comitato Alluvionati Lodi Onlus - presieduto da Domenico Ossino - ha chiamato a raccolta i cittadini di Lodi per un’assemblea pubblica il cui scopo era di esaminare i problemi ancora sul tappeto, in particolare gli argomenti erano due. Il primo punto: le contestate “chiuse”, che l’amministrazione comunale ha deliberato di realizzare nel tratto di viale Milano all’altezza di via Cadamosto e a lato del Tribunale. Una decisione che ha spinto il C.Al.Lo Onlus ad avviare un ricorso al TAR e a chiedere una sospensiva dei lavori, nell’attesa quantomeno dell’elaborazione definitiva del Piano Stralcio d’Assetto Idrogeologico per il fiume Adda di cui si attende la messa a punto, che dovrebbe ridefinire le fasce fluviali e di conseguenza le aree d’esondazione del fiume. Un Piano che non potrà certo ignorare le situazioni, fino allora non previste, che invece si sono verificate nel novembre 2002. È stato illustrato che Il TAR, pur non entrando nel merito tecnico, non ha ritenuto di accettare la proposta del Comitato, ed il Comune ha avviato i lavori, ben consapevole che un’ipotetica decisione finale potrebbe ribaltare le sue teorie imponendo il ripristino delle condizioni originarie nelle aree interessate. Un intervento economicamente imponente, da più di un miliardo e mezzo di vecchie lire, finanziato da un’immobiliare, che in tal modo si assicurerebbe la possibilità di costruire un supermercato in zona Pratello, ovviando all’ostacolo derivante dal fatto che l’area nel novembre del 2002 fu abbondantemente allagata, e vi rimase, per l’effetto-lago che si venne a creare, per ben 72 ore. Da ciò deriva la convinzione, ben espressa durante l’assemblea, che quello delle chiuse sia un intervento che favorisce indubbiamente l’immobiliare (e altre uguali realtà, aggiungendo asfalto e cemento ad una zona di per sé già problematica, per la rete fognaria inadeguata, e per allagamento, dovuti all’innalzamento della falda quando si alza il livello del fiume), ma concettualmente sbagliato, o meglio dannoso. Non ultimo motivo d’opposizione, la situazione che si verrebbe a creare perché, entrando in funzione, le pompe collocate all’altezza  delle  chiuse  per  salvaguardare (???) il Pratello, andrebbero a riversare l’acqua ai quartieri Martinetta, Capanno con effetti immaginabili per le abitazioni dei cittadini li residenti. Eppure, ostinatamente, i lavori sono iniziati. Come non potrebbe essere tutto ciò, motivo di preoccupazione? A ciò si aggiunge la forte contrarietà del Comitato per i maxi-argini preannunciati in riva destra, di rilevante impatto ambientale e ritenuti di nessun’utilità se non si pensa di mettere mano alla regimazione del fiume, che ormai dopo trent’anni di mancati interventi presenta depositi alluvionali da un lato,  erosioni dall’altro e soprattutto il restringimento della sezione d’alveo. Il recupero della sezione originaria del fiume è un’opera non più differibile. Uno studio effettuato per conto del Comitato da tecnici esperti in materia è stato presentato nei mesi scorsi a Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente, AIPO e Provincia di Lodi. La Regione Lombardia e Autorità di Bacino, hanno confermato di avere preso in considerazione lo studio e di averlo posto al vaglio della Commissione Idrogeologica dell’Autorità stessa, che lo sta considerando con la dovuta attenzione. Altro punto caldo della serata è stato quello dei contributi agli alluvionati, erogati dalla Regione Lombardia. Un decreto troppo restrittivo, e l’applicazione di una franchigia pari ad euro 2500, ha di fatto escluso la maggior parte dei lodigiani, anche perché i danni riconosciuti erano limitati ai beni immobili, mentre a Lodi, a differenza del Bergamasco e Valtellina, la stragrande maggioranza dei danni si è rivelata essere quella dei beni mobili. Quel che è grave, ha ribadito il Comitato, è che le restrizioni del regolamento attuativo del decreto, hanno creato le condizioni per cui, dei 2.185.000 euro assegnati a Lodi dalla Regione Lombardia, più del 60% alla fine dovrà essere restituito alla stessa Regione, perché sarà impossibile erogarlo ai cittadini. A Lodi, dei 464 richiedenti solo 80 sono stati risultati idonei a ricevere un contributo, saranno restituiti alla Regione più di 1.300.000 euro. Danno e beffa, ancora una volta a braccetto. ……. Ma, il ricordo del novembre di due anni fa continua, dopo la fiaccolata dello scorso anno, terminata al teatro San Francesco con un dibattito pubblico, quest’anno nel “Giorno del Ricordo” (26 novembre, che cadrà di venerdì), il C.Al.Lo Onlus ha programmato uno spettacolo, che si terrà al Teatro San Francesco, con ingresso gratuito. L’evento dal titolo significativo:“Dalle rive dell’Adda: gioie e dolori attorno al fiume. Voci, rime, canti e varia umanità della tradizione lodigiana”, vuole essere un momento di riflessione, ma anche un inno alla lodigianità, tra passato, presente e futuro, realizzato grazie alla generosa collaborazione del Gruppo “Lavori in Corso” di Luciano Allegri, e al “Teatro dei Giovani di Lodi” di Bruno Pezzini. Presenterà Carla Galletti, e con la mitica figura di Cesarina Spoldi, sarà una ghiotta occasione per assistere ad un “excursus” nel mondo della tradizione lodigiana, con brani tratti da autori vari, che spaziano dalle cronache del Cinquecento ai giorni nostri, da Defendente Lodi, a De Lemene, a  Ada Negri, fino ad Andrea Maietti, con l’intermezzo di canzoni popolari.

Domenico Ossino Presidente C.Al.Lo onlus info@alluvionatilodi.it  

Da LA PROVINCIA DI LECCO del 20 11 04

La palude di Brivio farà parte del parco Adda Nord

BRIVIO La palude di Brivio e il lago di Olginate da ieri fanno parte del Parco Naturale del Parco Adda Nord. A deciderlo la commissione ambiente della Regione che, presieduta dal Domenico Zambetti, ha approvato il progetto avanzato dal presidente del parco, Piergiorgio Locatelli. Prima che la decisione della commissione regionale diventi esecutiva occorrerà tuttavia attendere ancora l'importante passaggio in consiglio regionale, anche se non dovrebbero esserci problemi. Ad essere dichiarata parco naturale una superficie di 1900 ettari compresa tra le province di Lecco, Bergamo e Milano e che fa parte del Parco Adda Nord. La zona sottoposta a tutela riguarderà il 27,66% dell'intera area del parco e comprende i due importanti siti di interesse comunitario della palude di Brivio e del lago di Olginate. Molto soddisfatto per il risultato conseguito si è detto Piergiorgio Locatelli: «oggi entriamo finalmente nel novero di quei parchi che al loro interno hanno un parco naturale. Ciò significa che, diversamente da quanto avvenuto sino ad oggi, d'ora in poi dovremmo incontrare meno ostacoli nell'ottenere finanziamenti da parte dello Stato per i nostri progetti». Il presidente ha comunque sottolineato come l'obiettivo raggiunto arriva alla fine di un lungo percorso che era già iniziato durante il periodo di commissariamento del parco. Il presidente ha infine concluso ricordando che il riconoscimento regionale giunge a fagiolo e che la maggior tutela impedirà che abusi commessi all'interno dei confini del parco naturale possano essere sanati attraverso il ricorso al condono.

