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RESOCONTI MENSILI

COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

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Giugno 2004

 

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Comitato alluvionati
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Da IL GIORNO del 1 06 04

SIMULAZIONE D’ALLARME A CAMPO MARTE

Prova d’evacuazione veloce e indolore

Il comitato aderisce ma è polemica

«Preferiremmo interventi concreti»

LODI - Venticinque volontari di prote­zione civile, 5 del Parco Adda Sud, più gli addetti della Croce Rossa. A questi si devono aggiungere i 4 operai, i 6 tecnici e gli 8 uomini della Polizia locale, comandante compreso, tutti dipendenti dei Co­mune. Questo il nutrito nucleo di operato­ri impiegati per la simulazione di un even­to alluvionale a Campo Marte, domenica mattina. Praticamente erano più i salvato­ri (sebbene distribuiti fra Campo Marte e il coordinamento presso la sede comunale di viale Pavia) che non i cittadini da «sal­vare», 37 in tutto. La manifestazione, con allarme puntuale alle 9, si è conclusa in anticipo alle 10. Restano le polemiche e i conti da fare. Os­sia verificare quanto sia costato alle casse di Palazzo Broletto pagare lo straordina­rio a 18 persone (i dipendenti in turno fe­stivo) e utilizzare mezzi e strutture. «Se abbiamo aderito - commenta Carlo Bajoni, portavoce del Comitato alluviona­ti riva sinistra - lo abbiamo fatto per senso civico e per non aver nulla da farci rimpro­verare un domani. Ma la gente è arrabbiata perché vuole vedere l'avvio di interven­ti concreti per la sicurezza. Inoltre - prose­gue - si poteva concordare una cosa fatta meglio.. Domenica c'erano le cresime; non sono state coinvolte la scuola mater­na, la comunità per disabili, le persone an­ziane. Ci hanno fatto vedere come prepa­rare i sacchi di sabbia che però non servono per proteggere la porta di casa quando l'acqua ti entra dalle tubature o dalle pre­se d'aria del gas». L'assessore Francesco Marzorati, inve­ce, è soddisfatto. «Il primo successo è il rapporto positivo ricostruito con i cittadi­ni; è intervenuto lo stesso numero di persone che avevano. preso parte all'infuoca­ta assemblea del 14 maggio. E' durata po­co perché ha funzionato tutto al 100%. E abbiamo avuto la possibilità di alcune ve­rifiche; ad esempio, accorrerà cambiare i due numeri di telefono di riferimento». La prossima assemblea cittadina, organizzata dal Comitato alluvionati Lodi Onlus, si ter­rà alle 21 del 3 giugno al circolo Archinti di viale Pavia.

L.D.B.

 

Da IL CITTADINO del 2 06 04

Per Ossino sono necessari una pulizia periodica dell’alveo e l’eliminazione della briglia all’isolotto 

«L’Adda è intasato dalla ghiaia» 

Gli alluvionati e i loro tecnici hanno misurato il fondo

 

«L’Adda è come un’arteria intasata dal colesterolo. Le placche bloccano lo scorrere del sangue finchè l’organismo ha un infarto. È quello che è successo durante la piena del 2002». La ghiaia come colesterolo da rimuovere. Fiume Adda, ore 10.30 di ieri. Il San Rocc, il barcone dell’associazione Nüm del Burgh che d’estate ospita le escursioni dei lodigiani, sfiora i piloni del ponte urbano. A bordo Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati di Lodi, e Nicola Bonelli, il geometra lucano consulente del Comitato, stanno misurando la profondità dell’alveo. Con loro c’è Oreste Lodigiani, candidato alla presidenza della provincia di Lodi. Giuseppe Iuele, ingegnere idraulico, anch’egli consulente del Comitato, indica il ghiaieto formatosi lungo la sponda sinistra, a poche decine di metri dalla campata. «Quella è la zona dove si è accumulato il colesterolo - spiega -. Un ristagno di materiale che impedisce il deflusso dell’acqua» Accumuli di tali dimensioni che il barcone non può avvicinarsi più di tanto. Rischierebbe la secca. A dieci metri a valle della quinta campata dalla sponda destra, invece, la profondità è di 7,50 metri. Iuele indica le quattro campate a ridosso della sponda sinistra e utilizza un’altra immagine: «Quel ponte è come un casello autostradale. Immaginate che quei quattro accessi siano chiusi». Ne consegue un duplice effetto. Iuele ne traccia la dinamica su un bloc-notes: davanti alle quattro campate in sponda sinistra continua ad accumularsi la ghiaia trasportata dai gorghi che si formano a valle delle altre campate a causa dell’eccessiva velocità. Da un lato l’accumulo, dall’altro i mulinelli che si mangiano il terreno sotto i piloni. Un problema che, per il Comitato si risolverà solo eliminando la briglia dell’isolotto Achilli e rimuovendo i depositi di materiale sul fondo. Iuele boccia l’ipotesi di aprire un’ulteriore campata in sponda sinistra, delineata dallo studio commissionato dall’amministrazione comunale all’Etatec dell’ingegnere Silvio Rossetti: «Che senso ha un’altra campata quando queste quattro sono praticamente chiuse? Qui l’Adda non è un fiume, è un lago». Indica le foglie che galleggiano lentamente: «L’acqua è tanto stagnante da dare luogo a fenomeni di eutrofizzazione. È tanto immobile da non riuscire più a ossigenarsi». Un degrado che è anche ecologico, annunciato da un tanfo che si farà sentire in altri punti del fiume.Il sopralluogo prosegue. Il barcone risale l’Adda passando sotto i piloni sui quali si sono schiantati rami e alberi. Lungo la riva sinistra è un succedersi di isolotti di ghiaia e sporcizia aggrappata ai tronchi abbattuti. Sulla sponda opposta il dissesto della riva è ben visibile: scalini in cemento crollati, vecchi e dismessi piloni in cemento le cui fondamenta fanno capolino, smottamenti. In prossimità della trattoria “Il Faro” si prendono ancora le misure al fiume. A una manciata dalla sponda destra la profondità è di 4.20 metri. Analoga distanza, sponda opposta: 60 centimetri. Si potrebbe attraccare e salire sull’isolotto di ghiaia. Ci sono isole galleggianti di sporcizia e detriti, praticamente immobili. «Siamo ancora in una situazione “lacuale” - sottolinea Iuele - dovuta al rallentamento causato dalla briglia. In caso di piena, qui, l’acqua è costretta a frenare. Dovendo comunque defluire, ovviamente si alzerà». Più in là l’alveo del fiume si allarga: «Saranno 120 metri. Questo dovrebbe essere un fiume». L’entusiasmo dura poco: verso la località Due Acque cominciano altri ghiaieti: «In venti anni qui si sono accumulatati milioni di metri cubi di materiale» stima Bonelli. Iuele indica un ammasso alto fino a tre metri sopra il pelo dell’acqua: «Questa è una fiumara calabra, non un fiume padano». Campo di Marte è oltre quello che appare come un argine sempre più fragile: «La piena ci arriverebbe in autostrada» commenta Lodigiani.Il sopralluogo termina verso le 12. Sulla riva Iuele ribadisce le proposte del Comitato: «La sezione idraulica del fiume è inadeguata rispetto alla portata di deflusso». Le soluzioni? «La pulizia costante dell’alveo e delle rive, forestale e idraulica». Bocciatura per ulteriori argini: «Innalzano il livello dell’acqua creando ulteriore pressione sulla falda, causando rigurgiti nella rete fognaria e alimentando i fontanazzi in un terreno permeabile come questo». Meglio pulire e livellare il letto del fiume: «La sezione dell’alveo deve essere adeguata alla portata - spiega Bonelli -. È un concetto idraulico basilare».

