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COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

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Marzo 2004

 

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Da IL CITTADINO del 2 03 04

Guardamiglio, nuove regole per reagire all’emergenza 

La pianificazione dell’emergenza, per la più puntuale definizione di un piano di evacuazione, passa attraverso un monitoraggio porta a porta dei nuclei famigliari residenti a Guardamiglio e della loro eventuale necessità di accoglienza in strutture pubbliche in caso di ordinanza di sgombero del paese. Dalla scorsa settimana i 32 volontari del nucleo di Protezione civile, con la loro inconfondibile divisa e il tesserino di riconoscimento ben in vista, stanno bussando casa per casa al fine di raccogliere informazioni in materia: «Non ci limitiamo - spiega il vicesindaco Francesco Merli, delegato alla Protezione civile - a verificare il numero dei residenti in ogni casa, ma definiamo anche il nucleo famigliare allargato, comprendente magari genitori anziani o suoceri, che si sposterà unitariamente in caso di emergenza». Due le possibilità che si aprono. La prima è l’esistenza di una seconda casa cui appoggiarsi, di proprietà o presso parenti: «In tal caso - prosegue Merli - chiediamo il numero telefonico da contattare per fornire o ricevere eventuali informazioni: naturalmente i cittadini non sono obbligati a rispondere, ma i dati raccolti verranno gestiti nel rispetto della legge sulla privacy. Finora abbiamo riscontrato grande disponibilità da parte della cittadinanza, anzi soddisfazione nel vedere come sta operando la Protezione civile per pianificare al meglio ogni cosa». La seconda ipotesi è l’assenza di un punto di appoggio in zone riparate: «Allora - conclude Merli - valutiamo quale sia la sistemazione più opportuna e quando avremo il quadro completo saremo in grado di fornire l’indicazione circa il centro di accoglienza cui fare riferimento, sicuramente nella città di Codogno: verifichiamo anche l’autosufficienza negli spostamenti o l’esigenza di un servizio di trasporto pubblico da organizzare. In questo modo sapremo con precisione dove saranno sistemati tutti i guardamigliesi in caso di emergenza: i dati raccolti attraverso la compilazione di queste schede verranno incrociati anche con la statistica delle persone allettate che necessitano il ricovero in ospedali o strutture protette; attualmente sono un centinaio circa, suddivise in tre tipologie distinte a seconda del grado di autosufficienza». In occasione della grande piena del Po nel 2000 i guardamigliesi distribuiti nelle palestre scolastiche di Codogno e Casale furono complessivamente un migliaio circa. Il censimento del paese sta procedendo a buon ritmo: il monitoraggio sulla frazione Valloria è pressoché completato, nel capoluogo è stato avviato e successivamente verrà ampliato alle cascine.

 

Da IL CITTADINO del 3 03 04

Il comune ha presentato all’Autorità di bacino una serie di progetti tra cui anche la riapertura della lanca di Soltarico

Sponda destra, un muro come difesa

Sarà alto un metro con una paratia mobile in grado di sollevarsi

Argini con paratie mobili lungo via Mattei. Un canale di sfogo per l’acqua, all’altezza della piscina Ferrabini, in grado di diminuire la pressione dell’acqua sul ponte urbano e accelerarne il deflusso. Poi l’abbassamento dello sbarramento dell’isolotto Achilli o, in alternativa, la riapertura della lanca di Soltarico per rallentare la corrente dell’Adda. Sono le proposte che fanno parte di un pacchetto di interventi che il sindaco Aurelio Ferrari ha presentato lunedì nella sede dell’Autorità di bacino del Po. Proposte che hanno trovato l’interesse da parte dell’ente preposto alla gestione del bacino fluviale e dell’assessore regionale alla protezione civile Massimo Buscemi. All’incontro Ferrari si è presentato con gli assessori Leonardo Rudelli, con delega all’urbanistica, ed Emiliano Lottaroli, responsabile dei lavori pubblici. Della delegazione facevano parte il dirigente dell’ufficio tecnico Luigi Trabattoni e Silvio Rossetti, l’autore dello studio di rischio idrogeologico commissionato dal comune. Palazzo Broletto, in pratica, ha proposto una serie di opere distribuite lungo il corso del fiume al posto del maxi argine in sponda destra, un progetto invasivo accolto da contestazioni e scetticismo. Peraltro del finanziamento dell’Autorità per il fiume Po (6 miliardi di vecchie lire) per l’opera si sono perse le tracce: «I soldi non ci sono più - commenta Ferrari tracciando un bilancio dell’incontro -. D’altronde i 38 milioni di euro stanziati dall’Autorità per il Po per interventi in 5 regioni sono insufficienti». Così Buscemi ha garantito il proprio interessamento per reperire in altro modo i fondi necessari alle difese in sponda destra, la sponda sulla quale intervenire, visto che quella sinistra dovrebbe essere messa al sicuro dall’argine lungo la strada per Boffalora, chiesto dai comitati degli alluvionati e progettato da provincia e comune, e dalle difese collegate alle edificazioni in zona ex Sicc. Per la riva destra, quindi, l’amministrazione comunale ha puntato su altri interventi: «Vogliamo che il Lungoadda continui a restare fruibile - spiega Ferrari -. Abbiamo così ipotizzato la costruzione di una difesa costituita da un doppio muro in cemento, dall’altezza di un metro, con un’intercapedine che contenga una paratia mobile in grado di sollevarsi di altri 70 centimetri». Per attenuare la pressione sul ponte urbano e facilitare lo scorrere dell’acqua è allo studio un canale di deflusso in sponda sinistra («ma non si tratterà di un’ulteriore campata» specifica il sindaco) mentre si stanno valutando pro e contro della presenza dello sbarramento dell’Isolotto Achilli: «Causa un innalzamento del livello dell’acqua a monte - osserva Ferrari -. Eliminarlo significherebbe accelerare il passaggio dell’acqua. Questo però si ripercuoterebbe sui piloni». Inevitabile, a quel punto, il loro rafforzamento: «Ma intervenire su nove piloni in acqua avrebbe costi altissimi». L’altra possibilità, chiesta da palazzo Broletto, è la riapertura della lanca di Soltarico: «Rallenterebbe la corsa dell’Adda». Il prossimo incontro è fissato per il 15 marzo. Quel giorno saranno i tecnici dei vari enti a sedersi al tavolo per dare corpo ai progetti.

Fabrizio Tummolillo

 

Dal secondo ramo dell’Adda agli argini: in un convegno le soluzioni alle piene

Come difendere Lodi dalle alluvioni. Se ne parlerà sabato mattina in un convegno organizzato dal Partito repubblicano all’Isola Caprera. Certa la presenza del segretario nazionale del Pri Francesco Nucara, che è soprattutto sottosegretario all’ambiente del governo Berlusconi. Qualificati i relatori tecnici, che saranno il direttore generale del Consorzio Muzza Bassa Lodigiana, Silvio Rossetti (che è l’autore del piano di assetto idrogeologico di Lodi ) e il presidente della Comunità padana delle Camere di commercio Gianezio Dolfini, noto nel Lodigiano per il progetto di canale navigabile fino a Tavazzano. Si parlerà soprattutto di Lodigiano e di come difenderlo dalle piene dell’Adda. «Se avessi risorse illimitate - afferma l’ingegner Fanfani - non avrei dubbi: creerei un secondo ramo dell’Adda a monte di Lodi e trasformerei la parte sinistra della città in un’isola naturale. Ma dato che questo non è possibile, l’alternativa più credibile resta costruire gli argini. E insieme agli argini si possono fare tutti quegli interventi di regimazione che potrebbero consentire ai progettisti di fare argini più bassi possibile». Al convegno, che si terrà sabato mattina alle 10 al Ristorante Isola Caprera, Fanfani sarà il primo a parlare. Subito dopo di lui interverrà Rossetti, che parlerà degli attuali rischi idraulici per Lodi e delle prospettive future. Prima dell’intervento di Nucara, infine, toccherà a Dolfini illustrare i piani operativi dell’autorità di bacino, di cui lo stesso presidente della Comunità padana è rappresentante autorevole in qualità di membro del comitato di consulta. Al convegno dei repubblicani sono attesi anche gli interventi del senatore Antonio Del Pennino e degli assessori comunali Emiliano Lottaroli (lavori pubblici) e Leonardo Rudelli (urbanistica) cui toccherà il compito di fare il punto sulle opere idrauliche già progettate per difendere la città da piene disastrose come quella del novembre 2002.

 

Da IL CITTADINO del 4 03 04

Regole severe per la protezione civile Il gruppo di Ossago guarda al futuro 

La protezione civile di Ossago ha un nuovo regolamento passato anche al vaglio del consiglio comunale. D'ora in poi, così, si agirà sulla scorta di questo nuovo documento sia per quanto riguarda l'attività ordinaria sia in caso di eventi straordinari. In virtù di quanto varato i volontari non potranno esercitare attività che risultino in contrasto con quelle della protezione. Per aderire, invece, bisognerà essere almeno diciottenni, ma si dovrà anche poter vantare una buona condotta sia morale che civile. L'impegno, poi, sarà incompatibile con la volontà di trarne vantaggi personali mentre per qualsiasi nuova ammissione si dovrà riunire il consiglio direttivo. Ogni volontario, tra l'altro, viene dotato di un tesserino personale utile per essere riconosciuto come membro del gruppo. «Attualmente siamo in undici - spiega l'assessore Angelo Taravella -. Ma accoglieremo volentieri anche chiunque volesse entrare a far parte della nostra realtà. Attualmente disponiamo di una motopompa ma anche di un gruppo elettrogeno, utile nel caso in cui dovesse mancare la corrente in un edificio pubblico, ma anche nel caso in cui fossimo chiamati ad operare di notte, qualora servisse luce artificiale. E, poi, ognuno di noi ha una tuta regolamentare. Tutto materiale che siamo riusciti ad acquistare anche grazie ad un contributo erogato dalla provincia di Lodi di circa 3 mila euro». Ma il gruppo locale ha anche progetti già delineati per il futuro. «Ci impegneremo in campi scuola - dice Taravella - per imparare a montare le tende e in prove di prima accoglienza».

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 4 03 04

RISPONDE IL SINDACO

Non credibili tante accuse indiscriminate

La signora Annamaria Cecchi,nella sua lettera pubblicata su “il Cittadino” del 19 febbraio, elenca opere ed iniziative dell’amministrazione dividendole unicamente in incompiute, di incerta realizzazione, sbagliate, brutte. Neppure per una viene espressa una valutazione positiva. Il drastico giudizio sempre negativo fa perdere tuttavia la credibilità ai rilievi fatti ed induce alla considerazione di una posizione funzionale alla campagna elettorale ormai iniziata. Del resto, si intuiscono in modo trasparente le simpatie politiche della signora. L’elenco riportato nella lettera rivela una persona informata ed al corrente delle questioni che interessano la città; non credo pertanto alla sua pretesa “non conoscenza” circa il rimborso in conto imposte a favore degli alluvionati. Le notizie diffuse, anche tramite i comitati, sono sempre state nella direzione di una conferma dell’impegno, mai messo in discussione; la scelta di un anticipo al livello minimo di rimborso è stata dettata unicamente dalla difficoltà di determinazione del valore dell’Ici caso per caso. Ma ben prima della scadenza per il versamento Ici 2004, ogni famiglia interessata riceverà il saldo del contributo conto imposte per il 2003 e la quota totale del 2004.

A ciò si aggiungerà un ulteriore piccolo contributo per i danni subiti, pari al 5 per cento dei danni denunciati con un massimo di 800 euro. Quest’ultimo contributo è il risultato dei resti sulla somma originariamente stanziata da comune e provincia, incrementata da un ulteriore stanziamento di 70.000 euro da parte del comune. Forse, come dice la signora, tutto ciò sono briciole. Comprendo e rispetto il disagio sopportato dalle famiglie la cui abitazione è stata invasa dalle acque. Tuttavia, tra contributo in conto energia (distribuito da Astem, che però ha diminuito di un pari importo l’utile versato al comune), contributo in conto danni e in conto interessi (sostenuto interamente da comune e provincia in pari quota), contributo in conto imposte (sostenuto dal comune), contributo del fondo “Un fiume di solidarietà” (sostenuto quasi totalmente da comune e provincia), alcune famiglie hanno avuto un rimborso non trascurabile. Speriamo ora arrivi qualcosa anche dalla regione, che ha comunicato di aver stanziato fondi per i danni strutturali. La signora Cecchi, tramite i suoi referenti politici, può certamente sollecitare questo ulteriore contributo: tutto può aiutare e tutto ciò che aiuta è ben accetto. Forse, però, è ingeneroso disprezzare ciò che è già stato fatto, anche se arriva da amministrazioni di non gradito colore politico. Un simile discorso può essere fatto sulla questione delle chiuse sulle rogge sottopassanti viale Milano. L’ipotesi è stata fatta in epoca precedente all’alluvione del novembre 2002, a seguito dell’approvazione del piano sul rischio idrogeologico, per rimediare ad una situazione di ricorrenti allagamenti nella zona del Pratello. Ovviamente l’evento alluvionale ha imposto una verifica, la cui conclusione è stata però sufficientemente tranquillizzante per gli abitanti della zona compresa tra viale Milano e il fiume: l’incremento dell’altezza dell’acqua, in tale zona e in caso di entrata in funzione delle elettropompe, è ridotto a 3/5 centimetri. Qualche problema in più è dunque ipotizzabile per qualche abitazione, ma, in compenso, per l’ intero quartiere del Pratello si riduce notevolmente il ricorrente disagio dovuto agli allagamenti Sulle difese spondali, infine, mi sembra opportuno sottolineare l’impegno,economico e tecnico, delle amministrazioni locali, in un campo che dovrebbe vedere viceversa la totale competenza dello Stato. La signora Cecchi può informarsi direttamente dai presidenti dei comitati circa le risultanze dell’incontro recentemente tenutosi con la prefettura, la regione, l’Autorità di Bacino, l’Aipo, il Genio civile. Sulle altre osservazioni della signora Cecchi potrei replicare punto per punto, non mancandomi argomentazioni argomentazioni per confutare le sue prese di posizione. Del resto alcuni rilievi, pur rispettabili, sono assolutamente personali e quindi opinabili; a fianco di giudizi negativi come quelli della signora Cecchi, riscontro giudizi positivi di moltissimi cittadini. Altri punti della lettera sono assolutamente tendenziosi, guidati,come appaiono, da una pregiudiziale posizione politica. Ma se la signora Cecchi lo desidera, sono disponibile ad un incontro in cui possiamo esaminare, punto per punto, i rilievi da ella esposti: è sufficiente una telefonata alla mia segreteria per l’appuntamento (0371-409203). Ho preferito limitarmi, in questo scritto, alle questioni riferite all’ambito ampio dell’alluvione e delle difese da essa, poiché sono questioni che interessano una parte notevole della cittadinanza. Una parte che, dopo i disagi sopportati, non merita di essere strumentalizzata a fini politici.