F. Alf.

Da Lombardia Notizie del 23 11 04

Istituito il parco naturale dell'Adda nord

Quinto in Lombardia si estende tra le province di Bergamo, Lecco e Milano

Millenovecento ettari di verde compresi fra le province di Bergamo, Lecco e Milano. E' il nuovo parco naturale dell'Adda nord, area protetta all'interno dell'omonimo parco regionale istituito nel 1983, di cui copre il 27,66% della superficie. Il via libera alla sua istituzione è stato dato dal Consiglio regionale, su proposta dell'assessore alla Qualità dell'Ambiente Franco Nicoli Cristiani. In questa nuova area protetta vi sono due zone di alto valore naturalistico per gli habitat, la flora e la fauna, il lago di Olginate e la palude di Brivio, e un'area di alta valenza paesistica denominata "Area leonardesca". Quello dell'Adda nord è il quindo parco naturale istituito negli ultimi due anni. Gli altri parchi naturali sono quelli della Valle del Ticino, del Monte Barro, dell'Adamello e dell'Alto Garda bresciano. Il territorio del parco naturale i territori dei comuni di Airuno, Bottanuco, Brivio, Calco, Calolziocorte, Calusco d'Adda, Canonica d'Adda, Capriate San Gervasio, Cassano d'Adda, Cisano Bergamasco, Cornate d'Adda, Fara Gera d'Adda, Garlate, Imbersago, Lecco, Malgrate, Medolago, Monte Marenzo, Olginate, Paderno d'Adda, Pescate, Pontida, Robbiate, Solza, Suisio, Trezzo d'Adda, Vaprio d'Adda, Vercurago, Villa d'Adda. Le altre zone più caratteristiche del parco sono: il lago di Garlate, importante punto di richiamo per l'avifauna; le aree boscate e le zone umide con saliceti nei pressi di Garlate; una zona di boschi oltre Imbersago; le aree boscate ed i parchi privati tra Trezzo e Canonica; i canali industriali, quello della Muzza ed i corsi d'acqua all'altezza di Cassano. (Ln)

Da AGENDALODI del 23 11 04

APPROFONDIMENTI

L'Adda? Fiume da vivere e da navigare

Il presidente Pedrazzini: Lodi nel Consorzio Navigare l'Adda

Anche i Comuni di Lodi e Cavenago entrano a far parte del Consorzio "Navigare l’Adda". Un bel colpo quello messo a segno pochi giorni fa da Carlo Pedrazzini, ex-sindaco di Gombito, 600 anime sulla sponda cremonese del fiume, e presidente del giovanissimo Consorzio. Pochi giorni fa Pedrazzini e il suo "vice" Pietro Cremonesi hanno concordato con gli assessori comunali Paola Tramezzani (Cultura) e Felice Corbellini (Attività produttive) l’ingresso del Comune di Lodi nel Consorzio. La giunta dovrebbe deliberare l’adesione all’ente in una delle prossime sedute. E lo stesso farà il Comune di Cavenago d’Adda. Per Carlo Pedrazzini è un altro passo avanti verso un sogno che giudica realizzabile: "Rendere l’Adda navigabile da Lodi a Pizzighettone". Il Consorzio – Fondato ufficialmente il primo luglio del 2003, il giovanissimo Consorzio "Navigare l’Adda" è nato per volontà di 7 comuni (Pizzighettone, Formigara, Gombito e Montodine sulla sponda cremonese; Bertonico, Camairago e Castiglione sulla sponda lodigiana), del Parco Adda Sud e dell’Azienda regionale porti di Cremona e Mantova. Tutti enti pubblici, ai quali nei mesi successivi si sono aggiunti tre privati: la Tenuta del Boscone di Camairago, l’armatore Pasquale Molinaro, e la società Necente di Cremona. Lo scopo? "Promuovere la navigazione a fini turistici – risponde Pedrazzini -, e incentivare il turismo fluviale sull’Adda e sulle idrovie minori". Con un obiettivo più o meno dichiarato: risalire piano la corrente (in senso non solo metaforico ma anche reale) e dai primi battelli sperimentali tra Formigara e Pizzighettone spingersi su, su fino a Turano, Cavenago, e ancora più su fino a Lodi. Per poi andare oltre e puntare dritti verso Zelo Buon Persico, Spino d’Adda e stringere rapporti di collaborazione con la zona "a monte" gestita dal Parco Adda Nord, con cui i contatti sono già in corso perché entri nel Consorzio come il suo "gemello" Parco Adda Sud.

Oggi: il "pontone", i pontili e la "Venezia"

Oggi secondo il Consorzio sono già navigabili i circa 20 chilometri che separano Pizzighettone da Gombito. Li può percorrere (con un’escursione di circa un’ora e mezza, che diventano tre ore fra andata e ritorno) il "pontone", una sorta di chiatta dalla capienza massima di una trentina di persone, utilizzato in via sperimentale la scorsa estate. Ma il pontone "pesca" solo 30 centimetri, e ha pochi problemi quindi in caso di secca. Ne avrà qualcuno in più "Venezia", la nave storica, risalente ai primi anni del Novecento, acquistata dal Consorzio nei mesi scorsi e che dal 3 novembre è in cantiere per essere ristrutturata e tornare in acqua. Per il suo recupero il Consorzio ha ottenuto un finanziamento di 400mila euro dalla Regione Lombardia. La quasi totalità della somma andrà nel restauro della nave (che una volta pronta sarà in grado di trasportare 110 persone), ma circa 70mila euro serviranno a realizzare un attracco a norma di legge a Formigara. Altri due pontili nasceranno a Pizzighettone e alla Tenuta del Boscone, interamente finanziati dall’Azienda regionale porti. Risolto il problema dei pontili per l’imbarco e lo scarico dei passeggeri, resta l’incognita della navigaibilità vera e propria: la "Venezia" pesca 90 centimetri e potrebbe trovarsi in difficoltà nelle acque insidiose dell’Adda, dove è facile arenarsi in secca. "Nessun problema – garantisce Pedrazzini -. Ci sono solo alcuni punti che necessitano di una ripulita". E promette quindi di far correre nel fiume qualche draga: "Dragheremo circa 8mila metricubi di materiale inerte, che però non verrà estratto dall’Adda. Ci limiteremo a spostarlo, andando a colmare alcune buche che si sono formate nella zona di Formigara, profonde anche 5 metri".

L’adesione di Lodi e Cavenago

L’adesione dei Comuni di Lodi e Cavenago rappresenta un passo importante per il giovanissimo Consorzio. "Il nostro progetto ambizioso è arrivare a garantire la navigabilità dell’Adda da Pizzighettone a Lodi – spiega Pedrazzini – in modo sistematico, offrendo una vero servizio turistico. Risorse del genere non possono essere lasciate solo all’improvvisazione e alla creatività delle rare associazioni di amanti del fiume che si avventurano in rally spericolati, come i volontari di Num del Burgh. E’ attraverso di loro che sono iniziati, la scorsa estate, i contatti con il Comune di Lodi". Una delle tappe del rally nautico su Ticino, Po e Adda organizzato in giugno dalla banda di "Num del Burgh", capeggiata da Gino Cassinelli, era stata proprio a Gombito. "Parlando con loro era nata l’idea di provare a coinvolgere seriamente il Comune di Lodi nel nostro progetto", continua Pedrazzini. Un’idea che è risultata vincente. Come "aperitivo", il Consorzio nella prossima primavera potrebbe mettere a disposizione del Comune un "pontone" da 50 posti per la navigazione da Lodi a Spino d’Adda. Un’alternativa alla Paullese? Chissà. Di certo, un’attrattiva turistica in più. Che non dovrebbe faticare a riscuotere successo, visto che le gite della domenica sui barconi di "Num del Burgh" fanno regolarmente il tutto esaurito.

Non solo turismo

Ma il Consorzio non punta solo al turismo. Il servizio più curioso e più gettonato finora è stato uno di quelli che più concreti non si può: ogni giovedì mattina, per quattro settimane tra settembre e ottobre, il "pontone" del Consorzio ha traghettato le donne di Formigara al mercato di Pizzighettone. Armate di sporte e borselli per la spesa, e di un euro simbolico da versare come "obolo" al Caronte di turno per il passaggio. Come ai tempi di Renzo, quando l’Adda per Manzoni era "un amico, un fratello, un salvatore", e si attraversava in barca, perché di ponti ce n’eran pochi. Oggi ci sono, ma secondo Pedrazzini sarebbe bene tornare a non averne sempre bisogno: "Due anni fa con l’alluvione ci siamo presi tutti un brutto spavento. Quella piena tremenda ci ha fatto riflettere. L’Adda deve tornare ad essere un fiume di cui non possiamo solo avere paura: è un fiume da vivere".

