Da
LA PROVINCIA DI LECCO del 01 11 04
Il ponte di
Paderno sfavillerà nella notte: le sue arcate saranno illuminate da
luci azzurre e verdi che ben si inseriscono nel contesto cromatico
dell'Adda
Paderno Dopo anni
di sforzi l'amministrazione sembra a buon punto sulla strada dei
finanziamenti per il progetto Luci per il ponte: spuntano gli
sponsor Pronte Italcementi e Ferrovie dello Stato, mentre Enel Sole
si farebbe carico del progetto esecutivo
PADERNO Dopo
anni di sforzi l'amministrazione comunale di Paderno sembra a buon
punto sulla strada del finanziamento del progetto di illuminazione
del ponte San Michele, l'opera che darebbe l'assetto finale alla
sistemazione della valle dell'Adda, iniziata con il rifacimento
dell'alzaia e con l'apertura dell'ecomuseo. Il quadro preciso va
ancora delineato, ma le speranze sono buone: metà della cifra
necessaria arriverebbe dal Master Plan della regione Lombardia sul
recupero dei Navigli e della loro navigabilità. L'illuminazione del
ponte vi sarebbe inserita come opera accessoria, mentre alcune
imprese si sono dette disponibili a contribuire anche se non hanno
quantificato la propria partecipazione. «Sono l'Italcementi e le
Ferrovie dello Stato, mentre Enel Sole, che ha già steso il
progetto preliminare, si occuperebbe del progetto esecutivo. È
un'opera a cui tiene molto anche perchè in cambio ne avrebbe anche
un ritorno di immagine non indifferente», commenta il sindaco
Valter Motta. Rispetto alla scorsa estate, quando ancora nessuno si
era fatto avanti, il quadro è in netto miglioramento ma il
finanziamento non è ancora del tutto sicuro: 135mila dalla Regione,
forse 50mila dagli sponsor attuali, anche se la cifra potrebbe
salire, restano fuori circa 70mila euro che potrebbero essere
coperti con una cordata tra varie istituzioni: Unione commercianti,
Unione Industriali, Vera Brianza, Artigiani, sindacati di Bergamo e
di Lecco. La giunta padernese aveva inserito nel bilancio 2003 uno
stanziamento di 200.000 euro per questo progetto, anche se il
sindaco lo riteneva «virtuale» perché non vuole che le spese
gravino sulla finanza pubblica. Il progetto, in linea con le norme
anti inquinamento luminoso, prevede un'illuminazione azzurra e verde
delle arcate, per inserirle nel contesto cromatico circostante:
cielo, alberi e fiume. Le linee guida prevedono l'indirizzamento del
flusso luminoso verso l'alto, passività ambientale dell'impianto e
risparmio energetico. La strada sarà illuminata con 62 lampioni a
due lampade al sodio alta pressione da 70 watt; altri ottanta fari
da 54 watt cadauno inonderanno di luce la galleria ferroviaria,
lungo l'arcata del ponte ce ne saranno 60 mentre i piloni saranno
illuminati da 18 fari a fascio stretto, con lampade alogene da 150
watt. La logica di regolazione e di accensione degli impianti sarà
flessibile, per una potenza totale installata di 9,5 kilowatt per l'illuminazione
funzionale e 11,8 kilowatt per lilluminazione architettonica
Lorenzo Perego
Da
IL CITTADINO del 2 11 04
I comitati
alluvionati preoccupati: «Basta poco perché l’Adda si alzi, e le
difese non sono state potenziate»
La pioggia
battente torna a fare paura
Uno
sguardo al cielo e la paura addosso, che bagna più della pioggia
che cade. «Ormai basta un temporale forte a spaventarci - racconta
Carlo Bajoni, referente del comitato alluvionati della riva sinistra
- se poi la pioggia dura qualche giorno, come sta accadendo ora, la
preoccupazione diventa forte». Nuvole nere attraversano i pensieri
dei lodigiani che abitano vicino alle sponde del fiume, dopo che
ieri le lunghe ore di pioggia battente hanno fatto scattare il
livello di preallarme per rischio idrogeologico in otto delle undici
province lombarde: Lodi per il momento resta esclusa dal
provvedimento, con Cremona e Mantova, ma sin dalla prima mattina il
tempo è peggiorato ancora nel nostro territorio e alle 20.30 il
livello di pioggia caduta ha raggiunto quota 8,6 millimetri. «La
paura è tanta - dice Bajoni -, perché oggi paradossalmente ci
troviamo in una situazione peggiore rispetto a quella di due anni
fa, con i danni provocati allora dal fiume alle sponde che non sono
ancora stati riparati. La nostra sensazione è che le autorità
stiano sottovalutando il problema: ora il livello dell’Adda non è
preoccupante, ma bastano pochi giorni di pioggia continua in quota
per riportare l’allarme sul nostro tratto di fiume. E qui non
siamo assolutamente pronti ad affrontare una situazione del genere,
non sono state fatte le difese spondali previste e non ci sono stati
miglioramenti di nessun genere. Anzi, il sindaco aveva annunciato
che i lavori alla zona dell’ex Sicc sarebbero partiti in autunno,
per terminare nella primavera del 2005, ma a quanto mi risulta non
è stato ancora aperto nessun cantiere». Ci sono state però gli
aggiornamenti del piano di pronto intervento e le prove di
evacuazione per le zone alluvionate. «Mercoledì dovrebbero essere
installate le sirene in quelle zone e dovrebbe esserci anche una
prova di queste, ma nessuno a detto quale dev’essere la procedura
per un eventuale allarme – continua Bajoni -. In giugno quando è
stata fatta una simulazione non si era parlato della sirena e io
credo anche che l’amministrazione sopravvaluti l’effetto di un
allarme tempestivo: la gente dopo la sirena potrebbe riuscire a
mettere in salvo la macchina, ma il resto delle cose di casa che
fine farebbe?». L’altro comitato, quello della sponda destra,
venerdì in assemblea aggiornerà la cittadinanza sugli ultimi
sviluppi e sui passi compiuti: «Bisogna operare sull’alveo del
fiume – dice Domenico Ossino -, il progetto che abbiamo
commissionato a un tecnico ci dice che il fiume non può superare la
portata di 800 metri cubi al secondo: durante l’alluvione siamo
arrivati a quota 2000 metri cubi al secondo». Intanto ieri la
pioggia ha causato qualche piccolo danno. Il primo è stato
segnalato attorno alle 10.15 in via Mattei, il tratto di Lungoadda a
monte del ponte urbano, dove a perdere un pezzo di chioma è stata
una delle piante che crescono sulla riva del fiume. Non sono rimasti
coinvolti passanti o veicoli, e l’ostacolo è stato rimosso dai
servizi tecnici municipali. I vigili sono poi dovuti correre attorno
alle 15 in via Marx, all’Albarola, per un problema simile: un ramo
è caduto sulla recinzione di un condominio, che però non ha
riportato danni significativi. Questa volta però sono dovuti
intervenire anche i pompieri con una motosega.
Lucio D’Auria
Da CORRIERE DELLA SERA del 2
11 04
Il
Ticino torna a far paura Effetto diga al Ponte vecchio
Un'intera
arcata del ponte coperto ostruita da detriti e tronchi trascinati
dal fiume
PAVIA - Sono bastate 48 ore di pioggia ininterrotta per far tornare la paura
sugli argini del Ticino e a Borgo Basso, il quartiere che rischia di
trovarsi di nuovo il fiume in casa come quattro anni fa, i pavesi
sono di nuovo all'erta. Sempre più gonfio e torbido, il fiume nel
fine settimana è cresciuto di oltre tre metri e tonnellate di
detriti più decine di tronchi sradicati dalla furia delle acque
l'altra notte hanno finito per accatastarsi addosso a un'arcata del
ponte coperto bloccando il passaggio della corrente. Ieri lo
sconcertante spettacolo ha attirato molta gente mentre la corrente
ormai lambiva la base dei piloni in cemento del manufatto, simbolo
del capoluogo. Il livello per ora è fermo a meno di un metro dallo
zero idrometrico. «La fortuna è che l'acqua scorre senza intoppi -
dice l'unico pescatore che, malgrado la pioggia, è sceso sotto il
ponte in cerca di carpe - e fino a quando il Po riuscirà ad
assorbire il Ticino il Borgo sarà salvo. Ma questa pioggia mi
ricorda quella di quattro anni fa, quando l'alluvione è arrivata
senza preavviso». I residenti del Borgo Basso puntano gli occhi
alle nuvole che hanno scaricato tanta acqua sul Lago Maggiore da cui
esce il fiume. «Il problema non è la pioggia su Pavia - sottolinea
Giancarlo Barbieri, presidente dell'Associazione di protezione
civile Adna -. Le brutte notizie arrivano sempre dal Verbano e dalla
diga della Miorina. Il Ticino da due giorni cresce di 3-4 centimetri
l'ora e i livelli saliranno fino a quando non smetterà di piovere a
monte. Non ci rimane che vigilare e pregare che il fiume non scoppi
dall'alveo. Per ora il Ticino è sotto controllo ma l'immagine
dell'arcata ostruita rievoca l'incubo di quattro anni fa. «E
pensare che domenica i volontari del Parco avevano pulito il greto -
dicono increduli i vigili urbani di ronda lungo le sponde -.
Evidentemente quegli alberi arrivano da lontano, trasportati dalla
corrente. Appena possibile bisognerà sgomberare i detriti che
mettono a rischio la stabilità del ponte e l'argine destro». I
lampioni che illuminano il Borgo Basso ieri sera faticavano a
riflettersi nel Ticino carico di fango e la pioggia pare non voglia
dare tregua.
Giuseppe
Spatola
Da
IL CORRIERE DI COMO del 02 11 04
Meteo, nuovo
preallarme dopo la tregua
PIOGGIA D'AUTUNNO
- Il livello del Lario è cresciuto di 15 centimetri al giorno
nell'ultima settimana
Poche
ore di tregua ed è ancora preallarme maltempo sul Comasco. Il
rischio idrogeologico è stato diramato ieri dalla protezione civile
regionale in tutti i comuni del Lario insieme con quelli delle
province di Bergamo, Brescia, Lecco, Milano, Pavia, Varese e
Sondrio. La pioggia è tornata a cadere questa notte (il preallarme
è in vigore dall'una di questa mattina) e per tutto il giorno sono
previste precipitazioni anche di carattere intenso, come sottolinea
il sito dell'osservatorio meteorologico Meteocomo di Monte Olimpino.
La pioggia inizialmente debole potrà assumere le caratteristiche
del rovescio temporalesco. Ancora acqua, tanta acqua, quindi. Che
per la città di Como significa vedere crescere di giorno in giorno
il livello del lago e il ricordo del novembre di due anni fa, con
una delle peggiori esondazioni di tutti i tempi è ancora vivo.
Ieri sera il Lario era, all'idrometro dei giardini a lago, a
56 centimetri sopra lo zero, vale a dire ancora oltre mezzo metro
(64 cm) sotto la soglia di esondazione. Nel corso della giornata
grazie all'assenza di precipitazioni nel Comasco e in Valtellina il
livello è rimasto pressoché costante, ma la nuova perturbazione e
l'esempio dell'ultima settimana non permettono di fare sonni
tranquilli. Da agosto a pochi giorni fa il Lario era rimasto sotto
lo zero idrometrico. Martedì
26, ad esempio era a -16 centimetri e la crescita media è stata di
quasi 15 centimetri al giorno. Andando avanti di questo passo,
insomma, alla fine della settimana l'acqua potrebbe lambire piazza
Cavour. La situazione è ad ogni modo tenuta sotto stretto controllo
dal Consorzio dell'Adda, dove i tecnici sono preoccupati più che
altro dalle precipitazioni in Valtellina. «Domenica non è
cresciuto il livello - spiegano - l'uscita è nell'ordine dei 270
metri cubi al secondo, con un'entrata inferiore ai 300. Il livello
del lago sopra i 50 centimetri in questo periodo è ad ogni modo una
situazione comune e nella media degli ultimi 50 anni». Gli occhi
sono però puntati verso Nord. «Le piogge che cadono sul bacino
incidono in modo non rilevante sulla crescita del Lario - proseguono
dal Consorzio - noi studiamo con attenzione la situazione delle
valli, nel lago convergono i fiumi della Valtellina, della
Valchiavenna e di mezza Valle Intelvi. La pioggia a Bormio o
Stazzona fa salire immediatamente il livello del Lario. Speriamo che
la prossima perturbazione non sia così massiccia come quella di due
anni or sono». Lo stato di preallarme rischio idrogeologico della
protezione civile regionale prevede anche che i sindaci prestino
particolare attenzione al riattivarsi di fenomeni franosi in zone
assoggettate a tale rischio e alla possibile esondazione di corsi
d'acqua minori. In questo senso nonostante la domenica pressoché
asciutta è tutt'altro che calato il livello di allerta a Gera
Lario. «Vediamo l'acqua scorrere regolarmente dal fiume San
Vincenzo e questo ci tranquillizza - dice il sindaco Gianluigi
Spreafico - vuol dire che il letto è libero da principi di frana.
Però la situazione viene monitorata costantemente».
(p.an.)
L'assessore
all'ambiente Cattaneo: «Situazione sotto controllo»
«La
situazione idrogeologica del nostro territorio è tenuta attualmente
sotto stretto controllo e tale da non destare alcun allarme». Così
si esprime sul rischio di esondazione del Lario, degli altri corsi
d'acqua e quindi sul rischio di possibili alluvioni nel Comasco,
l'assessore provinciale all'Ecologia, Francesco Cattaneo. «Attualmente
la diga di Vercurago del Consorzio dell'Adda risulta completamente
aperta, quindi non dovrebbero esserci problemi per quanto riguarda
il livello delle acque del Lario - prosegue Cattaneo - Semmai un
problema si era registrato agli inizi del mese di ottobre, a causa
dell'abbassamento evidente delle acque del lago di Como, dovuto al
perdurante stato di siccità estiva e alla scarsità di
precipitazioni nella prima parte della stagione autunnale». Secondo
il responsabile provinciale dell'Ambiente, «le piogge di questo
periodo rientrano nella piena normalità. Siamo ad una misura
assolutamente fisiologica. Noi sappiamo infatti che le
precipitazioni raggiungono i maggiori picchi nel nostro territorio
in due mesi: quello di maggio e quello di novembre. Non mi pare che
finora si siano registrate quantità di pioggia paragonabili a
quelle che si sono verificate nella nostra provincia nel novembre di
due anni fa, che erano assolutamente eccezionali». Proprio nel
novembre del 2002 il Lario, dopo alcune giornate di pioggia
torrenziale era esondato facendo segnare una quota record. In ogni
caso la Provincia di Como ha in cantiere uno studio climatologico
complessivo del territorio lariano, in modo da favorire un
inquadramento preciso di tutti i fenomeni meteorologici e di
prevenire per tempo anche eventuali situazioni critiche. «Le
recenti piogge battenti hanno creato qua e là problemi ai privati -
dice il responsabile di Punto Energia, Giovanni Bartesaghi, che sta
lavorando anche ad “Agenda 21” e ha collaborato anche allo
studio climatologico di Villa Saporiti - Ci sono cadute di alberi
all'interno dei giardini, movimenti di terreno. Certamente piccoli
eventi, ma che possono incidere anche in maniera seria su un
bilancio familiare. Finora, comunque, la situazione è costantemente
monitorata e non è il caso di destare eccessivo allarmismo».
Giancarlo
Montorfano
Da WWW.MERATEONLINE.IT
del 02 11 04
Brivio: in una
“strenna” la storia dell’Adda navigabile
Una
strenna di Natale, ma anche e soprattutto una bella e interessante
ricerca storica sul fiume Adda e sul suo grande potenziale turistico
tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Questo e
molto di più è il volume intitolato “Dall’Adda alla Martesana
– Un percorso su acqua da Lecco a Milano”, scritto da Rino
Tinelli, collezionista di oggetti di storia locale. Il volume,
composto da 324 pagine, corredato da duecento foto, è stato
presentato venerdì sera nell’aula consigliare di Brivio.In sala,
una quarantina di persone. Al tavolo dei relatori, oltre
all’autore, anche l’assessore alla Cultura Ugo Panzeri.
“L’idea – ha spiegato Tinelli – è nata dalla mia passione
per la storia locale e da una fortunata scoperta. Un amico di
Paderno D’Adda mi ha raccontato di avere da anni nel cassetto una
raccolta di cento fotografie che documentavano una gita organizzata
dal Sem, società escursionisti milanesi, avvenuta il 9 maggio del
1915, poco tempo prima dello scoppio della guerra mondiale. Le
immagini ripercorrevano tappa dopo tappa una gita che partendo da
Milano, in treno, portava gli escursionisti sino a Lecco. Da lì, i
gitanti tornavano poi su barconi che scendendo il fiume giungevano
fino al Naviglio della Martesana”. Aggiungendo a quelle foto molte
altre, reperite tra amici e conoscenti, Tinelli, non nuovo a
ricerche di questo genere, è così riuscito a ricostruire un
percorso turistico molto in voga tra la fine dell’Ottocento e
l’inizio del Novecento. “Tali gite – ha spiegato – non erano
affatto inusuali. Durante la settimana, i barconi venivano
utilizzati per trasportare materiale da costruzione. Nel fine
settimane, invece, le barche venivano impiegate per le gite”. Il
volume, che è stato pubblicato con il patrocinio di Regione
Lombardia, provincia di Lecco e Milano, Parco Adda Nord, comune di
Trezzo e Comitato restauro delle chiuse dell’Adda, è stato
presentato una prima volta lo scorso 25 settembre nella sala degli
Specchi di Trezzo e venerdì anche a Brivio. Parallelamente alla
presentazione del libro, nella sala attigua alla sala consigliare,
è stata inaugurata anche una mostra di vecchi materiali (oggetti
come i gettoni dati ai dipendenti per attraversare il fiume quando
ancora non esisteva il ponte di Brivio, fotografie e modellini di
barche utilizzate sul fiume) molti dei quali messi a disposizione da
briviesi o comunque da persone che per spirito e indole sono legati
al fiume. Soddisfatto del successo ottenuto dalla presentazione del
libro e della mostra, che potrà essere visitabile fino a lunedì,
anche l’assessore alla Cultura Ugo Panzeri. “Il libro ha il
merito di avere recuperato molto materiale disperso e di averlo
messo insieme nell’ottica di un recupero del valore culturale del
fiume che, per chi risiede in un paese come Brivio, è
fondamentale”. La serata di ieri è stata inoltre anche
l’occasione per riparlare del progetto, ora sempre più
caldeggiato, di far tornare navigabile quel percorso fluviale che da
Lecco, negli anni che furono, arrivava fino a Milano.
Da
IL CITTADINO del 03 11 04
Grande paura ieri
pomeriggio per il livello dell’Adda cresciuto di un metro in 24
ore: dalle 16 in poi però l’acqua si è abbassata
Oggi il test delle
sirene per l’alluvione
In caso di piena
l’allarme farà scattare l’evacuazione in città bassa
«Siamo
sicuramente più preparati rispetto a due anni fa, anche se non
dobbiamo pensare che, di fronte a una piena del’Adda catastrofica
come quella del 26 novembre 2002, non ci saranno danni.
Probabilmente, però, saranno molto più limitati»: l’assessore
alla protezione civile di Palazzo Broletto, Francesco Marzorati,
faceva così ieri pomeriggio il punto sulla gestione
dell’emergenza legata all’esondazione del fiume, alla vigilia
della giornata del primo collaudo delle sei sirene che dovranno dare
alla popolazione dei quartieri a rischio il segnale di evacuazione.
L’impianto, attivato dal computer della sala operativa della
protezione civile comunale in viale Pavia, sarà collaudato oggi
pomeriggio, come avvertono già da qualche giorno i comunicati
affissi nelle bacheche gialle previste dal piano comunale di
emergenza. Il sistema acustico è composto da sei trombe da 110
decibel di potenza, installate all’ex Macello, presso il Cup
dell’Asl, in via D’Azeglio, in piazza Savarè, in via Arisi e
nel quartiere di Campo di Marte. Dovrebbero potersi sentire anche
all’interno delle abitazioni e nel test di oggi pomeriggio saranno
collaudate anche con un fonometro. «Dovremo poi decidere se sarà
meglio un suono unico, prolungato per diversi minuti, oppure a due
tonalità alternate», precisa l’assessore.Ieri in molti hanno
guardato preoccupati l’Adda, e chi ha le barche sul fiume ha
rafforzato gli ormeggi. In conseguenza delle piogge del fine
settimana, il livello al ponte urbano era salito di un metro tra
lunedì e ieri, raggiungendo il picco di più 66 centimetri sullo
zero idrometrico attorno alle 16, per poi decrescere a + 58 alle 21.
Il livello di allarme, nell’ultima revisione del piano di
emergenza, è stato portato a + 165 centimetri, contro il + 190 del
piano in vigore quando l’Adda attraversò Campo di Marte e bloccò
viale Milano. «Abbiamo anche individuato il primo punto della città
che viene sommerso: è il giardino dell’abitazione al numero 27 di
via del Capanno», aggiunge Marzorati. Si tratta di una villetta
circondata da un prato più basso rispetto a quelli dei vicini, e
lambita da una roggia che poche centinaia di metri più a valle si
immette nel fiume. La revisione del piano ha permesso anche di
elaborare, in collaborazione con gli uffici milanesi dell’Aipo, un
modello matematico che permette di fare una previsione dei tempi di
innalzamento del livello dell’Adda in città sulla base delle
portate della diga di Olginate, in uscita dal lago di Como, e del
livello del Brembo a Ponte San Pietro: nel 2002 dal lago uscivano
1.900 metri cubi al secondo e il Brembo superò i 5 metri, e
l’ondata arrivò a Lodi 15 ore dopo il passaggio da Olginate. Ieri
invece il lago è arrivato a 400 metri cubi al secondo, un valore
però in crescita, e il Brembo, al punto considerato, ha sfiorato i
tre metri, anche se a monte aveva superato la soglia di attenzione
dei 5 metri nella nottata. Prosegue intanto la progettazione della
diga dalla Sicc a Boffalora, in sponda sinistra, mentre le opere di
difesa della città, a parte le chiuse sulle rogge Gaetana e Gelata,
sono ancora da definire.
Carlo Catena
La furia delle
acque ha fatto affondare ieri “el Crucefìs”, un simbolo della
città
Piena dell’Adda
sotto controllo, oggi a Lodi si provano le sirene
Mentre
la piena dell’Adda transita nel Lodigiano senza creare gravi
danni, oggi a Lodi si terrà il primo collaudo delle sei sirene che
dovranno dare alla popolazione dei quartieri a rischio il segnale di
evacuazione. L’impianto, attivato dal computer della sala
operativa della protezione civile comunale in viale Pavia, sarà
collaudato oggi pomeriggio. Il suono delle sei sirene dovrebbero
potersi sentire anche all’interno delle abitazioni. Ieri in molti
hanno guardato preoccupati l’Adda, e chi ha le barche sul fiume ha
rafforzato gli ormeggi. Ma la piena proprio ieri si è portata via
una barca che è un simbolo per tutta la città: “el Crucefìs”,
14,80 metri di lunghezza per 18 quintali di peso. Il battello è
stato per anni l’altare sul quale veniva celebrata la Messa
sull’Adda. Un albero, trascinato dalla furia della corrente, ha
agganciato il barcone, che era ancorato a un attacco della Piarda
Ferrari, e lo ha strappato dalla riva, portandolo in mezzo al fiume.
Arrivato allo sbarramento dell’isolotto, il barcone si è
inclinato su un lato e si è riempito d’acqua, affondando subito
Un albero strappa il
Crucefìs dalla riva: il fiume travolge la storica imbarcazione
La
“prova generale” della grande alluvione ieri pomeriggio si è
portata via una barca che è un simbolo per tutta la città: il “Crucefìs”,
14,80 metri di lunghezza per 18 quintali di peso, che formalmente
appartiene (anzi, apparteneva) a Peppo Boriani, presidente
dell’associazione Barcaiuoli e lavandaie, ma che nei fatti è
stato per anni l’altare sul quella veniva celebrata la Messa
sull’Adda. E che nel nome ricordava il Crocefisso miracoloso che
campeggia sopra l’altare della Maddalena, invocato quando la
siccità rischia di compromettere il lavoro nei campi. Anche la
Maddalena a sua volta è legata, nella festività del 22 luglio, a
un detto tradizionale che vuole che sette lodigiani perdano la vita
per annegamento prima della scadenza e altrettanti dopo. Attorno
alle 16 di ieri un albero, trascinato dalla furia della corrente, ha
agganciato il barcone, che era ancorato con un cavetto di acciaio a
un attacco della Piarda Ferrari, e lo ha strappato dalla riva,
portandolo in mezzo al fiume. Ad assistere senza poter fare nulla
anche Gino Cassinelli, presidente dell’associazione Num del Burgh,
che ha immortalato in una sequenza fotografica l’affondamento del
barcone. «Scendeva a valle così velocemente - spiega Cassinelli -
che ho dovuto inseguirlo in bicicletta». Arrivato allo sbarramento
dell’isolotto, il barcone si è inclinato su un lato e si è
riempito d’acqua, affondando subito dopo la cascata. «Non so
ancora se riusciremo a recuperarlo - è il commento amaro di Boriani
-. Una cosa però posso dirla: se le rive del fiume venissero
ripulite, come abbiamo chiesto tante volte, le piene non
porterebbero giù alberi e tronchi».