Aurelio Ferrari

Sindaco di Lodi

 

Da il CORRIERE DELLA SERA del 4 03 04 

Lodi si difende dall'Adda Muri e nuovi canali contro il rischio alluvioni

Il comitato dei cittadini: «Non basta, è necessario scavare il letto del fiume»

Il Comune presenta il progetto

LODI - Nessun maxiargine, dagli effetti estetici e ambientali troppi invasivi, ma una serie di interventi lungo le sponde dell'Adda per proteggere Lodi bassa dal rischio di nuove inondazioni. Il Comune ha elaborato e presentato all'Autorità di Bacino il suo progetto antialluvioni. Sulla riva destra, lungo via Mattei, sarà realizzata una difesa con un doppio muro in cemento, alto un metro. Nella sua intercapedine, una paratia mobile potrà sollevarsi di altri 70 centimetri. La riva sinistra sarà messa in sicurezza, innanzitutto, con l'innalzamento dell'argine lungo la strada per Boffalora d'Adda. Un secondo intervento prevede la realizzazione di un canale di deflusso all'altezza della piscina di via Ferrabini, una sorta di valvola di sfogo che dovrà attenuare la pressione delle acque contro il vecchio ponte urbano e favorire lo scorrere del fiume in piena. Un altro intervento riguarda lo sbarramento artificiale, di fronte al cosiddetto Isolotto di Achilli, appena a valle del ponte, che provoca un innalzamento del livello dell'Adda a monte del viadotto. L'eliminazione dello sbarramento provocherebbe però un'accelerazione delle acque, con pericolose conseguenze sui nove piloni del ponte. Si è quindi deciso di abbassare lo sbarramento. Infine l' ultimo intervento è rappresentato dalla riapertura della cosiddetta lanca di Soltarico, un braccio morto dell'Adda, a sud della città di Lodi. Sulla «questione argini» è intervenuto anche il Comitato Alluvionati Lodi che sollecita regimazione idraulica ed eliminazione dal letto dell'Adda di sabbia e ghiaia. «Sono più di 20 anni - dice il presidente Domenico Ossino - che non vengono effettuati interventi del genere». Il comitato ricorda che la delibera regionale del 23 dicembre, autorizzava l'escavazione di 850 mila metri cubi di materiale nel bacino dell'Adda, la quasi totalità dei quali solo nel tratto compreso tra Olginate e la confluenza del Brembo. «Il rialzo degli argini non basta a salvarci dai rischi - dice Ossino - Per eliminare i pericoli d' esondazione e ripristinare il regolare deflusso dell'Adda, chiediamo che l'escavazione del materiale inerte avvenga anche nel tratto fluviale di Lodi e nell'alveo del Po, in particolare alla foce dell'Adda».

Diego Scotti

 

Da LIBERO del 4 03 04

Stati d'emergenza, un'alluvione di miliardi

Le calamità costano allo Stato 3mila miliardi di lire all'anno. Il caso di Crotone: nubifragio nel '96, pratica ancora aperta

MILANO - Due ore. Due ore soltanto. Ma due ore d'inferno. Provate a immaginare un nubifragio, anzi di più, di quelli che l'acqua è talmente fitta che non vedi a un metro dal naso. In una zona, quella di Crotone, in cui la cura per i fiumi è sempre stata - per usare un eufemismo - approssimativa. Era il 14 ottobre 1996. Strariparono il fiume Esaro e il torrente Passovecchio. Quattro persone morte. Un evento terribile. Eppure... Eppure, quando vedi che, nel gennaio 2004, lo "stato d'emergenza" per quell'alluvione è stato ancora prolungato... Otto anni di emergenza per due ore di nubifragio. Bé, quantomeno fa strano. Perché poi uno dice: ma l'emergenza non è qualcosa di limitato nel tempo? Guarda anche il Devoto-Oli: "emergenza: momento critico per la sicurezza pubblica". Un "momento", appunto. Che dopo un pò passa. Nel linguaggio burocratico, invece, lo "stato d'emergenza" si prolunga fino a quando non sono conclusi gli interventi necessari a rimettere in sesto una situazione - e qui ci si ricongiunge al dizionario "critica per la sicurezza pubblica". Terremoti e inondazioni. Eruzioni e inquinamenti. Invasioni di nomadi (sì, c'è anche questo) e attentati ecoterroristici. E c'è bisogno di soldi, per affrontare certi eventi come si deve, mica di speranze. Finanziamenti, mutui, progetti da realizzare, interventi urgenti. Miliardi e miliardi e miliardi. E valli poi a beccare, quelli che fanno i furbi. E che, magari, si intascano denari pubblici. Anche se, bisogna dirlo, in questo senso i controlli sono sempre più stringenti. Innanzitutto, spieghiamo l'iter. Semplificandolo per motivi di comprensione. Dopo l'evento - l'alluvione, il terremoto, l'inquinamento e via dicendo -, il governo proclama appunto lo "stato d'emergenza", che poi significa che sì, la situazione è davvero grave, e bisogna intervenire anche economicamente, se è il caso. Vengono eventualmente stanziati dei fondi per i primissimi interventi. Poi si calcola il danno complessivo, e lo Stato - previo voto parlamentare - decide i finanziamenti adeguati. La Protezione Civile li divide tra le Regioni coinvolte, e svolge il ruolo di "regista" delle operazioni. I fondi necessari per i progetti legati all'emergenza in questione vengono infine reperiti attraverso mutui (che si prolungano per 10, 15, 20 anni): in sostanza, i soldi arrivano dalle banche alle Regioni (che li spende), mentre lo Stato paga le rate del mutuo. D'altro canto, è impressionante sapere che, attualmente, sono ben 78 (settantotto!) gli "stati d'emergenza" ancora aperti, nel senso burocratico del termine. Il più vecchio? Quello relativo ai "dissesti idrogeologici" (frane molto pericolose, che rendono pericolose anche le strade della zona) nei comuni molisani di Petacciato e Ripalimosani, in provincia di Campobasso: risale all'aprile 1996. «È difficile quantificare con esattezza quanto costino ogni anno allo Stato italiano le calamità naturali - ci dice Vincenzo Spaziante, vice capo dipartimento della protezione Civile -. Anche perché i mutui relativi a un determinato evento si prolungano nel tempo. Nel 2002 abbiamo avuto il terremoto in Molise, l'eruzione dell'Etna: sono stati aperti mutui per circa 2mila miliardi di lire. Poi ci sono i pregressi. Approssimativamente, si può dire che Madre Natura ci costa 2.500- 3.000 miliardi all'anno». E torniamo a Crotone. Caso emblematico, perché fa capire i motivi a causa dei quali gli "stati d'emergenza" possano prolungarsi oltre un lasso di tempo comprensibile. Subito dopo la drammatica alluvione, il presidente della Regione Calabria viene nominato commissario straordinario, incaricato di coordinare gli interventi. Ma ci sono ribaltoni, ribaltini, crisi politiche locali. Nel '98 cambia la giunta regionale. Nel 2000 ancora. Gli interventi partono e si fermano, poi ripartono, si rifermano ancora. Il piano subisce ben quattro aggiustamenti (cambia di qua, lima di là, appalta di su e giù). Risultato: per risistemare tutto il sistema idrogeologico della zona, vengono stanziati ben 95 miliardi di vecchie lire. Ma nell'ottobre 2001, cinque anni dopo la tragedia, ancora nessuna (nessuna!) opera risulta terminata. Oggi i progetti finanziati sono quasi tutti in dirittura (anche se i tecnici ritengono che siano necessari altri 90 miliardi di lire per rendere sicura la zona). Ma resta il mistero su quei 45 miliardi stanziati per i primissimi interventi: 6,5 destinati alle persone direttamente colpite dal nubifragio, 38,5 in favore delle imprese danneggiate. Nel 2002, la Corte dei Conti chiese di sapere com'erano stati spesi, quei soldi. Ecco alcuni passaggi della relazione: sugli aiuti alle persone, «la Regione Calabria non ha fornito né documentazione né rendiconti finanziari al riguardo, nonostante le reiterate richieste della Corte. Analogamente è da riferirsi in relazione all'ulteriore intervento relativo all'assistenza alle imprese... Le procedure di valutazione del danno, ed il conseguente calcolo del'ammontare del contributo, sono state affidate dal Commissario all'assessore regionale all'Industria, che a sua volta, per mancanza di personale idoneo, si è avvalso del personale del Consorzio industriale di Crotone... Ulteriori approfondimenti su questo specifico aspetto della gestione sono stati impediti dalla frammentarietà della documentazione trasmessa». Secondo l'ultimo provvedimento, lo "stato d'emergenza" per Crotone si chiuderà il prossimo 31 marzo. Ma ancora Spaziante ci assicura che casi come questo non saranno più tollerati. «Innanzitutto, lo stesso presidente del Consiglio ha chiesto alla Protezione Civile di archiviare al più presto gli "stati d'emergenza" ancora aperti. E infatti saranno tutti chiusi entro quest'anno. Poi, per quanto riguarda i mutui, il ministro Tremonti ha stabilito che venissero accesi solo in tre istituti, la Banca Europea, la Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa, la Cassa Depositi e Prestiti. Cosa che garantisce trasparenza e, soprattutto, ottime condizioni per quanto riguarda gli interessi: nel 2003, rispetto all'anno prima, abbiamo risparmiato circa 100 miliardi di lire». Dunque, quest'anno finiscono le "emergenze". Nel senso che, si spera, saranno ultimati gli interventi relativi a ognuna di esse. E quindi, si risolverà la "drammatica" questione della "rottamazione e demolizioni dei veicoli fuori uso" a Palermo (stato d'emergenza proclamato il 7 novembre 2003). O quella sugli "insediamenti di comunità nomadi" a Napoli (27 novembre 2003). Ma ce n'è una, di emergenza, che pare davvero irrisolvibile: quella sullo stato ambientale di Milano. Non sappiamo a quale evento specifico faccia riferimento il provvedimento. Ma una cosa è certa: a Milano, volendo, si vive anche bene. Basta non respirare.

LE MODALITÁ Proclamazione e pagamenti Dopo l'evento - naturale (terremoto, eruzione, siccità o altro) o provocato dall'uomo (inquinamento, rifiuti da smaltire e via dicendo) - il governo proclama lo stato d'emergenza. Vengono stanziati fondi per eventuali interventi immediati e necessari (per esempio, il sostegno alla popolazione colpita direttamente nel fisico o nei beni materiali di base). Per gli interventi a lunga scadenza, la regione avvia un mutuo la cui durata dipende naturalmente dall'entità, mutuo le cui rate vengono poi pagate dallo Stato.

di ANDREA SCAGLIA

 

Da IL LODIGIANO del 5 03 04

LODI L’APPUNTAMENTO E’ GIOVEDI SERA IN VIA PADRE GRANATA

Gli alluvionati preferenziali

Assemblea pubblica in oratorio per il comitato C.AL.LO Onlus

di Franco Buongiorno

Tornano a riunirsi gli alluvionati di sponda destra e sinistra dell’Adda a Lodi. Giovedì prossimo, 11 marzo, alle 21, nel salone de1l’oratorio di San Rocco in Borgo, scelto come punto di riferimento dai lodigiani che nel novembre del 2002 furono colpiti direttamente dalla rovinosa piena dell’Adda, Domenico Ossino e Carlo Bajoni – i responsabili del Comitato Alluvionati - faranno il punto della situazione dopo le ultime iniziative adottate da Comune, Provincia ed enti preposti al controllo del “bacino del Po”. Come noto, il Comitato ha avviato un duro braccio di ferro con il Comune a causa del progetto di sistemazione delle due rogge che scorro no a ridosso del quartiere Pratello, responsabili secondo gli esperti dei periodici allagamenti  dell’area. Con un paio di “chiaviche”, finanziate dalla società che sta costruendo un supermarket in zona, dovrebbe essere messa la parola “fine” su questi allagamenti, ottenendo nello stesso tempo un controllo del sistema irriguo nel Pratello in occasione di piene consistenti dell’Adda. L’intento del Comune è chiaro: preservare l’area da nuovi allagamenti rovinosi. Il Comitato vi si oppone per due motivi sostanziali: non è detto, anzitutto, che in occasione di piene di proporzioni bibliche - sempre più frequenti nel nostro Paese - le due “chiaviche” servano a qualcosa e, secondo, c'è il rischio evidente che l’Adda scarichi la sua rabbia altrove, trovando sfogo in altre zone critiche della Città Bassa. Per salvare un quartiere l’amministrazione pubblica finirebbe così per sacrificarne un altro, secondo l’antico adagio “mors tua, vita mea”. In questo caso, si creerebbero i presupposti per una sorta di “esondazione preferenziale”, con zone alluvionabili di serie A e di serie B: una eventualità che il Comitato di Ossino e Bajoni non vede di buon occhio. Di qui, il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, chiamato ad esprimersi sulla vicenda. La realizzazione delle due “chiaviche” è, comunque, di vitale importanza per la neonata Azienda di Servizi alla Persona che gestisce la casa di riposo “Santa Chiara”. Da anni i responsabili della residenza per anziani stanno tentando di vendere l'area ex Marzagalli, a ridosso di viale Milano; con il ricavato, cinque milioni di euro pari ad una decina di miliardi di vecchie lire, l’istituto potrebbe essere rimesso a nuovo, ottenendo una struttura in linea con gli standard ottimali. Un primo tentativo era stato fatto naufragare dal consiglio comunale controllato dal centro sinistra, quando bocciò il piano “di riqualificazione” presentato da Santa Chiara, preferendogli quello messo a punto dall’Azienda per l’Edilizia Residenziale per l'ex Sicc. Sappiamo come sta finendo la vicenda: all'ex Sicc non si costruirà nulla, almeno per ora, con la dirigenza della Casa di Riposo alle prese con l’endemica assenza di liquidità per interventi migliorativi della residenza. Il secondo tentativo di vendita dell’area potrebbe concludersi felicemente se sarà garantita la preservazione dell’area dalle piene dell’Adda, vale a dire se saranno realizzate le due “chiaviche”: è la condizione posta dai possibili acquirenti dell’ex Marzagalli. Cosa decideranno di fare Comune e Comitato Alluvionati?