Da IL CITTADINO del 25 11 04

Il comune vara il recupero della zona, collegato al nuovo argine sull’Adda: «Un margine urbano che viene valorizzato»

L’ex fabbrica diventa un parco fluviale

Recupero Sicc, in sponda sinistra giardini integrati e percorsi tutelati

L’area Sicc diventerà un parco fluviale, con terrazzi erbosi e tracciati geometrici di piani che dovranno mitigare l’arginatura in sponda sinistra, la difesa contro le esondazioni dell’Adda che raggiungerà un’altezza di poco meno di tre metri sopra il piano integrato di campagna. Accanto al progetto di salvaguardia del territorio, dunque, si inserisce un secondo elaborato, che ha come obiettivo la realizzazione di un vero e proprio parco, e che è stato stilato da Cesare Macchi Cassia, l’architetto milanese che si è aggiudicato il primo premio nel concorso di idee per la riqualificazione dell’oltreadda. Archiviato ormai definitivamente il tanto contestato piano di recupero, che naufragò con l’alluvione del 2002, della vecchia area produttiva resterà in piedi solo la palazzina dell’ex Sicc, che verrà recuperata dalla proprietà, un’immobiliare di Alzano, in provincia di Piacenza, con la quale il comune sta trattato per una risoluzione bonaria dell’accordo originario, prima di dare il via agli espropri necessari per realizzare la difesa spondale. «Il progetto di realizzazione di un parco fluviale - specifica l’assessore all’urbanistica Leonardo Rudelli - nasce dalla necessità di prevedere, accanto ai necessari interventi che dovrebbero salvaguardare i cittadini da nuove alluvioni, un margine al territorio urbano che costituisce la Lodi che si è sviluppata al di là del ponte napoleonico. Proprio questo margine diventa lo strumento attraverso il quale lo sviluppo urbano dell’oltreadda può aspirare a diventare anch’esso città». Il giardino integrato disegnato dallo studio Macchi Cassia fa i conti con ambienti differenti tra loro: nella sua parte orientale può consistere nella trasformazione in parcheggio a servizio della tangenziale, con 125 posti macchina a fronte dei 110 attuali sul comparto; a nord può essere colto come la «rivisitazione di una parte del territorio agricolo», mentre la parte occidentale sarà letto, dal punto di vista di trasformazione urbanistica, come un vero e proprio parco, con la morta dell’Adda, la vegetazione autoctona e la roggia Mozzanica. «Nel suo sviluppo - continua Rudelli - il piano prevede, a fianco delle rogge, percorsi a piedi, in bicicletta e a cavallo, che potranno condurre fino alla strada per Boffalora (che costituirà una barriera artificiale di frenata alle esondazioni, ndr), oppure, attraverso il ponte storico o la passerella di quello nuovo, alla città bassa e alle zone aperte di Isola Bella, in riva destra». In questo modo si integreranno luoghi di uso collettivo, ambienti privati e spazi pubblici. Nei giorni scorsi, i rappresentanti del comune si sono incontrati con quelli del Parco Adda, al fine di soddisfare una richiesta, arrivata dal Parco stesso, in ordine al mantenimento di zone tutelate anche a seguito della realizzazione del muro di contenimento.

Arrigo Boccalari

Un attracco in Selvagreca per navigare fino al Po

La navigazione turistica approderà decisamente anche a Lodi nella primavera prossima: le acque dell’Adda verranno solcate per brevi crociere nel fine settimana da un’imbarcazione del consorzio “Navigare l’Adda”, cui intende aderire anche il comune di Lodi accodandosi a quelli di Castiglione, Camairago, Bertonico, Pizzighettone, Formigara, Gombito e Montodine; questi enti locali lodigiani e cremonesi, cui potrebbe aggiungersi nel prossimo futuro anche Cavenago, hanno dato vita al consorzio di navigazione e promozione del turismo fluviale più di un anno fa assieme al Parco Adda Sud, all’Azienda porti di Cremona e Mantova, e ad alcuni soggetti privati. Punto di partenza e ritorno sarà Piarda Ferrari, dove rimarrà attraccato un “pontone” da 50 posti circa con un pescaggio di 30 centimetri sotto il livello del fiume: la tratta delle crociere non differirà molto da quella proposta nelle domeniche estive dalle barche dell’associazione “Nüm del burgh”. A sud del capoluogo lodigiano invece navigherà la storica motonave “Venezia”, comprata dal consorzio presieduto da Carlo Pedrazzini e in corso di restauro, che percorrerà la tratta fra Pizzighettone e Gombito, facendo tappa a Camairago presso la tenuta del Boscone e a Formigara; in progetto anche la realizzazione di un attracco a Castiglione presso il centro visite del Parco Adda Sud, oltre ad un intervento di asportazione di ghiaia dal fondale per ricavare un canale navigabile che consenta di raggiungere Lodi. «Nei mesi scorsi - spiega Pedrazzini - abbiamo già proposto crociere domenicali, una al mattino e due al pomeriggio, da Pizzighettone a Gombito, dove francamente non pensavamo di riuscire ad arrivare con il pontone che ha già fatto navigare in totale un migliaio di persone. Ha riscosso grande successo anche l’iniziativa di portare una trentina di persone da Formigara al mercato di Pizzighettone una volta alla settimana per quattro giovedì. La regione Lombardia ha già finanziato l’intervento di manutenzione idraulica dell’alveo che dovrebbe permetterci di prolungare le crociere fino a Lodi, speriamo già dal prossimo anno». Per questo occorrerà realizzare un attracco sul fiume in zona Selvagreca: «Siamo interessati ad aderire al consorzio “Navigare l’Adda” - spiega Paola Tramezzani, vice sindaco di Lodi - e riteniamo che la zona di Selvagreca possa essere quella più adatta a realizzare un pontile, considerato che presto lì crescerà una foresta da valorizzare: l’iniziativa di valorizzare in questo modo il fiume è interessante, abbinando magari la navigazione a visite turistiche alla città. Questo diventerebbe il capolinea di crociere a sud di Lodi, con partenza a Pizzighettone, ma il consorzio intende mettere a disposizione una nave anche per il tratto a nord: per questo ci sarebbe già l’attracco alla Piarda Ferrari».L’adesione a “Navigare l’Adda”, che dovrà essere deliberata in giunta e in consiglio comunale, comporta una quota di partecipazione di 2.500 euro annuali.

Daniele Perotti

La piena del 2002 aveva rovesciato l’impianto e sporcato l’intero quartiere

Assolto dall’accusa di inquinamento, alla cisterna ora ha messo il tappo

In fondo lui l’aveva detto. Fin da quando le acque dell’Adda, in quella maledetta fine di novembre 2002, avevano abbandonato via Bocconi lasciandosi dietro una scia di fango e polemiche. «Il mio impianto di stoccaggio è in regola» aveva sempre ripetuto Martino Signoroni di fronte all’olio usato che si era rovesciato dalla cisterna della sua autofficina, portato in case e cantine dalla piena del fiume. L’altro ieri, a distanza di oltre due anni, anche i giudici gli hanno dato ragione, assolvendolo dall’accusa di aver provocato un grave inquinamento ambientale. Secondo la procura, che aveva aperto un’indagine dopo una denuncia della polizia provinciale, Signoroni avrebbe tenuto nella cisterna una quantità di olio superiore a quella permessa e non avrebbe adottato tutte le misure di sicurezza necessarie come ad esempio il bloccaggio del silos che l’onda di pieno rovesciò insieme al suo contenuto. Accuse smontate in aula dall’avvocato difensore Ennio Ercoli, che nella sua arringa ha battuto su tre punti legati alle normative anti incendio e anti inquinamento. Primo: la cisterna non era ancorata a terra perché in caso di roghi in officina i pompieri dovevano essere in grado di spostarla il più velocemente possibile. Secondo: il silos, della capacità di 400 litri (sui 1.500 che Signoroni è autorizzato a stoccare fra nuovo e usato) si trova all’interno di una vasca di contenimento di sicurezza in grado di raccogliere 500 litri, cento in più del previsto, in caso di sversamento. Terzo punto: la cisterna era semivuota quando ci fu la piena e per questo venne rovesciata dalle acque, spargendo il suo contenuto lungo tutta via Bocconi «durante un’inondazione - ha sottolineato l’avvocato Ercoli - mai avvenuta a memoria d’uomo». Il giudice, alla fine, ha dato ragione alla difesa. Mentre Signoroni ha rimesso la cisterna al suo posto, solo che stavolta ci ha messo un tappo sopra.