Dadda tra i
“saggi” della Lombardia per la legge di tutela dei parchi
Attilio
Dadda, tra i “saggi” della Lombardia per la legge sui parchi. Il
presidente del Parco Adda Sud è infatti uno dei membri del comitato
ristretto che si occuperà di modificare il disegno di legge
dell’assessore regionale Franco Nicoli Cristiani, approvato quasi
un anno fa, e ora prossimo all’esame del consiglio regionale.
Attualmente la proposta di legge è all’esame della commissione
ambiente della regione Lombardia, che ha già ascoltato in audizione
le associazioni ambientaliste, e che nelle prossime settimane
incontrerà gli stessi rappresentanti delle aree protette prima di
esprimere il proprio parere. «Stiamo lavorando - dichiara Dadda -
per mettere a punto una posizione univoca anche a livello di
coordinamento di Federparchi, per essere incisivi e efficaci anche
in campo istituzionale, come è già accaduto la scorsa settimana».
Il presidente del Parco Adda Sud fa riferimento ad un emendamento
presentato da Milena Bertani, consigliere regionale di maggioranza e
presidente del Parco del Ticino, che ha modificato la normativa
proposta dall’assessore Nicoli Cristiani in materia di condono
edilizio: «Con il voto della minoranza di centro sinistra e di
alcuni consiglieri di maggioranza - spiega Dadda - si è stabilito
che il condono non venga applicato in tutto il territorio dei parchi
regionali e non solo nel parco naturale, e cioè nella loro area
maggiormente protetta». Intanto Dadda esulta perché dalla Camera
è arrivato il primo “sì” all’introduzione del principio di
tutela dell’ambiente nell’articolo 9 della Costituzione.
Da
Lettere al IL CITTADINO del 3 11 04
RISCHIO
ALLUVIONE
La
paura non è ancora passata
Gentile direttore, approfitto
dell’ospitalità su “il Cittadino” per scrivere una lettera
aperta destinata al signor Sindaco di Lodi, Aurelio Ferrari. Arriva!
Arriva!». È come se queste voci fossero registrate nelle mie
orecchie: sono le grida dei vicini e io che abito in una zona
tranquilla di Lodi, dove è raro sentire qualcuno gridare e dove mai
prima di quel momento c’erano state esternazioni così concitate,
sono uscita in giardino, ho raggiunto il cancello per vedere chi
arrivasse… Era il 26 novembre 2002, era sera, c’era buio, ma i
lampioni mi hanno permesso di vedere qualcosa che mai avrei pensato
di poter vedere: l’Adda, mista ad altro, stava arrivando, era già
a metà via, e anche dal fondo della stessa via, ignorando il senso
unico, stava giungendo acqua. Signor sindaco, le risparmio tutto il
resto, i dati tecnici li conosce meglio lei, anche se a furia di
ripeterli li so anch’io. Non le dirò come abbiamo vissuto la
notte, cosa abbiamo provato a vedere l’Adda entrare dai buchi
dell’aerazione, dalle prese d’aria, dalle porte… Le risparmio
i giorni seguenti… Le dico solo che quando l’acqua ha
abbandonato la mia casa (ero una delle poche evacuate), quando ho
aperto la porta della mia casa per un attimo l’ho richiusa (dopo
aver visto cosa c’era all’interno) e ho pensato: «Lì non ci
vivo più». Ma poi, come hanno fatto tutti, tutti abbiamo
ricominciato a vivere lì, con forza, con determinazione, perché
quella è la nostra casa. Chiunque potrebbe scrivere di ansia, di
rabbia, di disperazione con mille diverse sfumature, ma è acqua
passata. Ora però piove forte, le previsioni non sono buone, passo
sul ponte a piedi almeno due volte in un giorno e l’Adda è
cresciuta, è marrone, è minacciosa. Non so quanto è alta, ma ho
contato i gradini che dal Lungo Adda arrivano al fiume: quattro
giorni fa se ne vedevano 8 (parlo dell’ultima rampa), poi 7, poi
6. ogni volta li conto e li riconto sperando… Signor sindaco, lo
so, lei dirà: «È ancora bassa, lo zero idrometrico ecc. ecc.».Ma
crede veramente che chi ha vissuto l’alluvione quando vede
l’Adda salire si occupi di numeri? Crede davvero che chi sa che
nulla è ancora stato fatto, perché a due anni di distanza tutto è
ancora come allora, possa stare tranquillo? Crede che nella nostra
testa si possa anche solo ipotizzare un’altra alluvione? Lo so, ci
sono progetti, ma con un progetto non fermiamo l’acqua, la
fermiamo con la realizzazione dei progetti per difendere le nostre
case. Mi sono affidata a lei, ai suoi tecnici, ma perché tutto ciò
non mi tranquillizza quando vedo l’Adda salire e sento che le
piogge si protrarranno per giorni e giorni? Ci vuole tempo per
realizzare ogni cosa, mi risponderà. Cominci a concretizzarle
queste cose progettate e questo mi farà finalmente pensare, come
farà pensare a molti altri, che non siamo solo nelle mani di Dio,
della natura. Non amo molto la televisione, ma in questi giorni il
mio programma preferito è guardare e ascoltare le previsioni del
tempo, che per giunta non sono belle… Quando potrò passare sul
ponte sul fiume senza contare i gradini? Quando si subisce un trauma
così forte come quello vissuto dalle vittime dell’alluvione di
due anni fa, l’unico modo per superarlo è affrontarlo con
decisione e sapere che non esistono più le premesse perché possa
accadere di nuovo. Signor sindaco, quando tutelerà quella parte di
cittadini che hanno fatto il bagno nell’Adda, perché l’Adda
senza chiedere il permesso ha invaso le loro case?
Antonella
Rossi Lodi
Da LA PROVINCIA DI LECCO del
03 11 04
Emergenza
maltempo Secondo il Meteo svizzero pareggiato il deficit idrico del
2004
Emergenza maltempo Secondo il
Meteo svizzero pareggiato il deficit idrico del 2004, anche se
quello del 2003 non è ancora stato recuperato Un metro in sette
giorni: ormai il lago è in piazza. In sole 24 ore raddoppiata la
portata delle acque che si avvicina al livello di esondazione, a 800
metri cubi al secondo Una crescita velocissima per il lago che con
800 metri cubi di acqua al secondo non riesce a smaltire le
eccezionali piogge. In una settimana s'è alzato di un metro. In un
giorno, ha raddoppiato l'altezza arrivata a 90 cm, e l'afflusso si
avvicina a quello delle esondazioni, 800 metri cubi al secondo,
contro un deflusso di 300: è l'inarrestabile ascesa del livello del
lago e l'Adda, principale immissario, ieri, nel punto di confluenza
sul Pian di Spagna, ha superato il livello di guardia. Ma solo lunedì,
le dighe di Olginate sono state completamente spalancate: le manovre
per aprirle hanno bisogno di tempo e il tempo è precipitato, contro
tutte le previsioni. Lo dice Meteo Svizzera, che si occupa
dell'andamento e delle previsioni sull'area sud alpina: in due
giorni, sono caduti 150 – 200 litri d'acqua per metro quadrato e
negli ultimi giorni d'ottobre, ben 350 – 450 litri d'acqua sempre
per metro quadrato, ma non è stato ancora recuperato il deficit
idrico del 2003, mentre è stato pareggiato quello del 2004. Se il
lago fosse stato pieno o a livelli normali, a quest'ora sarebbe in
Duomo. Invece, era sotto lo zero e anche molto sotto da mesi e mesi,
salvo qualche breve intervallo sopra. Una penuria storica, una secca
prolungata come non mai. Adesso, il livello è a tre quarti del
percorso ed è evidente che cosa sta succedendo: il punto più basso
del marciapiede di Piazza Cavour è coperto dalle acque e
l'esondazione si verifica a 120 centimetri. E' infatti la crescita
ad essere veloce: un centimetro l'ora, ieri. Significa che ogni ora
il saldo positivo tra entrata ed uscita è di un milione e mezzo di
metri cubi d'acqua e in una settimana, tra fiumi entrati ed usciti,
l'acqua rimasta è di 150 milioni di metri cubi. Per adesso. Non è
infatti sufficiente valutare il cielo sopra Como: ad influire sul
lago, sono gli eventi dell'intero bacino e il destino è deciso
soprattutto dalla Valtellina. Per oggi, è prevista una tregua delle
precipitazioni, la stessa che lunedì aveva rincuorato, perché
l'afflusso si era ridotto a 250 metri cubi al secondo, contro i 230
in uscita. L'altezza si era fermata a 54 centimetri sopra lo zero
idrometrico. Ma al pomeriggio, è ricominciata l'ascesa e ieri
mattina era ormai livello d'attenzione e poi via via il guadagno di
altezza, con un occhio al Lago Maggiore già straripato e all'Adda
sempre più gonfio, ma anche a tutti gli altri portatori d'acqua.
Momenti critici per il Consorzio dell'Adda, impegnato con i
complicati modelli matematici che suggeriscono le manovre da
compiere, ma quando le dighe sono completamente aperte, non resta
che confidare nella clemenza del cielo. E' inutile spalancarle prima
che sia raggiunta una certa altezza: non uscirebbe comunque più
acqua, il saldo continuerebbe a risultare fortemente positivo e, in
ogni caso, andava accumulata un po' di riserva, non tanto per
l'agricoltura, ormai prossima al sonno invernale, quanto per le
utenze idroelettriche. E non è neppure possibile far uscire di
colpo l'acqua in entrata. Il lago potrebbe continuare a crescere
anche per diverso tempo dopo la cessazione delle precipitazioni. Chi
dice che cesseranno completamente da venerdì e per alcuni giorni
sarà bello. Chi dice che invece bisogna aspettare la settimana
prossima per salutare l'estate di San Martino. Ma la temperatura
resta su valori alti, ieri a più sedici gradi, come nel mese
d'aprile. Appunto, la primavera e l'autunno sono le stagioni più a
rischio.
Maria
Castelli
Da
IL CITTADINO del 4 11 04
Alcune hanno il tono troppo
basso e viene coperto dal traffico; il caso di via Del Capanno 27,
“sentinella” delle piene
Il livello dell’Adda ha
smesso di crescere
Test riuscito a metà sulle
sirene che devono avvisare la popolazione
La
grande paura sull’Adda è passata, con il fiume che dopo il picco
di martedì a più 66 centimetri sullo zero idrometrico al ponte
cittadino si è assestato ieri a quota 40. Ma la prova delle sei
sirene che in caso di emergenza dovrebbero dare il segnale di
evacuazione delle case nelle zone a rischio ha dimostrato che al
sistema manca ancora qualche tassello. A partire dalle 15 alcuni
volontari del nucleo comunale di protezione civile, guidati dal
coordinatore Alberto Panzera, hanno verificato il volume del suono
bitonale d’allarme sia in strada, sia all’interno di alcuni
appartamenti. A deludere è stata in particolare la sirena di piazza
Savarè, provvisoriamente orientata in direzione del centro
cittadino: «Qui il rumore di fondo del traffico di viale Milano è
troppo elevato - osserva l’assessore alla protezione civile
Francesco Marzorati -, come ha confermato anche la prova con il
fonometro. Dovremo quindi sperimentare un modello di sirena capace
di emettere una quarantina di decibel in più. La sirena di via
Arisi, invece, è già pienamente idonea. Anche l’orientamento
dovrà essere perfezionato. Ma è normale, dato che si tratta di
prove». Il sistema di allarme, realizzato dalla ditta Elesis di
Cernusco sul Naviglio, viene telecomandato da un computer della
Centro operativo comunale di viale Pavia, e può funzionare anche in
caso di black out. «Un’altra nota positiva - sottolinea Panzera -
è che, per la prima volta, in molti hanno chiesto informazioni al
centralino del nostro gruppo». Il recapito è 0371/432549. Oltre
alle sirene in stile emergenza bellica, il nuovo piano di emergenza
comunale ha individuato anche in un’abitazione di via del Capanno,
al civico 27, il punto zero dell’esondazione dell’Adda: «È
stato localizzato in base a calcoli molto precisi, e, pur non
essendo direttamente sul fiume, risente del riflusso dei corsi
irrigui e dell’innalzamento della falda», assicura Marzorati. E
dalla villetta chiamata in causa dai tecnici della protezione civile
confermano: «È vero, due anni fa eravamo stati i primi a trovarci
l’acqua in giardino. E poi il livello è arrivato fino a due metri
e mezzo, alla quota del primo piano. Ma, Adda a parte, qui ci
troviamo molto bene». La casa era stata acquistata dagli attuali
proprietari appena pochi mesi prima dell’alluvione del 26 novembre
2002, e il giardino confina con una roggia che poi confluisce nel
Roggione e quindi nell’Adda. Per evitare altri allagamenti,
bisognerebbe ricostruire l’intera villetta a una quota maggiore:
un’ipotesi da fantascienza. «Non ci pensiamo nemmeno - concludono
da via del Capanno -: dobbiamo solo ricordarci di non lasciare
niente che si possa rovinare giù al pian terreno. Tanto, le
alluvioni a Lodi non sono così frequenti, vero?». Rimane invece un
grosso rammarico in Beppe Boriani, che martedì ha perso la sua
imbarcazione Crucefìs per colpa di un albero trascinato dalla
corrente, che si è impigliato nella chiglia e ha strappato il
barcone dall’attracco. «C’è di buono che la regione mi ha
chiesto la tassa di ormeggio, che non paga nessuno - commenta
Boriani -. Peccato che chi dovrebbe pulire le sponde da questi
alberi che potrebbero diventare pericolosi non lo faccia mai. La
barca, che possedevo da circa vent’anni, ha fatto la fine che
prima o poi fanno tutte le imbarcazioni sul fiume». Forse si userà
l’hovercraft dei vigili del fuoco per cercarla.Intanto ieri il
termometro nel Lodigiano ha sfiorato i 22 gradi, con un’umidità
del 26 per cento: un dato eccezionale per la stagione, causato
dall’influenza di venti caldi da nord e da sud, in contemporanea.
La situazione, con lo zero termico a 3.300 metri, e quindi le
precipitazioni che non si trasformano in neve, proseguirà anche
oggi e in parte domani, prevedono dall’Arpa, quindi sabato tornerà
il freddo.
Carlo
Catena
«Non
potremo più scoprire le porcilaie che inquinano»
Niente più analisi
batteriologiche sull’Adda. La nuova legislazione non consente più
all’Associazione pescatori dilettanti (che predisponeva i
prelievi) e al laboratorio di analisi delle acque dell’Astem (che
li controllava) di tenere sotto controllo l’inquinamento di
coliformi e streptococchi, indicatori anche di scarichi abusivi di
tipo animale. Il piano regionale di risanamento delle acque,
infatti, è stato superato dal decreto legislativo 152 del 1999 e
dai successivi aggiornamenti, che non fissa più i limiti di
rispetto per quanto concerne l’inquinamento batteriologico,
mantenendo le tabelle di tipo chimico indicanti valori conformi o
meno ai limiti stabiliti per la qualità delle acque idonee alla
vita dei pesci. «Il nostro intento - dice Giancarlo Magli,
presidente dei Pescatori dilettanti - era quello di salvaguardare il
nostro tratto di fiume, ma anche quello di andare a individuare
eventuali scarichi abusivi. L’anno scorso siamo riusciti a
segnalare alla polizia provinciale due casi di contaminazione, a
Montanaso e Paullo, in futuro, senza la possibilità di avere dei
parametri di riferimento, sarà molto difficile sapere se e in quale
misura si verificano sversamenti di porcilaie». Sul fronte chimico,
comunque, non ci sono problemi. Intanto la vita sociale dei
Pescatori prevede per domenica alle 11, nella parrocchia di San
Rocco in Borgo, una Messa per i defunti del sodalizio. Celebrerà la
funzione religiosa il parroco don Mario Zacchi.
Da
Lettere al IL CITTADINO del 4 11 04
ALLUVIONE/1
L’inquietudine dei giorni
di pioggia
Ore
17, martedì 2 novembre, un giorno già di per sè triste. E il
tempo grigio, piovoso non aiuta. Squilla il telefono:
l’interlocutore mi informa della imminente decisione (non so a chi
vada attribuita) di aprire le dighe che regolano il livello del lago
di Como. Corro nei pressi dell’Adda. Il livello del fiume è
notevole, già da giorni lo controllo, piove da una settimana: ho
paura, il rumore della pioggia mi fa ritornare al nemmeno troppo
lontano novembre 2002. Che strano, sempre novembre. Tutti sembrano
tranquilli: ma ci avevano detto di stare tranquilli anche allora. In
realtà mi trovo in compagnia: le persone si avvicinano al fiume,
mute ma guardinghe: che si fa? Si aspetta ... e poi? Guardo di nuovo
l’Adda e cerco di rassicurarmi da sola, pensando alle opere che
sono state realizzate permigliorare la situazione e mettere in
sicurezza la città, ma non riesco a ricordarne una. Eh già, non
hanno fatto niente. Tante parole, tanti studi, qualche conferenza di
servizi, tanti enti come si suol dire “preposti” ... a che?
Forse una spiegazione ce l’ho: se risolvessero le cose non
avrebbero più ragione di esistere, quindi è meglio parlare tanto e
decidere poco o nulla. È possibile che ogni volta che piove tanti
Lodigiani debbano provare ancora quello che provo io?
Gaia Bocchioli, gaia.boc@pmp.it
Lodi
ALLUVIONE/2
Dragare l’Adda, una scelta
di buon senso
Gentile
redazione, non sono nato sul fiume e quindi non mi voglio atteggiare
ad esperto di questioni idrauliche. Frequento tuttavia l’Adda
assiduamente da 15 anni, nel tratto lodigiano, e ho una barca con la
quale vado a pescare e a prendere un po di sole con mia moglie. Ho
visto le trasformazioni che sono avvenute in questi anni e mi sento
di affermare che c’è assoluto bisogno di tornare a dragare il
fiume e tenere in ordine gli argini. Faccio un esempio pratico:
tutti gli alberi che sono pericolanti sul bordo del fiume hanno un
destino segnato, che è quello di cadere in acqua, trascinando metri
cubi di terra nella loro caduta. Ricordo poi che per togliere questi
alberi dall’acqua è necessaria la presenza di personale
specializzato e appositamente autorizzato, oltre al preventivo
benestare di quasi tutte le autorità che vantano anche la pur
minima competenza con la gestione dell’ambiente fluviale; io
stesso ho assistito ad un evento del genere, una cosa quasi ridicola
se non fosse che per alcuni aspetti risulta invece tragica (per
avere conferme basta parlare con gli alluvionati dell’ultima piena
e, più di recente, con il proprietario del “Crucefis” e con il
mio caro amico Luigi, che questo barcone lo conduceva con una certa
frequenza). Parlo sovente con amici, loro sì nati sul fiume, e
quindi profondi conoscitori del fiume stesso, che condividono la mia
idea della necessità di dragare nuovamente (ma sotto stretto
controllo) l’alveo dell’Adda, perchè si tratta semplicemente di
fare alcune considerazioni di “fisica elementare”. La domanda,
anzi le domande, che a noi tutti frequentatori ed amanti del fiume e
della natura sorgono spontane sono le seguenti. Perchè non si vuole
più dragare l’Adda e tenere il livello dell’acqua sotto
controllo? Cosa c’è dietro? Chi ci guadagna? In occasione
dell’ultima piena ho scritto al Magistrato per il Po, ho parlato
con periti e magistrati ma non ho ottenuto risposte; avrete almeno
voi la bontà di pubblicare queste poche righe? Un vostro
affezionato lettore milanese, ma amante di Lodi e del Lodigiano.
Sergio
Moreschini
Da IL CITTADINO del 5 11 04
Corno Giovine Fondi statali e
comunali: previsto l’ostello per i pellegrini
La provincia trova i
finanziamenti per l’attracco sul Po e le ciclabili
CORNO GIOVINE Tra un paio d’anni potrebbe davvero prendere piede la
navigazione turistica sul Po nel Lodigiano, con la realizzazione di
un nuovo attracco previsto in località Morti della Porchera a Corno
Giovine e con il potenziamento di quello all’altezza del “Guado
di Sigerico” a Corte Sant’Andrea, frazione di Senna; qui tra
l’altro verrà ricavato un ostello per i pellegrini che transitano
sulla Via Francigena, che il 9 dicembre prossimo verrà
ufficialmente riconosciuto “Grande itinerario europeo”.Sono solo
alcuni dei progetti finalizzati alla valorizzazione del Po a scopi
turistici per i quali la provincia di Lodi ha ottenuto un contributo
statale di 660 mila euro, cui dovrà essere aggiunta una quota di
170 mila euro da dividere fra l’amministrazione provinciale e i
comuni coinvolti. «Sono soddisfatto – commenta Mauro Soldati,
assessore provinciale alla cultura e al turismo – perché siamo
riusciti a portare nel territorio una quota notevole di
investimenti, che premiano l’azione della provincia di Lodi in
campo turistico». La realizzazione delle infrastrutture è solo il
primo passo concreto di un programma di lavoro che prevede
l’attivazione di un sistema turistico interprovinciale con la
definizione e valorizzazione della “marca Po” nei territori di
Lodi, Pavia, Cremona e Mantova: il cosiddetto sistema “Po di
Lombardia”, che beneficerà di un contributo statale di 400 mila
euro, conterà anche su un portale Internet dedicato per la
pubblicizzazione di un ricco calendario comune di eventi. Il
porticciolo previsto in località Morti della Porchera sarà
raggiungibile attraverso una nuova pista ciclabile che sarà il
frutto della riqualificazione della strada sterrata lungo il
Gandiolo da Cornovecchio al Po: un progetto da 600 mila euro che
coinvolge anche i comuni di Santo Stefano e Caselle Landi. «Contiamo
di realizzare il nuovo molo di attracco per le barche - annuncia il
sindaco di Corno Giovine Paolo Belloni - entro la fine del 2005: è
interessante il concorso di più enti locali per un’iniziativa
comune di valorizzazione del Po». Anche a Corte Sant’Andrea verrà
potenziato un attracco sul fiume e sarà realizzato un ostello con
una spesa di circa 165 mila euro che consentirà anche la
riqualificazione della strada di accesso al Po con la messa a punto
di un’area di sosta attrezzata: «Ricaveremo l’ostello - spiega
il sindaco Luigi Zanoni - in un’abitazione già esistente che potrà
accogliere 5 o 6 pellegrini: per eventuali comitive ci organizzeremo
utilizzando altre strutture». Un investimento di 165 mila euro è
previsto anche nel territorio di Somaglia, dove verrà sistemata
l’area attorno all’attuale imbarcadero, migliorando i percorsi
ciclopedonali e allestendo postazioni per biciclette e motocicli.
Daniele
Perotti
Da
IL CITTADINO del 8 11 04
Alluvionati in
assemblea: temono una nuova piena e denunciano contributi indebiti
La beffa dei
rimborsi della regione: «Hanno evaso 80 domande su 464»
Il
Comitato alluvionati teme un altro 26 novembre 2002. Nel corso
dell’assemblea di venerdì scorso presso il salone dell’oratorio
del Borgo – scelta strategica vista la vicinanza col fiume Adda -
il presidente Domenico Ossino ha dichiarato di temere che la mancata
messa in sicurezza degli argini lesionati durante la piena di due
anni fa possa contribuire a replicare lo spavento di quei giorni. La
tesi è stata appoggiata da tutti i partecipanti all’assemblea,
fra i quali erano presenti il vice presidente del consiglio
provinciale Franco Pinchiroli e il consigliere provinciale ds Luca
Canova. Fra timori di un altro novembre 2002 e le notizie di
interventi di messa in sicurezza, Domenico Ossino ha ribadito le sue
perplessità. «Siamo contrari alle chiuse e agli argini al Pratello
– ha affermato Ossino - perché in caso di esondazione la zona si
trasformerà in piscina. Siamo anche contrari alle barriere che
consolidano gli argini, in quanto basterebbe attuare la semplice
manutenzione del fiume, delle sue rive e dei suoi fondali per
ottenere risultati migliori. Sono trent’anni che non si esegue la
necessaria manutenzione e i risultati si vedono: da Spino a Lodi le
rive dell’Adda fanno schifo, sono ancora imbrigliati tronchi
d’albero trasportati dall’ultima alluvione. In molti tratti,
anche nell’ambito cittadino, affiorano isolotti di ghiaia e
l’acqua non transita più. La conseguenza è che il ponte di Lodi
si regge per miracolo, visto che la corrente incide sui primi
pilastri e che ha scavato buche profonde 8-12 metri. La briglia a
valle del ponte fa più danni che bene, la corrente che proviene dal
salto ha scavato buche profonde e danneggia gli argini della riva
destra. Inoltre occorrerebbe rimuovere i sedimenti di ghiaia fino a
Boffalora attuando una giusta regimazione dell’alveo. In mancanza
di ciò, prepariamoci ad un’altra alluvione perché anche la pista
ciclabile rialzata per Boffalora sarebbe un palliativo». I
componenti del Comitato hanno lamentato inoltre la latitanza degli
organismi competenti (Aipo e Autorità di bacino) ma non hanno
mancato di criticare il presunto immobilismo del comune. Nel corso
della prossima campagna elettorale il Comitato ha annunciato che
parteciperà a tutti gli incontri in modo da far sentire e vedere la
propria presenza. Il comitato è quindi passato ad analizzare la
beffa dei rimborsi provenienti dalla regione. Critiche sono state
mosse ai criteri usati dall’assessore regionale per erogare i
contributi. Su 464 domande presentate, i soggetti beneficiati sono
stati solo ottanta. I benefici erogati – 570.289 euro - sono pari
ad un acconto del quaranta per cento, al netto della franchigia di
2500 euro. La quota rimanente verrà liquidata solo in un secondo
tempo. In pratica però il 61 per cento dei fondi stanziati dalla
regione – che ricordiamo era pari a circa due milioni e mezzo di
euro - dovrà essere ritornato e non verrà erogato agli alluvionati
lodigiani. Perplessità sono state quindi avanzate in merito
all’erogazione di un contributo di circa 120 mila euro ad un unica
persona abitante in via Vecchio Bersaglio, forse un dipendente
comunale. Gli alluvionati hanno annunciato poi la festa del 26
novembre, al Teatro alle Vigne di Lodi, e la lotteria per reperire i
fondi.