Fabrizio Tummolillo

 

Terzo ricorso al Tar per le chiuse e un’assemblea 

Arriva il terzo ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) per le chiuse al Pratello, le idrovore che l’amministrazione comunale intende costruire sulle rogge Gaetana e Gelata. L’ha presentato Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati di Lodi. La sua firma precede quella di altri 80 alluvionati: al Tar si chiede la sospensione del progetto delle due idrovore in quanto in caso di piena alluvionale impedirebbero «alle due rogge di gonfiarsi e alluvionare il rione Pratello - è scritto nel ricorso stilato dall’avvocato Vito Lombardo del Foro di Lodi - ma l’effetto, collaterale e perverso di tale sbarramento sarebbe quello di ricacciare le acque dell’Adda al di sopra e al di sotto del rilevato di viale Milano», di conseguenza «aggravando, con esiti di disastro e anche di possibili stragi, i suddetti rioni e i loro abitanti, cono tutti i loro averi». Di differente parere, va segnalato, è l’amministrazione comunale, che ha stilato il progetto delle due opere con la consulenza dell’ingegnere idraulico Silvio Rossetti, tra i maggiori esperti dell’Adda. Il Comitato, intanto, ha organizzato un’assemblea pubblica giovedì 3 giugno, alle 21, nel Circolo Ettore Archinti in viale Pavia. All’incontro sono stati invitati tecnici e amministratori locali e i candidati alle elezioni provinciali e comunali del Lodigiano. Al dibattito sarà presente il geometra Nicola Bonelli, consulente del Comitato ed estensore dello studio “Rischio Idrogeologico in Pianura Padana, con particolare riferimento al fiume Adda nel Lodigiano”.

 

Da IL GIORNO del 2 06 04

ALLUVIONATI Il progetto anti piena dei tecnici incaricati dal Comitato Onlus

Via la briglia e i detriti

Così si domina il fiume

Secondo gli esperti non servono nuovi argini il rischio maggiore è costituito dai depositi alluvionali

LODI - «Le acque chete rompono i ponti». Il detto po­polare è ciò che meglio rias­sume la situazione odierna. del fiume Adda nel tratto ur­bano. Questa è l'opinione di due tecnici, l'ingegnere idraulico Giuseppe Iuele e il geometra Nicola Bonelli, che hanno redatto per conto del Comitato Alluvionati Lodi Onlus un progetto di preven­zione delle alluvioni che sa­rà presentato domani alle 21 all'assemblea già indetta al Circolo Archinti. Secondo i due esperti non servono argini non servo­no nuove arcate al ponte; l'unica soluzione sarebbe quella di eliminare la briglia a valle del ponte urbano, e, prima di ogni altra cosa, ri­portare il fiume alle sue con­dizioni originarie prima del­la costruzione dello sbarra­mento, eliminando i depositi alluvionali che producono secche e hanno pesanti effetti sul corso della corrente. «Fino alla colonia Caccialan­za il fiume arriva con la pro­pria corrente; qui, però, tro­va sulla destra un deposito al­luvionale alto ormai quasi tre metri, ossia più dell'argi­ne stesso, e va ad erodere la sponda opposta: fu, proprio in quel punto che, nel novem­bre 2002, che l'onda di piena tirò dritto e, attraverso i cam­pi, piombò su Campo Marte - spiegano -. Da quel punto fino al ponte, invece, non c'è più un fiume ma un lago, un acquitrino. L'acqua ristagna, i detriti (ma anche troppi ri­fiuti) sedimentano, i numero­si tronchi portati a valle dal­la piena si accumulano lun­go le sponde, nell'alveo, sui piloni del ponte». La scarsità di corrente e i gro­vigli di rami trattengono le sostanze in decomposizione nell'acqua provocando, se­condo i tecnici, un processo di eutrofizzazione dovuto al­la carenza di ossigeno: il ri­sultato sono i miasmi. «E' un po' come il colesterolo nelle vene: bisogna ripulirle per evitare danni». La formazio­ne di vere e proprie isole cau­sa inoltre la riduzione dell'al­veo, la cui larghezza, rispet­to ai 140 metri del ponte è ri­dotta, alla Caccialanza, a circa 40. «E' inutile, dunque, ag­giungere arcate al ponte, bi­sogna far defluire l'acqua a monte - ribadiscono Iuele e Bonelli. Fra il ponte e la briglia ci so­no altri problemi. A causa dei depositi di ghiaia alcune arcate sono inutilizzate. L'ac­qua non riesce a defluire e forma dei mulinelli che crea­no buche profonde con il ri­schio, in caso di alluvione, di far cedere i piloni. Sotto la campata centrale l'acqua è profonda 2,50 metri; solo 5 metri più avanti arriva a 7,50 metri. I depositi non si limitano ad innalzare o a deviare la piena: nei mesi estivi l'ac­qua scorre sotto i sedimenti, provocando le secche. «Gli argini - ribadiscono i tecnici, che hanno condotto i giorna­listi in un sopralluogo sul fiu­me insieme a Domenico Os­sino, coordinatore del Comi­tato Alluvionati e a Oreste Lodigiani, candidato alla presidenza della Provincia di Lodi per la Lista Lodigia­ni - non servono perché, ri­manendo immutato il livello della strada, l'acqua rientra dalle caditoie dei marciapie­di, dai water e dalle docce delle case. Se imbrigliata, cerca sfogo in profondità e, tramite la falda freatica, risa­Ie altrove: alcuni quartieri nel 2002 erano già allagati quando il fiume era solo a 1,70 metti. Abbassando il let­to del fiume, invece - è la conclusione - si risolverebbe­ro tutti questi problemi sen­za bisogno nemmeno di chia­viche sulle rogge».