Fabio Bonaccorso

Da IL CITTADINO del 26 11 04

Il commento

L’alluvione di Lodi due anni fa

La notte del disastro, la notte della paura. Il 26 novembre 2002 rimane, a due anni di distanza, un incubo latente nella memoria collettiva della città, che da quella alluvione è stata provata come non mai. La società civile ha reagito al disastro, le istituzioni politiche purtroppo non hanno fatto altrettanto. A due anni di distanza è deprimente, e nello stesso irritante, la constatazione che nulla è stato ancora predisposto. Il fiume ha concesso una tregua, ma potrebbe tornare a colpire una città oggi più indifesa di prima. La sola opera partita è la costruzione della chiusa sulla roggia Gaetana, nei pressi del Tribunale. Sono partiti i lavori e sono partiti i ricorsi amministrativi, ed anche un esposto penale, per un’opera che è dubbio possa evitare l’allagamento di una parte della città (zona Bocconi), ma di sicuro – nella condizione di oggi – costituirà una pesante minaccia per altri (zona Capanno e Martinetta). I lodigiani colpiti nei loro beni, hanno dato vita ai due comitati della riva destra e della riva sinistra, coordinati con tenacia e passione da Carlo Bajoni e Domenico Ossino. Due anni di cronache lodigiane testimoniano l’impegno, volontario e disinteressato, delle loro iniziative. Ciò che ha spinto centinaia di nostri concittadini ad auto organizzarsi non è soltanto il loro concreto e legittimo interesse ad avere anche parziali risarcimenti dei danni subiti. È piuttosto la consapevolezza che, senza interventi profondi, la sicurezza delle loro case è a rischio anche per il futuro. La ferita viene dal passato, ma lo sguardo è rivolto al futuro. Due anni di dibattito hanno messo a confronto ipotesi diverse di controllo del fiume. Non stupisce che queste differenze di valutazioni si trovino anche nelle posizioni dei comitati, ai quali del resto non può essere chiesto di sostituirsi alla responsabilità di decisioni che spettano, alla stretta finale, solo alle istituzioni. Costruire nuove arginature, sempre più imponenti, tali da contenere non solo le massime di portata già registrate, ma con margini di sicurezza ancora più ampi per il futuro? Oppure riflettere sulla condizione attuale del fiume, e sulla profonda alterazione del deflusso delle acque che nel corso dell’ultimo ventennio si è registrata? Non ho prevenzioni ideologiche contro le opere di difesa spondale. Anzi, se mi è consentito un ricordo personale, gli argini - realizzati per un lungo tratto a monte e a valle del ponte all’inizio degli anni ’80, e che hanno svolto per oltre vent’anni egregiamente il loro compito – sono stati disposti da me, quand’ero vice presidente della Regione Lombardia. Ma ho fortissimi dubbi – anzi, una vera e propria angoscia per la partecipazione emotiva che confesso di avere per la materia – che nella situazione attuale nuovi ed imponenti opere possano evitare – se non si modifica la condizione attuale del fiume – danni futuri. L’Adda è stata anche per me, come per tutti coloro della mia generazione, una seconda casa all’aperto. Con la barca ad un remo della Canottieri, riempita di libri e di cibo, ho preparato più di un esame all’Università negli anni ’60. A me ed ai miei coetanei erano famigliari tutti i gerali, le correnti, i mulinelli, le sorgenti naturali dove trovare acqua – allora limpida! – da bere. Sono tornato quest’anno sul fiume, con un barcone a motore, ed ho rivisto l’Adda per un buon tratto a nord del ponte. Sconvolgente. Sponde in bilico per crollare, filari di alberi in acqua ed altri prossimi a raggiungerli, enormi depositi di ghiaia accumulatisi qua e là. L’Adda ridotta ad uno stagno, senza forza nella corrente. Uno dei fiumi più belli e vitali di tutto il Paese ridotto ad una fiumara calabra. Non promette niente di buono tutto questo. Possiamo costruire gli argini che vogliamo, ma se non si interviene a ripristinare un equilibrio nel deflusso delle acque, la fiumara dormiente potrà scatenare, prima o poi, una forza distruttiva spaventosa. È la natura che si riprende nel giro di poche ore ciò che per anni le viene negato. Siamo diventati uno strano Paese. Il pendolo degli slogan oscilla sempre da un’estremità all’altra. In passato si sono dragati i fiumi in maniera sconsiderata? Oggi lo si vieta. I cavatori, naturalmente, hanno cominciato a bucare come un gruviera tutta la pianura. Milioni di metri cubi, ed interessi enormi, girano intorno alle cave private di ghiaie in pianura, e depositi enormi – che potrebbero essere risorse per l’erario pubblico per finanziare proprio opere di difesa – rimangono inerti nel fiume: “palle di cannone” pronte a colpire alla prossima straordinaria piena. Oggi ricorre il secondo anniversario della notte della grande paura. Se non ci fermiamo a riflettere sui cambiamenti che sono intervenuti nella natura che non siamo più capaci di osservare (e l’invito è rivolto innanzitutto alle Istituzioni), rischiamo di preparare altri notti di evacuazioni, di enormi danni materiali e morali.

Oreste Lodigiani

Teatro e poesia in vernacolo sull’Adda per ricordare l’alluvione di due anni fa

Sarà fatta di performance teatrali, di canti e di letture (anche in dialetto) la kermesse che il Comitato alluvionati di Lodi ha organizzato per questa sera, con inizio alle 21 nel teatro San Francesco nell’omonima via cittadina, per non dimenticare, a due anni di distanza, l’esondazione del fiume Adda del novembre 2002. L’evento, dal titolo “Dalle rive dell’Adda gioie e dolori attorno al fiume. Verso il futuro per non dimenticare”, sarà diretto da Carla Galletti e vedrà protagoniste sul palco del teatro due diverse compagnie teatrali cittadine: “Lavori in corso” di Luigi Allegri (che sarà presente con Alessandra Banchieri e Mirna di Vita) che leggeranno dei brani tratti dall’opera “La tenda rossa” di Andrea Maietti; e “Teatro dei giovani di Lodi” di Bruno Pezzini (saranno presenti in questo caso Cesarina Spoldi, Ermanna Croci e Francesca Musella) che proporrà canti, rime e uno spezzone della commedia in dialetto lodigiano “La sposa Francesca”. «La serata sarà dedicata soprattutto al teatro - commenta Domenico Ossino del Comitato alluvionati di Lodi -, mentre un riferimento all’alluvione di due anni fa è previsto solo nell’intervallo fra uno spettacolo e l’altro, quando io stesso, per un massimo di dieci minuti, prenderò la parola per fare il quadro della situazione a due anni di distanza. Ma la nostra intenzione principale è quella di fare in modo che tutti possano passare una serata di gioia con uno spettacolo culturale e popolare, senza patire ancora una volta i dolori di due anni fa». L’ingresso al teatro sarà gratuito.

Da.Ca.

Il Consorzio Po perde i pezzi: tre comuni vogliono defilarsi

CORNO GIOVINE È un periodo difficile per il Consorzio Po, che già all’atto della sua costituzione tre anni fa non era riuscito nell’intento di coinvolgere tutti i comuni lodigiani rivieraschi del Grande Fiume e che ora sta perdendo i pezzi: nella seduta di mercoledì sera il consiglio comunale di Corno Giovine ha deliberato il recesso dall’adesione all’ente, e lo stesso provvedimento è all’ordine del giorno dei consigli comunali di Santo Stefano e San Fiorano lunedì prossimo. I tre sindaci ritengono troppo onerosa la quota di adesione di 3 mila euro, soprattutto in considerazione del fatto che a loro dire in questi tre anni l’ente non ha portato a risultati concreti per il territorio. Peraltro martedì prossimo il presidente Michele Bucci convocherà i rappresentanti dei comuni membri del consorzio a Meleti per fare il punto della situazione e per tratteggiare le strategie future: all’ordine del giorno ci sarà proprio la proposta di sospensione delle quote di partecipazione per il prossimo anno. «Ritengo opportuno non chiedere sforzi ulteriori ai comuni - spiega Bucci - fino a che non otterremo l’accreditamento del Consorzio Po presso la regione Lombardia: si tratta di un passo fondamentale per rendere operativo l’ente, che solo così potrà dare concretezza agli studi e ai progetti messi in campo. Effettivamente senza l’accreditamento per la funzione di sorveglianza, manutenzione e valorizzazione degli argini e della golena il consorzio non ha elementi per continuare la propria attività». Il percorso verso l’accreditamento tuttavia non si presenta agevole: fuori Corno Giovine, San Fiorano e Santo Stefano, a meno di ulteriori sorprese rimarrebbero solo i comuni di Meleti, Guardamiglio, Fombio, Orio Litta e Ospedaletto, e lo stesso presidente Bucci capisce che occorre un coinvolgimento ben più ampio per ottenere il riconoscimento dalla regione Lombardia. «Ho parlato della necessità dell’accreditamento con il presidente Roberto Formigoni, ma ho anche incontrato il nuovo presidente della provincia di Lodi Lino Osvaldo Felissari per cercare di creare una coesione più ampia: la situazione attuale è in fase di evoluzione perché nel giugno scorso le elezioni amministrative hanno modificato il quadro politico. L’anno prossimo poi sono previste le elezioni regionali, dunque ritengo opportuno congelare l’attività del consorzio in attesa di ottenere l’accreditamento». In questi giorni peraltro il Consorzio Po sta definendo la presentazione del progetto di navigazione turistica sul Grande Fiume: «È uno dei quattro grandi progetti - ricorda Bucci - su cui abbiamo lavorato in questi anni, assieme a quelli sulle difese spondali e sulla valorizzazione ambientale e culturale». Nonostante ciò l’ex senatore Bucci non sembra aver convinto tutti gli aderenti al consorzio: «La produzione cartacea è stata enorme - commenta duramente Massimilano Lodigiani, sindaco di Santo Stefano - ma in questi tre anni non si è fatto niente di concreto: gli obiettivi di fondo rimangono condivisibili, ma considerano che non ci sono state nuove adesioni al consorzio riteniamo opportuno recedere». Guarda ad altri interlocutori Paolo Belloni, sindaco di Corno Giovine: «A fronte di un’adesione onerosa economicamente, non abbiamo visto nessun fatto concreto che potesse giustificare ulteriormente la nostra partecipazione: guardiamo all’Aipo, all’Autorità di bacino e alla provincia di Lodi per la sicurezza sul Po. Tra l’altro proprio recentemente con altri comuni e la provincia di Lodi abbiamo ottenuto finanziamenti per un progetto di valorizzazione turistica del territorio». Concorda Antonio Mariani, sindaco di San Fiorano, che aggiunge: «Il nostro non è nemmeno un comune rivierasco: l’adesione al consorzio è stata decisa dalla precedente amministrazione». Difficilmente qualcuno di questi sindaci tornerà sui propri passi.