Daniele Acconci
Da CORRIERE DELLA SERA del 8
11 04
«Ronde
sul Po contro i ladri di sabbia»
Cremona:
dopo gli ultimi arresti, il presidente della Provincia, Torchio,
chiede nuove norme
Guerra
ai «pirati del fiume», si pensa a controlli satellitari e di
polizia
MANTOVA
- Sistema satellitare Gps per verificare in tempo reale gli
spostamenti delle imbarcazioni sul Po e sonar per rilevarne il
livello di galleggiamento e capire se una barca sta caricando o
scaricando materiale. C'è chi pensa che la guerra ai «pirati del
Po» si debba combattere con la tecnologia. Tra questi il presidente
della Provincia di Cremona, Giuseppe Torchio che, dopo gli ultimi
arresti dei ladri di sabbia, ha chiesto una legge regionale che
obblighi a montare sonar e Gps: «In Emilia Romagna l'hanno già
fatto. Credo che anche la Lombardia e le altre regioni padane
debbano adeguarsi». Ma non tutti pensano che Gps e sonar siano
infallibili. «Il grosso limite del sistema Gps è che non funziona
quando la nave è a meno di cinque metri dalla riva», spiega Ivano
Galvani, direttore dell'Arni di Reggio Emilia, l'azienda regionale
di navigazione nella cui sede, a Boretto, si trova la centrale di
controllo del sistema. Così, pare che i cavatori di frodo, fatta la
legge, abbiano già trovato l'inganno: attraccano la draga vicino
alla riva, prolungano i bracci meccanici o i tubi di aspirazione per
prelevare la sabbia dal letto e, con un sistema di tramogge, la
scaricano subito a riva o su un'imbarcazione vicina per evitare che
s'abbassi il livello di galleggiamento. Senza contare che l'obbligo
del Gps vale per l'Emilia Romagna. Ma basta registrare la barca
sull'altra sponda del fiume e l'obbligo decade. Tanto che, finora,
solo tre navi ce l'hanno e solo perché la magistratura reggiana
gliel'ha imposto. «A me la tecnologia e i computer stanno bene, ma
quel che serve davvero è un corpo di polizia fluviale», dice
Claudio Rossoli, ispettore della Forestale, da 26 anni in servizio a
Reggio Emilia (nel novembre 2003 rimase acquattato sette ore fra i
pioppeti di Pieve Saliceto per sorprendere una draga abusiva). «Basterebbero
una quindicina di uomini, ben addestrati, a Guastalla o dintorni -
dice Rossoli - e altrettanti nel Parmense, per avere un controllo
efficace. E non solo coi motoscafi. Se non si vuole che le draghe
girino di notte, basta che qualcuno in divisa applichi un sigillo
piombato la sera e vada a toglierlo il mattino». A pensar male
magari si fa peccato, ma chi controllerebbe i controllori? «In
effetti la polizia fluviale dovrebbe dipendere direttamente dallo
Stato, e non da Regioni, Province o Comuni. Un modo per svincolarla
dalla politica locale». La ricetta di Massimo Becchi, presidente di
Legambiente Reggio: «Le draghe, per legge, possono scavare solo in
golena o in cave autorizzate, quindi in postazioni fisse. Basterebbe
una norma che le obblighi a smontare i mezzi di prelievo prima di
mettersi in navigazione. A quel punto, controllare chi sgarra
sarebbe semplicissimo».
Luca
Angelici
Da AGENDALODI del 8 11 04
Alluvionati in
assemblea
Pochi
i rimborsi regionali, paura per l’Adda che cresce rapidamente dopo
pochi giorni di pioggia, preoccupazione perché, a due anni
dall’alluvione, non è stato ancora effettuato alcun intervento
per la messa in sicurezza della città. Il Comitato Alluvionati Lodi
Onlus, ex Riva destra, guidato da Domenico Ossino, è tornato a
riunirsi in assemblea venerdì scorso presso l’oratorio del Borgo.
Solo un’ottantina di famiglie, su 464 domande presentate, hanno
ottenuto un rimborso dei danni subiti dalla Regione per un totale di
oltre 1 milione di euro, di cui già erogati in una prima tranche
per 570.289 euro. La discriminante è stata la franchigia di 2500
euro: i lavori effettuati sotto quell’importo non erano
rimborsabili. In tal modo il Comune dovrà restituire alla Regione
il 60% dei 2 milioni e mezzo di euro ottenuti per l’alluvione. Il
Comitato, che sta organizzando una manifestazione in occasione della
ricorrenza del 26 novembre, ha inoltre ribadito la propria
contrarietà alla realizzazione di maxi argini sottolineando invece
l’urgenza di una regimazione dell’alveo che consenta all’Adda
di tornare ad usufruire del proprio letto, oggi modificato da
abbondanti depositi ghiaiosi.
Da IL CITTADINO del 9 11 04
A
una villetta di via Vecchio Bersaglio il record di rimborsi per
l’alluvione
«Se un cittadino ha ricevuto
un contributo regionale di 120 mila euro significa che
dall’alluvione ha avuto danni tali da giustificare una simile
richiesta, peraltro esaminata dall’apposita commissione. Per quel
che mi riguarda è tutto a posto». Domenico Ossino, coordinatore
del Comitato alluvionati Lodi, spegne sul nascere le polemiche
sollevate da alcuni partecipanti all’assemblea di venerdì scorso
nel salone dell’oratorio del Borgo. Alcuni alluvionati avevano
segnalato, nel corso della serata, uno stanziamento di 120 mila
euro, su un totale di 570.289, a un dipendente comunale. A riceverlo
sono stati i proprietari di un’abitazione di via Vecchio Bersaglio
(la moglie è dipendente comunale) ed è inserito nell’ottantina
di stanziamenti effettuati da palazzo Broletto per conto del
Pirellone, formalizzati con una delibera del 21 luglio 2004. È
proporzionale all’entità dei danni dichiarati, 195 mila euro: si
tratta dell’importo più alto fra quelli denunciati (e corredati
da documenti contabili come le fatture per i lavori di ripristino)
per i danneggiamenti causati a impianti, serramenti, intonaci e
pavimenti. Arriva da via Vecchio Bersaglio anche il secondo rimborso
per ordine di importo: 34.673 euro. Seguono, con 30.945 euro, le
domande presentate dall’amministratore di un condominio di via
Orfino Giudice, e di uno di piazza Savarè (23.613 euro). Su 464
domande è stato rimborsato il totale dei danni dichiarati (e
ammessi al rimborso) a 40 delle 80 richieste, con uno stanziamento
complessivo di 376.084 euro. Agli altri 40 richiedenti è stato
finora dato un acconto del 40 per cento del danno dichiarato per un
importo complessivo di 194.205 euro. In totale 570.289 euro, ai
quali dovrebbero aggiungersi altri 291 mila euro per il saldo dei 40
che hanno ricevuto l’acconto. «Alla fine saranno 861 mila gli
euro effettivamente ricevuti dagli alluvionati - commenta Ossino -
su uno stanziamento regionale di 2.185.000 euro. Significa che
l’amministrazione comunale dovrà restituire circa il 60 per cento
dei fondi previsti».
Il viadotto sull’Adda
dell’ex statale 591 fu travolto dal fiume il 9 novembre 1994
Bertonico, a 10 anni dal
crollo il nuovo ponte non c’è ancora
Sembra
una storia incredibile, forse è invece soltanto una storia di
ordinaria follia burocratica: è la vicenda del nuovo ponte
sull’Adda lungo l’ex statale 591, in costruzione dal 1999 (dopo
tre anni spesi per modifiche progettuali e vertenze sugli espropri)
e oggi non ancora pronto, a dieci anni esatti dal crollo del vecchio
manufatto che dal 1915 collegava le sponde lodigiana e cremasca del
fiume, tra Bertonico e Montodine. Il viadotto collassò infatti
all’alba del 9 novembre del 1994, a causa del cedimento di
un’arcata. Da allora, a garantire il passaggio del fiume è
soltanto il bailey realizzato nel 1995 dal Genio pontieri
dell’esercito: una passerella in legno e acciaio, sulla quale si
transita a senso unico alternato, rivelatasi molto affidabile ma
ovviamente insufficiente a far fronte al grande volume di traffico
che si sviluppa su questo importante tratto dell’ex statale.
Giunti a uno stato di avanzamento dell’80 per cento, i lavori del
nuovo ponte si sono fermati per il fallimento dell’impresa che si
era aggiudicata l’appalto da 44 miliardi di vecchie lire ed ora il
cantiere è abbandonato alle intemperanze del fiume e alle frequenti
razzie di materiale.
Bertonico Al posto del
“vecchio” c’è solo un bailey in ferro costruito a tempo di
record dai genieri dell’esercito
Quel ponte sull’Adda, una
beffa italiana
A dieci anni dal clamoroso
crollo il nuovo viadotto non c’è ancora
Bertonico Una storia tutta italiana, tra crolli, ritardi, proteste,
alluvioni e progetti gettati nel cestino. “Dieci anni senza
ponte”, potrebbe essere il titolo. Il 9 novembre del 1994 era un
mercoledì: l’orologio segnava le sette del mattino quando il
gigante di ferro e di cemento che dal 1915 collegava Bertonico a
Montodine si è “seduto” nell’Adda. L’ultima arcata che
poggiava sulla sponda lodigiana è venuta giù come un fuscello,
portandosi dietro il furgone di due ambulanti di Castelleone,
salvatisi per miracolo. «Sono passati dieci anni, sembra ieri»
sospira Angelo Tansini, per tutti a Bertonico “el sindic”, che
ha guidato il paese per 40 anni. Quella mattina, Tansini se la
ricorda molto bene. «Stavo uscendo per recarmi in comune. Mi ha
chiamato a casa il vigile Renato: “È successa una cosa grave, è
caduto il ponte”. Mi sono venuti i brividi: “Ci sono delle
vittime?” fu la prima cosa che domandai». Ma i brividi, li hanno
sentiti sulle loro schiene anche gli anziani del posto, quando nel
febbraio del 1995 hanno visto esplodere la carcassa del ponte «che
nemmeno i bombardamenti degli alleati scalfirono». C’era da
correre, da fare alla svelta: bisognava “ripulire” il letto del
fiume dai resti del gigante di ferro e di cemento per consentire ai
militari del Genio pontieri di ricostruire un viadotto di
collegamento tra le province di Lodi e Cremona lungo la statale 591
Boccaserio. Nell’estate dello stesso anno, il bailey è stato
aperto al traffico. E ancora adesso, pur trattandosi di una
struttura provvisoria, continua a fare il suo dovere. Perché il
ponte nuovo, il piccolo Brooklyn che si staglia nella campagna, non
è ancora pronto. Ma quella che comincia nel 1996 è ancora
un’altra storia. Dopo aver litigato per tre anni buoni sul
progetto migliore da adottare (con o senza piloni), ministeri, Anas
ed enti locali solo nel 1999 si sono messi d’accordo: è dovuto
intervenire l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi per
sbrogliare la matassa e varare lo strallato, vale a dire un viadotto
senza appoggi nell’alveo dell’Adda. Tutti contenti e
soddisfatti, compresi gli esperti di ambiente che sono riusciti a
imporre quel colore azzurro per le antenne del ponte. La gara
d’appalto per i lavori, una torta da 44 miliardi delle vecchie
lire, l’ha vinta non una semplice ditta, ma un colosso delle
costruzioni: la Cooperativa costruttori di Argenta. Che però, nel
2003, è fallita. Il cantiere adesso è fermo: la costruzione del
viadotto è ormai all’80 per cento ma furti reiterati di materiale
e ben due alluvioni, nel 2000 e nel 2002, hanno messo a dura prova
il Brooklyn della Bassa. Tanto che l’Anas ha appena affidato un
incarico a un esperto di idraulica per la revisione del rilevato di
accesso sulla sponda cremasca. Un vero e proprio scandalo, che lo
scorso maggio è stato denunciato anche dal tg satirico “Striscia
la notizia”. «Ogni giorno di più è necessaria quest’opera -
dice il sindaco di Bertonico Verusca Bonvini -; la stiamo aspettando
ormai da troppo tempo. Ma le competenze su questi lavori vanno al di
là dei singoli enti locali». Intanto, l’Anas ha fatto sapere
alla provincia di Lodi che i lavori mancanti all’appello
potrebbero essere riappaltati solo nel primo semestre del 2005. Ma
adesso qualcuno giustamente si chiede: quale imprenditore è
disposto a mettere mano a un’opera che essendo bloccata da due
anni potrebbe presentare nuovi e più gravi problemi?
Cristiano
Brandazzi
Da CORRIERE DELLA SERA del 9
11 04
Po,
liberi i ladri di sabbia ma non potranno lavorare Sequestrata
un'altra cava
Nuove
indagini nel Mantovano
MANTOVA
- Nuovo sequestro, ieri, di un cantiere-deposito di sabbia scavata
nell'alveo del Po. E sono quattro dopo i tre di giovedì scorso.
Stavolta i finanzieri hanno posto i sigilli ad un attracco nella
zona di Sermide, individuato nei giorni precedenti al blitz come una
delle zone di scarico della motodraga «Ghibli 3» già sequestrata
e di proprietà della ditta Cave Nieri. L'operazione «Padus» non
si ferma, gli investigatori della Finanza e la Procura sono decisi
ad imporre uno stop alla tanto illegale quanto remunerativa
escavazione del fiume. Intanto sempre ieri i gip di Mantova e Rovigo
hanno convalidato gli arresti delle otto persone arrestate. Nessun
interrogatorio: tutte hanno preferito non rispondere. Al termine
comunque i magistrati hanno disposto per loro il rilascio con
l'obbligo di dimora nei rispettivi comuni. E poiché questi si
affacciano tutti sul Po per evitare nuovi reati i giudici,
accogliendo le richieste dell'accusa, hanno aggiunto il divieto di
accedere a cantieri e natanti sul fiume. «Sono contento che questa
gente torni alle loro case - ribadisce il presidente della
Provincia, Maurizio Fontanili, uno degli ispiratori, con i suoi
appelli, della lotta ai predoni della sabbia -. Non voglio il male
delle persone, ma bloccare un fenomeno fraudolento divenuto talmente
spavaldo da lasciare allibiti. Forse il fatto che le denunce del
2001 a cui era seguita l'operazione della polizia provinciale di
Reggio Emilia nel 2002 non avessero dato l'esito sperato ha
rafforzato la convinzione di poter continuare ad agire impunemente.
Adesso mi auguro ci sia più continuità nell'azione giudiziaria
futura perché il Po possa rivivere». Il prelievo annuo illegale di
inerti, secondo stime per difetto, è oggi superiore di otto volte
alla capacità di produzione di detriti da parte del fiume. E ciò
comporta un progressivo abbassamento dell' alveo con i conseguenti
problemi idrogeologici, ecologici e di sicurezza per le popolazioni
rivierasche. Sul sequestro bis di ieri a Sermide il capitano Vito
Casarella, comandante della Compagnia di Mantova della Finanza
spiega la strategia dell'intervento: «Il blitz finale di giovedì
scorso è stato preceduto da un paio di settimane di appostamenti.
Le motodraghe sono state seguite e filmate anche in navigazione.
Quel deposito era quindi già stato individuato, ma abbiamo atteso
circostanze più adatte per intervenire in cui potesse configurarsi
la flagranza».
Vincenzo
Dalai
L'
inchiesta
IL BLITZ
Scatta giovedì scorso il blitz finale dell'operazione Padus con il
contemporaneo sequestro di tre motodraghe e relativi
ormeggi-cantieri di appoggio a Quatrelle di Felonica e Ficarolo
(Rovigo)
GLI ARRESTI
Nel corso del blitz sei membri degli equipaggi vengono arrestati. La
perquisizione delle imprese armatrici Merit, Cave Nieri e Verde Po
con sede nel Ferrarese portano poi all' arresto di due soci. Otto in
tutto gli arresti. Altre 13 persone sono state denunciate
Da AGENDALODI del 10 11 04
Un
fiume tra le due rive
Viaggio
tra i comitati a due anni dall'alluvione
Il
26 novembre 2002, di sera, dopo quindici giorni ininterrotti di
pioggia l’Adda ha esondato, inondando interi quartieri. Le autorità
decisero l’evacuazione del Borgo. Invece un’ondata, definita
eccezionale, si rifranse contro il ponte napoleonico tornò
indietro, superò gli argini naturali e invase quartieri ritenuti
sicuri come la Martinetta, tutto l’OltreAdda, compreso Campo
Marte. Acque gelide e sporche superarono viale Milano, raggiunsero
il Pratello e Porta Regale. Finirono a mollo anche il comando dei
Vigili del Fuoco e la Croce Rossa. Oggi, a quasi due anni di
distanza, i due principali Comitati spontanei sorti tra i residenti,
Riva Sinistra e Alluvionati Lodi onlus (ex Riva Destra), dopo una
lunga battaglia insieme si trovano su posizioni differenti. Uniti
però ancora dalla paura di nuove esondazioni e dall’accusa,
rivolta a tutti gli enti preposti: la città non è ancora stato
posta in sicurezza.
Il
Comitato Alluvionati Lodi onlus (ex Riva Destra)
A
guidarlo è Domenico Ossino. Il Comitato, oltre al costante
sollecito (insieme al Riva Sinistra) delle istituzioni, si è
particolarmente impegnato nell’individuazione di soluzioni
alternative. Sollecitando esperti ha predisposto una propria serie
di proposte che ha poi inviato a tutti gli organi competenti:
Regione, Autorità di Bacino, Protezione Civile, Parco Adda Sud,
Provincia e Comune. Secondo il Comitato Alluvionati la soluzione,
per la messa in sicurezza della città, non passa attraverso la
realizzazione di maxi argini ma nel ripristino del letto del fiume.
"Negli ultimi 30 anni in Adda non è più stata effettuata
alcuna manutenzione – lamenta Ossino che la scorsa estate aveva
anche effettuato alcuni sopralluoghi sul fiume, insieme ai tecnici
– con gli effetti che possiamo vedere. In prossimità della
Caccialanza c’è un deposito di ghiaia alto quasi due metri: il
fiume ha eroso la sponda opposta, sotto la quale c’è una buca
profonda diversi metri, facendola cedere. In quel tratto la sezione
dell’alveo è ridotta a 40 metri contro i 150 metri del ponte. Da
quel punto in poi, fatta eccezione per le piene, non c’è più
corrente, l’acqua ristagna ed infatti le arcate di sinistra del
ponte napoleonico restano all’asciutto. La secca si protrae fino
alla briglia sinistra. In prossimità dei piloni del ponte, invece
ci sono buche profonde, che potrebbero minarne la stabilità. Per
salvare Lodi, dunque, non serve innalzare un maxi argine sulla riva
destra, dal Belgiardino fino al ponte e tanto meno serve creare
nuove arcate nel ponte urbano: basta ripulire l’alveo
recuperandolo in tutta la sua ampiezza e profondità. Eliminando le
briglie inoltre la corrente potrebbe tornare a scorrere, evitando i
sedimenti a monte. Creare nuovi argini comporta l’innalzamento del
livello idrico: in caso di piena, anche se l’Adda rimanesse
nell’alveo, contenuta dagli argini, per il semplice principio dei
vasi comunicanti non si potrebbero evitare allagamenti dovuti alla
risalita della falda, nei terreni, nei tombini. Senza contare
allagamenti maggiori a monte e valle degli argini medesimi. Le
nostre proposte sono attualmente al vaglio della commissione
idrogeologica dell’Autorità di Bacino e, di recente, le abbiamo
formulate anche a Luca Canova nominato presidente della Commissione
Ambiente della Provincia". Il Comitato ha inoltre presentato
ricorso al Tar contro la delibera comunale di realizzazione di
alcune chiuse lungo viale Milano, per impedire alle rogge di
tracimare nella zona del Pratello in caso di piena dell’Adda:
secondo gli alluvionati il provvedimento è inutile in quanto le
aree verrebbero allagate lo stesso dalla risalita della falda. Ma i
lavori sono iniziati nei giorni scorsi. Il Comitato Alluvionati Lodi
onlus, è tra i fondatori del Progetto nazionale Orfeo: si tratta di
un comitato, nato il giugno scorso, che raduna le associazioni di
cittadini formatasi in seguito a catastrofi naturali come quelle,
tra le più tristemente famose, del Vajont e di Stava. Lo scopo è
non dimenticare ma, soprattutto, insistere sulla prevenzione.
Il
Comitato Alluvionati Riva Sinistra
Il
referente è Carlo Bajoni Si è impegnato, sin dall’inizio, nel
sollecitare le istituzioni. Ed ancora oggi, a due anni di distanza,
superate le polemiche del dopo alluvione e la fase delle
problematiche relative ai contributi e all’aiuto alle famiglie,
l’unico obiettivo del Comitato Riva Sinistra è quello di chiedere
la messa in sicurezza della città. Rivolgendosi però direttamente
alle istituzioni competenti senza porsi in prima persona a proporre
soluzioni. Prendendo dunque anche le distanze dal Comitato ex Riva
Destra tanto da disertare l’ultima assemblea. "Attualmente
esistono dei progetti – afferma Bajoni -. E’ inutile in questo
momento dire: non vanno bene, come sostiene Ossino. Quando il malato
è grave, mentre si prende tempo per decidere cosa fare, anche solo
l’aspirina, funziona. Qualcosa bisogna fare. Tutti siamo
d’accordo, come sostiene il Comitato Alluvionati Lodi onlus, sulla
necessità della pulizia del fiume ma temo che non risolva tutti i
mali. Una volta i fiume venivano dragati e alluvioni come
quest’ultima non si verificavano ma le cose allora erano anche
molto diverse. Il fiume esondava nei campi laddove oggi ci sono le
case. Inoltre c’è stata una forte antropizzazione anche a monte,
in montagna. L’acqua che prima permeava nei terreni e raggiungeva
poi lentamente il fiume oggi, con la cementificazione e i canali di
scolo raggiunge l’alveo in poco tempo e in maniera massiccia.
Anche il clima è cambiato. Bisogna tener conto di tutti questi
fattori". I progetti cui Bajoni fa esplicito riferimento, perché
in fase più avanzata, riguardano l’intervento che Comune e
Provincia, in due tratti differenti, intendono realizzare tra il
ponte napoleonico e l’attuale strada per Boffalora, fino
all’altezza della Caccialanza, creando un argine-pista ciclabile.
"Il sindaco – sottolinea Bajoni – aveva promesso l’inizio
dei lavori per quest’autunno. Ma non si è ancora visto niente.
Ora si parla della prossima primavera. Siamo stanchi delle promesse.
Come di sentirci dire: “non è nostra competenza”. Un sindaco si
deve mettere alla testa della sua gente, se anche non può
intervenire direttamente deve darsi da fare per sollecitare chi di
dovere. Non scrivendo lettere ma andando sul posto. Alla Caccialanza
l’Aipo (Agenzia Interregionale per il Po) deve intervenire dal
2000 per risistemare l’argine che ora sta crollando a pezzi ma
nessuno ha ancora fatto niente". Bajoni parla dopo giorni in
cui, a causa delle abbondanti piogge, il fiume era tornato a salire
e la popolazione aveva iniziato nuovamente ad allarmarsi. "La
gente chiede risposte. Ha paura. Non può sostenere un nuova
alluvione. Non può sopportare ancora 10 mila euro di danni. Se
anche in futuro dovessimo essere avvisati per tempo cosa
cambierebbe? Forse potremmo salvare la macchina o il computer: ma
non possiamo certo portare via i mobili, impedire i danni agli
impianti. Servono opere di difesa".