LAURA DE BENEDETTI

 

Da IL CITTADINO del 3 06 04

«Cavare ghiaia nel fiume non risolve i problemi, l’abbassamento della briglia dopo il ponte un intervento tutto da discutere« 

«Dragare l’Adda non salverebbe Lodi» 

Ampio il fronte contrario alla proposta del Comitato alluvionati 

Sulla necessità di cavare ghiaia e sugli effetti della briglia al ponte urbano, palazzo Broletto e Comitato alluvionati sembrano trovarsi d’accordo. In linea teorica. Quando il discorso passa sul piano tecnico emergono le divergenze e la giunta comunale del sindaco Aurelio Ferrari e il Comitato presieduto da Domenico Ossino tornano su posizioni opposte.All’indomani del sopralluogo in barca di Ossino sull’Adda in compagnia dei consulenti del Comitato (il geometra di Tricarico Nicola Bonelli e l’ingegnere idraulico Giuseppe Iuele) si torna a discutere sulle misure da prendere per mettere Lodi al sicuro da piene disastrose come quella del 2002. Il Comitato insiste sulla rimozione di ghiaia per una profondità di tre metri e l’abbassamento della briglia. «Nessuno nega che esistano zone in cui effettuare regimazioni - replica Ferrari - ma è sufficiente?». Lo studio fatto stilare dall’amministrazione comunale all’ingegnere idraulico Sandro Rossetti infatti prevede la pulizia dell’alveo e la rettifica della briglia ma abbina le due cose all’apertura di una campata aggiuntiva del ponte urbano. Intervento, quest’ultimo, bocciato da Iuele che ha segnalato il ghiaieto formatosi tra ponte e briglia, in sponda sinistra. Bocciatura anche per le chiuse sulle rogge al Pratello e per ulteriori argini. «La nostra posizione è quella contenuta nel piano - commenta l’assessore comunale all’ecologia Francesco Marzorati -, redatto su basi scientifiche, non di parte e insufficiente». Il riferimento è allo studio del Comitato: «Di parte perché cavare ghiaia vuol dire fare gli interessi dei cavatori. Insufficiente perché povero di interventi». «L’abbassamento della briglia in sponda sinistra parrebbe in grado di migliorare la situazione - osserva Ferrari - ma va studiato con molta prudenza. Èla briglia che tiene il ponte in piedi». Andrea Poggio, presidente regionale di Legambiente, invita alla cautela: «La briglia fu costruita per salvaguardare il ponte dalla corrente dopo la rottura alla lanca di Soltarico. Abbassare la briglia o non abbassare la briglia? Facciamo discutere gli esperti». Sul fatto di dragare l’Adda, Poggio non usa mezze misure: «Non è vero che se sul fondo di un fiume si deposita ghiaia il livello dell’acqua si alza. Il fiume da una parte prende ghiaia, dall’altra la lascia. Il sopralluogo? Un’operazione puramente propagandistica. C’erano due politici ( ndr) e un cavatore. Come affidare la banca del sangue a Dracula». La seconda citazione è rivolta a Bonelli: «È vero. Facevo il cavatore - replica l’interessato -. Oggi sono in pensione e non ho né avrò mai interessi qui nel Lodigiano». Sulla questione Bonelli intende precisare alcuni punti: «I primi a essere contrari alle escavazioni in Adda saranno proprio i proprietari delle cave in pieno parco Adda Sud. Io propongo un intervento che tutelerà l’incolumità pubblica e potrebbe essere effettuata senza costi per la comunità. Anzi, un cavatore potrebbe addirittura pagare per il materiale. Invito chi intende strumentalizzare o mistificare le cose a confrontarsi sui dati tecnici che abbiamo esposto». Di differente parere Loredana Migliore, presidente del Wwf Alto Lodigi».

Fabrizio Tummolillo

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 3 06 04

ALLUVIONATI

Siamo stati anche troppo disponibili

Egregio Direttore, con la presente rispondo alla lettera a firma Stefano Caserini, pubblicata nell’edizione de “Il Cittadino” del 26 ultimo scorso, dal titolo “Rischio alluvione, occorre ristabilire un dialogo costruttivo”. Bene ha fatto a scrivere sui temi che i comitati alluvionati di Lodi stanno portando avanti da ben 18 mesi. A tale proposito colgo l’occasione per informare il signor Caserini, i cittadini, le istituzioni, i tecnici di una Assemblea Pubblica che il Comitato Alluvionati Lodi Onlus ha organizzato per il giorno 3 Giugno prossimo alle ore 21.00, presso il Circolo Ettore Archinti in Viale Pavia, 26 a Lodi dal titolo “RISCHIO ALLUVIONI”; sarà un’altra occasione e opportunità offerta al territorio, per discutere insieme a tutti i partecipanti al dibattito di questo problema, chiunque potrà dare il proprio contributo.  Mi sia consentito fare solo delle riflessioni su quanto scrive Caserini: come l’ho capito io, sicuramente anche altri che hanno letto il suo scritto hanno inteso che gli aderenti alla manifestazione del 18 maggio 2003 sono stati dipinti come  un'orda di barbari assatanati.  Ma chi esagera è di certo lui.  In ogni caso in quel momento era lui una voce fuori dal coro. Si trattava invece semplicemente di persone esasperate, che a sei mesi dagli eventi non avevano ricevuto uno straccio di assicurazione sul domani. Nessuno è perfetto, né il Comitato si è mai arrogato il diritto di rivelare verità assolute. I principi indicati sulla lettera di Caserini infondo mi pare che coincidano con quelli riportati dalla mia lettera del 7 maggio: - Necessità di sicurezza e salvaguardia del territorio. Chi è contrario? - Necessità di dialogo e confronto. Chi è contrario?  Se mai con la costituzione dei comitati siamo stati i primi a sentirne l'esigenza. Peccato che la tecnica si sia rivelata sempre la stessa: tutti (in primis il Sindaco) concordi a parole negli incontri pubblici; parole che poi sono state smentite regolarmente  nei fatti (in primis dal Sindaco) il giorno dopo. Nel corso dell’Assemblea Pubblica del 28 novembre 2003, gli alluvionati si erano mostrati addirittura increduli per il mio atteggiamento propositivo nei confronti del Sindaco. Se mai, è l'amministrazione comunale che, con il suo muro di gomma, ha in più occasioni esasperato gli animi. - Nessuno (tanto meno i comitati) ha la presunzione di ritenere che quanto detto o fatto sia la verità assoluta;  ma è innegabile che l'esistenza dei comitati ha fatto sì che in qualche modo si sia proseguito il cammino nel campo delle proposte. - I pareri tecnici, che vengano da Tricarico o dalla Val D'Aosta (come dice Caserini), rappresentano proprio quegli argomenti di discussione che lui stesso auspica; se si stupisce che non vengano dai tecnici lodigiani, possiamo anche spiegarglielo (anche se fino ad oggi lo abbiamo taciuto): i nostri non si azzardano ad affiancarsi ai comitati, perché allertati e messi in guardia da una futura penalizzazione in campo professionale. - Un dialogo costruttivo è quello che i comitati hanno auspicato fin dall'inizio. Ma per dialogare bisogna essere in due. Dialogare coi muri sarebbe difficile anche per Caserini… - Sulla sfiducia verso i "tecnici" vale la pena di ricordare un episodio a suo modo esemplificativo ( tanto per essere chiari): alla presentazione del piano approntato dallo Studio Paoletti sulle opere da eseguire per la salvaguardia della città, non più tardi di pochi giorni fa, l'Ingegner Rossetti ha illustrato come elemento facente parte dello studio l'ipotesi della distruzione dell'Isolotto Achilli per favorire il deflusso delle acque; tranne concludere poi affermando di non credere all'utilità di questo intervento.  Quando si dice la coerenza! C'è da crederci a questi tecnici...! - Ancora, rilevato che alla fine non si raccolgono altro che critiche, voglio rendere noto che il comune di Lodi ha ricevuto un contributo di circa 80mila euro o più grazie a Domenico Ossino, somma utilizzata  per risistemare la Scuola Materna e la Comunità Alloggio di Campo di Marte.  Ciò denota quanto ci siamo sempre impegnati in modo costruttivo e propositivo.  - Infine, due doverose parole a commento della frase che mi cita come "il tribuno che usa il comitato per un cadreghino"; frase che ci obbliga a ricordare al Signor Caserini che anche noi sappiamo in che area gravita lui; ergo, siamo tutti convinti che alla fine si tratti (visti i recenti scontri Comitato-Ossino-Marzorati sul piano di Protezione Civile), di una mera, insulsa e maldestra vendetta trasversale!!!