Da. Pe.

Da AGENDALODI del 26 11 04

Alluvione, due anni dopo. Cos’è cambiato dal 2002?

Gli interventi in programma per difendere Lodi dalle esondazioni

Due anni fa, nella notte tra il 26 e il 27 novembre, dopo giorni di pioggia incessante e mentre il Lodigiano concentrava le sue ansie sul livello crescente del Po, a sorpresa, inaspettato e terrificante, l’allarme arrivava dall’Adda, portandosi dietro l’alluvione peggiore a memoria d’uomo. Interi quartieri allagati. I rioni del Revellino, del Campo Marte, del Borgo e della Maddalena sott’acqua. La Martinetta e il Pratello in ginocchio. Tremila persone sfollate (ma solo un migliaio avevano effettivamente lasciato le loro case), con la palestra delle scuole Spezzaferri adibita a ricovero d’emergenza per i senzatetto. E su tutte un’immagine allucinante: quella dei mezzi anfibi dei vigili del fuoco costretti letteralmente a “navigare” in piena notte in via Defendente, dove nei giorni “normali” non circolano barche ma colonne di auto, per prelevare dalle finestre e dai balconi gli anziani che non volevano saperne di abbandonare la propria casa. Un incubo. Due anni dopo, cosa è cambiato? Poco o nulla, guardando al profilo della città: il ponte vecchio è lo stesso di sempre, l’annunciata pulizia dell’alveo non è mai stata compiuta, i lavori per gli argini promessi non sono ancora iniziati. L’unica differenza non è una protezione in più ma un simbolo in meno: la casotta che stava sulla sponda dell’isolotto Achilli, e che è sparita, inghiottita dalle acque dell’Adda. Rispetto al 2002, apparentemente, nulla è cambiato. Una nuova esondazione potrebbe avere gli stessi effetti devastanti?

Il sindaco “No – risponde il sindaco Aurelio Ferrari -. Rispetto a due anni fa sono cambiate le nozioni, l’esperienza e la sensibilità. Oggi abbiamo a disposizione molte più informazioni su cui basarci; abbiamo un bagaglio d’esperienza su cui fare affidamento; e soprattutto, c’è una sensibilità diversa verso i problemi dell’Adda da parte di tutti, incluse l’Aipo e l’Autorità di bacino: da un anno a questa parte, con la nuova dirigenza si può dialogare in modo più rapido ed efficiente”. Un esempio? Il sindaco cita la pulizia dell’alveo. Che, però, non è ancora stata effettuata, nonostante molti la reclamino (ma sulla sua effettiva utilità i pareri sono discordanti): “Anche l’Autorità di Bacino e l’Aipo si sono rese conto che è necessaria – dice Ferrari -. Verrà effettuata, speriamo a breve. Teniamo presente che solo nel 2003 è stato ripulito il letto del fiume a Rivolta d’Adda: un intervento che era nei programmi dell’Aipo fin dal 2000”.

Gli interventi La speranza è che gli interventi prospettati su Lodi non subiscano ritardi simili. Sono cinque le opere individuate in sede regionale dall’Aipo e dall’Autorità di Bacino come prioritarie per tutelare Lodi da nuove alluvioni. Complessivamente, dovrebbero comportare investimenti sul capoluogo per circa 20milioni di euro, in parte ancora da reperire. Di questi interventi, non ne è ancora partito concretamente nessuno. Ma almeno tre sembrano pronti ad essere attuati, almeno sulla carta.

1) L’argine Lodi-Boffalora in sponda sinistra -. Dei cinque interventi, è l’unico che fa capo alla Provincia di Lodi. Si tratta di un’opera ciclo-pedonale che avrà una valenza idraulica. E’ il proseguimento dell’argine che verrà realizzato all’ex-Sicc, e che permetterà di prolungare la difesa spondale fino alla cascina Pesalupo, al confine con Boffalora d’Adda. Il progetto è stato approvato definitivamente nella Conferenza di servizi dello scorso 9 novembre, e per procedere con la gara d’appalto si attende la variante al Piano regolatore che dovrà essere adottata dal Comune. “L’argine proteggerà tutta la sponda sinistra, tra il fiume Adda e la statale 235 – spiega l’assessore provinciale alla Viabilità Pierluigi Bianchi, uno che l’alluvione l’ha vissuta sulla propria pelle, se non altro perché come sindaco (oggi ex-sindaco) di Corno Vecchio, aveva dovuto ospitare nel proprio comune circa 150 sfollati da Caselle Landi per l’esondazione del Po -. I lavori dovrebbero partire entro il mese di aprile. Abbiamo aperto un tavolo di lavoro con il Parco Adda Sud per concordare l’inserimento naturalistico dell’opera”.

2) L’argine alla ex-Sicc -. Naufragato il progetto di recupero urbano che prevedeva case e uffici alla ex-Sicc, nella zona della vecchia fabbrica dismessa nascerà un muro di contenimento alto quasi tre metri, per proteggere l’abitato del Revellino e del Campo Marte, collegandosi all’argine Lodi-Boffalora. Un progetto da 2 milioni e mezzo di euro (un milione dei quali a carico della Regione, il resto reperito dal Comune) che si inserirà nella riqualificazione complessiva della ex-Sicc. L’area diventerà un parco fluviale, con terrazzi erbosi, sulla base del progetto redatto dall’architetto milanese Cesare Macchi Cassia, che si era aggiudicato il primo premio nel concorso di idee lanciato dal Comune per riqualificare l’Oltreadda. Palazzo Broletto sta concludendo l’acquisto dei terreni dai privati. Poi l’intervento sarà appaltato. “La parte più onerosa sarà la realizzazione del muro di aggancio al ponte”, spiega il sindaco.

3) Una nuova arcata al ponte vecchio -. E a proposito di ponti, uno degli interventi previsti riguarda la realizzazione di una nuova arcata che serva a far defluire l’acqua dell’Adda in caso di piena, evitando l’effetto-imbuto che nel 2002 aveva portato all’allagamento della città. L’intervento richiederebbe almeno 1 milione e mezzo di euro, includendo anche un’operazione di abbassamento della briglia, poco a valle del ponte di Lodi, dove il lato sinistro andrà “livellato” al destro.

4) Le chiaviche del Pratello -. Uno dei nodi da risolvere riguarda le carenze della rete fognaria lungo viale Milano, al Pratello. Quando il livello dell’acqua sale, le rogge Valentina e Gelata, che si immettono nella roggia Roggione (la quale a sua volta finisce nell’Adda a monte del ponte), non riescono a smaltire la loro portata e la rigettano indietro, allagando il quartiere. E’ successo nel 2002 ma secondo il sindaco non succederà in futuro: “Realizzeremo delle paratie mobili in viale Milano, con un sistema di pompe per aspirare l’acqua in eccesso”.

5) L’argine sulla sponda destra -. E’ uno dei punti ancora controversi. Grazie a un vecchio finanziamento regionale da 3 milioni di euro (che potrebbero non essere sufficienti), dovrebbe essere realizzato un sistema di difesa spondale costituito da un muretto in calcestruzzo, alto circa un metro, con eventuali paratie mobili da alzare in caso di necessità (sul modello di Parigi). L’argine proteggerà i quartieri a monte del ponte, i più danneggiati dalla piena del 2002: dal ponte cittadino alla Martinetta, fino alla rotatoria per Montanaso.