Da
IL CITTADINO del 11 11 04
Progetto definitivo
Nuovo argine da 2,8 milioni
per fermare la piena
Sarà 3,5 metri più
alta del piano di campagna, lunga 1.800 metri e costerà 2,8 milioni
di euro. È la pista ciclabile che affiancherà in uscita da Lodi la
strada provinciale 25 Lodi-Boffalora con l’obiettivo di fermare le
piene dell’Adda ed impedire che l’acqua, come accadde nel 2002,
invada Campo di Marte. L’altro ieri si è conclusa in provincia la
Conferenza dei servizi sul tema tra gli assessori alla viabilità
Pierluigi Bianchi e all’ambiente Francesca Sanna, il dirigente del
settore strade Savino Garilli, i progettisti Marco Chiesa ed Ettore
Fanfani del Consorzio di bonifica Muzza Bassa Lodigiana,
l’assessore Emiliano Lottaroli del comune di Lodi, Carmela
Sturiale dello Ster di Lodi, Damiano Gritti del servizio territorio
e ambiente della provincia e il geometra Granata in rappresentanza
del Parco Adda sud. La conferenza ha approvato il progetto
definitivo: il rilevato della pista sarà costituito, informa una
nota della provincia, “da materiale naturale da realizzarsi in
adiacenza all’esistente. La sezione trasversale è costituita in
modo tale da contenere la linea di filtrazione in corrispondenza
alla portata di riferimento. La formazione del rilevato prevede una
preliminare sagomatura del piano di posa mediante rimozione del
materiale d’alveo da canali e coli limitrofi al rilevato,
scoticamento dei piani campagna, parziale ricalibratura del piano di
scarpa interno dell’attuale rilevato per costituire la superficie
di coerenza con il materiale riportato”. Il piano
dell’arginello, che sarà più alto della strada a fianco, “verrà
adibito a percorso ciclabile con fondo non asfaltato per il quale è
prevista la formazione di un cassonetto stradale in mistone naturale
di sabbia e ghiaia e strato a finire in stabilizzato, previa stesura
di geotessuto impermeabile. L’impronta di fondazione è mediamente
di 18.50 metri, altezza media sui piani campagna attigua pari a 3.50
metri. Le connessioni viabilistiche per l’accesso al territorio
interno all’argine sono previste mediante rampe di accesso
conformi alle vigenti disposizioni”. A seconda dell’ubicazione
degli accessi, per consentire l’agevole sovrappasso dell’argine
mediante rampe con idonea pendenza di declivio, “il tracciato è
previsto, dove necessario, in leggera diversione dalla linea di
coerenza ideale con il rilevato della provinciale 25. Con i medesimi
presupposti sono effettuate le vie di accesso alle zone di fruizione
naturalistica interne, che dal percorso ciclopedonali sommitale
discendono verso l’interno. In tal caso sono particolarmente
privilegiate le prerogative ambientali, con andamenti che oltre ad
assolvere alla funzione di collegamento, mirano all’ambientazione
paesaggistica dell’opera”.
Caselle Landi Gli avvocati
annunciano il ricorso in appello, assolta l’ex assessore Milena
Bertani
Guarischi condannato a 4 anni
Appalti truccati, mano
pesante sul consigliere forzista
Caselle Landi
Gianluca Guarischi condannato, Milena Bertani assolta. Così ha
deciso ieri pomeriggio, dopo sette ore di camera di consiglio, il
collegio giudicante della IV sezione del tribunale di Milano. Il
consigliere regionale di Forza Italia ha ascoltato dalla viva voce
del presidente Edoardo D’Avossa la sentenza che lo condanna a
quattro anni e due mesi di carcere per associazione a delinquere,
corruzione e turbativa d’asta, più cinque anni di interdizione
dai pubblici uffici. Poi non ha fatto nessun commento. Una sentenza
pesante per il politico lodigiano, l’unico con cui il tribunale
milanese ha avuto la mano pesante nel processo sugli appalti
truccati per le opere contro il dissesto idrogeologico in Lombardia.
Accolta la tesi del pm Fabio Napoleone (che per Guarischi aveva
chiesto sei anni) secondo cui il consigliere di Forza Italia avrebbe
intascato tangenti e favorito le proprie aziende negli appalti
regionali per il ripristino delle difese idrauliche dopo le
alluvioni del ‘96 e del ‘97. Dei dodici imputati che non avevano
patteggiato, il consigliere regionale di Caselle Landi è quello che
ha avuto la sentenza più pesante, seguito dal dirigente regionale
Emilio Galli (3 anni di reclusione). Gli altri condannati, invece,
sono tutti imprenditori, dato che l’altro amministratore coinvolto
nel processo, l’ex assessore regionale dell’Udc Milena Bertani
(oggi presidente del parco del Ticino), è uscito con
un’assoluzione «per non aver commesso il fatto». Pene più lievi
per gli altri imputati condannati: l’imprenditore di San Fiorano
Antonio Lambri ha avuto un anno e 11 mesi, mentre Carmelo Matarozzo,
pure lui titolare di una delle imprese subappaltatrici che avevano
beneficiato degli appalti truccati, dovrà scontare cinque mesi di
carcere. Assolta la sorella di Guarischi, Monica. Assolti tutti gli
altri imputati: Moreno Matarozzo, Tommaso Paolini, Roberto Sclavi,
Alberto Ferrarotti, Nicola Germano e Pietro Armani. «Attendiamo di
conoscere le motivazioni della sentenza (90 giorni prima che la
sentenza entri in giudicato, ndr) - spiega uno dei legali di
Guarischi, Michele Apicella -, ma riteniamo che ci siano tutte le
condizioni per ricorrere in appello. Gianluca è stato messo in
mezzo per fatti che erano sussistenti rispetto al brevissimo periodo
in cui ha condotto le aziende di famiglia». Solo poche parole
invece per Milena Bertani: «Sono felicissima. Ho fatto di tutto
perché fosse dichiarata la mia innocenza e credo che sia stato
giusto quello che ho fatto».
Francesco
Gastaldi
Da
IL CITTADINO del 12 11 04
Un’interrogazione
sull’Adda, la Sanna: «Non tutti hanno fatto il loro dovere»
La paura per una nuova
alluvione sbarca sui banchi del consiglio
Le problematiche
ambientali hanno occupato ancora una volta buona parte della
discussione della riunione del consiglio provinciale di mercoledì
scorso. Il vicepresidente del consiglio Franco Pinchiroli ha
presentato due interrogazioni sulle condizioni dell’Adda e il
consigliere Luca Canova un ordine del giorno contrario
all’ampliamento della discarica di Coste Fornaci. Pinchiroli ha
portato anche in consiglio provinciale la sua battaglia a favore
dell’Adda, sporcata da scarichi inquinanti e della città di Lodi,
minacciata da eventuali piene del suo fiume. Pinchiroli ha chiesto
pene severe per chi inquina il fiume con immissioni industriali o
agricole. L’assessore Antonio Bagnaschi, delegato per l’ecologia
e per la vigilanza volontaria, ha spiegato che in effetti è già in
essere un monitoraggio dell’asta dell’Adda ad opera della
polizia provinciale e dei tecnici dell’Arpa. «In questi anni sono
stati sanzionati diversi soggetti colpevoli di aver provocato
immissioni inquinanti - ha dichiarato Bagnaschi - anche con denunce
penali. Il fiume verrà ulteriormente depurato grazie
all’ammodernamento delle reti fognarie in molti paesi che sarà
reso possibile grazie al finanziamento di 10 milioni di euro
provenienti dall’Ato (Ambito Territoriale Ottimale)».
Sull’eventualità di una nuova alluvione, che secondo Pinchiroli
vedrebbe coinvolte non meno di diecimila persone visto lo stato
delle rive cittadine dell’Adda, l’assessore alla pianificazione
ambientale Francesca Sanna ha risposto illustrando una situazione
tutt’altro che rosea. «La provincia ha fatto la sua parte – ha
dichiarato - ma altri enti no. Sono contraria a costruire casse di
espansione perchè ruberebbero altro spazio all’agricoltura; e
sulla pulitura degli argini noi ma soprattutto l’AIPO dobbiamo
fare i conti con la scarsità di finanziamenti. Siamo infine in
attesa della variante del comune di Lodi e degli espropri
conseguenti per dare il via alla costruzione della ciclopedonale per
Boffalora d’Adda». Il consiglio quindi ha approvato
all’unanimità un documento presentato dal diessino Luca Canova e
sottoscritto da tutto il gruppo della Quercia. L’ordine del giorno
si pone in totale dissenso con il progettato ampliamento della
discarica di Coste Fornaci, situata nel comune di Casalpusterlengo.
Nel suo dispositivo la provincia di Lodi, dopo aver ribadito la
propria contrarietà tecnica e politica al provvedimento, chiede che
la giunta regionale non accolga la richiesta di ampliamento,
accogliendo quindi le richieste avanzate dagli abitanti della zona.
In realtà l’unanimità non è stata immediata. In un primo
momento Alleanza Nazionale con Paola Roverselli aveva chiesto un
passaggio del provvedimento alla Commissione Ambiente e una
successiva discussione. Valeria Sismondi di Forza Italia e
Pierangelo Foletti dell’Udc avevano chiesto maggior coerenza alla
provincia e avevano ribadito la loro contrarietà all’ampliamento.
Mauro Rossi del Carroccio chiedeva invece alcune modifiche al
dispositivo. Le richieste venivano tutte accolte dai proponenti, e
il consiglio poteva quindi giungere all’unanimità di voto.
Daniele
Acconci
Bertonico L’annuncio
dell’Anas di Milano, ma gli enti locali non nascondono i propri
dubbi
«Il ponte pronto entro il
2005»
Progetto definitivo per
gennaio, poi sei mesi di lavori
Bertonico In questi ultimi anni, è stata riaggiornata più volte.
Ora, il compartimento milanese dell’Anas ha fornito una nuova
tempistica relativamente alla conclusione dei lavori al ponte
sull’Adda tra Bertonico e Montodine: in occasione del decimo
anniversario della caduta dello storico viadotto, i vertici
regionali dell’ente strade hanno annunciato che «l’opera sarà
conclusa entro la fine del 2005». Una previsione tutto sommato
ottimistica, che però non sembra tenere conto degli intoppi
burocratici, per questo appalto sempre dietro l’angolo, e delle
possibili alluvioni, che a più riprese hanno interessato proprio in
questo ultimo decennio il fiume Adda. Intanto, proprio per la fine
del gennaio del prossimo anno, è attesa la conclusione del progetto
di adeguamento della strada di accesso al ponte dalla sponda
cremasca. L’ultima piena, quella del 2002, ha portato in
superficie i limiti del progetto: basta un innalzamento del livello
del fiume che la pista finisce sott’acqua. L’Anas, su
suggerimento dell’ex Magistrato per il Po, ha deciso di risolvere
subito questo inconveniente, bloccando di fatto la conclusione dei
lavori: ora, la soluzione migliore da adottare (una serie di
tombinature piuttosto un strada in rilevato) è allo studio di un
esperto di Pavia che a breve dovrebbe dunque consegnare i risultati
della sua indagine. Ma a fine gennaio 2005, prima di diventare
operativo, il progetto relativo alla sponda cremasca dovrà essere
inviato da Milano alla direzione generale dell’Anas per
l’approvazione definitiva: e l’auspicio degli enti locali è che
il progetto non si perda ancora una volta per strada. Ma a questo
proposito, da Milano annunciano «tempi rapidi». L’appalto
potrebbe essere bandito già a febbraio: servirà un mese per
l’affidamento dei lavori («Si tratta di un intervento tutto
sommato contenuto» dicono ancora dall’Anas) che si concluderanno
nel giro di sei mesi.Sullo sfondo restano i dubbi e le perplessità,
espresse soprattutto dagli amministratori locali: qual è la
situazione del ponte, bloccato ormai da un anno? Serviranno opere
aggiuntive per sistemare le strutture dello strallato? È veramente
così immediato l’affidamento dei lavori conclusivi? Il riappalto
della parte conclusiva dei lavori si è reso necessario dopo il
fallimento della ditta che aveva vinto l’appalto da 44 miliardi
delle vecchie lire, la Cooperativa Costruttori di Argenta, che in
questo ultimo anno e mezzo ha annunciato a più riprese la ripresa
dei lavori, non tenendo mai fede agli impegni assunti durante i
tavoli istituzionali con province, prefetture ed enti locali del
Lodigiano e del Cremonese. «Io, fino a quando non vedrò il taglio
del nastro, non sarà tranquilla» dice a questo proposito il
sindaco di Bertonico Verusca Bovini. E intanto, per il bailey, il
viadotto militare costruito nel 1995 per sostituire il ponte
crollato il 9 novembre del 1994, incomincia un altro duro inverno,
tra incidenti stradali, interventi di manutenzione-tampone che a
poco servono a migliorare lo stato di salute della struttura e
problemi al fondo stradale, perennemente ammalorato.
Cristiano
Brandazzi
Caselle Landi Parla Guarischi
a un giorno dalla sentenza di condanna
«Ho aiutato mio padre nel
suo lavoro e mi hanno accusato di corruzione»
Caselle Landi La voce che arriva dall’altro capo del telefono è ferma
e decisa. Ma non riesce a nascondere il dolore per i tanti, troppi
lutti che hanno segnato la sua esistenza nel corso di questi ultimi
anni. Il giorno dopo la sentenza di condanna in primo grado a
quattro anni e due mesi di reclusione per le presunte tangenti
legate ai lavori del dopo alluvione 1994, Massimo Gianluca Guarischi
non ha molta voglia di parlare. «Non sono nell’animo di
dilungarmi su queste vicende» afferma il consigliere regionale di
Forza Italia, originario di Caselle Landi, ex enfant prodige della
politica degli anni Ottanta e Novanta. Però può dirci come ha
accolto questa sentenza.«Mi ero illuso che la sentenza di ieri
(mercoledì per chi legge, ndr) potesse essere di assoluzione piena.
Ero pienamente convinto di questo fatto perché nel corso del
dibattimento abbiamo visto un tribunale molto attento, con una
grande capacità di ascolo. Abbiamo spiegato punto per punto la mia
posizione». Lei ha sempre sostenuto di non essersi occupato delle
aziende di famiglia: però, con questa sentenza, lei viene
condannato non solo per corruzione, abuso d’ufficio e turbativa
d’asta ma anche per associazione per delinquere. «Io non sono
accusato né da politico né da imprenditore: sono solo il figlio di
un imprenditore (il padre Giampiero, scomparso nel 1999, ndr) che
amava le sue aziende e che a metà degli anni ’90 è morto prima
di essere rinviato a giudizio. Ho fatto ciò che ogni figlio
dovrebbe fare: accompagnare un genitore nel suo lavoro in un momento
difficile della propria esistenza. E invece sono stato imputato di
aver corrotto qualcuno». É andata meglio all’ex assessore Milena
Bertani, sotto processo assieme a lei, che è uscita indenne
dall’aula di giustizia. «Sono felice per l’assoluzione della
Bertani ma anche di mia sorella Monica. E mi auguro che questo sarà
anche per me in secondo grado». La attendono dunque anni duri e di
grande attesa. «Lo so. Anche perché continua questo lungo stop
della mia attività politica. Ma nonostante tutto sono felice di
essermi comportato da figlio. Ho perso tutto ciò che avevo ma sono
sereno davanti a Dio e alla giustizia». Non ritiene che i suoi
colleghi di partito l’abbiano messa in disparte? «Tutt’altro.
Piuttosto, ho ricevuto tante testimonianze di affetto durante questo
lungo e difficile calvario». Qualcuno, riferendosi a questo come ad
altri processi, ha parlato di una seconda Tangentopoli. Non crede di
essere una vittima di quella caccia alle streghe che ha colpito
tanti ex socialisti? «Non lo so e la cosa mi tocca relativamente.
Posso però dire che se io non fossi stato “ammalato” di
politica, nel 1994 mi sarei fermato: e allora oggi sarei additato
come uno che ha fatto parte della Prima Repubblica e non sarei una
vittima. Non penso che questo stato di cose c’entri con la mia
appartenenza politica, anche se sono orgoglioso di aver fatto parte
del Psi e di avere avuto come maestro Bettino Craxi. Ho ricoperto
incarichi importanti nel Psi fino al 1994, proprio negli anni duri
di Tangentopoli, che non mi ha mai nemmeno sfiorato. Ricordo che il
vicepresidente della commissione provinciale che allora guidavo
venne arrestato». Cosa prova quando ritorna nella sua terra
d’origine? «Da un lato tanta serenità e pace perché il
Lodigiano mi ricorda la mia formazione e le mie prime avventure
politiche, dall’altro una forte sofferenza perché nella Bassa
riposano i miei cari che ormai se ne sono andati».
Cristiano
Brandazzi
DA IL CITTADINO del 13 11 04
Comazzo
Il sito servirà anche per studi naturalistici su pipistrelli,
libellule, ragni e farfalle
Una
lanca per far esondare l’Adda
Il
Parco amplierà la zona umida tutelata a nord del canale Vacchelli
COMAZZO
Il Parco Adda Sud vuole rivitalizzare la zona umida lungo l’Adda
in territorio comunale di Comazzo, valorizzando la flora e la fauna
presente e ripristinando soprattutto la funzione idraulica di cassa
di espansione in caso di esondazione dell’Adda in quest’area
appena a nord della traversa del canale Vacchelli. Il tutto
attraverso un progetto “Life” da oltre 791 mila euro che
l’ente presieduto da Attilio Dadda sta presentando in questi
giorni alla regione Lombardia e alla Unione Europea per ottenere
cospicui finanziamenti: se l’iter andrà a buon fine dovrebbe
arrivare un contributo comunitario di oltre 395 mila euro, pari al
50 per cento dell’importo preventivato, e un contributo di circa
237 mila euro dal Pirellone; la somma restante sarà coperta dal
Parco Adda Sud che si farà carico del 14 per cento della spesa
(113.556 euro) e dall’associazione Faunaviva, partner e consulente
dell’ente lodigiano, con 44 mila euro. L’area in questione è già
classificata come Sic (sito di interesse comunitario) ed è stata
considerata dal Parco Adda Sud come la più adatta per un intervento
di riqualificazione naturalistica e idraulica: «Questa zona umida -
spiega il direttore Riccardo Groppali - è stata interessata da
fenomeni di “interrimento” a seguito dell’abbassamento del
fondale dell’Adda, dunque interverremo per ricreare condizioni
quantomeno simili a quelle originarie, ripristinando la sua funzione
di cassa di espansione per piccole esondazioni del fiume, a
salvaguardia delle zone limitrofe». Tra i vari interventi previsti
dal progetto verrà dunque asportato un quantitativo ancora da
definire di terra per ampliare il volume della vasca di esondazione:
«Effettueremo sondaggi e analisi - prosegue Groppali - per
verificare le effettive necessità e opportunità di tale
intervento: si tratta di una piccola cassa di espansione utile a
contenere piene improvvise dell’Adda, ma chiaramente insufficiente
per esondazioni eccezionali come quella del 2002; in questi casi gli
interventi vanno previsti più a monte». Il progetto “Life”
sulla lanca di Comazzo è comunque interessanti anche per aspetti più
prettamente naturalistici: «Promuoveremo una serie di studi
scientifici - conferma Groppali - e prevediamo in particolare una
valutazione della qualità dei boschi presenti in zona e interventi
a miglioramento della situazione attuale. Sotto l’aspetto
faunistico invece ci muoveremo su tre fronti: finalmente
effettueremo un’indagine sulla presenza di pipistrelli, animali
estremamente utili in quanto si nutrono di zanzare e di farfalle
dannose per l’agricoltura, oltre a monitorare anche la presenza di
libellule, farfalle, ragni e di vari insetti; contiamo di realizzare
un’altra garzaia per incrementare ulteriormente la presenza
dell’airone, simbolo del parco, inoltre vorremmo contribuire anche
noi al progetto sullo storione cobice avviato a livello regionale,
individuando una zona riproduttiva particolare nel territorio de
Parco». Il progetto, seguito anche dall’Università di Milano, si
concretizzerà nell’arco di tre anni se il Parco Adda Sud otterrà
tutti i finanziamenti previsti dal piano “Life”: «In queste
procedure - conclude Groppali - sono previste scadenze ben precise e
vanno consegnati puntualmente studi e ricerche a supporto
dell’iniziativa: l’Unione Europea finanzia progetti solo sui
cosiddetti Sic, cioè su zone di interesse comunitario a livello
ambientale».
Daniele
Perotti
Che
fare quando il Po tornerà a salire: sarà tutto scritto nel piano
di emergenza
Guardamiglio pronta ad
evacuare. La giunta comunale del paese del basso Lodigiano,
tradizionalmente uno dei più esposti alle ire del Po in piena, ha
deciso di affidare a uno specialista di Cremona lo studio per il
piano locale di emergenza. Com'è tristemente noto agli stessi
guardamigliesi, non si tratta di fantascienza o di eccesso di
cautela: buona parte del paese fu costretta ad abbandonare casa già
nel 2000, durante l'ultima esondazione del Po. Un'esperienza che
molti ricordano ancora con tristezza, ma che diede al paese la
spinta per reagire. Guardamiglio ha sviluppato uno dei nuclei di
protezione civile più strutturati in provincia. È aumentato anche
il grado di coordinamento con i nuclei di altri paesi, mentre, a
livello sovracomunale, il Com 3 di Codogno si è dotato di un
sistema informatico per lo smistamento rapido degli evacuati. Ora
arriva il piano locale per lo sgombero. Il comune vi investe circa
4.500 euro.
Tesi
di laurea del lodigiano
La
scoperta del territorio attraverso la ricerca dei giovani
dell’università
Come
recuperare una cava di ghiaia
Il
sito del Belgiardino studiato da Stefania Geroni, Aurelia Vasino e
Laura Riccaboni
La cava del “Belgiardino”
è stata oggetto di una tesi di laurea. A scriverne sono state tre
studentesse in architettura: Stefania Geroni, Aurelia Vasino e Laura
Riccaboni, quest’ultima nostro riferimento per l’esposizione del
suddetto lavoro. Le tre architette hanno conseguito il loro titolo
accademico, presso il Politecnico di Milano, nell’anno accademico
1990/’91; il titolo della dissertazione è stato il seguente:
“Ipotesi di reinserimento e recupero territoriale ed ambientale di
una zona di attività estrattiva sita nel Comune di Montanaso
Lombardo, nel territorio del Parco Naturalistico Adda Sud”;
relatore il professore Arturo Beltrami. Adesso, questa tesi, poiché
è sinceramente datata, tanto che l’architetto Laura Riccaboni ha
avuto molti e molti dubbi nell’accettare di parlarne, rischia di
essere oggetto di equivoci, fraintendimenti, e qualche
strumentalizzazione: letto con senso retrospettivo, questo lavoro
disegnava quello che, in un ampio lasso di tempo, sarebbe potuto
accadere a causa delle continue escavazioni, allora solo ventilate.
La storia dirà se i rischi paventati dalle tre autrici si sono
effettivamente realizzati. Ma gli esperti, gli ambientalisti, e
chiunque se ne senta in diritto o in dovere, possono già da ora
rispondere se l’appello lanciato, tredici anni fa, con questa tesi
di laurea, purtroppo nota soltanto ad una commissione universitaria
d’esami, è stato o meno raccolto (inconsapevolmente,
s’intende): “È necessario un ritorno agli equilibri propri del
territorio, del fiume e del paesaggio”, invocavano le tre autrici.
In ogni caso, questo lavoro rappresenta una vera pietra miliare per
chiunque voglia conoscere la storia della maggiore cava lodigiana.
In più di 500 pagine (ma “terrificanti”, come molte, sono anche
gli allegati, con centinaia e centinaia di diapositive), Stefania
Geroni, Aurelia Vasino e Laura Riccaboni hanno narrato le
autorizzazioni, i dinieghi e i passaggi di proprietà della zona
d’interesse, approfondendo le normative e i regolamenti che
disciplinano l’attività di estrazione, ma anche illustrando i
metodi tecnici di escavazione, la tipologia del materiale estratto
ed il suo effettivo utilizzo. Estremamente interessante e
particolareggiata è anche la descrizione relativa
all’inquadramento geografico, territoriale e viabilistico
dell’area di indagine, con la zona perimetrale del Parco
Naturalistico Adda Sud. L’analisi delle tre studentesse ha inizio
con una valutazione complessiva della Lombardia: “Il territorio
lombardo per la sua intrinseca natura geologica offre una vasta
gamma di giacimenti di materiali naturali da costruzione. Il settore
alpino è ricco di rocce eruttive e metamorfiche impiegabili come
materiali per rivestimenti, murature, pavimentazioni e decorazioni.