Domenico Ossino

Presidente C.Al.Lo onlus

c.al.lo@tin.it

 

Da IL GIORNO del 3 06 04

DIBATTITO Promosso dal Comitato Onlus

Esperti al Circolo Archinti

Si parla di rischio alluvioni

LODI - Assemblea pubblica alle 21 al circolo Ettore Ar­chinti di viale Pavia 26 sul rischio alluvioni. All'incontro sa­ranno presenti tecnici ed amministratori pubblici, oltre al ge­ometra Nicola Bonelli, estensore del dossier intitolato «Ri­schio idrogeologico in Pianura Padana, con particolare riferi­mento al fiume Adda nel Lodigiano». «Con questo incontro - sostengono i responsabili del Comita­to Alluvionati Lodi Onlus,- organizzatore dell'iniziativa - vogliamo invitare tutti a ricordare quanto è accaduto nel 2002. A distanza di 18 mesi siamo nelle medesime condizioni di allora: potrebbe accadere di nuovo ed in modo peggiore. Non permettiamo che si perda altro tempo sulla nostra pelle e sulla testa dei nostri figli». L'invito è dunque «ad esamina­re la nostra proposta, a discuterla, a modificarla se occorre, ed infine, se parrà opportuno, a sostenerla con forza. Invitia­mo, tutti a collaborare, a farsi sentire; a pretendere che, in breve tempo, chi di dovere prenda decisioni concrete».

L.D.B.

 

Da IL CORRIERE DELLA SERA del 3 06 04

Da Vigevano a Lodi Crociera di 13 barche su Po, Adda e Ticino

 

Un percorso di 300 chilometri suddivisi in quattro tappe L' arrivo è previsto per domenica

A bordo ci sono 44 persone

LODI - Una flotta di tredici barche canadesi con a bordo 44 persone, tra cui sedici donne, parte stamani da Vigevano diretta a Lodi, dove arriverà domenica, navigando su Ticino, Po ed Adda. Una spedizione su un percorso di 300 chilometri, suddivisi in quattro tappe, organizzata dall'associazione «Num del Burgh» di Lodi, in collaborazione con Comune, Provincia e Parco Adda Sud. La flotta ha l'appoggio di un camion carico di generi alimentari (20 chili di pasta, formaggi, salumi, torte, 144 bottiglie di vino) e conta anche sull'apporto di due cuochi che prepareranno i pranzi da consumarsi in barca o sulla riva dei fiumi. Per la sera invece la comitiva si concederà cenette in ristoranti caratteristici. Poi, tutti a dormire, sotto le tende allestite sulle sponde dei fiumi. Il programma di viaggio prevede in media sei-sette ore di navigazione al giorno. Sedi tappa sono il ponte della Becca (stasera), Caorso (domani) e Pizzighettone (sabato). «La navigazione - dice Gino Cassinelli, presidente di Num del Burgh - dovrà anche affrontare due punti critici, rappresentati dagli sbarramenti artificiali di Crotta d'Adda e di Pizzighettone. Per superarli, le barche saranno trascinate a mano con l'ausilio di grosse funi». Lungo il tragitto i naviganti avranno una serie di incontri. non mancheranno appuntamenti particolari. Oggi a Bereguardo con gli amministratori del parco del Ticino, domani sull'argine del Po a Somaglia vedranno gli assessori al turismo delle province di Lodi, Pavia, Cremona e Mantova. Sabato incontreranno i sindaci di Crotta, Meleti e Maccastorna e gli «Amici delle Mura» di Pizzighettone. «L'obiettivo di questa avventura, che rappresenta anche un tuffo nelle tradizioni del passato, è di far conoscere e valorizzare l'ambiente fluviale - dice Attilio Dadda, presidente del Parco Adda Sud - inoltre rinsalda i legami tra il nostro parco e quello del Ticino». L'arrivo a Lodi, nella sede Canottieri Adda, è previsto per le 17.30 di domenica.

Diego Scotti

 

Da LA STAMPA del 3 06 04

Lo studio è stato inviato al comune invitandolo a predisporre il progetto esecutivo

Un canale scavato nel Tanaro

La soluzione AIPO per la sicurezza della città

ALESSANDRIA Un canale nel Tanaro, profondo tre metri, largo 100, lungo dal ponte della Ferrovia a quello degli Orti: questa l'ultima, soluzione dell'Aipo (ex Magispo) al proble­ma della, sicurezza della città dalle alluvioni. Il «nodo» di Alessandria, anche per la presenza del ponte Cittadella la cui portata è inferiore ai 3800 metri cubi al secondo indicati dal P45 della Autorità di bacino, va modificato: di qui lo studio arrivato in questi giorni al Comune. Il presidente Aipo (ex MagisPo) Piero Telesca l'aveva affidato al Dipartimento di idraulica dell'Università di Genova, cioè al professor Giovanni Seminara, con i suoi collaboratori professor Marco Colombini e inge­gneri Annunziata Siviglia e Bian­ca Federici. Il risultato è stato trasmesso al Comune invitandolo, come proprietario del ponte Cittadella, a predisporre «il progetto esecutivo: non è la soluzione defi­nitiva ma è il minimo indispensa­bile per garantire una certa sicu­rezza». Vediamola questa soluzione non defInitiva. Si propone di uni­formare larghezza e profondità dell' alveo del Tanaro nel tratto dal ponte dell'A26 verso Casalbagliano a quello Orti, aumentando la portata del Cittadella a 3500 metri cubi al secondo. «Rischio ridotto, senza però eliminarlo del tutto». Il gruppo Seminara spiega che l'alveo del Tanaro sino al ponte ferroviario è largo 100 metri, tra questo e il Cittadella sale a 200 ed a valle si stringe a 67. Questo stretto-largo-stretto, senza conta­re la «soglia» si cui appoggia il ­Cittadella, causa depositi sul fon­do sia a monte che a valle del ponte. Dunque bisogna scavare dal ponte dell'A26 fino a valle del Cittadella per uniformare a tre metri la profondità del fiume. Fra ponte Ferrovia e Cittadella bisogna realizzare questo canale largo 100 metri e profondo tre che deve proseguire anche a valle del Cittadella stesso con l'eliminazione del restringimento dovuto al promon­torio (o «naso») dell'Osterietta. Non solo, le pile centrali,dei ponti autostradale, ferroviario, Tiziano, Cittadella e Orti nel tratto con il fondo abbassato dovranno essere più alte rispetto alle altre (fino a toccare il nuovo fondo, appunto) e rafforzate. ­Costi? Decine di miliardi di lire. Chi li paga? Non si sa. Poi si avrebbero ponti con alcune pile «sui trampoli». Sarà solo questione estetica, ma ricordiamo che il Cittadella è soggetto a vincolo storico artistico dai Beni culturali. Ora la giunta comunale si trova nelle condizioni di dover decidere se seguire l'invito dell' Aipo e procedere a redigere il progetto -  previsioni di spese e finanziamenti -  oppure riuscire a ottenere l'annullamento del vincolo storico artistico sul Cittadella. Obiettivo quest'ultimo sollecitato da quanti ritengono indispensabile intervenire sul ponte per garantire la sicurezza della città, osteggiato da chi invece lo vuole conservare a tutti i costi.