I dubbi Tutti concordano sul fatto che i cinque interventi prospettati siano utili. Ma c’è chi si chiede se siano sufficienti: “Sono opere di prevenzione passiva che potranno rivelarsi utili in caso di una nuova esondazione – dice Attilio Dadda, presidente del Parco Adda Sud -. In questi due anni sono stati compiuti dei passi avanti: finalmente abbiamo un Piano di emergenza e di previsione delle piene progettato in Prefettura con la collaborazione del Consorzio Muzza, e uno studio voluto dal Parco che verifica gli interventi attuati nelle altre città che hanno subito alluvioni. Ma il vero problema è che in tutto questo tempo nessuno ha attivato un Piano di concertazione con la Provincia di Bergamo o con la comunità della Valle Brembana per conoscere meglio l’andamento del Brembo, l’affluente dell’Adda che tuttora rappresenta la nostra fonte di rischio, la vera possibile causa di una nuova piena”. Senza uno studio approfondito sul Brembo, sostiene Dadda, è impossibile attuare una vera prevenzione. Non solo: “Cosa succederà se l’argine sinistro sarà pronto prima del destro? Che impatto avranno le due opere sul corso dell’Adda? E quali saranno le ripercussioni sulla corrente che deriveranno dalla realizzazione di una nuova arcata del ponte?”. Domande ancora senza risposta. Come la richiesta avanzata da mesi dal Parco Adda Sud: “L’intervento più utile, prima ancora di procedere con quelli prospettati, sarebbe l’individuazione di casse di espansione del fiume. Per proteggere Lodi da un’esondazione, andrebbero individuate a nord della città, nelle campagne fra Comazzo, Spino d’Adda e Zelo Buon Persico. Ma nessuno degli enti preposti l’ha mai fatto”.

Le certezze Se i dubbi sull’efficacia delle future difese spondali non sono ancora del tutto chiariti, una certezza è che col senno di poi alcuni errori del passato sarebbero evitati. Quali? “Con l’esperienza di oggi, lanceremmo un avviso preventivo alla popolazione – ammette il sindaco Aurelio Ferrari – Due anni fa ci è stato impossibile: i dati contenuti nei piani di protezione civile erano troppo difformi rispetto a quanto poi è effettivamente accaduto”. Coi risultati che tutti ricordano.

"Caro Felissari, vieni in barca con me" "Caro Felissari, ti invito, con l'intera giunta, a fare un sopralluogo sull'Adda insieme a me". L'invito l'ha formulato oggi, giorno in cui ricorrono i due anni dall'alluvione, attorno alle ore 17, il presidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia Domenico Zambetti (Udc), mentre ancora si trovava a bordo del barcone che il Comitato Alluvionati onlus, guidato da Domenico Ossino, aveva messo a disposizione per consentire di verificare, stando al centro dell'Adda, le condizioni delle sponde. Zambetti era in visita ufficiale e, ha garantito, intende ora portare l'intera Commissione regionale a vedere di persona le condizioni del fiume. Ma vuole che siano presenti anche il presidente della Provincia, l'Agenzia Interregionale per il Po (Aipo), l'Autorità di Bacino e il sindaco di Lodi.

"Oltre agli interventi già previsti e finanziati, che siano nuovi argini o il rafforzamento delle sponde - ha detto Zambetti al termine del sopralluogo - ritengo indispensabile che venga pulito il letto del fiume, il quale in alcuni punti appare impraticabile. La Regione ha intenzione di fare tutta la sua parte". Zambetti ha assicurato che il suo impegno si concretizzerà in tempi brevi, prima delle elezioni regionali, in programma per la prossima primavera.

Il fiume è peggiorato "Le condizioni del fiume, dopo la piena verificatasi poche settimane fa, dopo giorni di intesa pioggia, sono peggiorate". Domenico Ossino, coordinatore del Comitato Alluvionati onlus, ha accompagnato oggi il presidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia, Domenico Zambetti, ad un sopralluogo sull'Adda. "Sono venuto spesso a verificare le condizioni dell'alveo e delle sponde - prosegue Ossino - ma non l'avevo ancora visto dopo l'ultima piena. Sono impressionato. Ormai l'argine in prossimità della Caccialanza è completamente eroso e l'intervento progettato dall'Aipo nel 2000 e non ancora realizzato non è più sufficiente. Sono notevolmente aumentati anche i depositi di ghiaia".

Da IL CITTADINO del 27 11 04

Sopralluogo a Lodi del presidente della commissione regionale ambiente a due anni dall’alluvione

«Torniamo a cavare nell’Adda»

Il Pirellone: «Situazione a rischio, il letto va pulito»

«La situazione dell’Adda rispetto all’ultimo sopralluogo di sei mesi fa è peggiorata - denuncia Lucio Bramanti, consulente del Comitato alluvionati Onlus di Lodi -. Lungo la sponda di Boffalora sono evidenti fenomeni recentissimi di erosione, tanto che si vedono le radici delle piante. Data l’altezza dell’acqua non si vede il peggio, probabilmente nella parte di sponda sommersa». Bramanti ieri ha partecipato all’ispezione in barca sul fiume con il presidente della commissione ambiente della regione Domenico Zambetti. Il sopralluogo è cominciato nel pomeriggio dal pontile del Belgiardino a bordo del “San Roch”, il barcone dell’associazione Nüm del Burgh, che in località Due Acque si è arenato nei cinquanta centimetri lungo la sponda destra. «Il fiume è impraticabile, bisogna pulirne il letto», ha ammesso Zambetti, che ha assicurato il suo impegno in proposito al Pirellone, ma che ha anche invitato a un nuovo sopralluogo il presidente della provincia e il sindaco di Lodi. E gli alluvionati spiegano: «Non chiediamo nulla di eccezionale, solo un po’ di ordinaria manutenzione».

Sopralluogo del presidente Zambetti con gli alluvionati, il “San Roch” si arena alle Due Acque: «Cumuli di ghiaia ovunque»

«Bisogna tornare a cavare nell’Adda»

La commissione regionale: «Fiume impraticabile, il letto va pulito»

«Caro presidente della provincia Felissari ti invito, con l’intera giunta, a fare un sopralluogo sull’Adda insieme con me»: Domenico Zambetti, consigliere regionale del Gruppo Cdu-Udc e presidente della commissione ambiente del Pirellone, prenota un altro giro sul “San Roch”, il barcone con cui l’associazione Nüm del Burgh porta in crociera i turisti. Abbandonati pesciolini fritti, vino bianco e musica jazz d’accompagnamento, ieri il barcone ha solcato le acque del fiume per un sopralluogo organizzato dal Comitato alluvionati Onlus presieduto da Domenico Ossino per mostrare a Zambetti lo stato del fiume e perorare la causa della regimazione dell’alveo. Più che le parole, a convincere Zambetti è stato poi lo stesso San Roch che in località Due Acque si è arenato nei quaranta centimetri di acqua lungo la sponda destra. «Il fiume è impraticabile, bisogna pulirne il letto - ha commentato Zambetti a caldo mentre Dino “Ciccio” Cagni, al motore, manovrava per uscire dalla secca - . Caro Felissari, sindaco Ferrari, venite a vedere i danni che la piena ha provocato al vostro fiume». Un invito poi girato anche all’Autorità di bacino, l’ente al quale compete la gestione dei corsi d’acqua, «per utilizzare i fondi a propria disposizione per ogni intervento che possa alleviare questi danni» e allargato allo stesso Pirellone: «Non sono qui per iniziativa personale ma per scopi istituzionali. Per questo - ha garantito Zambetti, - mi impegno a portare all’attenzione della commissione ambiente i problemi constatati oggi e a portare qui a Lodi per un sopralluogo gli stessi componenti della commissione».Il sopralluogo con Zambetti si è tenuto ieri pomeriggio con partenza dal pontile del centro ricreativo Belgiardino. Sul barcone erano presenti alluvionati del Comitato coordinato da Ossino e del Comitato della riva sinistra presieduto da Carlo Bajoni oltre a Rinaldo Pizzocri, segretario provinciale dell’Udc. A illustrare la situazione c’era Lucio Bramanti, architetto lodigiano consulente per il Comitato di Ossino. «La situazione dell’Adda rispetto all’ultimo sopralluogo di sei mesi fa è peggiorata - osserva Bramanti -. Lungo la sponda di Boffalora sono evidenti fenomeni recentissimi di erosione, tanto che si vedono le radici delle piante. Data l’altezza dell’acqua non si vede il peggio, probabilmente nella parte di sponda sommersa». Poi, per il professionista lodigiano, c’è il problema dei depositi sul fondo: «Il percorso del fiume, prima rettilineo, ora ne compie uno a zig zag per via dei cumuli di ghiaia, andando a sbattere contro sponde ormai deteriorate». Gli fa eco Ossino: «Quella mezza piena di alcune settimane fa, caratterizzata da un aumento repentino del livello dell’acqua, ha aumentato l’apporto solido alle Due Acque, tanto che in quel punto non è stato possibile andare avanti. L’alveo va rimodellato, se vogliamo parlare di rimodellamento. Dov’è l’ammasso di ghiaia è in esubero si proceda a togliere i sedimenti. Poi c’è la situazione critica delle sponde, in particolare di un tratto a circa duecento metri a monte dell’argine della Caccialanza dove c’è stato un recente fenomeno di erosione». Anche tra i componenti della piccola delegazione la richiesta è quella di scavare: «Nessuno ha chiesto di togliere venti metri di fondo, ma almeno un metro e mezzo, due - auspica Cesare Vianelli, abitante nell’Oltreadda, tra gli alluvionati di due anni fa esatti -. Poi bisognerebbe pulire le rive, togliere lo sporco, i tronchi morti. Non si domanda niente di eccezionale, solo un po’ di ordinaria manutenzione. Ormai viviamo con la paura di rivivere quei momenti». Al suo fianco Graziella Majoli trattiene la rabbia a stento: «Dopo due anni siamo ancora alle parole. È meglio che non dica altro». «Si vive male - spiega ancora Vianelli -. Quando l’Adda comincia a salire si finisce con l’andare avanti e indietro dal ponte a casa per vedere se il livello sale o scende. È un’angoscia costante, continua».