Ma in assemblea si tornerà a parlare di un’altra questione, giudicata vitale per quanti risiedono ad un passo dall’alveo dell’Adda: la regimazione del fiume, vale a dire l’asportazione sistematica e periodica della ghiaia che vi si deposita nel tempo creando i presupposti per le ultime e rovinose esondazioni. Gli enti preposti hanno deciso interventi consistenti sull’alveo dell’Adda, concentrati però nella zona a ridosso del lago di Corno, sino alla confluenza del Brembo. La ragione? Dagli enti locali non sono giunte richieste per interventi più a valle! E' invece quanto chiedono da tempo i Comitati degli Alluvionati che hanno individuato, assieme ai pescatori dilettanti - non era difficile: è stato sufficiente fare a ritroso il percorso dell’Adda verso nord, diverse zone nelle quali i materiali depositati dal fiume hanno creato vere e proprie montagne di sabbia e ghiaia. Se dovessero verificarsi ancora alluvioni bibliche, è possibile già individuare i punti nei quali l’argine non reggerà. Qualche intervento minimale di regimazione dell’Adda è stato fatto a Rivolta d’Adda, ma nel Lodigiano si è lasciato tutto come prima su indicazione anche degli “esperti” del Parco Adda Sud che ha finito per bloccare persino l’asportazione delle piante divelte dal fiume e abbandonate lungo le rive. Ce n'è quanto basta per tornare ad alzare la voce nei confronti delle istituzioni pubbliche locali e sovraterritoriali.

(FB)

 

Da IL CITTADINO del 6 03 04

A 470 giorni dall’alluvione Lodi è ancora senza gli argini 

Sono passati 470 giorni dalla piena dell’Adda quando Lodi finì sott’acqua e gli argini non ci sono ancora.

 

«A 470 giorni dall’alluvione non c’è alcuna nuova difesa» 

I conti li hanno fatti i promotori del comitato alluvionati: sono passati 470 giorni dalla piena dell’Adda, del novembre 2002, quando la città finì sott’acqua dopo giorni di pioggia a cui seguirono settimane di polemiche e di accuse. Un rimpallo di responsabilità che dura ancora oggi e non ha trovato un ordine preciso e un filo comune, con i cittadini che si sono riuniti in gruppi e comitati e le istituzioni che presentano studi e progetti, difendendosi a vario grado dalle accuse di immobilità e inefficienza. Giovedì prossimo, allo scadere dei 470 giorni appunto, il Comitato alluvionati Lodi (quello della riva destra per intenderci) terrà un’assemblea pubblica (alle ore 21, presso l’oratorio del Borgo), per tirare le fila e mantenere compatto il fronte di chi ha subito danni o vuole capire qualcosa in più di quella disastrosa piena del novembre 2002. «Il tempo sta passando - dice Domenico Ossino, coordinatore del Comitato -, sono stati presentati alcuni studi e delle ipotesi di progetto per il fiume. Tutte cose che l’amministrazione comunale o gli organismi tecnici responsabili hanno elaborato autonomamente. Ci sono stati lavori, promesse, le proposte fatte dai comitati e quelle fatte da altri, insomma è arrivato il momento di riordinare le idee e noi abbiamo intenzione di farlo confrontandoci tra noi, come abbiamo fatto in tutto questo tempo, perché crediamo che le proposte e i progetti non debbano ignorare il parere delle persone che abitano lungo il fiume o hanno subito danni dall’alluvione». Il comitato ha invitato all’assemblea di giovedì tutte le istituzioni, dal sindaco di Lodi al prefetto, compresi i sindaci dei comuni che si trovano lungo l’asta dell’Adda. I promotori del gruppo hanno anche già distribuito una documentazione fatta da un tecnico di fiducia, realizzata sui corsi d’acqua lombardi, mentre allo stesso tecnico, il dottor Nicola Bonelli, hanno commissionato una relazione più precisa sull’Adda e sul rischio di nuove esondazioni per il futuro. «Il discorso deve essere affrontato seriamente e una volta per tutte - dice Ossino - questa assemblea, ad esempio, era stata fissata da settimane in marzo perché per la fine di febbraio doveva arrivare lo studio di fattibilità realizzato dall’Aipo (l’Autorità di bacino), così come era stato stabilito nell’ultima riunione tenuta in regione e a cui i comitati avevano partecipato proprio sotto la guida di Aipo e istituzioni. Anche questa scadenza è invece slittata e il timore è che con l’andare del tempo vengano rimandate all’infinito anche le opere che invece sono inderogabili. Se in questo inverno, per fortuna, non ci sono stati danni non significa che non ci sia nulla da temere in vista della primavera». L’invito diramato dal Comitato alluvionati (che nel frattempo si è dato uno statuto ed è costituito legalmente) è esteso naturalmente anche agli animatori degli altri comitati cittadini che in questi mesi si sono formati per tenere sotto controllo le vicende legate alla piena.

Lucio D’Auria

 

Da LA TRIBUNA DI LODI del 6 03 04

Quest’anno, fortunatamente, l’Adda non ha fatto danni. Rimane però alta la vigilanza dei comitati degli alluvionati sull’esigenza di interventi preventivi

Occupiamoci dell’Adda fin che siamo in tempo

di Domenico Ossino*

Nel dicembre del 2003 la Regione ha autorizzato l’escavazione di 930mila metri cubi di materiale da estrarre dagli alvei dei fiumi. La quasi totalità delle escavazioni – 850mila mc – è riferita al solo bacino dell’Adda, di cui 719mila mc al tratto compreso tra il lago d’Olginate e la confluenza del Brembo, all’interno del Parco Adda Nord; in particolare tra Olginate e Paderno le ruspe potranno rimuovere dal fondale del corso d’acqua ben 500mila mc di ghiaia, sassi, sabbia e terra.

Il provvedimento licenziato poco prima di Natale, è dettato dalla necessità di mettere in sicurezza da inondazioni e straripamenti le zone attraversate dai fiumi.

Per natura, l’emissario di un lago non è in grado di trasportare grandi quantitativi di materiale solido, riscontrato, però, che sono più di 20anni che non sono concessi ed effettuati interventi di questa natura, riteniamo positiva la delibera adottata.

Risulta essere della massima attenzione però, l’esigenza di sicurezza dall’attraversamento dell’Adda a Lodi e Rivolta, in cui il fiume scorre appena sotto il piano campagna.

Constatato che la delibera all’oggetto riporta “preso atto che le Sedi Territoriali di Brescia, Cremona, Lodi e Mantova non hanno ritenuto di segnalare interventi” ci si interroga perché e si fa istanza che uguale intervento di regimazione idraulica mediante l’escavazione del materiale inerte, al fine di eliminare i potenziali pericoli d’esondazione e ripristinare il regolare deflusso dell’Adda, avvenga anche nel tratto urbano di Lodi (come già in parte avvenuto a Rivolta).

Accertato che la rete idrografica dell’Adda si è innalzata di quota e che buona parte è pensile rispetto al territorio, essa non è più in grado di drenare l’acqua del rispettivo bacino nel Po. Da qui il pericolo per il territorio che attraversa, di essere sommerso dalle alluvioni ed ancor peggio dalla ghiaia che vi trasporta, anche con piene di modesta portata e di ritorno annuale.

Gli effetti di questa situazione anomala si sono già visti nelle scorse alluvioni, dal ’94 in poi, e si vedranno ancora, sempre più catastrofici negli anni a venire, se non si provvede tempestivamente ad una pulizia radicale degli alvei e non si ripristina un minimo d’equilibrio tra territorio e rete idrografica. Allo stato e probabile che tutta la pianura padana, fra non molti anni debba essere evacuata, da persone e cose.

Sicuramente interventi con rialzo d’argini e/o idrovore non possano salvarci.

Per questo, nasce la necessità d’interventi radicali nell’alveo del Po (come con forza e a gran voce da qualche tempo reclamano anche i Sindaci rivieraschi del Lodigiano, Pavese e Cremonese).

Il nostro comitato non può far altro che invitare anch’esso ad interventi risolutori non solo sull’Adda, ma soprattutto nell’alveo del Po, in particolare alla foce dell’Adda stessa.

Nell’incontro del 15 gennaio scorso, tenutasi a Lodi, è stato assunto l’impegno entro fine febbraio di presentare il “Piano stralcio per l’asta del Fiume Adda”, e la stesura di progetti a difesa del tratto urbano di Lodi (AIPO). Per questo auspico che le nostre riflessioni e indicazioni siano tenute nella massima considerazione.

*Presidente Comitato alluvionati Onlus

 

Assemblea Pubblica

giovedì 11 marzo 2004 - ore 21.00

a Lodi in Via Padre Granata

presso l’Oratorio del Borgo

Alluvione 2002, 470 giorni dopo: cosa è cambiato?

“Se hai da trattare delle acque o dei fluidi, consulta prima l’esperienza poi la ragione” (Leonardo Da Vinci)

… IL FIUME ADDA A LODI…

… i progetti…

… i lavori…

… le promesse…

… le NOSTRE PROPOSTE…

L’Assemblea è aperta a tutti i cittadini, le istituzioni, le forze politiche, imprenditoriali e sociali; sarà un occasione di partecipazione democratica, per illustrare il quadro delle iniziative pubbliche e le aspettative dei cittadini.

 

Da IL CITTADINO del 8 03 04

«Fermare la trasformazione del Lodigiano per evitare altre future disastrose piene» 

A più di un anno dall’alluvione del novembre 2002 un dato è certo: ancora oggi le aree del Lodigiano a rischio di esondazione sono moltissime. Così, per far luce sui motivi alla base dell’emergenza e sulle effettive possibilità di intervento, alcuni tra i principali esperti del territorio si sono dati appuntamento sabato al convegno “Il fiume Adda e il nostro territorio”, organizzato dal Pri e tenutosi presso il ristorante Isola Caprera. Lo scenario è allarmante: «La nostra - ha spiegato durante il suo intervento Ettore Fanfani, direttore del Consorzio bonifica Muzza bassa lodigiana - è una “terra d’acqua” unica al mondo, fino a poco più di un secolo fa caratterizzata dalla presenza di numerosi acquitrini. Negli ultimi sessant’anni, però, il novanta per cento del territorio è stato occupato in modo scellerato: sono stati realizzati interventi di urbanizzazione senza una programmazione specifica in merito alle risorse idriche; sono aumentati esponenzialmente gli scarichi fognari nell’Adda, nel Lambro e nel Po; e i canali sono stati tombinati, ristretti e chiusi indiscriminatamente». Così, complici le mutazioni climatiche - per cui la temperatura è aumentata di un grado e le precipitazioni si sono concentrate in determinati periodi dell’anno - e la presenza di modesti insediamenti industriali con importanti attività energetiche, il risultato di tanto “progresso” è stato tristemente sotto gli occhi di tutti. Che fare, quindi? Quali sono i possibili interventi per difendersi dall’attuale rischio alluvione? «Innanzi tutto - ha affermato Fanfani - bisogna fermare la trasformazione del territorio». Ma anche le soluzioni tecniche non mancano, come ha aggiunto l’ingegnere idraulico Silvio Rossetti: «Si pensi alle vasche volano, delle grandi casse per l’accumulo dell’acqua. Purtroppo, però, la realizzazione di queste casse è costosissima e necessita di molti anni, mentre noi non siamo nelle condizioni di attendere. Per questo occorre muoversi in due direzioni alternative: agire affinché la portata dell’acqua sia minore o, qualora ciò non sia possibile, aumentare le difese. Questi interventi sono indifferibili ed assolutamente urgenti». Posto che per la sponda sinistra del fiume i finanziamenti sono già disponibili, rimane aperta la questione della riva destra, «per cui si potrebbero realizzare delle chiaviche - ha aggiunto Rossetti - che non comporterebbero conseguenze negative per le altre zone, con variazioni del livello dell’acqua dell’ordine di due centimetri. Un valore praticamente nullo, se si considera che le intumescenze della piena sono di circa quindici centimetri. Così, due centimetri in più per la riva sinistra corrisponderebbero a sessanta centimetri di salvezza al Pratello». Importante è inoltre l’azione di controllo e monitoraggio: «A fronte dell’esperienza dell’autunno del 2002 - ha spiegato Fanfani - possiamo affermare con certezza che la previsione è possibile: infatti, in occasione della piena del venerdì successivo all’alluvione, siamo stati in grado di calcolare con ampio anticipo ed esattezza l’ora della piena e il livello che l’acqua avrebbe raggiunto. Tuttavia, manca un sistema di monitoraggio che consenta di raccogliere i dati in tutto il bacino. Infatti, idrograficamente il nostro territorio non coincide con la provincia di Lodi: il Lodigiano idrografico si insinua tra Adda, Lambro e Po. E come si fa a calcolare l’idraulica in base alle differenze politiche ed amministrative?». Per questo il Piano di assetto idrogeologico dell’Autorità di Bacino, sulla base di quanto indicato da Gianezio Dolfini (presidente della Comunità Padana della Camera di Commercio e membro del Comitato di consulta dell’Autorità di Bacino), «considera fondamentale il coinvolgimento degli attori locali, tra cui, in particolare, le province, chiamate a svolgere un ruolo prioritario». E dall’azione di coordinamento potrebbero senza dubbio discendere risultati importanti per fermare le piene. Ma forse ciò che più conta è, ancora una volta, il recupero di un patrimonio di conoscenze, «di quella cultura dell’acqua - ha concluso Fanfani - per cui la scienza è l’unica possibilità che abbiamo, al fine di avere un confronto corretto con il nostro fiume».