Franco Marchiaro

 

Non alzare il ponte, abbassa il fiume

Sarebbe felice Jerry Lewis che nel '68 girò il film «Non alzare il ponte, abbassa il fiume». Ma lui era un comico (del genere «demenziale») qui invece ci troviamo di fronte a studi di esperti. Riepiloghiamo: c'è l'ipotesi del canale scolmatore che passerebbe dietro la Cittadella (roba da nulla, una cinquantina di miliardi di lire); c'è l'idea di alzare il ponte Cittadella così com'è (non quantificata, ai limiti delle attuali possibilità tecniche nazionali); infine c'è questo fiume nel fiume d'importo incerto, ma comunque elevato, di dubbio esito già per gli estensori. C'è nel progetto, a ben vedere, una saggezza antica. E' dal '94 che molti alessandrini si affannano a ripetere, inutilmente, che il letto del fiume si è alzato, che va dragato, che bisogna eliminare i depositi. Finalmente ne convengono anche i professo­ri d'idraulica. La loro soluzione però sembra onerosa nella sua rigidità: non basta scavare qua e là come si faceva una volta, ci sono misure precise da rispettare. Quello di cui però l'Aipo non parla mai è il dopo. Realizzato l'imponente canale chi lo manterrà pulito, chi bonificherà continuamente il greto ai lati rimasto mesi all'asciutto? La sicurezza non è mai definitiva, si conquista e si perde giorno dopo giorno.

[p. b.]

 

Da IL LODIGIANO del 4 06 04

A secco gli Alluvionati

Non c'è pace per gli allu­vionati della Città Bassa a Lodi. Già scontenti per il mancato avvio degli interventi di potenzia­mento delle difese spon­dali in caso di piena dell'Adda e per le tante promesse rimaste lettera morta da parte degli amministratori comunali, hanno dovuto incassare ora un altro colpo basso. La Fondazione Comunitaria, l'ente presieduto da Domenico Vitaloni, che elargisce migliaia di euro per inter­venti mirati nei settori della tutela ambientale, della valorizzazione del patrimonio architettonico e nell'assistenza sociale, ha detto 'no' alla richiesta di fondi inoltrata dagli alluvionati per finanziare uno studio universitario sul rischio idrogeologi­co lungo il corso dell'Adda a Lodi e nei comuni vicini. Lo studio avrebbe dovuto fare da supporto per gli inter­venti da consigliare alle autorità che si occupano del bacino del Po, comprensivo dell'asta dell'Adda. E' una nuova opportunità che rischia di sfumare, lasciando i residenti lungo le rive del fiume lodigiano nell'incertezza per il loro futuro. Il 2003 ed i primi sei mesi di quest'anno sono stati bene­voli nei loro confronti, evitando che gli agenti atmosferici si scatenas­sero provocando l'enne­simo cataclisma. Ma lo saranno ancora in futuro?

 

Il Prefetto visita la nuova sala della Protezione Civile

Vedere in tempo reale la formazione di inco­lonnamenti e blocchi sulla rete stradale e autostradale lombarda per predisporre tempestivamente l’invio di volontari di Protezione Civile che possono coadiuvare le operazioni di soccor­so e assistenza degli automobilisti in difficol­tà. Mobilitare, contemporaneamente, le forze di Polizia Locale affinché intervengano per far defluire su percorsi alternativi il traffico proveniente dalle uscite dell'autostrada consigliate. Coordinare le operazioni servendosi delle telecamere installate a bordo dell'elicottero in dotazione al Servizio Protezione Civile e Polizia Locale della Regione Lombardia e controllare dai monitor l'evolversi della situazione di emergenza. E' soltanto uno degli esempi che possono spiegare il funzionamento della nuova sala operativa della Protezione Civile della Regione Lombardia inaugurata a Milano, presso la sede di Via Fara 26, alla presenza del presi­dente della Regione, Roberto Formigoni, del Capo Dipartimento della Protezione Civile nazionale, Guido Bertolaso, e dell'assessore alla Sicurezza, Protezione Civile e Polizia Locale, Massimo Buscemi. Presente anche il Prefetto di Lodi Nicoletta Frediani, la quale ha voluto sincerarsi di persona della bontà di funzionamento della macchina dei soccorsi organizzata dalla Regione. "Questa nuova sala operativa - ha detto il presidente Formigoni - si configura come l'espressione di una eccellenza tecnologica volta ad integrare i sistemi informativi di tutti i soggetti locali, assumendo un ruolo di riferimento, coordinamento ed interconnessione tra i diversi punti di controllo situati sul territo­rio". "Con una sala operativa di questo livel­lo che include il Centro Funzionale per il monitoraggio dei rischi - ha aggiunto il Prefetto di Lodi - mi hanno assicurato che saremo in grado di monitorare costantemen­te tutte le principali situazioni di rischio per il territorio e prendere decisioni rapide e intervenire". La nuova sala operativa è infat­ti dotata di un sistema di monitoraggio ad altissima tecnologia che consente di utilizza­re i dati provenienti dalle duecento stazioni che rilevano i principali parametri fisici lega­ti alla meteorologia e all'idrologia, incrociar­li con quelli trasmessi dal nuovo Servizio Meteorologico Regionale di ARPA Lombardia e con la rete nazionale dei "centri funzionali" per il monitoraggio dei rischi. Il flusso delle informazioni viene elaborato mediante un sofisticato sistema info-telema­tico di gestione dell'emergenza, con 24 postazioni di controllo, connesse anche via radio e via satellite alle sale operative di Enti locali e altre forze operative (Vigili del Fuoco, 118 e rete antincendio boschivo). Primo risultato tangibile della nuova politica regionale in materia di sicurezza, dopo la costituzione nel maggio scorso dell'Assessorato alla Sicurezza, Polizia Locale e Protezione Civile, la nuova sala rappresenta il luogo principale di assistenza ai Comuni e alle Province nelle situazioni di emergenza e di esercizio concreto della sus­sidiarietà regionale.