Nelle Prealpi, dal Comasco al Bergamasco e al Bresciano, si
ritrovano cospicue masse di calcari e dolomie da calci, cementi e
pietrisco. I colli pedemontani e l’alta pianura asciutta
forniscono, nel Varesotto, nel Lecchese e nel Bergamasco, ghiaie e
sabbie dei letti e dei terrazzi alluvionali, mentre dal Comasco
provengono abbondanti argille limose da laterizi. Ghiaie e sabbie
vengono anche cavate nella media e bassa pianura irrigua, lungo gli
affluenti del Po. Nel Cremonese, nell’Oltrepo mantovano e pavese
si estraggono argille; dalla piana alluvionale del Po provengono
ghiaie e sabbie, spesso cavate in alveo. La quantità di inerti
estratti in Lombardia sembra dunque aver raggiunto livelli assai
elevati, e, data la forte incidenza che le attività estrattive
hanno sull’ecosistema generale, si pone in termini pressanti il
problema di una rigorosa e razionale programmazione di tali
processi. A precise valutazioni dei reali fabbisogni produttivi,
deve accompagnarsi un’opera assidua di recupero paesaggistico e
ambientale, così da rendere compatibili tali attività con gli
equilibri territoriali”. Le autrici presupponevano, dunque, una
sorta di vaglio generale dell’aree interessate: “Ogni intervento
deve essere preceduto da un’accurata operazione di analisi del
paesaggio. Gli ecosistemi e gli aspetti percepibili devono essere
esplorati e compresi a fondo. Solo così nasce un concetto di vera
pianificazione territoriale, che ha alle spalle una solida
tradizione culturale conoscitiva, sia in materia geonaturale, che in
problematica ambientale. Se così non fosse, la programmazione
poggerebbe su sconsiderate scelte aprioristiche che spalancano
varchi inarrestabili alla speculazione e al dissesto. E’
necessario dunque invertire la tendenza attuale di anteporre il
fatto pianificatorio al dato conoscitivo, che ha costretto il fatto
progettuale ad una forzata sintesi di situazioni compromissorie, di
necessità contingenti, di vincoli passivi e di intenzioni politiche
non sempre accettabili”. Ancor prima che divenisse competenza
della Provincia, l’autorizzazione per la cavatura era stata
concessa dalla Regione Lombardia: l’attività era consentita sino
all’aprile 1992. Ma, già agli inizi degli anni Novanta, stava per
essere deliberata una nuova proroga: “Tuttavia, il primo documento
ufficiale da noi trovato, che riguarda appunto la cava
“Belgiardino”, è un provvedimento datato 13 dicembre 1977, con
il quale si prendeva in considerazione la domanda presentata da
un’azienda, esercente della cava, mirante ad ottenere
l’autorizzazione alla continuazione dell’attività estrattiva
ancora per tre anni. Autorizzazione concessa con la possibilità di
estrarre 220.000 mc. annui di materiale ad una profondità media di
scavo di 15 m., mentre era anche imposta la delimitazione
dell’area di scavo mediante punti fissi collocati in luogo”. Di
proroga in proroga, di spostamento in spostamento dei punti, è
stata ampliata la zona su cui scavare. A dispetto di quanto asserito
nella tesi in questione in cui si esprimeva parere critico sulla
previsione di allargamento dell’area: “La formulazione del
giudizio critico da noi formulato si basava rigorosamente su una
serie di dati assolutamente oggettivi: i dati naturali riguardanti
il clima, la morfologia, la geologia, la pedologia, l’idrologia,
gli aspetto vegetazionali e faunistici dell’area oggetto
dell’indagine, i dati socio-economici riguardanti l’uso del
suolo, la viabilità, l’infrastrutture, gli strumenti urbanistici,
i vincoli, la gestione del suolo. La semplice raccolta di dati
sarebbe rimasta infruttuosa se, in un secondo tempo, non avessimo
analizzato attentamente il bagaglio di notizie accumulate, e se non
avessimo espresso su di esse dei giudizi, finalizzati alla
evidenziazione degli impatti causati fino ad oggi dall’attività
estrattiva della cava considerata, e alla previsione degli impatti
futuri legati all’ampliamento previsto della cava stessa”.Le
autrici, letti e interpretati i dati, manifestavano molta
preoccupazione: “Il rischio era la perdita di beni esistenti
riguardanti il valore naturalistico, storico-architettonico,
paesaggistico; la creazione di situazioni di dissesto del terreno;
la contaminazione delle falde; i disturbi alla popolazione e alla
fauna sensibile prodotti dai rumori dei macchinari e dal traffico
relativo alle esigenze di gestione della cava; l’artificializzazione
del paesaggio; la perdita di uso del territorio”. A questo
proposito, il grido delle tre autrici diveniva piuttosto secco:
“Il preoccupante succedersi di catastrofi ed incidenti ecologici,
la degradazione ambientale, e gli inquinamenti di vario genere ed
origine che affliggono drammaticamente ampie porzioni del nostro
paese, rendono sempre più impellente la necessita di una nuova
filosofia e metodologia di pianificazione territoriale, che tenga
finalmente conto in termini oggettivi del paesaggio, dei suoi
elementi costitutivi e dei suo ritmi naturali”, scrivevano nella
loro dissertazione. “Muovevamo da una premessa – spiega
l’architetto Riccaboni -; l’impatto sull’ambiente creato da
attività estrattiva è generalmente troppo grande e radicale perché
si possa pensare di recuperare la situazione preesistente. Il
recupero di una cava non può in alcun caso mirare alla
ricostruzione di equilibri che sono ormai irreversibilmente persi,
ma deve cercare di costruirne di nuovi, tenendo conto delle
condizioni a cui ci si trova di fronte, che sono completamente
sconvolte rispetto a quelle originarie”. Laura Riccaboni e le sue
colleghe sottolineavano l’importanza dell’ambiente nel recupero
della zona interessata da processi di escavazione: “Già dai primi
dati raccolti sulle caratteristiche dell’intorno della cava ci è
apparso chiaro quanto fossero importanti l’esistenza dei boschi
del “Belgiardino” con gli ambienti umidi in essi inclusi, e la
presenza a poche centinaia di metri del fiume Adda. Il notevole
valore degli aspetti naturalistici presenti nell’area, legato
anche alla loro rarità, ha reso consigliabili assumerli come
elementi guida nella progettazione del recupero della cava”.E se
qualcuno ha di recente parlato di voler far svolgere le olimpiadi
del 2016 proprio nello specchi d’acqua a lago della cava, mentre
altri hanno sottolineato la possibilità di svolgere giochi
acquatici realizzando del luogo interessato un Idroscalo del
Lodigiano, le autrici della tesi puntavano, viceversa, a realizzare
un habitat naturale, selvaggio e rupestre: “La salvaguardia del
grande lago deve avvenire attraverso l’uso di elementi
naturalistici, cioè attraverso la valorizzazione della vegetazione.
In questo modo l’area della cava diventa quasi un appendice,
meglio, una zona di ampliamento dei boschi stessi; comunque
un’area non più in contrasto con l’ambiente naturalistico dei
boschi, ma integrata ad essi”. Le autrici progettavano zone a
verde, di salvaguardia del suolo, soprattutto intorno alla cava e in
corrispondenza dei boschi limitrofi del “Belgiardino”; gli scopi
erano triplici: “Proteggere la cava da eventuali tentativi di
scarico di elementi inquinanti nell’invaso – tenendo conto che
si tratta di acqua di falda -, costruire una barriera acustico
visiva nei confronti del traffico che transita sulla vicina strada
Provinciale, infine creare un ambiente naturalistico di ampliamento
dei limitrofi boschi del Belgiardino”. Un luogo ideale anche per
nuova fauna acquatica. Invece nella zona più orientale, si puntava
a sollecitare la presenza più diretta dell’uomo, ma con
interventi mirati e prudenti: “La presenza dell’uomo è ammessa,
ma nel rispetto dell’ambiente circostante. Sarebbe infatti
impensabile precludere la possibilità di addentrarsi e di godere di
un ambiente così interessante quale è quello del fiume Adda, delle
sue lanche e dei suoi boschi”. Persino la presenza del “Centro
Ricreativo Belgiardino”, divenuta poi storica realtà del
Lodigiano, era vista come un pericolo: “Accade che la presenza di
masse di persone purtroppo spesso irrispettose del territorio siano
causa di deturpazione dell’ambiente”. Un’ultima proposta era
quella di realizzare nuovi campi, sia a nord che a sud dell’area
della cava, destinati a colture biologiche: “La scelta di
realizzare tali tipi di colture rientrava negli interventi miranti a
salvaguardare la buona qualità dell’acqua della cava, riserva
idrica di notevole valore. Si sarebbero così rispettata la
vocazione agricola del territorio. Le culture biologiche avrebbero
avuto una rotazione colturale in funzione dell’allevamento, altra
risorsa da recuperare nell’area interessata, e dunque sarebbero
state basate su cereali e foraggi”. Nei progetti delle tre autrici
dovevano sparire anche percorsi e sentieri che rendevano facilmente
accessibile l’ingresso nel bosco del futuro: “Ma qui non erano
previsti dei transiti soltanto perché la funzione dell’area
boschiva sarebbe stata di semplice protezione della cava in quanto
riserva idrica, senza che fosse prevista la presenza dell’uomo, se
non per interventi di controllo delle acque e della vegetazione
circostante”. Altro che olimpiadi e giochi acquatici! Eugenio
Lombardo
Da INALESSANDRIA.IT del 13 11
04
Messa in sicurezza:
"Basta con il palleggio di responsabilità"
I Comitati all'attacco -
"Sì alla legge quadro per le emergenze, no al sistema delle
assicurazioni, obbligatorie o facoltative che siano"
«La "non
collaborazione" tra i vari Enti, il continuo
"ping-pong" di competenze e di responsabilità creano
confusione e smarrimento tra la popolazione del Bacino del Po che
istituzionalmente quegli stessi Enti dovrebbero proteggere dai
rischi idrogeologici». E' dura la nuova presa di posizione del
Calca, il Comitato Alluvionati del Casalese, il quale indica anche
l'estrema soluzione alla quale potrebbe far ricorso, quella delle
azioni legali e degli esposti alla magistratura: «La stessa
popolazione in caso di ulteriori pericoli o catastrofi sarà
costretta a tutelarsi legalmente e penalmente». Il Calca è
preoccupato, ma, a dieci anni dalla prima alluvione, i timori sono
condivisi un po' in tutta l'area dei Comitati, anche perché - come
scrive l'ex coordinatore di tutti i Comitati Gianfranco Bergoglio -
i fondi previsti dalla prossima Finanziaria «per la prosecuzione
degli interventi e per l'opera di ricostruzione dei territori
colpiti dalle calamità naturali sono davvero pochi». E aleggia lo
spettro della assicurazione contro le calamità, che resterebbe tale
anche senza l'obbligatorietà: «Chi si potrà assicurare avrà il
danno, si fa per dire, risarcito, mentre le classi più deboli si
accolleranno, coma al solito, l'intero rischio?». Oltretutto con la
perdurante assenza di una legge-quadro per le calamità, che dia un
sistema di regole cui fare riferimento.
Studiare
gli invasi per limitare le piene
E'
la proposta di un esperto che ha partecipato al convegno di Casale
Uno studio sugli invasi a
monte di Casale (sul Po, ma anche su tutti i suoi affluenti, dalle
due Dore all'Orco) per valutare la possibilità di utilizzare
diversi bacini idroelettrici come serbatoi in caso di piena. E'
questa la principale proposta emersa in alternativa alla
realizzazione delle contestate (e costose) casse di laminazione
previste per la messa in sicurezza del territorio dopo due
disastrose alluvioni. Secondo Alberto Bizzarri, il docente
universitario bolognese invitato dal Calca al dibattito di
Oltreponte, le casse di laminazione - così come previste oggi -
sono troppo ampie e troppo poco profonde. In ogni caso, andrebbero
ridotte di numero e ampliate di capacità, intervenendo in prima
battuta sulle zone demaniali. Ma prima di guardare all'esterno del
fiume - suggerisce il Calca - si può ancora intervenire nell'alveo
e nelle golene, per creare altre aree che alleggeriscano le piene.
Quanto agli invasi - ha aggiunto il prof. Bizzarri - potrebbero
servire come serbatoi di rilascio anche in caso di siccità.
Da Corriere.it del 14 11 04
Sono 1500 i vigili del fuoco
impegnati nei soccorsi
Maltempo sull'Italia, disagi
e danni
Nubifragio a Napoli. Frana a
Lecco: 2 morti, treni fermi. Trombe d'aria al sud. Bufere di neve al
centro. Forte vento al Nord
MILANO - A guardare il cielo (azzurro) di Milano non si direbbe: eppure
un'ondata di maltempo sta flagellando diverse zone d'Italia con
forti raffiche di vento, pioggia e frane. Nella notte di sabato, e
soprattutto nelle prime ore di domenica sono stati impegnati 1.500
vigili del fuoco. Gli interventi più frequenti quelli per
allagamenti, monitoraggio di torrenti e di movimenti franosi (come
quella che ha fatto due vittime in provincia di Lecco), recupero di
strutture abbattute da forti raffiche di vento e soccorso a persone
in difficoltà.
ALLUVIONE IN MOLISE - A Termoli è emergenza per le piogge torrenziali che da
48 ore stanno interessando il Molise: sono 200 le persone evacuate
tra le abitazioni in Contrada Rio-Vivo Marinelle e quelle di
Campomarino (Campobasso), dove è straripato il torrente Saccione,
inondando le campagne e le abitazioni circostanti.
NAVE ALLA DERIVA - E sempre dal centro Italia arriva nella serata di
domenica la notizia di un naufragio in corso: le proibitive
condizioni del mare, forza 9 con onde alte fino a 5 metri e raffiche
di vento che hanno raggiunto una velocità di 45-50 nodi, sta
causando problemi a una nave da carico battente bandiera portoghese
già da diverse ore alla deriva ad una quarantina di miglia dal
porto di Ancona. La nave - vuota ma zavorrata - è completamente in
avaria e ha perso il controllo, rischiando di finire contro una
piattaforma Agip. La produzione è stata fatta sospendere a scopo
precauzionale, mentre un rimorchiatore sta cercando di agganciare
l'imbarcazione per poi 'scortarlà in zona sicura.
SALVATAGGIO IN SARDEGNA - Rimaniamo in mare: sono tutti italiani i
naufraghi salvati dagli elicotteri francesi a 100 miglia dalle coste
occidentali della Corsica e della Sardegna. Erano partiti giovedì
scorso da Fiumicino diretti ai Caraibi a bordo di una imbarcazione
di 22 metri armata da un agente immobiliare messinese, Elio Cosio,
di 48 anni, che voleva intraprendere la sua seconda traversata
dell'Atlantico. Cosio al suo arrivo all'aeroporto di
Alghero-Fertilia, scelto dagli elicotteri dell'Aeronautica francese
perchè il più vicino al punto in cui è stato effettuato il
soccorso, ha raccontato di aver dovuto abbandonare il catamarano
ormai ingovernabile perchè disalberato dopo due giorni con mare a
forza nove e raffiche di vento di oltre 70 nodi.
TRENI IN TILT - Il maltempo ha provocato anche guasti alla linea
elettrica in un tratto della ferrovia Roma-Napoli, causando così
ritardi dei convogli la cui circolazione è poi ripresa attorno alle
11 di mattina di domenica. Ma i problemi si sono ripresentati poche
ore più avanti, questa volta vicino ad Arezzo: nel corso del
pomeriggio seri danni alla linea elettrica aerea in più punti della
direttissima Roma Firenze, trasportando sulla sede ferroviaria anche
materiali estranei. Lo rende noto con un comunicato Rfi e Trenitalia.
«Le squadre di tecnici di RFI sono prontamente intervenute e stanno
lavorando a riparare i danni e ripristinare la linea aerea. Tra Roma
e Arezzo - si afferma nella nota - i treni stanno viaggiando sulla
linea storica con allungamenti dei loro tempi di percorrenza che
oscillano dai 40 agli 80 minuti».
TROMBE D'ARIA TRA PUGLIA E BASILICATA
- Ma la vera emergenza sembra essere ora quella dovuta al forte
vento, con una intensificazione degli interventi dei vigili del
fuoco Forte.
Vento sulle coste dell'Adriatico (Ansa)
principalmente per il recupero di strutture abbattute. Una violenta
tromba d'aria che ha colpito nelle prime ore di domenica la zona tra
Puglia e Basilicata ha provocato la caduta di alberi e pali,
scoperchiando anche un capannone. Nella stessa zona si sono
verificati anche allagamenti dovuti alla pioggia che non ha smesso
di cadere durante la notte e i collegamenti con alcune frazioni del
Metaponto sono difficili anche a causa del fango sulle strade.
FORTE VENTO ANCHE AL NORD
- In Toscana, il fortissimo vento che ha flagellato per tutta la
notte la regione a partire dalle 20 di sabato sera (la protezione
civile aveva diramato un allarme prevedendo punte fino a 100
chilometri orari) ha provocato molti problemi, creando soprattutto
ostacoli alla viabilità ed ai trasporti. E' inoltre andata in
frantumi una vetrata trecentesca della Basilica di Santa Croce,
posta a circa trenta metri di altezza nella navata centrale. Insieme
ai vetri, che si sono sparsi sul pavimento della chiesa, sono
crollati anche un manufatto non istoriato e una colonna di pietra
serena, che sosteneva la vetrata e che si è abbattuta su due
panche. Fortunatamente nella zona non erano presenti i fedeli, che
stavano assistendo alla Messa nella Cappella dei Medici, distante
dal luogo dell'incidente. Forti raffiche anche in Trentino-Alto
Adige (a Bolzano è parzialmente crollata un'impalcatura), e
Liguria.
NEVE IN UMBRIA - In Umbria ci sono state bufere di neve in montagna,
vento di tramontana anche a più di 100 chilometri all'ora, alberi
abbattuti e tetti danneggiati, con la ferrovia Perugia-Terontola
interrotta da stamani per tronchi sui binari. Non si segnalano
feriti.
Da IL CITTADINO del 15 11 04
Il
commento
Il
ponte, cattedrale nel deserto
In questi giorni ricorre il
decimo anniversario dal crollo del ponte di Montodine-Bertonico e
sento l’obbligo, come cittadino e soprattutto come rappresentante
delle istituzioni, di intervenire ancora una volta a sottolineare il
mio impegno per una vicenda che appare paradossale oltre ogni
limite. Dall’appalto fino alla prosecuzione dei lavori, tutto in
questi anni è stato segnato da un incessante susseguirsi di
difficoltà e da mie costanti interrogazioni parlamentari per
interessare i vari Governi alla questione. Ero perplesso sin da
subito, il progetto di un ponte “strallato” quelle dimensioni mi
è sembrato troppo ambizioso per il territorio e difficilmente
compatibile con la nostra dimensione ambientale e le nostre
esigenze. Oggi ci troviamo di fronte alla beffa di una “cattedrale
nel deserto”, un’impresa monumentale incompleta e inutilizzabile
che ha pesantemente gravato sulle imprese del Cremasco e del
Lodigiano, creando disagi e mettendo in ginocchio la viabilità e le
attività economiche. Recentemente ho interessato il Governo, nella
figura del viceministro Mario Tassone, sulla necessità di dare
risposte certe alle popolazioni e alle amministrazioni interessate.
Risulta evidente infatti che, ad oggi, dopo la fuga della società
appaltatrice, legata alla Coop costruttori di Argenta (Emilia
Romagna), la situazione risulta delicatissima: per terminare il 20%
dei lavori conclusivi, per cui era previsto un tempo massimo di sei
mesi, bisogna procedere con un nuovo appalto attuando la necessaria
rendicontazione dei lavori e creando le condizioni affinché la
nuova società appaltante non si trovi di fronte, come è accaduto
troppe volte in passato, ad inattesa difficoltà. In questa fase è
il dipartimento milanese dell’Anas che deve assicurare la massima
garanzia affinché, entro i prossimi due anni, il ponte venga
terminato. L’unico errore fatto in passato, come ho più volte
sottolineato, è stato quello di dare troppo credito ad una società
“sofferente”. Ritengo che il compito della politica oggi, e da
qui una mia diretta assunzione di responsabilità, sia quello di
monitorare il rispetto dei tempi annunciati e di verificare le
condizioni di avanzamento delle procedure legate all’appalto.
Questo è un impegno che ho già assolto negli ultimi tre anni e
mezzo, e che oggi rinnovo sottolineando che sono fermamente deciso a
non accettare più alcuna scusa e alcun ritardo né da parte dell’Anas
né da chiunque altro.
Andrea
Gibelli deputato al Parlamento (Lega Nord Padania) eletto nel
Lodigiano
Alluvionati
In
scena le gioie e i dolori del fiume
Uno spettacolo dedicato
all’Adda invece di una manifestazione politica: è la scelta fatta
dal Comitato alluvionati di Domenico Ossino per ricordare il secondo
anniversario dell’alluvione, che cadrà il 26 novembre. Titolo
dello spettacolo “Dalle rive dell’Adda: gioie e dolori attorno
al fiume. Voci, rime, canti e varia umanità della tradizione
lodigiana”: l’appuntamento è per le 21 al teatro San Francesco,
dove i protagonisti saranno le voci recitanti del Gruppo “Lavori
in corso” di Luciano Allegri e il “Teatro dei giovani” di
Bruno Pezzini, con Cesarina Spoldi (presenterà Carla Galletti). Un
appuntamento nuovo: sarà presentato un “excursus” tra temi
ricavati dal passato e dal presente (da Defendente Lodi ad Ada
Negri, da Francesco De Lemene a Bruno Pezzini, ad Andrea Maietti,
fino alle cronache vecchie e nuove) tra letture, poesie, canti
popolari. Il programma conterrà alcuni brani, tra l’altro, de
“La sposa Francesca” di Francesco De Lemene. L’ingresso è
totalmente gratuito: gli organizzatori hanno voluto mettere a punto
un inno alla lodigianità, un’opportunità per condividere con gli
alluvionati le “gioie e dolori” che il fiume sa dare.
Da L'ECO DI BERGAMO del 17 11
04
Il
battello si arena in palude
La
navigabilità dell'Adda rischia di far scomparire il sito
La
palude a Calolzio: se il letto dell'Adda sarà abbassato per
diventare navigabile l'area naturalistica rischia di scomparire
«La palude nell'area
compresa tra Brivio, Calolziocorte e Monte Marenzo rischia di
scomparire». È l'allarme lanciato dall'assessore provinciale
lecchese all'Ecologia e all'ambiente Marco Molgora alla luce del
progetto che è stato inviato nei giorni scorsi dalla Regione
Lombardia, impegnata a rendere navigabile l'Adda con un battello, da
Paderno a Lecco. L'iniziativa è stata pensata per rilanciare il
turismo. Il progetto del Pirellone, che coinvolge anche le province
di Lecco, Bergamo e Milano, prevede la navigabilità di lunghi
tratti dell'Adda. Nel primo lotto la Regione provvederà a rendere
possibile il passaggio di un traghetto turistico da Garlate a
Paderno. I problemi nascono a causa dell'opera di dragaggio del
fondo per regolarizzare i sedimenti fluviali e avere in ogni punto
una profondità non inferiore al metro e mezzo. La Regione realizzerà
anche delle opere per l'attracco nei punti più suggestivi delle
varie località. Il battello avrà una capienza di 50 persone e sarà
alimentato a energia elettrica. Il pericolo è rappresentato
dall'abbassamento del livello del fiume (da cinque a 10 centimetri)
a seguito del dragaggio, l'acqua di conseguenza non arriverebbe più
a sufficienza nelle zone adiacenti le sponde compromettendo
l'ecosistema. «Si tratta di un luogo di grande importanza
ambientale non solo per il Parco Adda Nord ma anche per l'intera
provincia – spiega l'assessore Marco Molgora –. L'abbassamento
del livello del fiume, dovuto appunto alle operazioni di dragaggio,
rischierebbe di diminuire notevolmente lo scambio d'acqua tra fiume
e palude. Nel giro di pochi anni la palude scomparirebbe. In questa
zona paludosa, sia il Parco Adda Nord sia gli altri enti locali
coinvolti, hanno investito molto per tutelarla e renderla
maggiormente fruibile, in particolare agli studenti. Il Parco ha
inoltre realizzato anche un canale per favorire il passaggio
dell'acqua dal fiume alla zona paludosa». La Provincia di Lecco per
tale motivo ha dato parere negativo a questo primo studio e, con gli
altri enti interessati, ha chiesto al Pirellone che venga tutelata
la palude (una delle più estese in Lombardia). Nel frattempo i
tecnici della Regione che si occupano del progetto hanno iniziato
nuovi monitoraggi e verifiche. Il problema da risolvere è legato
all'abbassamento del livello del fiume; l'impegno della Regione è
infatti incentrato sullo studio d'incidenza di tale abbassamento. In
concreto i tecnici regionali stanno studiando delle soluzioni che
permettano non solo la possibilità di abbassare il livello del
fiume ma soprattutto non pregiudichino nel tempo l'ecosistema della
palude. Nelle prossime settimane in Regione sono previsti altri
incontri tra lo stesso assessore provinciale e i funzionari del
Pirellone che si stanno occupando del progetto di navigabilità. In
questa occasione l'assessore non solo chiederà delle precise
garanzie a tutela della palude e dell'intero ecosistema intorno al
fiume ma prenderà visione delle soluzioni elaborate dai tecnici
regionali per non compromettere l'ambizioso progetto di navigabilità
dell'Adda e per non stravolgere il delicato equilibrio della palude.