Elisa Crotti

 

Da IL CITTADINO del 09 03 04

Il consorzio di comuni e privati oggi alla prova della regione, il servizio partirà quest’estate, attracchi nelle oasi del Parco

Navigare l’Adda, il sogno si concretizza

Da Bertonico a Maleo, ventidue chilometri in battello sul fiume

Una giornata importante quella odierna per il consorzio “Navigare l’Adda”, costituito dal Parco Adda Sud, dall’Azienda Porti di Cremona-Mantova e dai comuni di Castiglione d’Adda, Camairago, Bertonico, Pizzighettone, Formigara, Gombito e Montodine. Il presidente Carlo Pedrazzini, sindaco di Gombito, e il suo vice Pietro Cremonesi avranno oggi un importante incontro in regione Lombardia per dare fiato ai progetti dell’ente che ha accolto al suo interno anche tre soggetti privati come la Tenuta del Boscone, l’armatore Salvatore Molinaro e la società ricreativa Nec Ente di Cremona.«Finora - commenta Attilio Dadda, presidente del Parco Adda Sud - sono stati gli enti pubblici i motori principali dell’iniziativa che consentirà di navigare nella prossima primavera e in estate lungo un tratto di 22 chilometri di fiume: il tutto in meno di un anno dalla costituzione del consorzio». Un’imbarcazione in grado di ospitare un centinaio di passeggeri circa intraprenderà dunque nella tarda primavera prossima la navigazione turistica sull’Adda nel tratto fra Pizzighettone e Gombito, toccando le rive lodigiane di Maleo, Castiglione d’Adda, Camairago e Bertonico. Per l’anno 2005 si punta invece decisamente verso Lodi: «L’obiettivo - conferma Dadda - è quello di estendere la navigabilità sino al capoluogo lodigiano, realizzando in particolare un attracco laddove sorgerà la foresta di pianura Valgrassa: non occorrerà alcun intervento di regimazione idraulica del fiume, si tratta soltanto di rivedere il calibro dell’alveo fluviale; sarà necessario cioè sagomare un canale di navigazione spostando semplicemente alcune decine di centimetri di materiale inerte, senza asportarlo dal fiume. In prospettiva futura auspico un collegamento con il Parco Adda Nord per ampliare il raggio della navigazione verso il tratto più affascinante dell’Adda che tra Imbersago e Trezzo assume le sembianze di un torrente fra alte rive». E poi c’è un sogno: «Speriamo di poter recuperare una imbarcazione dei primi del Novecento - conclude Dadda - che andrebbe dunque a costituire la nostra nave ammiraglia».Naturalmente si punta principalmente sul turismo domenicale dalle grandi città, ma anche al turismo scolastico e si strizza l’occhio agli amanti della natura per una fruizione quanto più possibile eco-sostenibile della stessa. Così si rivela interessante la possibilità di combinare proprio a Pizzighettone il trasporto su rotaia in treno con quello in barca sull’Adda, mentre il centro visite del Parco Adda Sud a Castiglione d’Adda con le sue cicogne e la tenuta naturale del Boscone a Camairago costituiscono attrattive significative per il turista che può trovare valore aggiunto nella navigazione fluviale; non a caso sono già stati predisposti i progetti per due attracchi in queste località.Intanto la provincia di Cremona sta lavorando per attivare una flotta di dieci navi che possano solcare l’Adda e il Po nel prossimo futuro: «I tempi sono maturi - sostiene l’assessore cremonese Fiorella Lazzari - per stabilire il contingente e pianificare con i comuni interessati le esigenze per l’autorizzazione al trasporto. Entro fine anno, si completano infatti le infrastrutturazioni per gli approdi e la navigazione turistica sui nostri fiumi può prendere nuovo respiro».

Daniele Perotti

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 9 03 04

Alluvione - 1 I progetti restano sulla carta

La Signora Cecchi, alluvionata come la stessa si definisce, e che il sottoscritto non ha mai avuto il piacere di conoscere, esprime, in una lettera a questo giornale, alcune opinioni e perplessità sull’operato dell’Amministrazione Comunale in città.

Segue una risposta del Sindaco che taccia la signora di appartenere ad una coalizione politica che non è la stessa della maggioranza e quindi… non merita una pubblica risposta!

Mah, e perché mai? Mi pare che sarebbe opportuno rispondere alle critiche con i fatti, ognuno dovrebbe essere degno di risposta a maggior ragione se le “critiche” sono rivolte ad una Pubblica Amministrazione. Anzi potrebbe essere l’occasione per smentire ciò che si ritiene dettato “da una pregiudiziale  posizione politica”.

Non entro nel merito delle considerazioni contenute nella lettera della signora Cecchi per quanto riguarda i giudizi estetici su alcuni lavori che sono in corso in città (anche al sottoscritto non sembrano intonate all’ambiente circostante le mazze da baseball ed i funghetti seggiolino in Corso Umberto installati per evitare la sosta d’automezzi –ma non tutti…qualche posto si è “salvato”- e pure appare stonata la quantità spropositata di paracarri nella nuova Piazza Ospitale dove la corsia che collega Via Serravalle con Via XX Settembre è così stretta da impedire il passaggio dei mezzi di soccorso quando vi sostano gli automezzi delle linee urbane o, peggio, quando si forma una colonna con un furgone fermo in quel tratto) perché…: de gustibus non est disputandum…

Mi farebbe comunque piacere conoscere almeno qualcuno di quei “moltissimi cittadini” che hanno espresso giudizi positivi sulle passerelle del ponte e delle relative muraglie in cemento armato.

Vengo ora al nocciolo della questione, le opere necessarie alla sicurezza degli alluvionati. E’ vero che, per quanto riguarda la riva sinistra, vi sono due progetti che dovrebbero mettere in sicurezza la zona ma è anche vero che per quanto riguarda la pista ciclabile/argine sulla SP 25 i lavori dovrebbero iniziare in maggio (vedasi progetto preliminare del settembre 2003), dato che siamo a marzo già da qualche giorno ho smesso di ricordarlo agli alluvionati perché mi guardano con sguardo di compatimento dal quale traspare: “ma tu ci credi veramente?…”.

E‘ anche vero che nella riunione di gennaio ci furono tanti buoni propositi ma dove sono finiti? Magari nel frattempo è stato fatto molto ma perchè non mettere al corrente degli sviluppi gli alluvionati? Perché lasciare il fuoco acceso sotto il pentolone in ebollizione?

L’argine ex Sicc invece è un vero miraggio, seppur progettato ben prima della tragica alluvione del 2002, ha continuato a “galleggiare” nell’aria o, meglio dire, sull’acqua ed ancora oggi non solo non abbiamo una data per l’inizio lavori ma le notizie, indirette ed ufficiose… ne avessimo di notizie ufficiali…, che arrivano, fanno apparire quest’opera dai contorni poco delineati e ben al di là da venire. Signor Sindaco può indicare agli alluvionati una data di inizio lavori?

E mentre è da quando si è iniziato a parlare della pista ciclabile sulla sp 25 , che ricordo ancora una volta non è un argine sul fiume e lascia all’Adda tutto lo spazio dal letto alla strada per la naturale espansione, che il Sindaco esprime perplessità sui “millimetri o pochissimi centimetri” di aumento della piena nella altre zone ecco che “improvvisamente” spunta sulla riva destra a ridosso del fiume un muro in cemento armato comprensivo di barriere mobili da alzare in caso di necessità e con un ulteriore “canale di sfogo per l’acqua, all’altezza della piscina Ferrabini, in grado di diminuire la pressione dell’acqua sul ponte urbano e accelerarne il deflusso”…

Grazie signor Sindaco, l’acqua che avevamo non ci bastava e ci rincuora sapere che in caso di piena ne arrivi altra sulla riva sinistra!

E ancora, si realizza un argine sul fiume in via Mattei, si costringe l’Adda nel suo angusto letto, per lasciarle libero sfogo subito a valle del ponte (via Lungo Adda e limitrofe?). Non sarebbe meglio, se si intende costruire una barriera a ridosso del fiume portarla sino fuori dal centro abitato?

Potrebbe anche essere che queste preoccupazioni siano dettate da “ignoranza”, questi nuovi progetti li ho appresi dalla stampa… ma, se così fosse, e gli alluvionati se lo augurano, cosa costerebbe metterli al corrente e tranquillizzarli? Cosa sarebbe costato dir loro: cari concittadini facciamo un canale che vi porta l’acqua della piena ma state tranquilli perché…..ecc. ecc.

A quasi un anno e mezzo dall’alluvione non abbiamo ancora visto neppure un ometto con secchiellino e palettina (di quelle che si usano in spiaggia…) per rimediare ai guai e viviamo sperando. Potrebbe venire allora spontanea una considerazione: ha forse ragione la maggior parte degli alluvionati che preme, oggi ancora più di allora visti i risultati, per una “linea dura”? A Scanzano Ionico i problemi sono stati risolti in quattro e quattr’otto e noi invece no, siamo qui a dialogare e a cercare di costruire… ma per costruire bisogna anche usare calcestruzzo ed il tempo del calcestruzzo dovrebbe essere già arrivato almeno da qualche mese.

Sono passati una primavera ed un autunno, sta per iniziare una seconda primavera, ma non illudiamoci, i lodigiani sanno bene che, prima o poi, il fiume s’ingrosserà a dismisura e allora temo che questa gente, se i progetti saranno ancora belle linee disegnate solo sulla carta, non la terrà più nessuno.

Carlo Bajoni Lodi

 

Alluvione – 2 Questa non è una città contenta

Ho letto su questo giornale di giovedì 4 marzo la replica del Sindaco alla signora Cecchi.

Sono certa che la destinataria della missiva saprà rispondere, se lo vorrà, in maniera opportuna.

Come persona residente a Lodi, mi sento sollecitata a rivolgere qualche parola al primo cittadino.

Difendersi attaccando già di per sé non è atteggiamento che indica grande sicurezza di sè e delle proprie teorie, ma piuttosto rivela assenza di contenuti. E una visione della realtà (questo sì) resa miope dai colori politici.

Quello che ha detto la signora è in verità, piaccia o no, sulla bocca di tanti cittadini di Lodi. A prescindere dagli schieramenti della politica (che francamente per tanti lodigiani non costituisce ragione di vita, come invece per chi ha fatto della politica una professione).

Di questo sarebbe meglio tener conto, invece che dilungarsi in sterili, e controproducenti, attacchi personali.

Lodi non è una città contenta.

Ne prenda atto il sig. Sindaco e se, come sembra, è circondato da adulatori, se li scrolli di dosso e scenda tra la gente. Potrà così percepire la sincerità delle loro voci.

Cordialmente

Carmen Ansi LODI

 

Da L'ECO DI BERGAMO del 10 03 04

Scavi per 30 anni, il monte Giglio resiste

Accordo con Italcementi: la cresta collinare non si tocca, il cantiere si svilupperà in larghezza e profondità

CALUSCO D'ADDA «Abbiamo raggiunto un'intesa con la società Italcementi, firmando un protocollo d'intesa sulla cava del monte Giglio. La cresta della collina verrà salvaguardata, gli scavi continueranno ma in larghezza e profondità». Così il sindaco di Calusco d'Adda, Rinaldo Colleoni, ha informato l'intero Consiglio comunale sulla conclusione della vicenda che interessa anche i paesi limitrofi di Carvico e Villa d'Adda.

La vicenda ha avuto inizio alla fine del 2000, cioè quando il piano cave giunse a scadenza dei termini e quello rinnovato per il triennio 2000/2003 prevedeva l'allargamento della cava con l'escavazione delle creste delle cime collinari oggi ricche di vegetazione, abbassandole di ben 15 metri. Tale intervento da parte dello stabilimento dell'Italcementi avrebbe messo in mostra il cantiere della cava creando problemi di rumorosità e anche di polvere, nonché qualche tremolio nelle case per lo scoppio delle mine. In particolare questi disagi avrebbero interessato le abitazioni di Carvico e di Villa d'Adda, oggi protette da questa naturale «cresta» verde. Inoltre, la società Italcementi aveva presentato alla Regione Lombardia uno studio di impatto ambientale (Sia) che prevedeva di poter continuare lo sfruttamento della cava del monte Giglio per altri settant'anni. Seguì poi la valutazione di impatto ambientale (Via).

I tre Comuni (Calusco, Carvico e Villa d'Adda) si mossero immediatamente con un loro staff di tecnici e la Regione Lombardia ridusse a dieci anni il periodo di escavazione. Con la scadenza del triennio 2000/2003 i Comuni espressero le loro intenzioni, ovvero di far chiudere la cava dell'Italcementi entro vent'anni e di consentire l'afflusso del materiale necessario alla cementeria con le cave di Collepedrino. Inoltre, nella richiesta, si chiedeva anche di diminuire le quantità cavate per la salvaguardia ambientale.

La società Italcementi rispose che la marna del monte Giglio era indispensabile per la produzione del loro prodotto. Gli incontri avuti hanno portato a un accordo che alla fine dello scorso anno è stato sottoscritto dai tre Comuni e dalla società Italcementi per la durata di altri trent'anni. Un patto che dà il via libera all'allargamento della cava ma senza toccare i crinali della collina. Nella prima fase, della durata di 10 anni, verrà allargata la cava verso Carvico e Villa d'Adda estraendo 300.000 metri cubi l'anno, mentre nella seconda fase, della durata di vent'anni, la cava scenderà dagli attuali 300 metri sul livello del mare toccando 240 metri, cavando sempre 300.000 metri cubi l'anno. Durante queste fasi si interverrà gradualmente al ripristino ambientale delle zone non più interessate agli scavi.

Inoltre, la collinetta artificiale verso Vanzone, creatasi negli anni dagli scarti ammucchiati, e dove è nata una rigogliosa vegetazione, verrà mantenuta come «muro» di protezione tra le abitazioni e la zona di lavorazione. La domanda di diversi consiglieri, al termine dell'illustrazione da parte del sindaco di Calusco d'Adda, è stata: dopo i trent'anni la cava chiude? E Rinaldo Colleoni ha risposto: «Ci penseranno i nostri successori».