 

Da IL CORRIERE DELLA SERA del 4 06 04 

ALLUVIONE DOPO IL DISASTRO

Sarno, arrestati in tredici Il clan nella ricostruzione

La mano della camorra dietro la ricostruzione dei quartieri di Sarno, in provincia di Salerno, rasi al suolo dall'alluvione che il 5 maggio del 1998 uccise 137 persone. Ieri all'alba il gip del Tribunale di Salerno ha ordinato l'arresto di 13 persone, accusate di numerosi episodi di estorsione. Il clan avrebbe anche gestito la fornitura del calcestruzzo alle imprese responsabili dei lavori e la sorveglianza nei cantieri. E proprio ieri si è concluso, con una sentenza di assoluzione, il processo contro l'allora sindaco di Sarno, Gerardo Basile, e dell'assessore Ferdinando Crescenzi. L'avvocato delle famiglie delle vittime ha annunciato che la Procura ricorrerà in appello.

 

Come affrontare un disastro Bimbi a lezione di salvataggio

PAULLO - Un'intera mattinata per imparare come comportarsi in caso di emergenza: si tratti di affrontare un incendio, contrastare un'alluvione o allestire un campo d'accoglienza. È l'avventura affrontata dai circa 500 studenti delle scuole elementari di Paullo che ieri, al parco Muzza, hanno seguito una lezione dal vivo, imparando anche a usare idranti e estintori, nell'ambito di un progetto su sicurezza e protezione civile che coinvolge da tempo studenti e insegnanti. A guidarli tra le tecniche di sicurezza, i volontari del gruppo di protezione civile di Paullo e Tribiano.

 

Da IL CITTADINO del 7 06 04

Concluso il viaggio di trecento chilometri sul Po e sull’Adda per scoprire le bellezze del territorio 

I banchi di sabbia non fermano il raid 

Trecento chilometri sul Ticino con le sue magie di verde e d’azzurro, il grande Po che si naviga senza problemi e l’Adda che, da risalire, non è una passeggiata: si è concluso tra la soddisfazione e l’abbronzatura generali il secondo raid fluviale organizzato dall’associazione Nüm del Burgh, che era cominciato giovedì mattina a Vigevano con la benedizione del vescovo Claudio Baggini: «Mantenete limpida e casta l’opera della creazione». E sono bastate nove barchette da fiume a fondo piatto, due lance e un gommone, per un equipaggio di 54 persone, tante quante ne può ospitare un pullman, per dimostrare che anche le nostre campagne, soprattutto dove il fiume ha tenuto lontana la mano dell’uomo, possono trasformarsi per qualche giorno in una località di villeggiatura. Il raid, patrocinato da comune e provincia di Lodi e Parco Adda Sud, è stato tra l’altro accompagnato dal bel tempo, tranne la cupa mattinata del giovedì e il temporale che giovedì sera ha accolto la comitiva a Pizzighettone, un’esperienza così elettrizzante, e anche meno massacrante del Lodi - Venezia dello scorso anno, che il patròn Gino Cassinelli e la “pierre” Raffaella Ciceri hanno già abbozzato l’edizione 2005. «Per ora posso solo dire che l’itinerario non potrà non coinvolgere Lodi», anticipava ieri pomeriggio Cassinelli, mentre era impegnato a sollevare il motore e a metter braccia ai remi per evitare che i gerali dell’Adda potessero rovinare un raid filato liscio come l’olio. Tutti quindi possono fare i turisti di fiume? «Tutti quelli che sanno come si tiene una barca sull’Adda - chiarisce Cassinelli -: è sicuramente un divertimento, ma, per esempio, bisogna essere in grado di superare gli sbarramenti». E, complice l’acqua bassa, proprio i due sbarramenti, di Castelnuovo - Isola Serafini e di Pizzighettone, hanno dato filo da torcere ai gitanti. Per ricompensa, però, l’Adda concesso un bagno ristoratore a Gombito. Logistica impeccabile, dalle guide del Parco del Ticino che hanno accompagnato per diverse ore la comitiva al furgone-cambusa al seguito, fino al presidente dell’Adda Sud, Attilio Dadda, che è riuscito a partecipare a tappe al raid. E, poi, non sono mancati i momenti istituzionali: l’incontro a Somaglia con gli assessori provinciali al turismo di Lodi, Pavia e Cremona, che assieme a Mantova, con il “Patto del Po”, puntano proprio alla valorizzazione dell’escursionismo fluviale, e quello con i sindaci di Crotta, Meleti e Maccastorna, e con i rappresentanti del consorzio “Navigare l’Adda”. Dopo il pranzo alla Madonnina di Turano, ieri alle 15 l’ultimo varo per sfidare le secche fino a Lodi, per l’arrivo alla Canottieri, questa volta ai piedi dell’ennesimo sbarramento. Un raid che, oltre a portare a spasso per la Lombardia la bonaria intraprendenza dei lodigiani, è anche una scusa per parlare in bene dei nostri fiumi, di solito sulle cronache per inquinamenti e alluvioni.

Car. Cat.

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 7 06 04

ALLUVIONATI

Piena fiducia nell’operato di Ossino

Egregio Direttore, in relazione a quanto affermato dall'assessore Marzorati in un articolo di giovedì 3 giugno (la frase era: " Ossino (...), che forse non rappresenta più il Comitato"), vorrei spendere poche parole per tranquillizzarlo. Si tolga il dubbio: anzi, Ossino continua a riscuotere la fiducia di coloro che vi aderiscono e, nell'Assemblea svoltasi nella serata dello stesso giorno,  Ossino è stato pubblicamente ringraziato dai presenti proprio per la sua determinazione a portare avanti i problemi concreti degli alluvionati. Determinazione nella quale continuiamo a credere e che sosteniamo. Ma anche determinazione che continuiamo a non vedere nell'Amministrazione Comunale, ingabbiata nei suoi schemi, che non vuol discutere ma solo imporre. Che mai si è vista, neanche per puro gesto di solidarietà, al loro fianco. Non basta dire di aver elargito un po' di soldi (peraltro a viva voce richiesti, altrimenti, chissà se si sarebbero mai visti). Chi, non per propria colpa, ma per incuria (che  ha grande peso nella sfortuna negli eventi) ha patito danni materiali e morali, si sente (come in questo caso, ma non è l'unico) anche offesa. Pensino, i nostri amministratori, che nei compiti che la città ha loro delegato c'è pure quello di sentire il problema come anche loro.  Queste sono solo deteriori cadute di stile. Che non giovano certamente e ingarbugliano il problema.

Cordialmente

Gaia Bocchioli Lodi

gaia.boc@pmp.it

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 8 06 04

ALLUVIONATI

La Fondazione comunitaria fa politica?

Il Comitato ha partecipato al bando della Fondazione Comunitaria, di cui in questi giorni è stata data notizia a chi è andato il contributo. Il progetto del comitato non è fra questi. Vi ho incollato gli articoli del "Cittadino", dai quali si può leggere quali sono stati i progetti approvati.  Non c'è da stupirsi proprio per niente. Proprio perché, ho ormai maturato una lunga esperienza in materia di illusioni, disillusioni, ecc. anche nei confronti delle Istituzioni. Però attenzione: sono certo che non tradiscono le Istituzioni(siamo o no in libero regime democratico?), ma certi personaggi che ahimè le rappresentano. Il Presidente della Fondazione Comunitaria Onlus (probabilmente ha in tasca la tessera di aderente alla formazione politica La Margherita Democrazia e Libertà), rilevato che è candidato come Consigliere Provinciale per la nostra provincia alle elezioni amministrative del 12/13 giugno prossimo. Sono dell'avviso che i progetti potessero essere approvati anche dopo le elezioni (non c'era nessuna urgenza - anche se il bando indicava che la data di approvazione era il 15 maggio -). Vi invito a leggere il progetto presentato in collaborazione con il CNR - IRPI di Torino,  che come Presidente del C.AL.LO  ho sottoscritto. Come si fà a non finanziare un progetto sullo "studio della tendenza evolutiva del Fiume Adda sublacuale, su base storico-geomorfologica con valutazione dei processi di erosione, di variazione planoaltimetrica e di trasporto solido con finalità di protezione civile", dopo la catastrofica "alluvione" che ha colpito il territorio Lodigiano in un recente passato (Novembre 2002), ed a cui noi volevamo dare delle risposte certe e concrete sulle cause, al contrario dei progetti approvati?