«Rendere navigabile parte dell'Adda è un progetto interessante dal
punto di vista turistico – conclude l'assessore provinciale –
d'altra parte è certamente un intervento delicato e di conseguenza
ogni opera che sarà realizzata sul corso d'acqua dovrà essere
valutata con molta attenzione per evitare di rompere i delicati
equilibri della natura. Ora è necessario che lo studio condotto
dalla Regione porti ai necessari correttivi».
Mario
Ferrari
Adda
Nord area protetta: via libera del Pirellone
Via libera al Parco naturale
dell'Adda Nord. La decisione è stata presa ieri dal Consiglio
regionale lombardo, che ha approvato a maggioranza una legge che
istituisce la nuova area protetta. La zona salvaguardata si estende
su una superficie di 1.900 ettari compresa tra le province di
Bergamo, Lecco e Milano, fa parte del Parco regionale dell'Adda,
istituito nel 1983, e ne copre il 27,66% del territorio. In pratica
viene ulteriormente protetta un'area salvaguardata nella quale sono
presenti due zone di alto valore naturalistico per gli habitat, la
flora e la fauna e che sono il lago di Olginate e la palude di
Brivio, due siti ambientali che sono stati inseriti nell'elenco dei
proposti siti di importanza comunitaria. «L'approvazione del
provvedimento che istituisce il Parco naturale dell'Adda Nord - ha
detto il presidente della commissione Ambiente Domenico Zambetti -
è una dimostrazione di quanto la Regione Lombardia è riuscita e
sta riuscendo a fare per la salvaguardia del territorio. È vero che
la nostra è una regione dove si produce il Pil più alto d'Italia e
delle regioni europee. Ma è anche vero che la nostra è una regione
che sa coniugare lo sviluppo con la salvaguardia dei territorio. Il
lungo elenco di parchi e aree naturali ne sono la più evidente
dimostrazione». Soddisfazione per l'approvazione della legge arriva
anche dal relatore Donato Giordano di Forza Italia. «Nell'Adda nord
- ha detto Giordano - nasce un parco nel parco che va a
salvaguardare ulteriormente una vasta area fluviale ricca di
vegetazione e di specie». La Giunta regionale aveva approvato il
progetto di legge che istituiva il Parco naturale Adda Nord nel
luglio scorso. Il provvedimento aveva fatto seguito al Piano
territoriale di coordinamento che era stato varato nel 2000 e con il
quale era già stato individuato il perimetro delle aree protette.
Da LA TRIBUNA DI LODI
del 20 11 04
Il ricordo ancora vivo di quel
terribile 26 novembre 2002
Gli
alluvionati si danno un nuovo appuntamento il prossimo 26 novembre
al Teatro S.
Francesco
Il
ricordo di quel 26 novembre di due anni fa è sempre vivo, ma
riaffiora soprattutto ad ogni pioggia un po’ più abbondante del
solito, e alimenta timori e inquietudini. Rimane lo scontento per
gli interventi auspicati, ma mai affrontati, neppure sulla carta.
Questi sentimenti erano palpabili nel salone dell’Oratorio del
Borgo la sera di venerdì 5 novembre scorso, quando il Comitato Alluvionati Lodi Onlus - presieduto
da Domenico Ossino - ha chiamato a raccolta i cittadini di Lodi per
un’assemblea pubblica il cui scopo era di esaminare i problemi
ancora sul tappeto, in particolare gli argomenti erano due. Il primo
punto: le contestate “chiuse”, che l’amministrazione comunale
ha deliberato di realizzare nel tratto di viale Milano all’altezza
di via Cadamosto e a lato del Tribunale. Una decisione che ha spinto
il C.Al.Lo Onlus ad avviare un ricorso al TAR e a chiedere una
sospensiva dei lavori, nell’attesa quantomeno dell’elaborazione
definitiva del Piano Stralcio d’Assetto Idrogeologico per il fiume
Adda di cui si attende la messa a punto, che dovrebbe ridefinire le
fasce fluviali e di conseguenza le aree d’esondazione del fiume.
Un Piano che non potrà certo ignorare le situazioni, fino allora
non previste, che invece si sono verificate nel novembre 2002. È
stato illustrato che Il TAR, pur non entrando nel merito tecnico,
non ha ritenuto di accettare la proposta del Comitato, ed il Comune
ha avviato i lavori, ben consapevole che un’ipotetica decisione
finale potrebbe ribaltare le sue teorie imponendo il ripristino
delle condizioni originarie nelle aree interessate. Un intervento
economicamente imponente, da più di un miliardo e mezzo di vecchie
lire, finanziato da un’immobiliare, che in tal modo si
assicurerebbe la possibilità di costruire un supermercato in zona
Pratello, ovviando all’ostacolo derivante dal fatto che l’area
nel novembre del 2002 fu abbondantemente allagata, e vi rimase, per
l’effetto-lago che si venne a creare, per ben 72 ore. Da ciò
deriva la convinzione, ben espressa durante l’assemblea, che
quello delle chiuse sia un intervento che favorisce indubbiamente
l’immobiliare (e altre uguali realtà, aggiungendo asfalto e
cemento ad una zona di per sé già problematica, per la rete
fognaria inadeguata, e per allagamento, dovuti all’innalzamento
della falda quando si alza il livello del fiume), ma concettualmente
sbagliato, o meglio dannoso. Non ultimo motivo d’opposizione, la
situazione che si verrebbe a creare perché, entrando in funzione,
le pompe collocate all’altezza
delle chiuse
per salvaguardare
(???) il Pratello, andrebbero a riversare l’acqua ai quartieri
Martinetta, Capanno con effetti immaginabili per le abitazioni dei
cittadini li residenti. Eppure, ostinatamente, i lavori sono
iniziati. Come non potrebbe essere tutto ciò, motivo di
preoccupazione? A ciò si aggiunge la forte contrarietà del
Comitato per i maxi-argini preannunciati in riva destra, di
rilevante impatto ambientale e ritenuti di nessun’utilità se non
si pensa di mettere mano alla regimazione del fiume, che ormai dopo
trent’anni di mancati interventi presenta depositi alluvionali da
un lato, erosioni
dall’altro e soprattutto il restringimento della sezione
d’alveo. Il recupero della sezione originaria del fiume è
un’opera non più differibile. Uno studio effettuato per conto del
Comitato da tecnici esperti in materia è stato presentato nei mesi
scorsi a Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente, AIPO e
Provincia di Lodi. La Regione Lombardia e Autorità di Bacino, hanno
confermato di avere preso in considerazione lo studio e di averlo
posto al vaglio della Commissione Idrogeologica dell’Autorità
stessa, che lo sta considerando con la dovuta attenzione. Altro
punto caldo della serata è stato quello dei contributi agli
alluvionati, erogati dalla Regione Lombardia. Un decreto troppo
restrittivo, e l’applicazione di una franchigia pari ad euro 2500,
ha di fatto escluso la maggior parte dei lodigiani, anche perché i
danni riconosciuti erano limitati ai beni immobili, mentre a Lodi, a
differenza del Bergamasco e Valtellina, la stragrande maggioranza
dei danni si è rivelata essere quella dei beni mobili. Quel che è
grave, ha ribadito il Comitato, è che le restrizioni del
regolamento attuativo del decreto, hanno creato le condizioni per
cui, dei 2.185.000 euro assegnati a Lodi dalla Regione Lombardia, più
del 60% alla fine dovrà essere restituito alla stessa Regione,
perché sarà impossibile erogarlo ai cittadini. A Lodi, dei 464
richiedenti solo 80 sono stati risultati idonei a ricevere un
contributo, saranno restituiti alla Regione più di 1.300.000 euro.
Danno e beffa, ancora una volta a braccetto. ……. Ma, il ricordo
del novembre di due anni fa continua, dopo la fiaccolata dello
scorso anno, terminata al teatro San Francesco con un dibattito
pubblico, quest’anno nel “Giorno del Ricordo” (26 novembre,
che cadrà di venerdì), il C.Al.Lo Onlus ha programmato uno
spettacolo, che si terrà al Teatro San Francesco, con ingresso
gratuito. L’evento dal titolo significativo:“Dalle rive dell’Adda: gioie e dolori attorno al
fiume. Voci, rime, canti e varia umanità della tradizione
lodigiana”, vuole essere un momento di riflessione, ma
anche un inno alla lodigianità, tra passato, presente e futuro,
realizzato grazie alla generosa collaborazione del Gruppo “Lavori
in Corso” di Luciano Allegri, e al “Teatro dei Giovani di
Lodi” di Bruno Pezzini. Presenterà Carla Galletti, e con la
mitica figura di Cesarina Spoldi, sarà una ghiotta occasione per
assistere ad un “excursus” nel mondo della tradizione lodigiana,
con brani tratti da autori vari, che spaziano dalle cronache del
Cinquecento ai giorni nostri, da Defendente Lodi, a De Lemene, a
Ada Negri, fino ad Andrea Maietti, con l’intermezzo di
canzoni popolari.
Domenico
Ossino Presidente C.Al.Lo onlus info@alluvionatilodi.it
Da LA PROVINCIA DI LECCO del
20 11 04
La palude di Brivio farà
parte del parco Adda Nord
BRIVIO La palude di Brivio e il lago di Olginate da ieri fanno parte del
Parco Naturale del Parco Adda Nord. A deciderlo la commissione
ambiente della Regione che, presieduta dal Domenico Zambetti, ha
approvato il progetto avanzato dal presidente del parco, Piergiorgio
Locatelli. Prima che la decisione della commissione regionale
diventi esecutiva occorrerà tuttavia attendere ancora l'importante
passaggio in consiglio regionale, anche se non dovrebbero esserci
problemi. Ad essere dichiarata parco naturale una superficie di 1900
ettari compresa tra le province di Lecco, Bergamo e Milano e che fa
parte del Parco Adda Nord. La zona sottoposta a tutela riguarderà
il 27,66% dell'intera area del parco e comprende i due importanti
siti di interesse comunitario della palude di Brivio e del lago di
Olginate. Molto soddisfatto per il risultato conseguito si è detto
Piergiorgio Locatelli: «oggi entriamo finalmente nel novero di quei
parchi che al loro interno hanno un parco naturale. Ciò significa
che, diversamente da quanto avvenuto sino ad oggi, d'ora in poi
dovremmo incontrare meno ostacoli nell'ottenere finanziamenti da
parte dello Stato per i nostri progetti». Il presidente ha comunque
sottolineato come l'obiettivo raggiunto arriva alla fine di un lungo
percorso che era già iniziato durante il periodo di
commissariamento del parco. Il presidente ha infine concluso
ricordando che il riconoscimento regionale giunge a fagiolo e che la
maggior tutela impedirà che abusi commessi all'interno dei confini
del parco naturale possano essere sanati attraverso il ricorso al
condono.
F.
Alf.
Da Lombardia Notizie del 23
11 04
Istituito il parco naturale
dell'Adda nord
Quinto in Lombardia si
estende tra le province di Bergamo, Lecco e Milano
Millenovecento ettari di
verde compresi fra le province di Bergamo, Lecco e Milano. E' il
nuovo parco naturale dell'Adda nord, area protetta all'interno
dell'omonimo parco regionale istituito nel 1983, di cui copre il
27,66% della superficie. Il via libera alla sua istituzione è stato
dato dal Consiglio regionale, su proposta dell'assessore alla Qualità
dell'Ambiente Franco Nicoli Cristiani. In questa nuova area protetta
vi sono due zone di alto valore naturalistico per gli habitat, la
flora e la fauna, il lago di Olginate e la palude di Brivio, e
un'area di alta valenza paesistica denominata "Area leonardesca".
Quello dell'Adda nord è il quindo parco naturale istituito negli
ultimi due anni. Gli altri parchi naturali sono quelli della Valle
del Ticino, del Monte Barro, dell'Adamello e dell'Alto Garda
bresciano. Il territorio del parco naturale i territori dei comuni
di Airuno, Bottanuco, Brivio, Calco, Calolziocorte, Calusco d'Adda,
Canonica d'Adda, Capriate San Gervasio, Cassano d'Adda, Cisano
Bergamasco, Cornate d'Adda, Fara Gera d'Adda, Garlate, Imbersago,
Lecco, Malgrate, Medolago, Monte Marenzo, Olginate, Paderno d'Adda,
Pescate, Pontida, Robbiate, Solza, Suisio, Trezzo d'Adda, Vaprio
d'Adda, Vercurago, Villa d'Adda. Le altre zone più caratteristiche
del parco sono: il lago di Garlate, importante punto di richiamo per
l'avifauna; le aree boscate e le zone umide con saliceti nei pressi
di Garlate; una zona di boschi oltre Imbersago; le aree boscate ed i
parchi privati tra Trezzo e Canonica; i canali industriali, quello
della Muzza ed i corsi d'acqua all'altezza di Cassano. (Ln)
Da AGENDALODI del 23 11 04
APPROFONDIMENTI
L'Adda?
Fiume da vivere e da navigare
Il
presidente Pedrazzini: Lodi nel Consorzio Navigare l'Adda
Anche i Comuni di Lodi e
Cavenago entrano a far parte del Consorzio "Navigare
l’Adda". Un bel colpo quello messo a segno pochi giorni fa da
Carlo Pedrazzini, ex-sindaco di Gombito, 600 anime sulla sponda
cremonese del fiume, e presidente del giovanissimo Consorzio. Pochi
giorni fa Pedrazzini e il suo "vice" Pietro Cremonesi
hanno concordato con gli assessori comunali Paola Tramezzani
(Cultura) e Felice Corbellini (Attività produttive) l’ingresso
del Comune di Lodi nel Consorzio. La giunta dovrebbe deliberare
l’adesione all’ente in una delle prossime sedute. E lo stesso
farà il Comune di Cavenago d’Adda. Per Carlo Pedrazzini è un
altro passo avanti verso un sogno che giudica realizzabile:
"Rendere l’Adda navigabile da Lodi a Pizzighettone". Il
Consorzio – Fondato ufficialmente il primo luglio del 2003, il
giovanissimo Consorzio "Navigare l’Adda" è nato per
volontà di 7 comuni (Pizzighettone, Formigara, Gombito e Montodine
sulla sponda cremonese; Bertonico, Camairago e Castiglione sulla
sponda lodigiana), del Parco Adda Sud e dell’Azienda regionale
porti di Cremona e Mantova. Tutti enti pubblici, ai quali nei mesi
successivi si sono aggiunti tre privati: la Tenuta del Boscone di
Camairago, l’armatore Pasquale Molinaro, e la società Necente di
Cremona. Lo scopo? "Promuovere la navigazione a fini turistici
– risponde Pedrazzini -, e incentivare il turismo fluviale
sull’Adda e sulle idrovie minori". Con un obiettivo più o
meno dichiarato: risalire piano la corrente (in senso non solo
metaforico ma anche reale) e dai primi battelli sperimentali tra
Formigara e Pizzighettone spingersi su, su fino a Turano, Cavenago,
e ancora più su fino a Lodi. Per poi andare oltre e puntare dritti
verso Zelo Buon Persico, Spino d’Adda e stringere rapporti di
collaborazione con la zona "a monte" gestita dal Parco
Adda Nord, con cui i contatti sono già in corso perché entri nel
Consorzio come il suo "gemello" Parco Adda Sud.
Oggi: il
"pontone", i pontili e la "Venezia"
Oggi secondo il Consorzio
sono già navigabili i circa 20 chilometri che separano
Pizzighettone da Gombito. Li può percorrere (con un’escursione di
circa un’ora e mezza, che diventano tre ore fra andata e ritorno)
il "pontone", una sorta di chiatta dalla capienza massima
di una trentina di persone, utilizzato in via sperimentale la scorsa
estate. Ma il pontone "pesca" solo 30 centimetri, e ha
pochi problemi quindi in caso di secca. Ne avrà qualcuno in più
"Venezia", la nave storica, risalente ai primi anni del
Novecento, acquistata dal Consorzio nei mesi scorsi e che dal 3
novembre è in cantiere per essere ristrutturata e tornare in acqua.
Per il suo recupero il Consorzio ha ottenuto un finanziamento di
400mila euro dalla Regione Lombardia. La quasi totalità della somma
andrà nel restauro della nave (che una volta pronta sarà in grado
di trasportare 110 persone), ma circa 70mila euro serviranno a
realizzare un attracco a norma di legge a Formigara. Altri due
pontili nasceranno a Pizzighettone e alla Tenuta del Boscone,
interamente finanziati dall’Azienda regionale porti. Risolto il
problema dei pontili per l’imbarco e lo scarico dei passeggeri,
resta l’incognita della navigaibilità vera e propria: la
"Venezia" pesca 90 centimetri e potrebbe trovarsi in
difficoltà nelle acque insidiose dell’Adda, dove è facile
arenarsi in secca. "Nessun problema – garantisce Pedrazzini
-. Ci sono solo alcuni punti che necessitano di una ripulita".
E promette quindi di far correre nel fiume qualche draga:
"Dragheremo circa 8mila metricubi di materiale inerte, che però
non verrà estratto dall’Adda. Ci limiteremo a spostarlo, andando
a colmare alcune buche che si sono formate nella zona di Formigara,
profonde anche 5 metri".
L’adesione
di Lodi e Cavenago
L’adesione dei Comuni di
Lodi e Cavenago rappresenta un passo importante per il giovanissimo
Consorzio. "Il nostro progetto ambizioso è arrivare a
garantire la navigabilità dell’Adda da Pizzighettone a Lodi –
spiega Pedrazzini – in modo sistematico, offrendo una vero
servizio turistico. Risorse del genere non possono essere lasciate
solo all’improvvisazione e alla creatività delle rare
associazioni di amanti del fiume che si avventurano in rally
spericolati, come i volontari di Num del Burgh. E’ attraverso di
loro che sono iniziati, la scorsa estate, i contatti con il Comune
di Lodi". Una delle tappe del rally nautico su Ticino, Po e
Adda organizzato in giugno dalla banda di "Num del Burgh",
capeggiata da Gino Cassinelli, era stata proprio a Gombito.
"Parlando con loro era nata l’idea di provare a coinvolgere
seriamente il Comune di Lodi nel nostro progetto", continua
Pedrazzini. Un’idea che è risultata vincente. Come
"aperitivo", il Consorzio nella prossima primavera
potrebbe mettere a disposizione del Comune un "pontone" da
50 posti per la navigazione da Lodi a Spino d’Adda.
Un’alternativa alla Paullese? Chissà. Di certo, un’attrattiva
turistica in più. Che non dovrebbe faticare a riscuotere successo,
visto che le gite della domenica sui barconi di "Num del Burgh"
fanno regolarmente il tutto esaurito.
Non
solo turismo
Ma il Consorzio non punta
solo al turismo. Il servizio più curioso e più gettonato finora è
stato uno di quelli che più concreti non si può: ogni giovedì
mattina, per quattro settimane tra settembre e ottobre, il
"pontone" del Consorzio ha traghettato le donne di
Formigara al mercato di Pizzighettone. Armate di sporte e borselli
per la spesa, e di un euro simbolico da versare come
"obolo" al Caronte di turno per il passaggio. Come ai
tempi di Renzo, quando l’Adda per Manzoni era "un amico, un
fratello, un salvatore", e si attraversava in barca, perché di
ponti ce n’eran pochi. Oggi ci sono, ma secondo Pedrazzini sarebbe
bene tornare a non averne sempre bisogno: "Due anni fa con
l’alluvione ci siamo presi tutti un brutto spavento. Quella piena
tremenda ci ha fatto riflettere. L’Adda deve tornare ad essere un
fiume di cui non possiamo solo avere paura: è un fiume da
vivere".
Da IL CITTADINO del 25 11 04
Il
comune vara il recupero della zona, collegato al nuovo argine
sull’Adda: «Un margine urbano che viene valorizzato»
L’ex
fabbrica diventa un parco fluviale
Recupero
Sicc, in sponda sinistra giardini integrati e percorsi tutelati
L’area Sicc diventerà un
parco fluviale, con terrazzi erbosi e tracciati geometrici di piani
che dovranno mitigare l’arginatura in sponda sinistra, la difesa
contro le esondazioni dell’Adda che raggiungerà un’altezza di
poco meno di tre metri sopra il piano integrato di campagna. Accanto
al progetto di salvaguardia del territorio, dunque, si inserisce un
secondo elaborato, che ha come obiettivo la realizzazione di un vero
e proprio parco, e che è stato stilato da Cesare Macchi Cassia,
l’architetto milanese che si è aggiudicato il primo premio nel
concorso di idee per la riqualificazione dell’oltreadda.
Archiviato ormai definitivamente il tanto contestato piano di
recupero, che naufragò con l’alluvione del 2002, della vecchia
area produttiva resterà in piedi solo la palazzina dell’ex Sicc,
che verrà recuperata dalla proprietà, un’immobiliare di Alzano,
in provincia di Piacenza, con la quale il comune sta trattato per
una risoluzione bonaria dell’accordo originario, prima di dare il
via agli espropri necessari per realizzare la difesa spondale. «Il
progetto di realizzazione di un parco fluviale - specifica
l’assessore all’urbanistica Leonardo Rudelli - nasce dalla
necessità di prevedere, accanto ai necessari interventi che
dovrebbero salvaguardare i cittadini da nuove alluvioni, un margine
al territorio urbano che costituisce la Lodi che si è sviluppata al
di là del ponte napoleonico. Proprio questo margine diventa lo
strumento attraverso il quale lo sviluppo urbano dell’oltreadda può
aspirare a diventare anch’esso città». Il giardino integrato
disegnato dallo studio Macchi Cassia fa i conti con ambienti
differenti tra loro: nella sua parte orientale può consistere nella
trasformazione in parcheggio a servizio della tangenziale, con 125
posti macchina a fronte dei 110 attuali sul comparto; a nord può
essere colto come la «rivisitazione di una parte del territorio
agricolo», mentre la parte occidentale sarà letto, dal punto di
vista di trasformazione urbanistica, come un vero e proprio parco,
con la morta dell’Adda, la vegetazione autoctona e la roggia
Mozzanica. «Nel suo sviluppo - continua Rudelli - il piano prevede,
a fianco delle rogge, percorsi a piedi, in bicicletta e a cavallo,
che potranno condurre fino alla strada per Boffalora (che costituirà
una barriera artificiale di frenata alle esondazioni, ndr), oppure,
attraverso il ponte storico o la passerella di quello nuovo, alla
città bassa e alle zone aperte di Isola Bella, in riva destra». In
questo modo si integreranno luoghi di uso collettivo, ambienti
privati e spazi pubblici. Nei giorni scorsi, i rappresentanti del
comune si sono incontrati con quelli del Parco Adda, al fine di
soddisfare una richiesta, arrivata dal Parco stesso, in ordine al
mantenimento di zone tutelate anche a seguito della realizzazione
del muro di contenimento.
Arrigo
Boccalari
Un
attracco in Selvagreca per navigare fino al Po
La navigazione turistica
approderà decisamente anche a Lodi nella primavera prossima: le
acque dell’Adda verranno solcate per brevi crociere nel fine
settimana da un’imbarcazione del consorzio “Navigare
l’Adda”, cui intende aderire anche il comune di Lodi accodandosi
a quelli di Castiglione, Camairago, Bertonico, Pizzighettone,
Formigara, Gombito e Montodine; questi enti locali lodigiani e
cremonesi, cui potrebbe aggiungersi nel prossimo futuro anche
Cavenago, hanno dato vita al consorzio di navigazione e promozione
del turismo fluviale più di un anno fa assieme al Parco Adda Sud,
all’Azienda porti di Cremona e Mantova, e ad alcuni soggetti
privati. Punto di partenza e ritorno sarà Piarda Ferrari, dove
rimarrà attraccato un “pontone” da 50 posti circa con un
pescaggio di 30 centimetri sotto il livello del fiume: la tratta
delle crociere non differirà molto da quella proposta nelle
domeniche estive dalle barche dell’associazione “Nüm del burgh”.