Angelo Monzani

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 10 03 04

LODI Non erano critiche tendenziose

Lettera aperta al sindaco di Lodi:

«Egregio signor sindaco, le sono grata per la sua risposta alla mia lettera pubblicata dal «Cittadino » il 19 febbraio 2004, ma proprio non mi riconosco nella signora «le cui simpatie politiche si intuiscono in modo trasparente», le cui critiche sono tendenziose e suggerite da «referenti politici». In tutta franchezza, devo confessarle che mi sono fatta una bella risata, immaginando anche le facce incredule dei miei ex colleghi di scuola e dei miei ex alunni. «Vuoi vedere che la professoressa Cecchi, adesso che è in pensione invece di continuare ad occuparsi di animali, di fiori, di arte e di storia, si è data alla politica? Ha subito proprio un cambiamento epocale!». Niente di tutto questo! Chi mi conosce sa che sono del tutto affrancata dal mondo politico o, meglio, dai vari partiti politici: la Margherita, il Garofano, l’Ulivo, la Quercia sono piante che - a parte la quercia - coltivo nel mio giardino. Per il Triciclo sono cresciutella e Forza Italia per me significa: «Fatti forza, Italia, se vuoi superare i tempi bui che stai vivendo!». E qui mi fermo, tralasciando gli altri schieramenti politici. L’osservazione critica dell’attualità e della realtà locale negli aspetti positivi e in quelli negativi è sempre stata una costante nel mio privato e nel sociale - leggasi “insegnamento nella scuola pubblica”. I miei alunni, anche i più giovani, hanno appreso da me l’abitudine civica di mettere in discussione tutto ciò che appariva scontato o imposto d’autorità. La lettura comparata dei quotidiani, i lavori sul dialetto lodigiano, sulle tradizioni e i mestieri scomparsi, sulla storia di Lodi, su Paolo Gorini, sull’arte locale - lavori concertati con validi colleghi – sono stati strumenti di analisi critica della realtà di Lodì, cosi come le fotografie scattate dagli alunni ai degradati giardini all’italiana del passeggio, alle rive dell’Adda e ai quartieri del Borgo e della Maddalena... Così ora da pensionata, avendo più tempo a disposizione, dopo aver coltivato il mio giardino ed essermi presa cura dei miei famigliari e dei miei gatti, noto con maggiore incisività le cose che non vanno nella mia città e i mancati o inopportuni rimedi. Dopo l’iniziale sorpresa divertita, causata dal ritratto che lei ha fatto di me, è subentrata una forte arrabbiatura, per avere lei scambiato osservazioni suggerite dal buon senso e dall’evidenza dei fatti, con tendenziose prese di posizione politiche, dettate «dalla campagna elettorale ormai iniziata». Possibile che una comune cittadina, che avanza critiche, peraltro condivise da altre persone in lettere inviate al «Cittadino», debba essere etichettata come avversario politico o, peggio, come un burattino manovrato da qualcuno? Cordiali saluti».

Annamaria Cecchi Lodi

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 11 03 04

DIFESA DEL SUOLO

Ultimo appello degli Alluvionati agli Enti Locali

Egregio Direttore, ho già invitato tramite e-mail all’assemblea pubblica “Alluvione 2002, 470 giorni dopo: cosa è cambiato?organizzata dal Comitato che rappresento il C.Al.Lo del 11 marzo prossimo venturo alle ore 21.00, presso il salone dell’oratorio del Borgo Adda a Lodi, la maggior parte degli amministratori locali, e con questo appello tramite il giornale da Lei diretto mi rivolgo nuovamente a loro ed estendo l’invito a tutti quegli amministratori di cui non possiedo un indirizzo elettronico ed a quanti stanno accingendosi a candidarsi alle imminenti elezioni amministrative per la nostra provincia e i comuni.

Rivolgo il presente appello, al fine di richiamare la loro attenzione sul rischio idrogeologico incombente, su tutto il tratto (e non solo) del nostro territorio attraversato dai fiumi Adda e Po, a causa della mancata ordinaria manutenzione idraulica, pulizia degli alvei e della miope politica sulla Difesa del Suolo, praticata negli ultimi 20-30 anni in Italia.

L’assemblea sarà occasione per esporre  secondo ragione da parte dei cittadini, supportati da tecnici capaci e da chi, da sempre ha vissuto il fiume le diverse problematiche, facilmente riscontrabili presso l’Adda e il Po; problematiche e considerazioni che possono indurre alla comprensione del pericolo ed alla riflessione sul da farsi.

Prima di noi altri hanno trattato questo scottante tema; i Sumeri, gli Accadi, gli  Assiri e i Babilonesi....... e poi i Monaci cistercensi, Leonardo Da Vinci, che ci ha lasciato questo monito:  Se hai da trattare delle acque o dei fluidi, consulta prima l’esperienza poi la ragione”, o ancora “L’Acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la Terra in perfetta sfericità, s’ella potesse”.

Gran parte della rete idrografica di pianura si è innalzata di quota, e buona parte di essa è pensile rispetto al territorio. Da qui il pericolo, per il territorio in pianura, di venire sommerso dalle alluvioni ed ancor peggio dalla ghiaia che vi trasportano: anche con piene di modesta portata e di ritorno annuale.

Gli effetti di questa situazione anomala si sono già visti, in Pianura Padana, nelle scorse alluvioni, dal ’94 in poi, in particolare a Lodi nel 2002 e si vedranno ancora, sempre più disastrosi, negli anni a venire, con gravi conseguenze per l’economia e la pubblica incolumità.

Se non si provvede tempestivamente ad una pulizia radicale degli alvei e non si ripristina un minimo di equilibrio tra territorio e rete idrografica, tutta la pianura padana dovrà essere evacuata, fra non molti lustri, da persone e cose.

E non ci sono idrovore o argini che possano salvarci. 

Vi invito a riflettere e a non sottovalutare il pericolo che pavento. Liberatevi, se ne avete, dei falsi pregiudizi “ambientalisti” e guardate alla cruda realtà del vostro territorio. La sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dei loro beni rientrano tra le vostre competenze e responsabilità.

Non è assolutamente pensabile che “i fiumi evolvano secondo natura”, come sostengono gli ambientalisti. Perché ciò possa avvenire bisognerebbe restituire al Po la pianura padana, e sgomberarla dei 16 milioni di cittadini, che ci vivono e lavorano, e di tutte le loro Cose.

Molte delle problematiche che assillano il nostro territorio sono illustrate nella lettera sulla Difesa del Suolo, di Nicola Bonelli. Lettera di cui consiglio la lettura perché aiuta ad approfondire, a comprendere ed a riflettere sui fenomeni che avvengono intorno a noi, e non solo quelli naturali. Lettera già inviata a tutti gli amministratori, pubblicata sul sito del nostro Comitato,    www.nautilaus.com/alluvionati.htm nonché su: http://xoomer.virgilio.it/fontamara/ .

Questo ed altro ci deve far riflettere!

L’Assemblea è aperta a tutti i cittadini, le istituzioni, le forze politiche, imprenditoriali e sociali; sarà un occasione di partecipazione democratica.

State preparando i programmi elettorali, questa è una occasione per capire cosa i cittadini si aspettano da voi in fatto di gestione dell’acqua, dell’aria e del territorio.

Noi saremo alle prossime elezioni presenti a "ringraziarvi" oppure a "castigarvi": questo dipende da voi e dai vostri comportamenti. Noi siamo un grande Comitato con alleanze e collaborazioni di altri Comitati e promotori in altre province e regioni, oggi queste alleanze e collaborazioni formano una vera forza di preparazione, capacità tecniche e intelligenze a livello nazionale e se ci accorpiamo come unico "movimento" politico per la nostra tutela e quella del territorio, potreste trovarvi di fronte ad un forza dura da battere e molti voti in meno a vostra disposizione. Sappiate che il termometro elettivo in questo momento nei territori colpiti da alluvioni e ad alto rischio idrogeologico nelle diverse regioni del nord è nelle nostre mani. Provate ad andare a chiedere i voti a chi ha perso tutto e non ha ancora ricevuto sufficienti rimborsi e garanzie sulla messa in sicurezza del territorio, che vive nel terrore che “riaccada”, che scruta e osserva con livore continuamente il vostro operato in tal senso”.

L’articolo 2 della legge 365 del 11.12.2000 (Attività straordinaria di polizia idraulica e di controllo sul territorio), emanata non a caso subito dopo l’alluvione dell’ottobre 2000 in Piemonte, stabilisce una serie di accertamenti – da farsi a cura dei vari Enti competenti sul territorio tra cui la Provincia e i Comuni – finalizzati all’individuazione delle situazioni di pericolo.

Consentire alle persone di vivere in quelle aree, senza fare qualcosa per ridurre quel rischio, è come consentire l’uso di un’abitazione, già danneggiata dal terremoto, che sicuramente crollerà con la scossa successiva. Tenere poi i cittadini all’oscuro del rischio che corrono, è ancora più grave e immorale.

Faccio appello al vostro senso di responsabilità. Saluto distintamente.

Domenico Ossino

Presidente C.Al.Lo

c.al.lo@tin.it

 

Da IL CITTADINO del 13 03 04

Sotto accusa lo sbarramento a valle del ponte, che rallenta il fiume e impedisce di smaltire i sedimenti portati dalla corrente 

«Il letto dell’Adda va abbassato di tre metri» 

Lo chiedono gli alluvionati: «È l’unico modo per evitare altri disastri» 

È un grido unanime quello degli alluvionati lodigiani delle due sponde dell’Adda, riuniti giovedì sera all’oratorio del Borgo per fare il punto su ciò che finora è stato fatto a loro difesa: per evitare nuove alluvioni e mettere in sicurezza tutta la città bassa bisogna dragare il fondo del fiume di almeno un paio di metri. Una richiesta non nuova da parte di chi ha subito i danni dell’alluvione del novembre 2002, che questa volta è stata suffragata dai risultati di uno studio tecnico commissionato da Domenico Ossino, presidente del comitato alluvionati di sponda destra, a Nicola Bonelli, geometra di Tricarico in Basilicata. «Nel tronco vallivo del fiume - si legge nello studio -, sia per la ridotta pendenza che per l’allargamento dell’alveo, si verifica una riduzione di velocità della corrente che ne riduce la capacità di trasporto, per cui buona parte del materiale proveniente da monte qui sedimenta e si accumula». La soluzione del problema, sia a valle che a monte di Lodi, «è quindi abbassare il fondo dell’alveo dell’asta principale di almeno tre metri per tutta la sua lunghezza e larghezza, dato che negli ultimi 20 anni si sono accumulati diversi milioni di metri cubi di materiale». Ad essere messa sotto accusa per questo è la briglia a valle del ponte napoleonico, in prossimità dell’isolotto, creata negli anni ‘70 per rallentare la velocità del fiume e così mettere in sicurezza il ponte stesso, ma che di fatto, come si legge nello studio e come è stato ripetuto più volte nella serata, impedisce al materiale solido (ghiaia e sassi) di fluire a valle, andando a depositarsi sul fondo. «La verità - ha detto Domenico Ossino - è che viviamo con un fiume abbandonato ormai da vent’anni e che sta perdendo sempre più pendenza. E il risultato sono le montagne di ghiaia che si possono osservare per esempio in zona Due Acque. Siamo convinti che il sistema delle chiuse alle rogge di viale Milano sia solo un rimedio inutile, mentre bisogna pensare insieme un progetto definitivo, che risolva il problema una volta per tutte». Presenti alla serata erano anche il sindaco di Lodi Aurelio Ferrari (che ha espresso perplessità sulla necessità di dragare il fiume, per lo meno in territorio comunale) e gli assessori comunali Emiliano Lottargli ai lavori pubblici, Leonardo Rudelli alla viabilità e Francesco Marzorati all’ecologia. Le reazioni dei presenti, circa un centinaio, non si sono fatte attendere. «Il livello sotto il ponte di Lodi si è alzato di almeno un metro - ha detto Gianni Malacarne - mentre in zona Capanno di almeno due metri e mezzo. E poi la briglia per me è stata fatta troppo alta, addirittura più alta del livello dei piloni del ponte, fermando così tutti i sedimenti e la ghiaia che altrimenti andrebbero a valle». «Il comune ci informi mese per mese tramite la pubblicazione comunale che arriva nelle case cosa sta facendo per noi - ha aggiunto Ettore Pagani - mentre ci deve essere una parola chiara per quanto riguarda i rimborsi dei danni».

Davide Cagnola

 

IL PUNTO DEI PROGETTI

Un altro rimborso del 5 per cento con i soldi risparmiati dal bilancio

Una piccola buona notizia è arrivata a fine serata agli alluvionati presenti all’oratorio del Borgo, portata dal sindaco: entro pochi mesi infatti verrà rimborsata una parte dei danni denunciati in seguito all’alluvione, pari al 5 per cento, ma con una massimo di 800 euro. Un piccolo segnale, ha detto il sindaco, che fa seguito al rimborso del 20 per cento con un massimo di 10mila euro già versato, e che si accompagnerà al rimborso del pagamento dell’Ici riferito al 2003. «Abbiamo a disposizione un fondo di 350mila euro - ha spiegato il sindaco - frutto di un avanzo di bilancio. Ora speriamo che la regione completi i suoi conti e possa anch’essa provvedere ai risarcimenti». Ma per il sindaco è stata anche l’occasione di fare il punto su quanto il comune ha in programma di fare per la difesa spondale del fiume. «Per la sponda sinistra si uniranno i progetti del comune, fino alla rotatoria per Boffalora, e quello della provincia, da quel punto fino alla cascina Caccialanza. Riteniamo che il progetto sarà pronto prima dell’estate, in modo da procedere subito dopo all’assegnazione dell’appalto, mentre per avere i lavori ultimati bisognerà attendere un anno. Più complicato il discorso per la sponda destra, per la quale avevamo pensato a dei muretti in grado di sollevarsi a comando in caso di piena, scongiurando così l’esondazione del fiume. Ma tutte le autorità competenti (Aipo, regione, provincia, autorità di bacino) hanno fatto notare che è necessario un progetto complessivo, perché le sponde alzerebbero il livello del fiume mettendo il pericolo il ponte». Scettico invece il primo cittadino sulla possibilità di abbassare il livello della briglia. «L’effetto - ha detto - sarebbe un innalzamento della velocità che metterebbe in pericolo il ponte di Lodi»

 

 Da IL GIORNO del 13 03 04

ALLUVIONATI Il comitato in assemblea presenta il suo progetto: abbassare l’alveo fluviale

Rimettiamo l’Adda a letto

Progetti secondo i cittadini è inutile realizzare nuovi argini

LODI - Per ridurre il rischio idraulico in pianura padana bisogna avviare un programma radicale di pulizia degli alvei partendo dal Po per risalire poi all’Adda e agli affluenti. E’ quanto sostiene uno studio realizzato, su incarico del Comitato alluvionati Lodi onlus, dal geometra specializzato Nicola Bonelli  (di Tricarico in Basilicata) che il presidente e il vicepresidente de1comitato, rispettivamente Domenico Ossino e Gilberto Zampetti hanno sottoposto giovedì sera all’oratorio del Borgo all'attenzione del sindaco Aurelio Ferrari e degli amministratori presenti.