Mi fermo qui! Errare humanum est.

Domenico Ossino

Presidente C.Al.Lo onlus

c.al.lo@tin.it

 

Da IL CITTADINO del 10 06 04

Membro delle Rsu e alluvionato, ha incassato i 1.400 euro: «Restituirli, perché?» 

A Ossino il gettone dei consiglieri devoluto ai lavoratori ex Polenghi 

Che fine hanno fatto i gettoni di presenza che i consiglieri comunali decisero nel giugno 2002 di destinare ai lavoratori dell’ex Polenghi? A sollevare il quesito sono i consiglieri comunali Italo Comacchio e Gianni Pedrazzini, con una interrogazione al sindaco e al presidente del consiglio depositata a palazzo Broletto il 4 giugno. Ricordando la seduta straordinaria svoltasi il 12 giugno 2002 presso lo stabilimento di San Grato e la scelta di «molti consiglieri di devolvere il gettone di presenza a favore di dipendenti, particolarmente a disagio, impegnati attivamente a sostenere la vertenza sindacale nei confronti del gruppo Eurolat», i due esponenti dei Ds chiedono che venga verificato il fondamento di «alcune indiscrezioni», secondo le quali «sembra che tale contributo sia stato, in modo del tutto singolare, diversamente conferito rispetto alle decisioni assunte nella circostanza» menzionata. In realtà, prima ancora dell’iniziativa di Comacchio e Pedrazzini, a fine aprile era stato direttamente il sindaco Aurelio Ferrari a chiedere al Gruppo lavoratori anziani Polenghi (destinatario dei contributi) un «riscontro circa la positiva conclusione dell’iniziativa». Dalla risposta del presidente del Gruppo, Bassiano Pizzamiglio, il sindaco aveva così appreso che la somma (pari a 1.396,21 euro) era stata assegnata, nel dicembre del 2002, a Domenico Ossino, su indicazione delle Rappresentanze sindacali unitarie dell’ex Polenghi. L’associazione degli ex dipendenti aveva inizialmente proposto alle Rsu di utilizzare l’importo per contribuire ai soccorsi alle vittime del terremoto del Molise, ma l’esondazione dell’Adda verificatasi alla fine di novembre del 2002 aveva in seguito suggerito l’opportunità di destinare il fondo a favore di un lavoratore (in servizio o in cassa integrazione) colpito dalla calamità, tenendo conto, ai fini dell’individuazione del beneficiario, di «particolari situazioni di famiglia» e «danni consistenti». Il 4 dicembre, infine, «dopo attenta valutazione», le Rsu comunicavano al Gruppo anziani la decisione di assegnare l’intero importo disponibile a Ossino. Lui stesso membro delle Rsu, nonché presidente di uno dei comitati di alluvionati sorti in città, l’interessato commenta così la situazione di potenziale imbarazzo in cui potrebbe trovarsi a causa prima delle “indiscrezioni” in circolazione e ora della formale richiesta di chiarimenti assunta da due consiglieri comunali: «Non c’è nulla di cui debba giustificarmi - dichiara - Purtroppo, e ne avrei volentieri fatto a meno, sono stato pesantemente colpito dall’alluvione e, al di là del fatto che io sia un delegato delle Rsu, ero davvero il dipendente dello stabilimento che aveva subito i maggiori disagi. È anche vero che successivamente ho ottenuto alcuni contributi stanziati dagli enti locali e un parziale risarcimento da assicurazioni private, comunque insufficienti a coprire gli ingenti danni: nel dicembre del 2002, tuttavia, a fatti appena accaduti, di tutto ciò non c’era alcuna garanzia, per cui la mia era oggettivamente una condizione di grave difficoltà. Restituire i soldi? Non c’è nessun motivo per farlo».

Claudio Gazzola

 

Da IL CITTADINO del 11 06 04

Ieri vertice a Lodi 

Dalla regione tre milioni per l’argine dell’Adda 

La regione ha annunciato lo stanziamento di tre milioni di euro per l’innalzamento di un argine sulla sponda destra dell’Adda, a Lodi. L’annuncio è stato fatto dall’assessore al territorio del Pirellone, Alessandro Moneta, che ieri ha incontrato il sindaco Aurelio Ferrari e il prefetto Nicoletta Frediani.

 

Per mettere la città al sicuro dalle piene si allungherà il ponte di una campata, entro l’anno i lavori sulla sponda sinistra 

Argini, pronti i soldi per la riva destra 

La regione ha stanziato 3 milioni di euro per costruire le difese 

Il Pirellone apre il portafoglio per gli interventi anti alluvione. Ieri mattina l’assessore regionale al territorio Alessandro Moneta ha annunciato alla presenza del sindaco Aurelio Ferrari e del prefetto Nicoletta Frediani lo stanziamento di tre milioni di euro per innalzare un argine sulla sponda destra dell’Adda, a nord del ponte napoleonico. Inoltre ha elencato tutti gli interventi che dovranno essere fatti in futuro per mettere la città di Lodi al riparo da esondazioni come quella che, nella notte fra il 26 e il 27 novembre 2002, misero in ginocchio la città bassa e le autorità locali. All’argine sulla sponda sinistra e a quello, annunciato ieri, sulla riva opposta si aggiungeranno l’allungamento del ponte napoleonico di un’ulteriore campata, l’abbassamento della briglia a sud del viadotto e una serie di interventi di arginatura su entrambe le rive a valle della città. Fatti i debiti conti, per tutti gli interventi di difesa spondale a Lodi occorreranno 9 milioni di euro. Per ora la regione ne ha messi a disposizione 4, con la promessa di reperire nel prossimo programma triennale un milione e mezzo di euro in più che serviranno a completare l’intervento sulla riva destra, il cui costo totale è stimato in 4,5 milioni di euro. Sebbene l’annuncio, fatto a tre giorni dal voto, faccia insorgere il sospetto che si tratti di una manovra elettorale, l’assessore Moneta respinge questa ipotesi, assicurando che lo stanziamento dei soldi è cosa già fatta: «Il fatto che le esigenze di Lodi siano passate in secondo piano - spiega - non significa certo che fossero inferiori rispetto a quelle delle altre province. Ma abbiamo privilegiato gli interventi su Milano che obiettivamente aveva bisogni più urgenti. Ora i soldi ci sono, e la collaborazione e la pazienza di comune e prefettura sono state preziose. Toccherà ai tecnici dell’Aipo e della regione progettare l’intervento».