A sud del capoluogo lodigiano invece navigherà la storica motonave
“Venezia”, comprata dal consorzio presieduto da Carlo Pedrazzini
e in corso di restauro, che percorrerà la tratta fra Pizzighettone
e Gombito, facendo tappa a Camairago presso la tenuta del Boscone e
a Formigara; in progetto anche la realizzazione di un attracco a
Castiglione presso il centro visite del Parco Adda Sud, oltre ad un
intervento di asportazione di ghiaia dal fondale per ricavare un
canale navigabile che consenta di raggiungere Lodi. «Nei mesi
scorsi - spiega Pedrazzini - abbiamo già proposto crociere
domenicali, una al mattino e due al pomeriggio, da Pizzighettone a
Gombito, dove francamente non pensavamo di riuscire ad arrivare con
il pontone che ha già fatto navigare in totale un migliaio di
persone. Ha riscosso grande successo anche l’iniziativa di portare
una trentina di persone da Formigara al mercato di Pizzighettone una
volta alla settimana per quattro giovedì. La regione Lombardia ha
già finanziato l’intervento di manutenzione idraulica
dell’alveo che dovrebbe permetterci di prolungare le crociere fino
a Lodi, speriamo già dal prossimo anno». Per questo occorrerà
realizzare un attracco sul fiume in zona Selvagreca: «Siamo
interessati ad aderire al consorzio “Navigare l’Adda” - spiega
Paola Tramezzani, vice sindaco di Lodi - e riteniamo che la zona di
Selvagreca possa essere quella più adatta a realizzare un pontile,
considerato che presto lì crescerà una foresta da valorizzare:
l’iniziativa di valorizzare in questo modo il fiume è
interessante, abbinando magari la navigazione a visite turistiche
alla città. Questo diventerebbe il capolinea di crociere a sud di
Lodi, con partenza a Pizzighettone, ma il consorzio intende mettere
a disposizione una nave anche per il tratto a nord: per questo ci
sarebbe già l’attracco alla Piarda Ferrari».L’adesione a
“Navigare l’Adda”, che dovrà essere deliberata in giunta e in
consiglio comunale, comporta una quota di partecipazione di 2.500
euro annuali.
Daniele
Perotti
La
piena del 2002 aveva rovesciato l’impianto e sporcato l’intero
quartiere
Assolto
dall’accusa di inquinamento, alla cisterna ora ha messo il tappo
In fondo lui l’aveva detto.
Fin da quando le acque dell’Adda, in quella maledetta fine di
novembre 2002, avevano abbandonato via Bocconi lasciandosi dietro
una scia di fango e polemiche. «Il mio impianto di stoccaggio è in
regola» aveva sempre ripetuto Martino Signoroni di fronte
all’olio usato che si era rovesciato dalla cisterna della sua
autofficina, portato in case e cantine dalla piena del fiume.
L’altro ieri, a distanza di oltre due anni, anche i giudici gli
hanno dato ragione, assolvendolo dall’accusa di aver provocato un
grave inquinamento ambientale. Secondo la procura, che aveva aperto
un’indagine dopo una denuncia della polizia provinciale, Signoroni
avrebbe tenuto nella cisterna una quantità di olio superiore a
quella permessa e non avrebbe adottato tutte le misure di sicurezza
necessarie come ad esempio il bloccaggio del silos che l’onda di
pieno rovesciò insieme al suo contenuto. Accuse smontate in aula
dall’avvocato difensore Ennio Ercoli, che nella sua arringa ha
battuto su tre punti legati alle normative anti incendio e anti
inquinamento. Primo: la cisterna non era ancorata a terra perché in
caso di roghi in officina i pompieri dovevano essere in grado di
spostarla il più velocemente possibile. Secondo: il silos, della
capacità di 400 litri (sui 1.500 che Signoroni è autorizzato a
stoccare fra nuovo e usato) si trova all’interno di una vasca di
contenimento di sicurezza in grado di raccogliere 500 litri, cento
in più del previsto, in caso di sversamento. Terzo punto: la
cisterna era semivuota quando ci fu la piena e per questo venne
rovesciata dalle acque, spargendo il suo contenuto lungo tutta via
Bocconi «durante un’inondazione - ha sottolineato l’avvocato
Ercoli - mai avvenuta a memoria d’uomo». Il giudice, alla fine,
ha dato ragione alla difesa. Mentre Signoroni ha rimesso la cisterna
al suo posto, solo che stavolta ci ha messo un tappo sopra.
Fabio
Bonaccorso
Da IL CITTADINO del 26 11 04
Il
commento
L’alluvione
di Lodi due anni fa
La notte del disastro, la
notte della paura. Il 26 novembre 2002 rimane, a due anni di
distanza, un incubo latente nella memoria collettiva della città,
che da quella alluvione è stata provata come non mai. La società
civile ha reagito al disastro, le istituzioni politiche purtroppo
non hanno fatto altrettanto. A due anni di distanza è deprimente, e
nello stesso irritante, la constatazione che nulla è stato ancora
predisposto. Il fiume ha concesso una tregua, ma potrebbe tornare a
colpire una città oggi più indifesa di prima. La sola opera
partita è la costruzione della chiusa sulla roggia Gaetana, nei
pressi del Tribunale. Sono partiti i lavori e sono partiti i ricorsi
amministrativi, ed anche un esposto penale, per un’opera che è
dubbio possa evitare l’allagamento di una parte della città (zona
Bocconi), ma di sicuro – nella condizione di oggi – costituirà
una pesante minaccia per altri (zona Capanno e Martinetta). I
lodigiani colpiti nei loro beni, hanno dato vita ai due comitati
della riva destra e della riva sinistra, coordinati con tenacia e
passione da Carlo Bajoni e Domenico Ossino. Due anni di cronache
lodigiane testimoniano l’impegno, volontario e disinteressato,
delle loro iniziative. Ciò che ha spinto centinaia di nostri
concittadini ad auto organizzarsi non è soltanto il loro concreto e
legittimo interesse ad avere anche parziali risarcimenti dei danni
subiti. È piuttosto la consapevolezza che, senza interventi
profondi, la sicurezza delle loro case è a rischio anche per il
futuro. La ferita viene dal passato, ma lo sguardo è rivolto al
futuro. Due anni di dibattito hanno messo a confronto ipotesi
diverse di controllo del fiume. Non stupisce che queste differenze
di valutazioni si trovino anche nelle posizioni dei comitati, ai
quali del resto non può essere chiesto di sostituirsi alla
responsabilità di decisioni che spettano, alla stretta finale, solo
alle istituzioni. Costruire nuove arginature, sempre più imponenti,
tali da contenere non solo le massime di portata già registrate, ma
con margini di sicurezza ancora più ampi per il futuro? Oppure
riflettere sulla condizione attuale del fiume, e sulla profonda
alterazione del deflusso delle acque che nel corso dell’ultimo
ventennio si è registrata? Non ho prevenzioni ideologiche contro le
opere di difesa spondale. Anzi, se mi è consentito un ricordo
personale, gli argini - realizzati per un lungo tratto a monte e a
valle del ponte all’inizio degli anni ’80, e che hanno svolto
per oltre vent’anni egregiamente il loro compito – sono stati
disposti da me, quand’ero vice presidente della Regione Lombardia.
Ma ho fortissimi dubbi – anzi, una vera e propria angoscia per la
partecipazione emotiva che confesso di avere per la materia – che
nella situazione attuale nuovi ed imponenti opere possano evitare
– se non si modifica la
condizione attuale del fiume – danni futuri. L’Adda è stata
anche per me, come per tutti coloro della mia generazione, una
seconda casa all’aperto. Con la barca ad un remo della Canottieri,
riempita di libri e di cibo, ho preparato più di un esame
all’Università negli anni ’60. A me ed ai miei coetanei erano
famigliari tutti i gerali, le correnti, i mulinelli, le sorgenti
naturali dove trovare acqua – allora limpida! – da bere. Sono
tornato quest’anno sul fiume, con un barcone a motore, ed ho
rivisto l’Adda per un buon tratto a nord del ponte. Sconvolgente.
Sponde in bilico per crollare, filari di alberi in acqua ed altri
prossimi a raggiungerli, enormi depositi di ghiaia accumulatisi qua
e là. L’Adda ridotta ad uno stagno, senza forza nella corrente.
Uno dei fiumi più belli e vitali di tutto il Paese ridotto ad una
fiumara calabra. Non promette niente di buono tutto questo. Possiamo
costruire gli argini che vogliamo, ma se non si interviene a
ripristinare un equilibrio nel deflusso delle acque, la fiumara
dormiente potrà scatenare, prima o poi, una forza distruttiva
spaventosa. È la natura che si riprende nel giro di poche ore ciò
che per anni le viene negato. Siamo diventati uno strano Paese. Il
pendolo degli slogan oscilla sempre da un’estremità all’altra.
In passato si sono dragati i fiumi in maniera sconsiderata? Oggi lo
si vieta. I cavatori, naturalmente, hanno cominciato a bucare come
un gruviera tutta la pianura. Milioni di metri cubi, ed interessi
enormi, girano intorno alle cave private di ghiaie in pianura, e
depositi enormi – che potrebbero essere risorse per l’erario
pubblico per finanziare proprio opere di difesa – rimangono inerti
nel fiume: “palle di cannone” pronte a colpire alla prossima
straordinaria piena. Oggi ricorre il secondo anniversario della
notte della grande paura. Se non ci fermiamo a riflettere sui
cambiamenti che sono intervenuti nella natura che non siamo più
capaci di osservare (e l’invito è rivolto innanzitutto alle
Istituzioni), rischiamo di preparare altri notti di evacuazioni, di
enormi danni materiali e morali.
Oreste
Lodigiani
Teatro
e poesia in vernacolo sull’Adda per ricordare l’alluvione di due
anni fa
Sarà fatta di performance
teatrali, di canti e di letture (anche in dialetto) la kermesse che
il Comitato alluvionati di Lodi ha organizzato per questa sera, con
inizio alle 21 nel teatro San Francesco nell’omonima via
cittadina, per non dimenticare, a due anni di distanza,
l’esondazione del fiume Adda del novembre 2002. L’evento, dal
titolo “Dalle rive dell’Adda gioie e dolori attorno al fiume.
Verso il futuro per non dimenticare”, sarà diretto da Carla
Galletti e vedrà protagoniste sul palco del teatro due diverse
compagnie teatrali cittadine: “Lavori in corso” di Luigi Allegri
(che sarà presente con Alessandra Banchieri e Mirna di Vita) che
leggeranno dei brani tratti dall’opera “La tenda rossa” di
Andrea Maietti; e “Teatro dei giovani di Lodi” di Bruno Pezzini
(saranno presenti in questo caso Cesarina Spoldi, Ermanna Croci e
Francesca Musella) che proporrà canti, rime e uno spezzone della
commedia in dialetto lodigiano “La sposa Francesca”. «La serata
sarà dedicata soprattutto al teatro - commenta Domenico Ossino del
Comitato alluvionati di Lodi -, mentre un riferimento
all’alluvione di due anni fa è previsto solo nell’intervallo
fra uno spettacolo e l’altro, quando io stesso, per un massimo di
dieci minuti, prenderò la parola per fare il quadro della
situazione a due anni di distanza. Ma la nostra intenzione
principale è quella di fare in modo che tutti possano passare una
serata di gioia con uno spettacolo culturale e popolare, senza
patire ancora una volta i dolori di due anni fa». L’ingresso al
teatro sarà gratuito.
Da.Ca.
Il
Consorzio Po perde i pezzi: tre comuni vogliono defilarsi
CORNO GIOVINE
È un periodo difficile per il Consorzio Po, che già all’atto
della sua costituzione tre anni fa non era riuscito nell’intento
di coinvolgere tutti i comuni lodigiani rivieraschi del Grande Fiume
e che ora sta perdendo i pezzi: nella seduta di mercoledì sera il
consiglio comunale di Corno Giovine ha deliberato il recesso
dall’adesione all’ente, e lo stesso provvedimento è
all’ordine del giorno dei consigli comunali di Santo Stefano e San
Fiorano lunedì prossimo. I tre sindaci ritengono troppo onerosa la
quota di adesione di 3 mila euro, soprattutto in considerazione del
fatto che a loro dire in questi tre anni l’ente non ha portato a
risultati concreti per il territorio. Peraltro martedì prossimo il
presidente Michele Bucci convocherà i rappresentanti dei comuni
membri del consorzio a Meleti per fare il punto della situazione e
per tratteggiare le strategie future: all’ordine del giorno ci sarà
proprio la proposta di sospensione delle quote di partecipazione per
il prossimo anno. «Ritengo opportuno non chiedere sforzi ulteriori
ai comuni - spiega Bucci - fino a che non otterremo
l’accreditamento del Consorzio Po presso la regione Lombardia: si
tratta di un passo fondamentale per rendere operativo l’ente, che
solo così potrà dare concretezza agli studi e ai progetti messi in
campo. Effettivamente senza l’accreditamento per la funzione di
sorveglianza, manutenzione e valorizzazione degli argini e della
golena il consorzio non ha elementi per continuare la propria
attività». Il percorso verso l’accreditamento tuttavia non si
presenta agevole: fuori Corno Giovine, San Fiorano e Santo Stefano,
a meno di ulteriori sorprese rimarrebbero solo i comuni di Meleti,
Guardamiglio, Fombio, Orio Litta e Ospedaletto, e lo stesso
presidente Bucci capisce che occorre un coinvolgimento ben più
ampio per ottenere il riconoscimento dalla regione Lombardia. «Ho
parlato della necessità dell’accreditamento con il presidente
Roberto Formigoni, ma ho anche incontrato il nuovo presidente della
provincia di Lodi Lino Osvaldo Felissari per cercare di creare una
coesione più ampia: la situazione attuale è in fase di evoluzione
perché nel giugno scorso le elezioni amministrative hanno
modificato il quadro politico. L’anno prossimo poi sono previste
le elezioni regionali, dunque ritengo opportuno congelare
l’attività del consorzio in attesa di ottenere l’accreditamento».
In questi giorni peraltro il Consorzio Po sta definendo la
presentazione del progetto di navigazione turistica sul Grande
Fiume: «È uno dei quattro grandi progetti - ricorda Bucci - su cui
abbiamo lavorato in questi anni, assieme a quelli sulle difese
spondali e sulla valorizzazione ambientale e culturale». Nonostante
ciò l’ex senatore Bucci non sembra aver convinto tutti gli
aderenti al consorzio: «La produzione cartacea è stata enorme -
commenta duramente Massimilano Lodigiani, sindaco di Santo Stefano -
ma in questi tre anni non si è fatto niente di concreto: gli
obiettivi di fondo rimangono condivisibili, ma considerano che non
ci sono state nuove adesioni al consorzio riteniamo opportuno
recedere». Guarda ad altri interlocutori Paolo Belloni, sindaco di
Corno Giovine: «A fronte di un’adesione onerosa economicamente,
non abbiamo visto nessun fatto concreto che potesse giustificare
ulteriormente la nostra partecipazione: guardiamo all’Aipo,
all’Autorità di bacino e alla provincia di Lodi per la sicurezza
sul Po. Tra l’altro proprio recentemente con altri comuni e la
provincia di Lodi abbiamo ottenuto finanziamenti per un progetto di
valorizzazione turistica del territorio». Concorda Antonio Mariani,
sindaco di San Fiorano, che aggiunge: «Il nostro non è nemmeno un
comune rivierasco: l’adesione al consorzio è stata decisa dalla
precedente amministrazione». Difficilmente qualcuno di questi
sindaci tornerà sui propri passi.
Da.
Pe.
Da AGENDALODI del 26 11 04
Alluvione,
due anni dopo. Cos’è cambiato dal 2002?
Gli
interventi in programma per difendere Lodi dalle esondazioni
Due anni fa, nella notte tra
il 26 e il 27 novembre, dopo giorni di pioggia incessante e mentre
il Lodigiano concentrava le sue ansie sul livello crescente del Po,
a sorpresa, inaspettato e terrificante, l’allarme arrivava
dall’Adda, portandosi dietro l’alluvione peggiore a memoria
d’uomo. Interi quartieri allagati. I rioni del Revellino, del
Campo Marte, del Borgo e della Maddalena sott’acqua. La Martinetta
e il Pratello in ginocchio. Tremila persone sfollate (ma solo un
migliaio avevano effettivamente lasciato le loro case), con la
palestra delle scuole Spezzaferri adibita a ricovero d’emergenza
per i senzatetto. E su tutte un’immagine allucinante: quella dei
mezzi anfibi dei vigili del fuoco costretti letteralmente a
“navigare” in piena notte in via Defendente, dove nei giorni
“normali” non circolano barche ma colonne di auto, per prelevare
dalle finestre e dai balconi gli anziani che non volevano saperne di
abbandonare la propria casa. Un incubo. Due anni dopo, cosa è
cambiato? Poco o nulla, guardando al profilo della città: il ponte
vecchio è lo stesso di sempre, l’annunciata pulizia dell’alveo
non è mai stata compiuta, i lavori per gli argini promessi non sono
ancora iniziati. L’unica differenza non è una protezione in più
ma un simbolo in meno: la casotta che stava sulla sponda
dell’isolotto Achilli, e che è sparita, inghiottita dalle acque
dell’Adda. Rispetto al 2002, apparentemente, nulla è cambiato.
Una nuova esondazione potrebbe avere gli stessi effetti devastanti?
Il sindaco “No
– risponde il sindaco Aurelio Ferrari -. Rispetto a due anni fa
sono cambiate le nozioni, l’esperienza e la sensibilità. Oggi
abbiamo a disposizione molte più informazioni su cui basarci;
abbiamo un bagaglio d’esperienza su cui fare affidamento; e
soprattutto, c’è una sensibilità diversa verso i problemi
dell’Adda da parte di tutti, incluse l’Aipo e l’Autorità di
bacino: da un anno a questa parte, con la nuova dirigenza si può
dialogare in modo più rapido ed efficiente”. Un esempio? Il
sindaco cita la pulizia dell’alveo. Che, però, non è ancora
stata effettuata, nonostante molti la reclamino (ma sulla sua
effettiva utilità i pareri sono discordanti): “Anche l’Autorità
di Bacino e l’Aipo si sono rese conto che è necessaria – dice
Ferrari -. Verrà effettuata, speriamo a breve. Teniamo presente che
solo nel 2003 è stato ripulito il letto del fiume a Rivolta
d’Adda: un intervento che era nei programmi dell’Aipo fin dal
2000”.
Gli interventi La
speranza è che gli interventi prospettati su Lodi non subiscano
ritardi simili. Sono cinque le opere individuate in sede regionale
dall’Aipo e dall’Autorità di Bacino come prioritarie per
tutelare Lodi da nuove alluvioni. Complessivamente, dovrebbero
comportare investimenti sul capoluogo per circa 20milioni di euro,
in parte ancora da reperire. Di questi interventi, non ne è ancora
partito concretamente nessuno. Ma almeno tre sembrano pronti ad
essere attuati, almeno sulla carta.
1) L’argine Lodi-Boffalora
in sponda sinistra -. Dei cinque interventi, è l’unico che fa
capo alla Provincia di Lodi. Si tratta di un’opera ciclo-pedonale
che avrà una valenza idraulica. E’ il proseguimento dell’argine
che verrà realizzato all’ex-Sicc, e che permetterà di prolungare
la difesa spondale fino alla cascina Pesalupo, al confine con
Boffalora d’Adda. Il progetto è stato approvato definitivamente
nella Conferenza di servizi dello scorso 9 novembre, e per procedere
con la gara d’appalto si attende la variante al Piano regolatore
che dovrà essere adottata dal Comune. “L’argine proteggerà
tutta la sponda sinistra, tra il fiume Adda e la statale 235 –
spiega l’assessore provinciale alla Viabilità Pierluigi Bianchi,
uno che l’alluvione l’ha vissuta sulla propria pelle, se non
altro perché come sindaco (oggi ex-sindaco) di Corno Vecchio, aveva
dovuto ospitare nel proprio comune circa 150 sfollati da Caselle
Landi per l’esondazione del Po -. I lavori dovrebbero partire
entro il mese di aprile. Abbiamo aperto un tavolo di lavoro con il
Parco Adda Sud per concordare l’inserimento naturalistico
dell’opera”.
2) L’argine alla ex-Sicc -.
Naufragato il progetto di recupero urbano che prevedeva case e
uffici alla ex-Sicc, nella zona della vecchia fabbrica dismessa
nascerà un muro di contenimento alto quasi tre metri, per
proteggere l’abitato del Revellino e del Campo Marte, collegandosi
all’argine Lodi-Boffalora. Un progetto da 2 milioni e mezzo di
euro (un milione dei quali a carico della Regione, il resto reperito
dal Comune) che si inserirà nella riqualificazione complessiva
della ex-Sicc. L’area diventerà un parco fluviale, con terrazzi
erbosi, sulla base del progetto redatto dall’architetto milanese
Cesare Macchi Cassia, che si era aggiudicato il primo premio nel
concorso di idee lanciato dal Comune per riqualificare l’Oltreadda.
Palazzo Broletto sta concludendo l’acquisto dei terreni dai
privati. Poi l’intervento sarà appaltato. “La parte più
onerosa sarà la realizzazione del muro di aggancio al ponte”,
spiega il sindaco.
3) Una nuova arcata al ponte
vecchio -. E a proposito di ponti, uno degli interventi previsti
riguarda la realizzazione di una nuova arcata che serva a far
defluire l’acqua dell’Adda in caso di piena, evitando
l’effetto-imbuto che nel 2002 aveva portato all’allagamento
della città. L’intervento richiederebbe almeno 1 milione e mezzo
di euro, includendo anche un’operazione di abbassamento della
briglia, poco a valle del ponte di Lodi, dove il lato sinistro andrà
“livellato” al destro.
4) Le chiaviche del Pratello
-. Uno dei nodi da risolvere riguarda le carenze della rete fognaria
lungo viale Milano, al Pratello. Quando il livello dell’acqua
sale, le rogge Valentina e Gelata, che si immettono nella roggia
Roggione (la quale a sua volta finisce nell’Adda a monte del
ponte), non riescono a smaltire la loro portata e la rigettano
indietro, allagando il quartiere. E’ successo nel 2002 ma secondo
il sindaco non succederà in futuro: “Realizzeremo delle paratie
mobili in viale Milano, con un sistema di pompe per aspirare
l’acqua in eccesso”.
5) L’argine sulla sponda
destra -. E’ uno dei punti ancora controversi. Grazie a un vecchio
finanziamento regionale da 3 milioni di euro (che potrebbero non
essere sufficienti), dovrebbe essere realizzato un sistema di difesa
spondale costituito da un muretto in calcestruzzo, alto circa un
metro, con eventuali paratie mobili da alzare in caso di necessità
(sul modello di Parigi). L’argine proteggerà i quartieri a monte
del ponte, i più danneggiati dalla piena del 2002: dal ponte
cittadino alla Martinetta, fino alla rotatoria per Montanaso.
I dubbi Tutti
concordano sul fatto che i cinque interventi prospettati siano
utili. Ma c’è chi si chiede se siano sufficienti: “Sono opere
di prevenzione passiva che potranno rivelarsi utili in caso di una
nuova esondazione – dice Attilio Dadda, presidente del Parco Adda
Sud -. In questi due anni sono stati compiuti dei passi avanti:
finalmente abbiamo un Piano di emergenza e di previsione delle piene
progettato in Prefettura con la collaborazione del Consorzio Muzza,
e uno studio voluto dal Parco che verifica gli interventi attuati
nelle altre città che hanno subito alluvioni. Ma il vero problema
è che in tutto questo tempo nessuno ha attivato un Piano di
concertazione con la Provincia di Bergamo o con la comunità della
Valle Brembana per conoscere meglio l’andamento del Brembo,
l’affluente dell’Adda che tuttora rappresenta la nostra fonte di
rischio, la vera possibile causa di una nuova piena”. Senza uno
studio approfondito sul Brembo, sostiene Dadda, è impossibile
attuare una vera prevenzione. Non solo: “Cosa succederà se
l’argine sinistro sarà pronto prima del destro? Che impatto
avranno le due opere sul corso dell’Adda? E quali saranno le
ripercussioni sulla corrente che deriveranno dalla realizzazione di
una nuova arcata del ponte?”. Domande ancora senza risposta. Come
la richiesta avanzata da mesi dal Parco Adda Sud: “L’intervento
più utile, prima ancora di procedere con quelli prospettati,
sarebbe l’individuazione di casse di espansione del fiume. Per
proteggere Lodi da un’esondazione, andrebbero individuate a nord
della città, nelle campagne fra Comazzo, Spino d’Adda e Zelo Buon
Persico. Ma nessuno degli enti preposti l’ha mai fatto”.
Le certezze Se
i dubbi sull’efficacia delle future difese spondali non sono
ancora del tutto chiariti, una certezza è che col senno di poi
alcuni errori del passato sarebbero evitati. Quali? “Con
l’esperienza di oggi, lanceremmo un avviso preventivo alla
popolazione – ammette il sindaco Aurelio Ferrari – Due anni fa
ci è stato impossibile: i dati contenuti nei piani di protezione
civile erano troppo difformi rispetto a quanto poi è effettivamente
accaduto”. Coi risultati che tutti ricordano.