Al termine di un confronto acceso, nonostante sia trascorso un anno e mezzo dall’alluvione, è stato stabilito che il comune, dopo un’attenta verifica, risponderà con una valutazione

tecnica. Secondo lo studio è stata la briglia la causa determinante, quel 26 novembre del 2002, dell'innalzamento del livello di piena.

L’opera, realizzata nel 1980, avrebbe provocato l'innalzamento del fondo alveo di circa 4 metri; facendo da barriera avrebbe poi provocato l’innalzamento del letto in tutto, il tratto a monte. La soluzione, secondo Bonelli, sarebbe di abbassare la briglia di almeno 3 metri, raccordando a tale quota tutto l'alveo fino a Cassano. Il letto del fiume andrebbe al contempo allargato. Ma agire sull’Adda non sarebbe sufficiente perché il Po farebbe da tappo: ecco allora la necessità di partire proprio dal grande fiume, abbassando anche qui il livello di almeno o metri. Secondo Bonelli i modelli di previsione delle piene non tengono conto della portata solida, ossia dei sedimenti portati dai fiumi in piena: tali detriti deviano la corrente, provocando l'erosione delle sponde e lo scalzamento anche delle pile dei ponti e il rischio di un cambiamento di percorso.

Gli alluvionati intervenuti hanno sostenuto questa tesi: scavare il fiume, guadagnando anche qualcosa dalla. Vendita della ghiaia, anziché spendere miliardi per innalzare argini.

Tutti d'accordo infatti sul fatto che il fiume si sia innalzato: «Quando avevo 20 anni facevo i tuffi dal ponte. Oggi non - è possibile - ha detto Gianni Malacarne, 70 anni. Il sindaco ha infine ricordato gli interventi previsti: l'argine comunale all’ex Sicc, il cui progetto dovrebbe essere appaltato questa estate per poi essere pronto nel 2005-06, quello provinciale sulla strada per Boffalora, l’argine in sponda destra (in via Mattei, che metterebbe al sicuro l’80% della città bassa) per il quale i tecnici Aipo Autorità di Bacino si incontreranno lunedì prossimo.

Laura De Benedetti

 

IL COMUNE STA ULTIMANDO I CONTEGGI

Il sindaco promette, in arrivo risarcimenti e Ici

LODI - Il Comune elargirà un nuovo contributo per gli alluvionati: lo ha affermato giovedì sera nel corso dell’assemblea pubblica indetta dal Comitato Alluvionati Lodi Onlus il sindaco Aurelio Ferrari. «Dalla distribuzione del primo contributo - spiega – sono avanzati circa 120 mila euro a cui si aggiungono i 177 mila euro non utilizzati da imprese e privati come agevolazioni sui mutui e i 70mila euro di nostra erogazione aggiuntiva. In totale - ha proseguito - sono circa 367 mila euro. Siamo così in grado di distribuire ancora a privati e imprese un 5% del danno subito fino ad un massimo a testa di 800 euro». Anche i rimborsi lci promessi dal Comune sembrano essere in dirittura di arrivo. L'amministrazione aveva chiesto agli alluvionati, per questioni tecniche, di pagare comunque l'lei; imposta, sugli immobili, che sarebbe successivamente stata rimborsata. Nel 2003 il Comune aveva corrisposto a tutti solo un importo minimo. «E’ stato lungo e faticoso rintracciare ogni unità – spiega Ferrari – ma ora i conti sono pronti. Entro aprile saremo in grado di corrispondere agli alluvionati quanto stabilito».

L.D.B.

 

Da IL GIORNO del 14 03 04

L’INTERVENTO L’esperto contraddice il Comitato

“Ma dragare l’Adda non evita alluvioni”

PARERE “Può essere invece utile abbassare la briglia di due metri”

LODI Dragare l'Adda? Ripulire l'alveo? Una priorità secondo il Comitato alluvionati onlus che a sostegno di questa tesi, oltre al parere dei residenti rivieraschi e di qualche barcaiolo. ha sottoposto al Comune una relazione tecnica redatta da un esperto. Ma proprio Silvio Rossetti, l’ingegnere idraulico lodigiano residente sul lungofiume, che ha redatto (con lo studio di cui fa parte) per il Comune di Lodi, un paio di anni fa, il piano di assetto idrogeologico (Pai). è contrario. “A Lodi dragare è inutile -  afferma perentorio Rossetti -.

A valle del ponte il fiume si sta addirittura abbassando anche se l'opinione della gente, perché trova buche meno profonde per pescare, dice il contrario. Un esempio? La scalinata di attracco delle imbarcazioni della Canottieri. In 25 anni lì il livello dell’Adda si è abbassato di oltre 2 metri e mezzo. Hanno dovuto persino realizzare una scogliera sotto la scalinata, per reggerla. Scavare a valle significa erodere ulteriormente a monte. Per cui, come ha ribadito anche il sindaco, può essere utile abbassare la briglia di un paio di metri per far scendere il livello del fiume a monte, ma scavare in alveo è inutile. Prendiamo come esempio un catino: che sia pieno solo d’acqua oppure soprattutto di ghiaia, quando l’acqua fuoriesce lo fa sempre allo stesso livello. La buca dovuta alla draga che c’era sulla curva del fiume in prossimità del monumento ai Barcaioli una volta era profonda 30 metri; oggi è profonda 15. Ma che la buca sia piena d’acqua o di ghiaia è ininfluente: con la piena l’acqua fuoriesce sempre quando raggiunge lo stesso livello”.

Cosa ha provocato allora l’alluvione del novembre 2002, quando l'acqua ha invaso inaspettatamente interi quartieri? "Ponte e briglia hanno fatto da tappo - spiega Rossetti -. facendo innalzare il livello dell’acqua di 1 metro e mezzo. Il ponte non si può eliminare. Sulla briglia si può intervenire”. Almeno su una questione alluvionati e tecnici sono d’accordo: la briglia, realizzata nel 1980 per frenare la corsa del fiume, che. avrebbe potuto far cedere il ponte dopo che l’Adda aveva rotto in Località Casellario, e la principale responsabile delle condizioni odierne del fiume. Bisogna abbassarla. Di 4 metri secondo gli alluvionati, di 2 metri secondo i tecnici. Di certo c’è che l’Aipo (Agenzia per il Po) ha quantificato in 250mila euro la cifra necessaria per la sua sistemazione (tra i problemi la profonda buca sotto la briglia che porrebbe far crollare lo sbarramento). Ma senza definire modalità e tempi. Anche il sindaco ha preannunciato che, almeno nel tratto comunale di Lodi, l'alveo non si è innalzato. Comunque sottoporrà il documento ai tecnici Aipo che si riuniranno domani per studiare l'argine della riva destra.

L.D.B.

 

Da IL CITTADINO del 17 03 04

Il verdetto di Nicola Bonelli, tecnico del Comitato alluvionati: «Aumenta la velocità della corrente» 

«Abbassate la briglia, il ponte è a rischio» 

«Il ponte napoleonico è in pericolo: l’unico modo per salvarlo è abbassare quella briglia». Lo ribadisce Nicola Bonelli, il geometra lucano a cui il Comitato alluvionati si è rivolto per avere un parere idrogeologico. Bonelli, che fa l’imprenditore nel campo delle escavazioni e afferma di avere un’esperienza quarantennale nel campo dei fiumi, ritiene che la costruzione stessa della briglia a sud del ponte sia stata un errore gravissimo: «Con quello sbarramento - afferma - hanno soltanto messo in pericolo il viadotto, non lo hanno certo aiutato». La proposta di Bonelli è drastica: «Occorre abbassare la briglia di due metri, ma non solo quella di Lodi. Anche gli sbarramenti precedenti, come Rivolta d’Adda, vanno abbassati e l’alveo va ridotto di tre metri attraverso opere di regimazione, da Lodi verso nord fino almeno a Cassano d’Adda». A Bonelli non è piaciuta la replica del sindaco Aurelio Ferrari sulla sua proposta idrogeologica, cioè che l’abbassamento della briglia provocherebbe «un innalzamento della velocità della corrente che metterebbe in pericolo il ponte di Lodi». L’esperto contattato dagli alluvionati ribatte risentito alle dichiarazioni del sindaco: «Non vi è modo perché la velocità del fiume cresca, a meno che non aumenti la pendenza dell’alveo, che in corrispondenza di Lodi è dello 0,5 per cento, oppure che la sezione dell’alveo venga ristretta. Anzi, voi lodigiani avete avuto una grandissima fortuna se gli argini dell’Adda non si fossero rotti a monte, lasciando libera l’esondazione di allargarsi in più ponti, il ponte di Lodi sarebbe stato molto più in pericolo. Praticamente si è salvato per puro caso, grazie alle falle negli argini. Le esondazioni a monte, infatti, hanno ridotto la portata della piena transitata sotto il ponte, che è stata di circa 1.600 metri cubi al secondo. Con una portata di 2.000 metri cubi al secondo l’acqua avrebbe raggiunto il piano stradale con una spinta molto più forte, e dunque con maggior rischio per la stabilità del viadotto». La ricetta di Bonelli è piuttosto semplice: basta con gli argini e puntare solo sulla regimazione dell’alveo. «È un problema che avete in tutta la pianura Padana - conferma -, i livelli della rete idrica sono troppo alti e se non tornate ad abbassarli correrete rischi sempre maggiori in caso di piene disastrose». Sempre secondo il professionista lucano, senza la briglia a valle del ponte la portata dell’alluvione sarebbe stata inferiore: «Al momento della massima piena - è la sua opinione - il livello dell’acqua è stato determinato esclusivamente dalla quota di soglia di quello sbarramento: se fosse stato di due metri più basso, il livello dell’acqua sotto il ponte sarebbe stato inferiore di almeno un metro e mezzo». La stessa ipotesi su cui continua a dar battaglia il portavoce del comitato della riva destra Domenico Ossino: «Ma oltre al problema della briglia - afferma - aggiungo che le chiuse su viale Milano non vanno assolutamente fatte perché inefficaci, incomplete, irregolari e illegittime. Visto che il comune ritiene viale Milano un argine naturale, per evitare esondazioni future il livello dovrebbe essere innalzato almeno per piene con tempi di ritorno di 200 anni e cioè di almeno due metri, Tradotto in pillole, gli 800 mila euro per le chiaviche non bastano perché dovrebbero essere fatti altri interventi per almeno il doppio. Su questa ipotesi stanno collaborando con noi altri geologi ed esperti legati al Cnr».

Francesco Gastaldi

 

Da IL CITTADINO del 18 03 04

Una nuova casa per le sentinelle del Po: a Guardamiglio il centro di Protezione civile 

Domenica prossima verrà inaugurato ufficialmente il nuovo Coc (centro operativo comunale) di Protezione Civile a Guardamiglio, e cioè la casa delle “sentinelle del Po” e più in generale dei volontari chiamati a coordinare le operazioni per far fronte a qualsiasi emergenza che potrebbe verificarsi in paese. L’appuntamento per le autorità è alle ore 10 in sala consiliare presso il palazzo municipale di Guardamiglio per il saluto del sindaco Elia Bergamaschi, quindi è prevista la partecipazione alla santa Messa delle 10.30 celebrata dal parroco don Santino Rognoni che poi alle 11.30 circa benedirà la nuova struttura durante la cerimonia inaugurale nel cortile del palazzo municipale. Proprio lì ha trovato spazio l’edificio progettato dall’ufficio tecnico comunale circa due anni fa dopo la demolizione della torre-serbatoio dell’acquedotto del Cap di Milano, che aveva cessato di utilizzarla già da qualche anno. Realizzata su un unico piano, tinteggiata di colore rosso mattone in linea con lo stile del palazzo municipale, la nuova sede del gruppo di Protezione Civile coordinato da Giulio Vaselli è dotata di tutti i sistemi tecnologici per la comunicazione via-radio e può ospitare nei propri magazzini e garage tutte le attrezzature necessarie ai volontari: dalle pale alla nuova jeep per gli spostamenti sul territorio, oltre al furgone, alla roulotte e alle tende da campo. Ricordiamo che fu la grande piena del Po del novembre 1994 a stimolare i comuni lodigiani rivieraschi a organizzare gruppi di Protezione civile riuniti poi sotto un coordinamento provinciale, indispensabile perché le procedure da attivare in caso di emergenza non possono essere lasciate esclusivamente alle singole iniziative comunali: l’evacuazione di centri abitati a rischio di esondazione del Po o dell’Adda implicano la preparazione di centri di accoglienza cui destinare i cittadini sfollati. A Guardamiglio dunque il nucleo comunale di Protezione Civile è sorto nel 1995, per poi essere ufficialmente riconosciuto negli anni seguenti: ora è iscritto pure all’albo regionale. Nel corso degli anni è stata curata la preparazione dei volontari, attraverso corsi di formazione organizzati autonomamente, affidandosi a docenti esperti in varie materie, o promossi dal coordinamento provinciale. Il gruppo ha raggiunto le cinquanta unità: nei periodi di calma i volontari divisi in squadre svolgono un’attività di monitoraggio ambientale ed ecologico del territorio; attualmente sono impegnati in un censimento per l’aggiornamento del piano di evacuazione di Guardamiglio.