Fabrizio Tummolillo

Fatto il primo passo per alzare l’argine sulla sponda destra

Addio muraglione. Il progetto dell’argine destro sull’Adda verrà realizzato in una veste completamente diversa rispetto alla scogliera di due metri e mezzo che avrebbe avuto un impatto devastante sulle case della città bassa e sulla Piarda Ferrari. La provincia di Lodi ha dato il via nella giunta di mercoledì a una bozza di protocollo d’intesa con comune, regione, Aipo e Consorzio Muzza per realizzare le difese sulla sponda cittadina finora rimasta scoperta. Il protocollo d’intesa verrà firmato l’1 dicembre prossimo nella sede lodigiana della regione in via Haussmann. Il documento definisce le fasi e i compiti di tutte le istituzioni nella progettazione e nella realizzazione delle prossime opere, tra cui figurano anche il nuovo argine a sud del ponte, in corrispondenza del parco dell’Isolabella, l’abbassamento di un metro della briglia del ponte urbano e l’aggiunta di una campata in più al viadotto napoleonico. Insieme con gli argini dell’ex Sicc e della strada provinciale per Boffalora, i cui progetti sono ormai nella fase definitiva, Lodi dovrebbe essere al riparo da alluvioni anche più rovinose di quella del 26-27 novembre 2002. Il nuovo argine destro, a nord del ponte, sarà lungo circa un chilometro e mezzo. Ancora da definire, invece, l’altezza. «Sicuramente sarà ridotta rispetto a quella del “muraglione” contestato da Legambiente e residenti, che usciva dall’acqua per circa due metri e mezzo - spiega l’assessore all’ambiente del comune Francesco Marzorati -. E sicuramente non ci sarà più la scogliera, nè ci saranno restringimenti dell’alveo in corrispondenza del ponte, perché porterebbero a un aumento della pressione dell’acqua sulle campate centrali del ponte». Si parla di un argine continuo di un chilometro e mezzo fino al bosco del Belgiardino, che farebbe da cassa d’espansione naturale. La linea non correrà parallelamente alla riva per tutto il tratto di fiume, ma in alcuni punti, in corrispondenza degli insediamenti urbani alla Martinetta e in zona Capanno dovrebbe indietreggiare nel terreno di qualche decina di metri. L’altezza non è stata ancora definita, ma lo studio del consulente del comune, il geologo Silvio Rossetti, contempla anche la possibilità che il nuovo argine, nei punti “cruciali” della città bassa possa avere delle barriere mobili da innalzare solo in caso di necessità. La progettazione toccherà all’Aipo (che è il soggetto attuatore e quindi cura anche l’appalto) col supporto del Consorzio Muzza e la collaborazione del comune, la regione stanzia i soldi e la provincia ha un ruolo di coordinamento. «L’argine destro, come le altre opere in sponda destra e sinistra, è fondamentale - spiega l’assessore all’ambiente della provincia Francesca Sanna -, perciò visto che siamo ancora alla fase progettuale, per prima cosa è importante definire fin da subito chi fa cosa. In questo modo potremo velocizzare tutte le procedure e fare gli interventi più in fretta». I tre milioni di euro promessi dalla regione sono confermati: «Ho visto proprio ieri l’assessore al territorio Moneta - rivela il direttore della sede territoriale della regione Ernesto Chiesa - e mi ha detto che non c’è alcun problema. Il protocollo d’intesa sancisce le scelte progettuali fatte dall’Aipo che hanno indicato per l’argine una cifra superiore ai tre milioni di euro: bisognerà attivarsi con gli enti locali per trovare i circa 1,5 milioni di euro che mancano per completare il resto degli interventi previsti per mettere la città al sicuro dalle piene».

Francesco Gastaldi

Un palco in piazza per dire la propria sull’alluvione

Lodi come Londra, piazza della Vittoria come lo Speaker’s Corner di Hyde Park dove chiunque può salire su un palco e esporre le proprie idee. Èquanto accadrà oggi all’angolo con corso Roma dove la Casa delle Libertà ha organizzato una manifestazione per ricordare la piena di due anni fa. «Daremo ai cittadini la possibilità di salire su un pulpito ed esprimere il proprio dissenso su ciò che è stato fatto in questi due anni - annuncia Mauro Rossi, capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale -. Interverranno i segretari della Casa delle Libertà, i rappresentanti degli alluvionati e i cittadini che vorranno cantarne quattro a questi amministratori che in due anni non hanno messo un solo mattone per rendere più sicure le rive del fiume». L’iniziativa si terrà dalle 16 alle 19 in una porzione di piazza che sarà occupata anche da una mostra fotografica con immagini dell’alluvione.

Da CORRIERE DELLA SERA del 28 11 04

LODI RISCHIO ADDA

Rispetto a sei mesi fa, la situazione degli argini dell'Adda è peggiorata. In particolare, la sponda sinistra nella zona di Boffalora, appena a monte di Lodi. Lancia l'allarme il Comitato alluvionati: l'erosione potrebbe produrre gravi conseguenze in caso di piena. Proprio lì, due anni fa, il fiume era uscito dall'alveo, allagando parte della città

Da AGENDALODI NEWS del 29 novembre

Poggio resta presidente regionale di Legambiente

Il lodigiano Andrea Poggio è stato confermato ieri alla presidenza di Legambiente Lombardia. Rimane vicepresidente Ennio Rota. L'elezione è avvenuta al termine del settimo congresso regionale dell'associazione ambientalista, che si è concluso ieri a Milano.

Provincia: si all'escavazione dell'Adda

Nella prima serata di venerdì, poco dopo che si era concluso il sopralluogo sul fiume Adda del presidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia Domenico Zambetti, giunto a Lodi su invito del Comitato Alluvionati Onlus, la Provincia ha preso una decisione 'storica'. "Alle 20.40 abbiamo liquidato le linee economiche di mandato - ha detto Luca Canova, presidente della commissione Ambiente della Provincia ed ex direttore del Parco Adda Sud - e, in merito al fiume Adda, è stata assunta posizione più scevra da ideologie. Nel documento eleborato si parla espressamente di intervenire nell'alveo dei fiumi quando i depositi alluvionali interferiscono con la tutela dei cittadini. Ciò, ovviamente, fatte salve le competenze specifiche degli enti preposti". Oltre all'impegno di Zambetti affinché la Commissione Regionale Ambiente di occupi delle 'colline' di depositi di ghiaia che hanno ormai modificato l'assetto del fiume, riducendone l'alveo e deviando la corrente, dunque, ora anche la Provincia si dice disposta a verificare l'eventuale necessità di una regimazione del fiume. Una posizione che in passato si è sempre scontrata con il parere degli ambientalisti.

Due anni dall'alluvione: "Una data storica"

"La ricorrenza dei due anni dall'alluvione - ha detto venerdì sera Domenico Ossino, presidente del Comitato Alluvionati Onlus nell'ambito della manifestazione organizzata al San Francesco a cui hanno preso parte un centinaio di persone - è storica. Oggi infatti il Comitato è riuscito a portare a Lodi il presidente della Commissione Regionale Ambiente, che si è impegnato per la pulizia del fiume". Nel corso della serata, oltre ad alcuni momenti spettacolari, grazie a Cesarina Spoldi e ad altri mattatori, sono stati letti alcuni articoli di giornali relativi alle esondazioni del fiume Adda del 1880, 1886, 1951 e 1976. E sembra di sentire i ricordi degli alluvionati vittime dell'alluvione del 26 novembre 2002.