"Caro Felissari,
vieni in barca con me" "Caro Felissari, ti invito, con l'intera giunta, a
fare un sopralluogo sull'Adda insieme a me". L'invito l'ha
formulato oggi, giorno in cui ricorrono i due anni dall'alluvione,
attorno alle ore 17, il presidente della Commissione Ambiente della
Regione Lombardia Domenico Zambetti (Udc), mentre ancora si trovava
a bordo del barcone che il Comitato Alluvionati onlus, guidato da
Domenico Ossino, aveva messo a disposizione per consentire di
verificare, stando al centro dell'Adda, le condizioni delle sponde.
Zambetti era in visita ufficiale e, ha garantito, intende ora
portare l'intera Commissione regionale a vedere di persona le
condizioni del fiume. Ma vuole che siano presenti anche il
presidente della Provincia, l'Agenzia Interregionale per il Po
(Aipo), l'Autorità di Bacino e il sindaco di Lodi.
"Oltre agli interventi
già previsti e finanziati, che siano nuovi argini o il
rafforzamento delle sponde - ha detto Zambetti al termine del
sopralluogo - ritengo indispensabile che venga pulito il letto del
fiume, il quale in alcuni punti appare impraticabile. La Regione ha
intenzione di fare tutta la sua parte". Zambetti ha assicurato
che il suo impegno si concretizzerà in tempi brevi, prima delle
elezioni regionali, in programma per la prossima primavera.
Il fiume è
peggiorato "Le
condizioni del fiume, dopo la piena verificatasi poche settimane fa,
dopo giorni di intesa pioggia, sono peggiorate". Domenico
Ossino, coordinatore del Comitato Alluvionati onlus, ha accompagnato
oggi il presidente della Commissione Ambiente della Regione
Lombardia, Domenico Zambetti, ad un sopralluogo sull'Adda.
"Sono venuto spesso a verificare le condizioni dell'alveo e
delle sponde - prosegue Ossino - ma non l'avevo ancora visto dopo
l'ultima piena. Sono impressionato. Ormai l'argine in prossimità
della Caccialanza è completamente eroso e l'intervento progettato
dall'Aipo nel 2000 e non ancora realizzato non è più sufficiente.
Sono notevolmente aumentati anche i depositi di ghiaia".
Da IL CITTADINO del 27 11 04
Sopralluogo
a Lodi del presidente della commissione regionale ambiente a due
anni dall’alluvione
«Torniamo
a cavare nell’Adda»
Il
Pirellone: «Situazione a rischio, il letto va pulito»
«La situazione dell’Adda
rispetto all’ultimo sopralluogo di sei mesi fa è peggiorata -
denuncia Lucio Bramanti, consulente del Comitato alluvionati Onlus
di Lodi -. Lungo la sponda di Boffalora sono evidenti fenomeni
recentissimi di erosione, tanto che si vedono le radici delle
piante. Data l’altezza dell’acqua non si vede il peggio,
probabilmente nella parte di sponda sommersa». Bramanti ieri ha
partecipato all’ispezione in barca sul fiume con il presidente
della commissione ambiente della regione Domenico Zambetti. Il
sopralluogo è cominciato nel pomeriggio dal pontile del Belgiardino
a bordo del “San Roch”, il barcone dell’associazione Nüm del
Burgh, che in località Due Acque si è arenato nei cinquanta
centimetri lungo la sponda destra. «Il fiume è impraticabile,
bisogna pulirne il letto», ha ammesso Zambetti, che ha assicurato
il suo impegno in proposito al Pirellone, ma che ha anche invitato a
un nuovo sopralluogo il presidente della provincia e il sindaco di
Lodi. E gli alluvionati spiegano: «Non chiediamo nulla di
eccezionale, solo un po’ di ordinaria manutenzione».
Sopralluogo
del presidente Zambetti con gli alluvionati, il “San Roch” si
arena alle Due Acque: «Cumuli di ghiaia ovunque»
«Bisogna
tornare a cavare nell’Adda»
La
commissione regionale: «Fiume impraticabile, il letto va pulito»
«Caro presidente della
provincia Felissari ti invito, con l’intera giunta, a fare un
sopralluogo sull’Adda insieme con me»: Domenico Zambetti,
consigliere regionale del Gruppo Cdu-Udc e presidente della
commissione ambiente del Pirellone, prenota un altro giro sul “San
Roch”, il barcone con cui l’associazione Nüm del Burgh porta in
crociera i turisti. Abbandonati pesciolini fritti, vino bianco e
musica jazz d’accompagnamento, ieri il barcone ha solcato le acque
del fiume per un sopralluogo organizzato dal Comitato alluvionati
Onlus presieduto da Domenico Ossino per mostrare a Zambetti lo stato
del fiume e perorare la causa della regimazione dell’alveo. Più
che le parole, a convincere Zambetti è stato poi lo stesso San Roch
che in località Due Acque si è arenato nei quaranta centimetri di
acqua lungo la sponda destra. «Il fiume è impraticabile, bisogna
pulirne il letto - ha commentato Zambetti a caldo mentre Dino
“Ciccio” Cagni, al motore, manovrava per uscire dalla secca - .
Caro Felissari, sindaco Ferrari, venite a vedere i danni che la
piena ha provocato al vostro fiume». Un invito poi girato anche
all’Autorità di bacino, l’ente al quale compete la gestione dei
corsi d’acqua, «per utilizzare i fondi a propria disposizione per
ogni intervento che possa alleviare questi danni» e allargato allo
stesso Pirellone: «Non sono qui per iniziativa personale ma per
scopi istituzionali. Per questo - ha garantito Zambetti, - mi
impegno a portare all’attenzione della commissione ambiente i
problemi constatati oggi e a portare qui a Lodi per un sopralluogo
gli stessi componenti della commissione».Il sopralluogo con
Zambetti si è tenuto ieri pomeriggio con partenza dal pontile del
centro ricreativo Belgiardino. Sul barcone erano presenti
alluvionati del Comitato coordinato da Ossino e del Comitato della
riva sinistra presieduto da Carlo Bajoni oltre a Rinaldo Pizzocri,
segretario provinciale dell’Udc. A illustrare la situazione
c’era Lucio Bramanti, architetto lodigiano consulente per il
Comitato di Ossino. «La situazione dell’Adda rispetto
all’ultimo sopralluogo di sei mesi fa è peggiorata - osserva
Bramanti -. Lungo la sponda di Boffalora sono evidenti fenomeni
recentissimi di erosione, tanto che si vedono le radici delle
piante. Data l’altezza dell’acqua non si vede il peggio,
probabilmente nella parte di sponda sommersa». Poi, per il
professionista lodigiano, c’è il problema dei depositi sul fondo:
«Il percorso del fiume, prima rettilineo, ora ne compie uno a zig
zag per via dei cumuli di ghiaia, andando a sbattere contro sponde
ormai deteriorate». Gli fa eco Ossino: «Quella mezza piena di
alcune settimane fa, caratterizzata da un aumento repentino del
livello dell’acqua, ha aumentato l’apporto solido alle Due
Acque, tanto che in quel punto non è stato possibile andare avanti.
L’alveo va rimodellato, se vogliamo parlare di rimodellamento.
Dov’è l’ammasso di ghiaia è in esubero si proceda a togliere i
sedimenti. Poi c’è la situazione critica delle sponde, in
particolare di un tratto a circa duecento metri a monte
dell’argine della Caccialanza dove c’è stato un recente
fenomeno di erosione». Anche tra i componenti della piccola
delegazione la richiesta è quella di scavare: «Nessuno ha chiesto
di togliere venti metri di fondo, ma almeno un metro e mezzo, due -
auspica Cesare Vianelli, abitante nell’Oltreadda, tra gli
alluvionati di due anni fa esatti -. Poi bisognerebbe pulire le
rive, togliere lo sporco, i tronchi morti. Non si domanda niente di
eccezionale, solo un po’ di ordinaria manutenzione. Ormai viviamo
con la paura di rivivere quei momenti». Al suo fianco Graziella
Majoli trattiene la rabbia a stento: «Dopo due anni siamo ancora
alle parole. È meglio che non dica altro». «Si vive male - spiega
ancora Vianelli -. Quando l’Adda comincia a salire si finisce con
l’andare avanti e indietro dal ponte a casa per vedere se il
livello sale o scende. È un’angoscia costante, continua».
Fabrizio
Tummolillo
Fatto
il primo passo per alzare l’argine sulla sponda destra
Addio muraglione. Il progetto
dell’argine destro sull’Adda verrà realizzato in una veste
completamente diversa rispetto alla scogliera di due metri e mezzo
che avrebbe avuto un impatto devastante sulle case della città
bassa e sulla Piarda Ferrari. La provincia di Lodi ha dato il via
nella giunta di mercoledì a una bozza di protocollo d’intesa con
comune, regione, Aipo e Consorzio Muzza per realizzare le difese
sulla sponda cittadina finora rimasta scoperta. Il protocollo
d’intesa verrà firmato l’1 dicembre prossimo nella sede
lodigiana della regione in via Haussmann. Il documento definisce le
fasi e i compiti di tutte le istituzioni nella progettazione e nella
realizzazione delle prossime opere, tra cui figurano anche il nuovo
argine a sud del ponte, in corrispondenza del parco
dell’Isolabella, l’abbassamento di un metro della briglia del
ponte urbano e l’aggiunta di una campata in più al viadotto
napoleonico. Insieme con gli argini dell’ex Sicc e della strada
provinciale per Boffalora, i cui progetti sono ormai nella fase
definitiva, Lodi dovrebbe essere al riparo da alluvioni anche più
rovinose di quella del 26-27 novembre 2002. Il nuovo argine destro,
a nord del ponte, sarà lungo circa un chilometro e mezzo. Ancora da
definire, invece, l’altezza. «Sicuramente sarà ridotta rispetto
a quella del “muraglione” contestato da Legambiente e residenti,
che usciva dall’acqua per circa due metri e mezzo - spiega
l’assessore all’ambiente del comune Francesco Marzorati -. E
sicuramente non ci sarà più la scogliera, nè ci saranno
restringimenti dell’alveo in corrispondenza del ponte, perché
porterebbero a un aumento della pressione dell’acqua sulle campate
centrali del ponte». Si parla di un argine continuo di un
chilometro e mezzo fino al bosco del Belgiardino, che farebbe da
cassa d’espansione naturale. La linea non correrà parallelamente
alla riva per tutto il tratto di fiume, ma in alcuni punti, in
corrispondenza degli insediamenti urbani alla Martinetta e in zona
Capanno dovrebbe indietreggiare nel terreno di qualche decina di
metri. L’altezza non è stata ancora definita, ma lo studio del
consulente del comune, il geologo Silvio Rossetti, contempla anche
la possibilità che il nuovo argine, nei punti “cruciali” della
città bassa possa avere delle barriere mobili da innalzare solo in
caso di necessità. La progettazione toccherà all’Aipo (che è il
soggetto attuatore e quindi cura anche l’appalto) col supporto del
Consorzio Muzza e la collaborazione del comune, la regione stanzia i
soldi e la provincia ha un ruolo di coordinamento. «L’argine
destro, come le altre opere in sponda destra e sinistra, è
fondamentale - spiega l’assessore all’ambiente della provincia
Francesca Sanna -, perciò visto che siamo ancora alla fase
progettuale, per prima cosa è importante definire fin da subito chi
fa cosa. In questo modo potremo velocizzare tutte le procedure e
fare gli interventi più in fretta». I tre milioni di euro promessi
dalla regione sono confermati: «Ho visto proprio ieri l’assessore
al territorio Moneta - rivela il direttore della sede territoriale
della regione Ernesto Chiesa - e mi ha detto che non c’è alcun
problema. Il protocollo d’intesa sancisce le scelte progettuali
fatte dall’Aipo che hanno indicato per l’argine una cifra
superiore ai tre milioni di euro: bisognerà attivarsi con gli enti
locali per trovare i circa 1,5 milioni di euro che mancano per
completare il resto degli interventi previsti per mettere la città
al sicuro dalle piene».
Francesco
Gastaldi
Un palco in piazza
per dire la propria sull’alluvione
Lodi come Londra, piazza della Vittoria come lo Speaker’s
Corner di Hyde Park dove chiunque può salire su un palco e esporre
le proprie idee. È quanto accadrà oggi all’angolo con corso Roma
dove la Casa delle Libertà ha organizzato una manifestazione per
ricordare la piena di due anni fa. «Daremo ai cittadini la
possibilità di salire su un pulpito ed esprimere il proprio
dissenso su ciò che è stato fatto in questi due anni - annuncia
Mauro Rossi, capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale -.
Interverranno i segretari della Casa delle Libertà, i
rappresentanti degli alluvionati e i cittadini che vorranno cantarne
quattro a questi amministratori che in due anni non hanno messo un
solo mattone per rendere più sicure le rive del fiume».
L’iniziativa si terrà dalle 16 alle 19 in una porzione di piazza
che sarà occupata anche da una mostra fotografica con immagini
dell’alluvione.
Da CORRIERE DELLA SERA del 28
11 04
LODI RISCHIO ADDA
Rispetto a sei mesi fa, la
situazione degli argini dell'Adda è peggiorata. In particolare, la
sponda sinistra nella zona di Boffalora, appena a monte di Lodi.
Lancia l'allarme il Comitato alluvionati: l'erosione potrebbe
produrre gravi conseguenze in caso di piena. Proprio lì, due anni
fa, il fiume era uscito dall'alveo, allagando parte della città
Da AGENDALODI NEWS del 29
novembre
Poggio
resta presidente regionale di Legambiente
Il lodigiano Andrea Poggio è
stato confermato ieri alla presidenza di Legambiente Lombardia.
Rimane vicepresidente Ennio Rota. L'elezione è avvenuta al termine
del settimo congresso regionale dell'associazione ambientalista, che
si è concluso ieri a Milano.
Provincia:
si all'escavazione dell'Adda
Nella prima serata di venerdì,
poco dopo che si era concluso il sopralluogo sul fiume Adda del
presidente della Commissione Ambiente della Regione Lombardia
Domenico Zambetti, giunto a Lodi su invito del Comitato Alluvionati
Onlus, la Provincia ha preso una decisione 'storica'. "Alle
20.40 abbiamo liquidato le linee economiche di mandato - ha detto
Luca Canova, presidente della commissione Ambiente della Provincia
ed ex direttore del Parco Adda Sud - e, in merito al fiume Adda, è
stata assunta posizione più scevra da ideologie. Nel documento
eleborato si parla espressamente di intervenire nell'alveo dei fiumi
quando i depositi alluvionali interferiscono con la tutela dei
cittadini. Ciò, ovviamente, fatte salve le competenze specifiche
degli enti preposti". Oltre all'impegno di Zambetti affinché
la Commissione Regionale Ambiente di occupi delle 'colline' di
depositi di ghiaia che hanno ormai modificato l'assetto del fiume,
riducendone l'alveo e deviando la corrente, dunque, ora anche la
Provincia si dice disposta a verificare l'eventuale necessità di
una regimazione del fiume. Una posizione che in passato si è sempre
scontrata con il parere degli ambientalisti.
Due
anni dall'alluvione: "Una data storica"
"La ricorrenza dei due
anni dall'alluvione - ha detto venerdì sera Domenico Ossino,
presidente del Comitato Alluvionati Onlus nell'ambito della
manifestazione organizzata al San Francesco a cui hanno preso parte
un centinaio di persone - è storica. Oggi infatti il Comitato è
riuscito a portare a Lodi il presidente della Commissione Regionale
Ambiente, che si è impegnato per la pulizia del fiume". Nel
corso della serata, oltre ad alcuni momenti spettacolari, grazie a
Cesarina Spoldi e ad altri mattatori, sono stati letti alcuni
articoli di giornali relativi alle esondazioni del fiume Adda del
1880, 1886, 1951 e 1976. E sembra di sentire i ricordi degli
alluvionati vittime dell'alluvione del 26 novembre 2002.
Da IL CITTADINO del 30 11 04
Altri
quattro anni alla guida del Cigno per Andrea Poggio
Il lodigiano Andrea Poggio è
stato confermato per altri quattro anni alla guida di Legambiente
Lombardia. I 220 delegati in rappresentanza di 120 circoli della
regione lo hanno rieletto nel corso dell’assemblea
dell’associazione rappresentata da un Cigno verde tenutasi nel
fine settimana a Milano. Per Poggio, 50 anni, nato a Parigi,
cresciuto a Milano e trapiantato a Lodi, si tratta del terzo mandato
consecutivo al quale si affianca la carica di vice direttore
nazionale dell’associazione. Per il Lodigiano, che Poggio solca
tutti i giorni in treno per recarsi al lavoro nel capoluogo, il
neopresidente indica agli amministratori locali due priorità da
sottolineare nell’agenda dello sviluppo del territorio: «Imparare a fare i conti con i propri fiumi. L’ignobile dichiarazione
di Domenico Zambetti (il presidente della commissione ambiente del
Pirellone che venerdì ha fatto un sopralluogo sull’Adda, ndr)
sulla necessità di cavare in Adda è un esempio ignobile. Poi
occorre trasferire la mobilitazione contro le nuove centrali dal
campo della protesta a quello dello sviluppo delle nuove energie,
ovvero l’efficienza, il risparmio energetico e le fonti
rinnovabili».
Adda
sorvegliata, ma il livello non preoccupa
L’Adda continua a essere
sorvegliata speciale, con i vigili del fuoco che periodicamente
effettuano la lettura dell’idrometro collocato sul ponte
cittadino, ma fino a ieri sera, nonostante le forti piogge, il
livello del fiume era ben lontano dalla soglia di allarme,
posizionata a più 165 centimetri oltre lo zero idrometrico
nell’ultima revisione del piano di emergenza comunale, contro il
più 190 della pianificazione che era in vigore quando la corrente
dell’Adda spazzò Campo di Marte e le rogge bloccarono viale
Milano. Nell’arco delle 24 ore dalle 18 di domenica alle 18 di
ieri il livello del fiume è salito solo di 10 centimetri, passando
da meno 60 centimetri rispetto allo zero a meno 50, oltre un metro
in meno rispetto alla “grande paura” della prima settimana di
questo novembre, quando si era arrivati al picco di più 66
centimetri. Le autorità di protezione civile, visto lo stato di
preallarme che interessa tutte le province lombarde, hanno invitato
il comune ad attivarsi qualora l’Adda superi i 90 centimetri.Per
l’Arpa regionale, comunque, già domani le piogge dovrebbero
terminare.
150
mila euro a Maleo
Contributo
da record per la cava da ampliare
Maleo
Riapre la cava, il comune strappa il finanziamento record. Grande
soddisfazione all’interno degli ambienti amministrativi di Maleo,
dove presto arriverà un sostanzioso contributo, di poco superiore
ai 150 mila euro. Il regalo di Natale si deve alla convenzione che
lo stesso comune ha firmato con la Sei srl, la società che gestisce
la cava di cascina Geroletta: «In settembre è giunta una
comunicazione della provincia di Lodi che autorizzava
un’escavazione straordinaria di 300 mila metri cubi di terra -
spiega il sindaco Pietro Foroni - intervento da riferire al piano
cave del 1998». Il piano prevedeva un primo prelievo di materiale
inerte per un milione di metri cubi e una volta terminato il lotto,
concedeva al gestore una nuova fase estrattiva, quella per cui si va
a procedere: «In casi come questo il comune non ha scelta -
prosegue Foroni - e non può che giungere alla firma della
convenzione. Se ciò non avvenisse, entrerebbe automaticamente in
vigore lo schema regionale, il quale prevede un ritorno economico
piuttosto limitato». Non a caso, il primo cittadino sottolinea «l’atteggiamento
costruttivo e sensibile dell’azienda»: quest’ultima non solo ha
lavorato per giungere alla convenzione con il comune malerino, ma ha
concesso benefici economici non indifferenti. Dai 410 centesimi di
euro per ogni metro cubo di terra, si passa a una cifra più
consistente, ben al di sopra del mezzo euro al metro. Inoltre, nel
determinare la quota libera, la Sei ha riconosciuto uno stanziamento
superiore del 12 per cento rispetto a quello del 2001, all’epoca
del primo lotto. Complessivamente, si parla di circa 176 mila euro,
con una quota del 15 per cento automaticamente riconosciuta alla
provincia. La Sei srl ha anche accettato di anticipare in un’unica
soluzione l’importo per il comune, il quale avrà tempo dieci mesi
per mettere in piedi un’opera pubblica finanziata con i soldi
della cava. Condizioni che, in pratica, fanno di Cascina Geroletta
la cava più pagata del lodigiano. Il consiglio comunale di Maleo,
celebratosi nella serata di venerdì, ha poi provveduto a
convenzionare con Cavacurta il servizio di biblioteca: il piccolo
comune limitrofo non dispone di un addetto e non si trova nelle
condizioni di poterlo assumere: «A Cavacurta l’operazione costerà
soltanto per le ore prestate dallo specialista, mentre come comune
capofila non abbiamo preteso assolutamente nulla», conclude il
primo cittadino Foroni, commentando l’operazione del
provvedimento.
Paolo
Migliorini
Al
S. Francesco lo spettacolo voluto “per non dimenticare”
L’alluvione
due anni dopo: in scena drammi e ricordi
LODI
Un’occasione per ricordare facendo spettacolo la grande paura di
due anni fa, con l’alluvione che mise in ginocchio la città di
Lodi. Ma Dalle rive dell’Adda... per non dimenticare è stata
anche una serata di quelle che servono ogni tanto per ricordarci
d’essere lodigiani, o di vivere da queste parti, o di quale
ricchezza in cultura e tradizioni siamo custodi, col compito, che
sarebbe un peccato mortale non esercitare, di conservarla, di farla
conoscere anche in questo modo. Ospitata nel teatro San Francesco è
stata una manifestazione veramente costruita bene e varia nei generi
offerti, dalla prosa alla poesia, dalla cronaca alla musica, al
teatro e ai canti popolari. E tra i due tempi dello spettacolo non
è mancato “lo sfogo” sullo stato delle cose (progetti
d’interventi del comune sul fiume non condivisi, promesse non
mantenute, rimborsi “farsa”) di Domenico Ossino, presidente del
Comitato Alluvionati Lodi Onlus, promotore di questa iniziativa nel
secondo anniversario dell’alluvione del 26 novembre 2002 che
interessò tutte le zone basse di Lodi, da Campo Marte a Selvagreca,
da Porta Milano al Pratello, a S. Gualtero, come mai era stato nelle
alluvioni precedenti.Interpreti “dalle rive dell’Adda delle
gioie e dolori attorno al fiume con voci, rime, canti e varia umanità
della tradizione lodigiana”, due compagnie teatrali in un mix
alterno in scena risultato gradevole: l’ultima nata “Lavori in
corso” con le voci di Luciano Allegri, anche suo regista,
Alessandra Banchieri e Mirna Di Vita, e la prima nata, classe 1958,
del “Teatro dei giovani di Lodi”, con Bruno Pezzini regista,
Carla Galletti, sempre splendida anche come conduttrice della
serata, Ermanna Croci, Francesca Musella e l’eterna e
simpaticissima Cesarina Spoldi. Nel repertorio di “Lavori in
corso” la lettura di brani, tra storia e leggenda, e di poesie
scelte dalle opere di letterati del passato (Ada Negri, Defendente
Lodi, e altri ancora) e del presente (Andrea Maietti) e cronache dal
«Cittadino» sulle inondazioni del 1951 e 1976 ancora vive in
tanti, con qualche richiamo alle precedenti del 1928 e di fine
‘800. Cose che si sono ascoltate volentieri e che, recitate in
quel modo, ha fatto piacere scoprire o ripassare; sicuramente
applaudire. Nell’omaggio alla città offerto dal “Teatro dei
giovani di Lodi”, altri brani di storia, altre curiosità legate
al nostro fiume, e altre poesie, alcune molto belle dello stesso
Bruno Pezzini, recitate con grande padronanza dell’arte teatrale
da Ermanna Croci (veramente brava in Una storia come tante) e da
Cesarina Spoldi (in La sdernera), si sono aggiunte, ma con un
crescendo d’allegria per la comunicativa della Spoldi e della
Croci nella scena “ruspante” della dote da La Sposa Francesca
del De Lemene, e soprattutto per i canti popolari, nei quali si è
esibita con una voce e uno stile da professionista Francesca Musella.
Mentre conoscevamo già Cesarina Spoldi, e quanti anni le vanno via
ogni volta che calca un palcoscenico anche nella “variante” di
cantante di stornellate o strambotti che hanno coinvolto il pubblico
a seguirla in coro. Erano accompagnati alla pianola dal maestro
Angelo Martinenghi, capace di aggiungere la sua voce anche lui ai
ritmi creano le sue mani. Oltre ai tanti sostenitori presentati e
ringraziati, dal S. Francesco ad Armando e Maria Rosa Fiori, anche
una sottoscrizione a premi per la difesa del territorio, la
salvaguardia del fiume, la sicurezza dei cittadini, offerta
all’ingresso in teatro e che sarà estratta dal Comitato
Alluvionati Lodi Onlus il 19 gennaio 2005, S. Bassiano, patrono di
Lodi. Primo premio: un week end a Praga per 2 persone.
Giuseppe
Pratissoli