Daniele Perotti

 

E il prefetto ha inaugurato a Castiglione la sala operativa allestita in municipio 

Il calendario delle visite ai vari comuni lodigiani del prefetto Nicoletta Frediani prevedeva ieri la tappa a Castiglione d’Adda, con tanto di inaugurazione della moderna sala operativa del nucleo comunale di Protezione Civile allestita in municipio e dotata di un impianto di radiocomunicazione a copertura regionale. Il gruppo dei circa trenta volontari castiglionesi coordinato da Pietro Filippazzi era rappresentato da quattro referenti ai quali il prefetto Frediani ha parlato soprattutto dell’importanza dell’attività di pianificazione del rischio e del coordinamento delle operazioni da compiere in caso di emergenza. Ad accogliere il prefetto c’erano il sindaco Luca Ciccarelli e la sua giunta al completo: il vicesindaco Alfredo Ferrari, gli assessori Sergio Brambati, Lorenzo Toscani, Tiziana Bonazzi e Orsola Goldaniga; con loro il parroco don Peppino Codecasa e il maresciallo della locale stazione dei Carabinieri Antonino Macrì. «Non voglio fare polemica - interviene l’ex sindaco Franco Bassanini, capogruppo di “Progetto Castiglione” ora all’opposizione - ma la correttezza avrebbe voluto che l’amministrazione comunale invitasse almeno i capigruppo di minoranza all’incontro con il prefetto». Oltre che con gli amministratori il prefetto si è soffermato anche con i dipendenti comunali, e ha visitato la sede del distretto sanitario adiacente al municipio dove sono da poco terminati i lavori esterni di abbattimento delle barriere architettoniche. Infine la dottoressa Frediani ha voluto visitare l’antica chiesa dell’Incoronata, ammirandone le bellezze architettoniche e artistiche con gli affreschi dei Piazza, sotto la guida del parroco don Codecasa in qualità di cicerone.

 

Da IL LODIGIANO del 19 03 04

Alluvionati in assemblea

Rilanciata l’idea di una diffida agli enti gestori del bacino del Po

Ridurre il livello della briglia a valle del ponte di Lodi e dragare l’alveo del fiume: sono alcune delle proposte concrete rilanciate dal Comitato Alluvionati nel corso dell’affollata assemblea pubblica svoltasi nel salone dell’oratorio di San Rocco in Borgo a Lodi. L’incontro è stato indetto dal comitato presieduto da Domenico Ossino per fare il punto della situazione degli interventi di messa in sicurezza delle rive del fiume, a quattordici mesi dal1a violenta alluvione del novembre 2002. Cosa si è fatto in questo periodo per evitare il ripetersi di altre esondazioni dalle conseguenze dannose? Poco o nulla: questa è l’amara considerazione finale di una assemblea che ha visto il sindaco della città, Aurelio Ferrari, tentare di giustificare la sostanziale inattività degli enti preposti alla gestione del bacino idrico dell’Adda. Di fatto, solo fra un paio di anni - Adda permettendo - si procederà all’innalzamento della provinciale Lodi-Boffalora in modo da realizzare un argine secondario per le piene del fiume; sull’altro lato dell’Adda. le rive saranno rialzate quel tanto che basta per evitare altri danni per milioni di euro ai residenti lungo le sponde. Nel frattempo, il Comitato si riserva di inviare una “diffida” ai responsabili della gestione del bacino idrico lombardo: se non dovessero provvedere per tempo agli interventi promessi e l’Adda esondasse rovinosamente, la magistratura saprebbe dove andare a cercare i colpevoli. Si eviterà così di assistere ancora una volta al palleggiamento delle responsabilità tra i vari enti pubblici, cosa che continua ad indispettire quanti hanno subito danni consistenti dall’alluvione del 2002.

 

Da IL CITTADINO DEL 19 03 04.

Il dibattito 

Abbassare l’Adda? Che danno 

Non nascondo la mia sorpresa nell’apprendere dal «Cittadino» che in una riunione tenutasi in Lodi dal comitato alluvionati dell’Adda con la presenza di alcuni assessori tecnici oltreché del signor sindaco e di un fantomatico tecnico “esperto” si sia proposta, appare dall’articolo, in modo univoco, un abbassamento di “almeno tre metri” del fiume Adda al fine di ovviare alle piene di cui l’ultima del novembre 2002 particolarmente pesante. Un intervento al fondo del fiume di tali dimensioni arrecherebbe un aumento della velocità, enorme per un tratto e quindi un’erosione difficilmente prevedibile e conseguenze devastatrici su un lungo tratto di fiume. Non si considera che dagli anni 50 l’Adda, per le portate provenienti dal lago di Como, dispone in località Olginate di una regolazione a mezzo edificio di sbarramento che se regolato con sapiente previdenza può limitare i disastri avvenuti nel novembre 2002 quando il lago di Como già invasato oltre la norma è stato costretto a convogliare in Adda per alcuni giorni - tra il 25 e il 26 – portate di non meno di 800-900 mc/sec in giornate specie il 26 novembre in cui si è aggiunta l’eccezionale immissione del Brembo, corso d’acqua prealpino privo di qualsiasi limitazione, che ha provocato unito alle piogge di zona, i danni che tutti conosciamo. Si consideri che il lago di Como, se regolato, può costituire un benefico volano naturale con drastica riduzione degli svasi, aumentando la sua capacità nelle giornate critiche dovute all’enorme apporto del Brembo e così si potrebbero seriamente limitare le piene a Lodi e limitrofi. Per far ciò si devono contrastare le esigenze certamente giustificate dei rivieraschi del lago che, specie sulla costa orientale da Tremezzo a Menaggio, desiderano il lago ad un livello gradevole medio alto nel periodo turistico da giugno a settembre, esigenze che trovano alleati nei responsabili delle autorità degli Enti di Promozione Turistica. A questo si aggiungono le attenzioni dei gestori degli impianti idroelettrici di Cassano e Tavazzano che, evidentemente preoccupati dei ridotti invasi invernali, tendono a privilegiare le scorte estive facilmente accumulabili con lo scioglimento delle nevi nei periodi caldi. Così facendo si creano ogni anno le premesse per le alluvioni che purtroppo non correggendo tali orientamenti saremo costretti a subire! A questo punto è opportuno valutare come e da chi è disposta la regolazione del livello del lago di Como. L’opera d’arte costituita dallo sbarramento di Olginate è regolata da un apposito consorzio dell’Adda nel cui Consiglio di Amministrazione sono presenti tre membri di nomina ministeriale; uno della Regione, uno ciascuno delle tre province interessate, tre membri delle utenze irrigue e tre delle utenze industriali. Attualmente la Provincia di Lodi non risulta rappresentata! Si rileva comunque che manca qualche rappresentante dei comuni rivieraschi che appaiono i più interessati alla gestione dell’impianto di regolazione e pertanto in tal senso sarebbe opportuno che le Amministrazioni si adoperassero per ottenere un valido riconoscimento o comunque un rappresentante di riferimento e qualificato.

Paolo Premoli Trovati

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 19 03 04

PONTE DI LODI

Ribadisco quella briglia va abbassata

Egregio Direttore, sono Nicola Bonelli, autore del Parere sul rischio idrogeologico, redatto per conto del Comitato Alluvionati di Lodi, e da questo esaminato durante l’assemblea di giovedì scorso. Tra gli interventi da me suggeriti, in quel documento, c’è l’abbassamento della briglia a valle del ponte urbano di Lodi. Da un trafiletto del suo giornale del 13 marzo (pag. 17), ho appreso che il Sindaco Aurelio Ferrari, riferendosi al citato abbassamento, ha detto: “L’effetto sarebbe un innalzamento della velocità che metterebbe in pericolo il ponte di Lodi”. E’ chiaro che questa affermazione, oltre che mettere in dubbio la mia competenza, getta un’ombra sulla validità stessa dell’intera proposta. Conosco l’importanza urbanistica e storica di quel ponte, che merita ogni sforzo per essere salvato. Quindi non può essere messo a rischio, né da miei errori di valutazione, né da battute avventate del signor Ferrari. La salvezza futura di quel ponte, voglio ribadirlo con tutta chiarezza, dipende dall’abbassamento della briglia.  Non occorre fare calcoli complicati. Basta osservare le foto riprese durante l’alluvione, a monte ed a valle del ponte, e chiunque può rendersi conto che, al momento della massima piena, il livello dell’acqua – che in quel momento ha raggiunto la quota d’imposta delle arcate – è stato determinato esclusivamente dalla quota di soglia di quella briglia, ubicata a soli 200 metri più a valle. Se la briglia fosse stata due metri più bassa, il livello di piena sotto il ponte sarebbe stato più basso di almeno un metro e mezzo. Bisogna dire inoltre che in quell’occasione il ponte si è salvato, per puro caso, grazie alla esondazione verificatasi in più punti lungo il tratto di monte. Esondazione che ha ridotto automaticamente la portata della piena transitata sotto il ponte. Se l'Adda non fosse esondato, vi sarebbero giunti non 1.600 mc/sec  ma forse più di 2000. L’acqua avrebbe raggiunto il piano strada e la spinta sarebbe stata assai più forte, e quindi più alto il rischio. Tutto questo avrebbe dovuto consigliare l’abbassamento di quella briglia, subito dopo l’alluvione. E’ auspicabile che si provveda prima di un prossimo evento simile. Quanto all’aumento di velocità – che deriverebbe dall’abbassamento della briglia e che tanto preoccupa il sindaco Ferrari – devo intanto dire che nel nostro caso non corrisponde al vero perché vi è previsto il simultaneo abbassamento di tutto il profilo di monte. Per cui la pendenza rimarrebbe invariata, e quindi invariata la velocità. Ma va anche aggiunto che – con pendenze così minime (6x1000 in quel tratto, 1x1000 nel tratto d’Adda a valle e 0.15x1000 nel fiume Po) – un aumento di velocità sarebbe tutt’altro che nefasto. Anzi sarebbe addirittura benefico, perché, applicando la formula fondamentale dell’Idraulica (Q=SV), con una maggiore velocità si ridurrebbe la sezione e quindi si abbasserebbe il livello della piena. Egregio Direttore, nell’interesse della Città di Lodi, che certamente sta a cuore a Lei ed al suo giornale più di quanto possa stare al sottoscritto, la prego di pubblicare con dovuto risalto la presente, magari insieme alle foto cui mi riferisco, che potrà reperire presso il presidente del Comitato Alluvionati, Domenico Ossino. Potrebbe senz’altro rinfrescare la memoria e aiutare a capire. Se poi volesse avviare un’inchiesta giornalistica ed una ricerca di riscontri lungo il fiume Adda, al fine di stimolare un dibattito tra i cittadini, sui dati oggettivi e non solo sulle opinioni, mi ritenga a disposizione della sua Redazione. Il linguaggio delle cose, lei certamente lo sa, è più obiettivo, veritiero ed illuminante di quello delle persone. Nella certezza di rendere un servigio alla Città di Lodi, ringrazio e saluto.

Nicola Bonelli Tricarico

 

Da LA TRIBUNA DI LODI del 20 03 04

Gli alluvionati in assemblea ricordano che a 470 giorni dall’alluvione non sono stati disposti interventi sul fiume

Perché non si abbassa il letto dell’Adda?

di Oreste Lodigiani

Va dato atto ai comitati degli alluvionati, a Domenico Ossino, organizzatore della serata, presidente della Onlus nella quale si sono riuniti gli abitanti della riva destra, e a Carlo Bajoni, presidente del comitato della riva sinistra, di non essere una espressione effimera del gravissimo disagio patito da centinaia di famiglie lodigiane nell’evento del novembre 2002. Dopo un anno e mezzo le loro convocazioni radunano centinaia di persone, per discutere di problemi che analoghe riunioni di partito (senza distinzione tra centro destra e centro sinistra) vedrebbero la presenza di pochi convenuti. C’è da riflettere.

Qualcosa è stato avviato. Ma è poco

Ossino riserva il primo riconoscimento al Prefetto Nicoletta Frediani, per avere promosso un apprezzato lavoro di coordinamento. E poi ci sono i lavori avviati per la pista ciclabile a lato della strada per Boffalora, decisa dalla Provincia. Ma questo è tutto, ed troppo poco. Ingenti stanziamenti sono al palo: 1 milione di euro per le sponde ex- Sicc, 170 mila per la briglia a valle del ponte, 300 mila in località Barbina, 400 mila in località Caccialanza. Ma le cifre, per Ossino, non traggano in inganno. Sono davvero utili questi lavori oppure, almeno in qualche caso, la collettività rischia di spendere molte risorse non per risolvere, ma per aggravare i problemi? Il senso della serata è in questa domanda e la lettura di una relazione idrogeologica, seguita con vivissima attenzione, ne darà le motivazioni.

“La portata solida”, cioè i detriti.

L’autore dello studio, Nicola Bonelli, coglie una singolare lacuna negli atti ufficiali relativi alla piena del 2002, perché in essi non vi è alcun accenno alla portata solida, cioè alla massa di detriti che quotidianamente il fiume trasporta con sé. La relazione è stata redatta nel “profondo sud”, a Tricarico, il paese in provincia di Matera, di cui fu sindaco negli anni ‘50 un giovanissimo ed indimenticato poeta come Rocco Scotellaro. Ma i presenti, tra i quali numerosi lodigiani che da decenni conoscono il fiume palmo a palmo, capiscono subito che quello studio coglie nel segno. Nel corso di venti anni, da quando cioè si sono smesse le escavazioni in alveo, si sono depositati diversi milioni di metri cubi di materiale. Il fiume si è innalzato e scorre oggi appena sotto il tratto di campagna. La briglia costruita a difesa del ponte, in queste condizioni, è stata l’elemento scatenante dell’inondazione del novembre 2002.

Nuovi argini, nuove briglie?