Da IL CITTADINO del 30 11 04

Altri quattro anni alla guida del Cigno per Andrea Poggio

Il lodigiano Andrea Poggio è stato confermato per altri quattro anni alla guida di Legambiente Lombardia. I 220 delegati in rappresentanza di 120 circoli della regione lo hanno rieletto nel corso dell’assemblea dell’associazione rappresentata da un Cigno verde tenutasi nel fine settimana a Milano. Per Poggio, 50 anni, nato a Parigi, cresciuto a Milano e trapiantato a Lodi, si tratta del terzo mandato consecutivo al quale si affianca la carica di vice direttore nazionale dell’associazione. Per il Lodigiano, che Poggio solca tutti i giorni in treno per recarsi al lavoro nel capoluogo, il neopresidente indica agli amministratori locali due priorità da sottolineare nell’agenda dello sviluppo del territorio: «Imparare a fare i conti con i propri fiumi. L’ignobile dichiarazione di Domenico Zambetti (il presidente della commissione ambiente del Pirellone che venerdì ha fatto un sopralluogo sull’Adda, ndr) sulla necessità di cavare in Adda è un esempio ignobile. Poi occorre trasferire la mobilitazione contro le nuove centrali dal campo della protesta a quello dello sviluppo delle nuove energie, ovvero l’efficienza, il risparmio energetico e le fonti rinnovabili».

Adda sorvegliata, ma il livello non preoccupa

L’Adda continua a essere sorvegliata speciale, con i vigili del fuoco che periodicamente effettuano la lettura dell’idrometro collocato sul ponte cittadino, ma fino a ieri sera, nonostante le forti piogge, il livello del fiume era ben lontano dalla soglia di allarme, posizionata a più 165 centimetri oltre lo zero idrometrico nell’ultima revisione del piano di emergenza comunale, contro il più 190 della pianificazione che era in vigore quando la corrente dell’Adda spazzò Campo di Marte e le rogge bloccarono viale Milano. Nell’arco delle 24 ore dalle 18 di domenica alle 18 di ieri il livello del fiume è salito solo di 10 centimetri, passando da meno 60 centimetri rispetto allo zero a meno 50, oltre un metro in meno rispetto alla “grande paura” della prima settimana di questo novembre, quando si era arrivati al picco di più 66 centimetri. Le autorità di protezione civile, visto lo stato di preallarme che interessa tutte le province lombarde, hanno invitato il comune ad attivarsi qualora l’Adda superi i 90 centimetri.Per l’Arpa regionale, comunque, già domani le piogge dovrebbero terminare.

150 mila euro a Maleo

Contributo da record per la cava da ampliare

Maleo Riapre la cava, il comune strappa il finanziamento record. Grande soddisfazione all’interno degli ambienti amministrativi di Maleo, dove presto arriverà un sostanzioso contributo, di poco superiore ai 150 mila euro. Il regalo di Natale si deve alla convenzione che lo stesso comune ha firmato con la Sei srl, la società che gestisce la cava di cascina Geroletta: «In settembre è giunta una comunicazione della provincia di Lodi che autorizzava un’escavazione straordinaria di 300 mila metri cubi di terra - spiega il sindaco Pietro Foroni - intervento da riferire al piano cave del 1998». Il piano prevedeva un primo prelievo di materiale inerte per un milione di metri cubi e una volta terminato il lotto, concedeva al gestore una nuova fase estrattiva, quella per cui si va a procedere: «In casi come questo il comune non ha scelta - prosegue Foroni - e non può che giungere alla firma della convenzione. Se ciò non avvenisse, entrerebbe automaticamente in vigore lo schema regionale, il quale prevede un ritorno economico piuttosto limitato». Non a caso, il primo cittadino sottolinea «l’atteggiamento costruttivo e sensibile dell’azienda»: quest’ultima non solo ha lavorato per giungere alla convenzione con il comune malerino, ma ha concesso benefici economici non indifferenti. Dai 410 centesimi di euro per ogni metro cubo di terra, si passa a una cifra più consistente, ben al di sopra del mezzo euro al metro. Inoltre, nel determinare la quota libera, la Sei ha riconosciuto uno stanziamento superiore del 12 per cento rispetto a quello del 2001, all’epoca del primo lotto. Complessivamente, si parla di circa 176 mila euro, con una quota del 15 per cento automaticamente riconosciuta alla provincia. La Sei srl ha anche accettato di anticipare in un’unica soluzione l’importo per il comune, il quale avrà tempo dieci mesi per mettere in piedi un’opera pubblica finanziata con i soldi della cava. Condizioni che, in pratica, fanno di Cascina Geroletta la cava più pagata del lodigiano. Il consiglio comunale di Maleo, celebratosi nella serata di venerdì, ha poi provveduto a convenzionare con Cavacurta il servizio di biblioteca: il piccolo comune limitrofo non dispone di un addetto e non si trova nelle condizioni di poterlo assumere: «A Cavacurta l’operazione costerà soltanto per le ore prestate dallo specialista, mentre come comune capofila non abbiamo preteso assolutamente nulla», conclude il primo cittadino Foroni, commentando l’operazione del provvedimento.

Paolo Migliorini

Al S. Francesco lo spettacolo voluto “per non dimenticare”

L’alluvione due anni dopo: in scena drammi e ricordi

LODI Un’occasione per ricordare facendo spettacolo la grande paura di due anni fa, con l’alluvione che mise in ginocchio la città di Lodi. Ma Dalle rive dell’Adda... per non dimenticare è stata anche una serata di quelle che servono ogni tanto per ricordarci d’essere lodigiani, o di vivere da queste parti, o di quale ricchezza in cultura e tradizioni siamo custodi, col compito, che sarebbe un peccato mortale non esercitare, di conservarla, di farla conoscere anche in questo modo. Ospitata nel teatro San Francesco è stata una manifestazione veramente costruita bene e varia nei generi offerti, dalla prosa alla poesia, dalla cronaca alla musica, al teatro e ai canti popolari. E tra i due tempi dello spettacolo non è mancato “lo sfogo” sullo stato delle cose (progetti d’interventi del comune sul fiume non condivisi, promesse non mantenute, rimborsi “farsa”) di Domenico Ossino, presidente del Comitato Alluvionati Lodi Onlus, promotore di questa iniziativa nel secondo anniversario dell’alluvione del 26 novembre 2002 che interessò tutte le zone basse di Lodi, da Campo Marte a Selvagreca, da Porta Milano al Pratello, a S. Gualtero, come mai era stato nelle alluvioni precedenti.Interpreti “dalle rive dell’Adda delle gioie e dolori attorno al fiume con voci, rime, canti e varia umanità della tradizione lodigiana”, due compagnie teatrali in un mix alterno in scena risultato gradevole: l’ultima nata “Lavori in corso” con le voci di Luciano Allegri, anche suo regista, Alessandra Banchieri e Mirna Di Vita, e la prima nata, classe 1958, del “Teatro dei giovani di Lodi”, con Bruno Pezzini regista, Carla Galletti, sempre splendida anche come conduttrice della serata, Ermanna Croci, Francesca Musella e l’eterna e simpaticissima Cesarina Spoldi. Nel repertorio di “Lavori in corso” la lettura di brani, tra storia e leggenda, e di poesie scelte dalle opere di letterati del passato (Ada Negri, Defendente Lodi, e altri ancora) e del presente (Andrea Maietti) e cronache dal «Cittadino» sulle inondazioni del 1951 e 1976 ancora vive in tanti, con qualche richiamo alle precedenti del 1928 e di fine ‘800. Cose che si sono ascoltate volentieri e che, recitate in quel modo, ha fatto piacere scoprire o ripassare; sicuramente applaudire. Nell’omaggio alla città offerto dal “Teatro dei giovani di Lodi”, altri brani di storia, altre curiosità legate al nostro fiume, e altre poesie, alcune molto belle dello stesso Bruno Pezzini, recitate con grande padronanza dell’arte teatrale da Ermanna Croci (veramente brava in Una storia come tante) e da Cesarina Spoldi (in La sdernera), si sono aggiunte, ma con un crescendo d’allegria per la comunicativa della Spoldi e della Croci nella scena “ruspante” della dote da La Sposa Francesca del De Lemene, e soprattutto per i canti popolari, nei quali si è esibita con una voce e uno stile da professionista Francesca Musella. Mentre conoscevamo già Cesarina Spoldi, e quanti anni le vanno via ogni volta che calca un palcoscenico anche nella “variante” di cantante di stornellate o strambotti che hanno coinvolto il pubblico a seguirla in coro. Erano accompagnati alla pianola dal maestro Angelo Martinenghi, capace di aggiungere la sua voce anche lui ai ritmi creano le sue mani. Oltre ai tanti sostenitori presentati e ringraziati, dal S. Francesco ad Armando e Maria Rosa Fiori, anche una sottoscrizione a premi per la difesa del territorio, la salvaguardia del fiume, la sicurezza dei cittadini, offerta all’ingresso in teatro e che sarà estratta dal Comitato Alluvionati Lodi Onlus il 19 gennaio 2005, S. Bassiano, patrono di Lodi. Primo premio: un week end a Praga per 2 persone.

Giuseppe Pratissoli

 

 

  

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