‘El tacon pegio del buso’, direbbero i veneti: il rimedio rischia di essere peggiore del male, se non si rimuovono i sedimenti che hanno intasato il letto del fiume. Ricorre ad una divertente espressione uno dei presenti, Astori, nel ricordare che “quando crescono i capelli, bisogna andare dal barbiere”. Già, da quanti anni l’Adda non “va dal barbiere”? Secondo lo studio Bonelli “l’innalzamento degli argini non fa che assecondare il nefasto processo in atto. Ma non solo. Ipotizzando di arginare fiumi ed affluenti, bisogna poi dotare i fossi e canali di scolo, e tutto il resto della rete idrografica, di chiuse, chiaviche e idrovore per travasare l’acqua drenata del territorio”. Proprio quello che il Comune vuol fare con le contestate e costose chiaviche su viale Milano e dintorni, per le quali è pendente un ricorso dei cittadini al Tar. Ma non è tutto. Se “il livello di piena si innalza molto rispetto al territorio, parte il cosiddetto fenomeno di sifonamento”, e si formano i “fontanazzi”, di cui tutti nel lodigiano abbiamo del resto esperienza.

Qualche dissenso con l’intervento del Sindaco

Aurelio Ferrari riassume gli sforzi del Comune, e la platea ascolta. Ma quando afferma che “nel territorio comunale non ci sono consistenti depositi di materiale” partono le interruzioni. “Perché a Rivolta d’Adda si è scavato, e qui no?”, chiede un abitante di via Ferrabini. E Gianni Malacarne, molto conosciuto anche per essere stato più di vent’anni fa assessore comunale, si alza per parlare nella veste di “uomo di fiume”. “Al Capanno l’Adda si è alzata di almeno due metri, per non parlare di quello che è successo alle ‘due acque’. Cinquant’anni fa potevo tuffarmi dal ponte, nei punti dove adesso in certi momenti ci sono purtroppo pochi centimetri d’acqua”. Non c’è storia: sul tema della pulizia del fiume i presenti non fanno sconti. Vogliono sapere con precisione cosa si intenda fare. Ettore Pagani, già vice sindaco socialista, lo ricorda con energia al Sindaco: “C’è un mensile comunale, distribuito gratuitamente in tutta la città e pagato dalla collettività. Il Comune ci informi, mese per mese ed in modo dettagliato, di cosa si fa”.

Un mese per rispondere

Domenico Ossino consegna al Sindaco una copia dello studio. Gli alluvionati concedono un mese di tempo per conoscere quale sia l’opinione del Comune. È vero che le competenze delle escavazioni in alveo sono di altri. Ma i comitati sono pronti ad appoggiarne l’azione con manifestazioni di protesta. Sempre che il Comune non sia il primo a dire di no.

 

Da IL CITTADINO del 22 03 04

Il dibattito 

C’è bisogno di un canale scolmatore 

Ho letto negli ultimi numeri del «Cittadino» due interessanti articoli, il primo circa i progetti per “navigare l’Adda”, il secondo circa i problemi e le polemiche per evitare le disastrose conseguenze delle piene nel tratto urbano di Lodi. Da un lato si vuole arrivare a tempi brevi a collegare Pizzighettone con Lodi mediante un servizio di battelli turistici, con il futuro proposito di superare Lodi stessa, in direzione di Rivolta d’Adda, Cassano, Vaprio. Dall’altro si dibatte la controversa questione se alzare gli argini o abbassare il letto del fiume, mediante il dragaggio. Tema in cui tutti hanno una parte di ragione ed una parte di torto, perché entrambe le soluzioni, oltre ai vantaggi, presentano non pochi inconvenienti. Al riguardo vorrei rappresentare alcune mie riflessioni, che si concludono con una ipotesi progettuale, che sarei lieto costituisse una base per un dibattito, sereno e senza polemiche, sugli stessi temi.

1) È indubbio che, se si desidera perseguire il lancio turistico di Lodi e del Lodigiano, la valorizzazione del fiume Adda ne rappresenta un tassello fondamentale, sia per quanto riguarda il rapporto città-fiume, sia per quanto riguarda la fruizione del fiume nella sua maggiore estensione.

2) La navigazione turistica dell’Adda può avere la sua completa valorizzazione solo se collegata all’area milanese ed, in prospettiva, al lago di Como, recuperando le storiche vie d’acqua della Martesana e del leonardesco canale di Paderno. Non a caso, sta già decollando un progetto analogo fra lago Maggiore, Milano, Pavia, recuperando i vecchi Navigli.

3) È altrettanto indubbio che soluzioni al problema delle piene dell’Adda nell’attraversamento di Lodi, che utilizzassero o dei “muri” per innalzare gli argini, o facessero assegnamento sulla briglia a valle del ponte o al contrario ne prevedessero il suo abbassamento o demolizione, aumentando notevolmente la velocità dell’acqua in corrispondenza del vecchio ponte, potrebbero, forse, rappresentare un rimedio contro alcune conseguenze delle alluvioni, Rappresenterebbero, certamente un ostacolo pressoché insormontabile al gradevole rapporto città-fiume ed alla navigabilità dell’Adda nel tratto urbano di Lodi. Da qui l’ipotesi progettuale, ovviamente ancora a livello di idea, che ho avuto modo di lanciare in un incontro presso l’Ordine degli Ingegneri, e che qui vorrei riformulare. Perché non pensare ad un canale scolmatore dell’Adda, da costruirsi in sponda sinistra, che esca dal fiume circa in località Colle del Prete e quindi, attraverso Portadore, Riolo, Fontana, ne rientri al confine fra Lodi e Corte Palasio? Un manufatto del genere dovrebbe avere tre finalità:

1) Tagliare le piene del fiume di quei 300-400 metri cubi al secondo, che mi pare costituiscano la differenza fra piena ordinaria e piena catastrofica nel tratto urbano di Lodi; eliminando di conseguenza la necessità di altri interventi in città.

2) Se munito di un idoneo sistema di chiuse conche alle estremità, consentire alle imbarcazioni turistiche di evitare gli ostacoli insormontabili del tratto urbano di Lodi (la briglia, il vecchio ponte).

3) Raccogliere, in una sorta di “circonvallazione idraulica”, tutti i tratti terminali di quelle rogge, che, cessata la loro funzione irrigua, attualmente si immettono in stretti canali sotterranei attorno a via Cavallotti, prima di finire in Adda, e provocano con i loro rigurgiti danni a volte peggiore di quelli dell’Adda stessa. Questo canale, in condizioni ordinarie, non sottrarrebbe acqua al fiume, perché necessiterebbe soltanto della minima portata necessaria per far superare le conche ai natanti. Naturalmente occorrerebbe risolvere molti problemi: dal tracciato più idoneo per minimizzare i danni alle aziende agricole; all’intersezione con le rogge esistenti, che necessitassero di proseguire a valle del canale; ai manufatti stradali di attraversamento, che per le strade minori potrebbero essere ponti levatoi, di tipo olandese, che costituirebbero un’attrazione turistica aggiuntiva; all’impermeabilizzazione dell’alveo, per evitare alterazioni al regime delle acque sotterranee. Un’ultima considerazione: lo scavo del canale, data la natura prevalentemente sabbiosa e ghiaiosa del sottosuolo dell’Oltre Adda, potrebbe di fatto diventare una cava di inerti, una volta tanto finalizzata non solo al reperimento di materiale da costruzione, ma alla contestuale realizzazione di un’opera di pubblica utilità. Il che potrebbe ridurre di molto i costi dell’intervento.

Carlo Filippo Moro ingegnere edile – Lodi

 

Guardamiglio - Il parroco ha ricordato l’impegno dei militi durante la piena del Po del 2000 

Pronto un esercito di volontari 

Inaugurata ieri la sede operativa comunale della protezione civile 

Guardamiglio L’esercito della protezione civile, con le proprie tute gialle ed arancioni che accomunano i volontari dei vari comuni, era schierato in massa ieri mattina a Guardamiglio per l’inaugurazione della nuova sede del Coc (centro operativo comunale) ricavata nel cortile del municipio, dove facevano bella vista anche gli automezzi del nucleo guardamigliese (una jeep, una roulotte e un furgone) e gli attrezzi come la torre-faro. Realizzata su un unico piano, tinteggiata di colore rosso mattone in linea con lo stile del palazzo municipale, ma soprattutto dotata di tutti i sistemi tecnologici necessari, a partire dagli impianti per la comunicazione via-radio, la nuova sede della protezione civile guardamigliese è stata benedetta dal parroco don Santino Rognoni che ha lodato l’impegno dei volontari ricordando gli accadimenti dell’ultima grande piena del Po nel 2000. Il sindaco Elia Bergamaschi ha ricordato l’impegno dell’amministrazione comunale a favore della protezione civile, ringraziando per la collaborazione nella formazione dei volontari anche il comandante della polizia stradale Giuseppe Capasso e il maresciallo dei carabinieri Vito Lucivero, presenti al pari dei rappresentanti del corpo di polizia locale di Codogno in servizio a Guardamiglio. «Qualsiasi amministrazione verrà dopo di noi - ha sostenuto il primo cittadino - non potrà che proseguire su questa strada che abbiamo tracciato». E il coordinatore del gruppo Giulio Vaselli ha ringraziato in particolare il vicesindaco Francesco Merli, delegato alla protezione civile, prima di assicurare la serietà dell’impegno dei volontari nei confronti dei guardamigliesi. «Il nostro nucleo - spiega Vaselli - è composto da 32 volontari effettivi e 15 ausiliari: siamo molto severi con noi stessi, per essere precisi nel momento in cui si dovrà portare aiuto a chi ne avrà bisogno».

Daniele Perotti

 

Diventa realtà il nuovo ponte sulla roggia Ramello 

Corte Palasio «Questo ponte è stato progettato e costruito per resistere anche alle piene dell’Adda». Ieri, il sindaco di Corte Palasio, Marco Stabilini, ha inaugurato il nuovo ponte sulla roggia Ramello, dopo il crollo di quello precedente avvenuto oltre 20 anni fa. Ora, da via Adda a Corte Palasio, all’inizio del paese, si potrà arrivare a Lodi, in zona Canottieri, in bicicletta. Per 4 chilometri totalmente immersi nella natura, tagliando fuori traffico e smog. La nuova struttura, di oltre 8 metri è in legno e metallo. Per realizzarla, si sono messi lo studio Bianchi di Pandino ma anche il disegnatore Gabriele Caserini. «In questo punto - ha spiegato Stabilini - quando l’Adda è in piena, si nota l’acqua che va controcorrente. È questo che ha distrutto il ponte precedente. Il nuovo ponte sarà a prova anche di questo particolare fenomeno». Per l’occasione, da Lodi hanno fatto tappa i partecipanti di una ciclopasseggiata organizzata da Lodi ad Abbadia dalla Ciclolodi Fiab, con il responsabile Stefano Caserini. Lo stesso Caserini ha fatto presente due punti che ha definito fondamentali: «Ora che c’è questo ponte - ha detto - si potrebbe anche collegare la zona “Tre cascine” con la zona del nuovo ponte sull’Adda con un altro passaggio simile a questo. Così la strada da Lodi a Corte si accorcerebbe di un altro chilometro e mezzo. In più, la sponda sinistra della roggia va potenziata in corrispondenza di questo nuovo ponte. Diversamente, uno studio geologico sottolinea come questo sia un tratto caratterizzato da erosione. Il ponte così, a lungo andare potrebbe subirne nuovi danni». A questa nuova realizzazione ha contribuito anche il comune di Lodi e la provincia di Lodi. Per un totale di circa 40.000 euro. Sta inoltre per diventare una realtà il progetto del parco di interesse sovracomunale del Tormo che andrà a valorizzare tutto questo ambito. L’opera è stata inaugurata anche con un grande brindisi dopo i discorsi ufficiali. E il tempo senza pioggia ha favorito l’inaugurazione ma soprattutto la biciclettata che terminava alle 18. Nonostante le nuvole, infatti, chi ha scelto di arrivare al ponte in bicicletta o a piedi non ha preso nemmeno una goccia d’acqua.

Flavia Mazza

 

Da IL CITTADINO del 23 03 04

Una chiusa al Roggione per salvare la Martinetta 

Prende forma il progetto della chiusa sulla roggia Roggione, il manufatto che assieme alle chiuse sulla Gaetana e la Gelata, garantirà la sicurezza della Martinetta, nei progetti di palazzo Broletto. A bilancio di previsione ci sono, per l’opera, 258.228 euro stanziati dalla regione e accantonati fra gli investimenti, poco meno della metà del costo totale. Il principio è lo stesso delle opere idrauliche sulle due rogge dell’area del Pratello contestate dai comitati degli alluvionati. Alla foce della roggia con l’Adda, all’altezza di via Vecchio Bersaglio, sarà collocato un sistema di paratoie per evitare che in caso di piena l’acqua del fiume risalga il canale, provocando allagamenti a monte. Il Roggione scorre per un tratto in prossimità dell’Adda, lungo via del Capanno, per poi passare vicino alle abitazioni del quartiere Torretta. La chiusa sarà dotata di pompe che terranno sotto controllo il livello della roggia scaricando l’acqua in eccesso in Adda. Perché il tutto funzioni sarà necessario realizzare, a monte e a valle della foce, un irrobustimento dell’argine. La chiusa, peraltro, rientra nel progetto di difese spondali con un muro dotato di paratoie mobili al quale la giunta del sindaco Aurelio Ferrari sta lavorando con l’avallo dell’Autorità di Bacino. «L’intervento sul Roggione permetterà di mettere in sicurezza una vasta area lungo viale Milano - puntualizza l’assessore comunale alla protezione civile Francesco Marzorati - dai rigurgiti d’acqua in caso di piene “normali”, non eccezionali come quelle del novembre 2002». L’amministrazione comunale aveva, in origine, ipotizzato di costruire il manufatto all’altezza dell’osteria del Capanno. In quel punto la roggia scorre a pochi metri dall’Adda. La regione Lombardia, l’anno scorso, aveva effettuato un consolidamento delle sponde il livellamento delle sponde e la posa di massi. Palazzo Broletto voleva abbinare a quell’opera la creazione di una diramazione, dotata di chiuse, per scaricare in Adda. La regione, invece, bocciò la proposta. Così come accaduto per le chiuse alla Gaetana e alla Gelata, anche in questo caso la reazione degli alluvionati è fredda: «Sono scettico su questi piccoli progetti di tamponamento - commenta Carlo Bajoni, presidente del comitato alluvionati riva sinistra -. Preferirei vedere invece l’avvio di grandi progetti in grado di risolvere il problema della sicurezza sull’intero territorio».

F. T.

 

 

 

 


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