Sponda destra

L’argine sulla sponda destra partirà dal ponte napoleonico e si concluderà all’altezza della chiavica sul Roggione, per una lunghezza di circa un chilometro. I dettagli dell’intervento, compresa l’altezza dell’argine, sono ancora conosciuti. Il quadro fatto da Luigi Mille, responsabile dell’Aipo per la Lombardia, riguarda un tipo di argine “ibrido”, formato in parte da blocchi in muratura, e in parte, nelle zone più critiche, dai cosiddetti “panconi”, barriere mobili a scomparsa che possono essere innalzate in caso di rischio di alluvione elevando l’altezza dell’argine soltanto quando è necessari. «Le barriere mobili conferma Mille - possono essere in cemento, in alluminio o in legno. Credo che per Lodi utilizzeremo quest’ultima soluzione». L’argine correrà lungo tutta la Piarda Ferrari, esattamente come nella soluzione del “muraglione” prospettata due anni fa e poi ritirata, in seguito alle polemiche sollevate da Legambiente e dai residenti della Maddalena e del Borgo. «Ma il progetto sarà completamente diverso - assicura Mille -, cercheremo di mantenere l’impatto ambientale il più basso possibile e di mantenere quella parte di città esattamente fruibile come lo è oggi». Per quest’argine serviranno 4,5 milioni di euro, 3 dei quali già disponibili. I lavori potrebbero iniziare fra due anni.

Il ponte si allunga

La notizia è che in pochi mesi (due secondo Mille, a fine anno secondo Moneta) partiranno i lavori per l’argine sulla sponda sinistra, quello che avrebbe in un primo tempo dovuto difendere l’ex Sicc e che avrebbe visto la realizzazione di un parco cittadino, poi spostato all’Isolabella. Costerà un milione e mezzo di euro: un milione lo ha già stanziato la regione, il resto lo reperirà il comune. All’innalzamento dei due argini a nord del ponte corrisponderà un allungamento del viadotto napoleonico. «Sarà necessario - spiega Mille - allargare il fiume in corrispondenza del ponte, nell’Oltreadda, e costruire una campata in più. Sarà un prefabbricato e avrà comunque una “luce” inferiore alle altre arcate del ponte, ma servirà a diminuire la velocità dell’acqua in corrispondenza del ponte, cosa che puntualmente si verificherà col restringimento dell’alveo a monte, in corrispondenza dei due argini». Non ci sono ancora dettagli sul progetto, ma sembra scontato che una buona parte della riva sarà abbattuta per allargare il fiume e che parte della viabilità (l’ingresso di Via Nazario Sauro) debba essere parzialmente spostato. Per i lavori sono previsti 1,5 milioni di euro, ma non c’è ancora progetto.

Gli interventi a valle

Altri due milioni di euro verranno spesi per le opere a sud del ponte. 500 mila verranno messi da parte per livellare la briglia di circa un metro. «Con gli argini a nord - spiega Mille - il pelo dell’acqua si alzerà di un metro. Abbassando la soglia riporteremmo il livello dell’acqua allo stato attuale». I restanti 1,5 milioni di euro serviranno ad altri interventi “tampone” a valle del ponte. «Le difese spondali - assicura Moneta - sono state pensate in modo da dare sicurezza alla città senza provocare nessun problema a valle di Lodi». Il sindaco assicura il suo contributo per le future opere: «Abbiamo fatto la nostra parte, e la regione ha fatto la sua restandoci sempre vicina. Ci accolleremo la responsabilità di alcuni lavori necessari a valle del ponte, così come cercheremo di reperire i 500 mila euro o forse più che serviranno per completare l’argine sinistro». Marco Votta (Forza Italia) fa i complimenti ai suoi assessori: «Moneta e Buscemi si sono adoperati molto per questo intervento». Antonio Corsano attacca provincia e comune: «Non sono stati capaci di presentare un solo progetto di difesa spondale, meno male che ai cittadini ci ha pensato la regione».

Francesco Gastaldi

 

Ossino: «Campagna denigratoria da parte dei Ds»

Nell’edizione di ieri «Il Cittadino» ha correttamente riportato le mie dichiarazioni all’attacco che mi è stato rivolto, alla vigilia del voto di una campagna elettorale in cui sono candidato, dai consiglieri comunali Ds Comacchio e Pedrazzini. Ne comprendo molto bene le ragioni. Non mi viene perdonata né la mia libera scelta di oggi, fuori dagli schieramenti di centro destra e centro sinistra per continuare a difendere in modo assolutamente indipendente le ragioni degli alluvionati, né la mia passata attività, che ha contribuito non poco a provocare le dimissioni dell’ex assessore Mauro Biscaldi, del quale i due consiglieri erano sostenitori, a differenza degli alluvionati che non lo erano per niente, quale che fossero le loro opinioni politiche. Vorrei precisare una circostanza che non deve sfuggire a nessuno. Se fossi stato candidato nei Ds avrebbero scritto le stesse cose? Perché questo attacco a due giorni del voto? Per non darmi la possibilità di replicare a viso aperto, proprio di fronte a loro e di fronte agli alluvionati, con i quali ho sempre avuto un rapporto di assoluta trasparenza e completezza di informazione? È fin troppo evidente la riposta, che completo con questi particolari. Dal 26 novembre 2002 all’Epifania del gennaio 2003 io non ho avuto né una casa né un lavoro. Ho dovuto abbandonarlo, per mettere insieme le poche cose che mi erano rimaste. Quando, non per mia scelta, mi fu proposto un aiuto (1.396 euro a fronte di un danno dal quale non sapevo come ripararmi) ho accettato con commozione, perché ho ritenuto il gesto dei miei colleghi di lavoro anche un riconoscimento per l’onesta e totale dedizione che come lavoratore ho dato – nel limite delle mie possibilità – per difendere le sorti dei nostri posti di lavoro. Se i politici, di cui i Ds sono grande parte, avessero fatto ciò che dovevano fare per difenderci dalle esondazioni e per tutelare i nostri posti di lavoro, non avrebbero certamente avuto bisogno di compiere quel piccolo gesto che oggi rivendicano con tanta demagogia. Concludo con molta serenità d’animo: ho visto in quel gesto una solidarietà, del quale sono profondamente grato e che mi onora.

Domenico Ossino

 

Da Lettere dal IL CITTADINO del 11 06 04

POLITICA IDRAULICA

Sempre altro il rischio di alluvioni

E' da almeno 15 mesi che vi scrivo sull'alluvione 2002 in Lombardia. il fiume Adda sembra una fiumara calabra è può diventare strumento di morte con una prossima piena. L'autorità competente non agisce sull'Adda, perché a suo dire sistemando l'Adda si può avere un nuovo Polesine. E' più semplice alluvionare di volta in volta porzioni di territorio, come è avvenuto a Lodi, e altri centri lombardi che intervenire seriamente per mettere in sicurezza la pianura padana, iniziando dal Po e i suoi affluenti. Intendo denunciare questa situazione perché in Lombardia siamo a rischio alluvioni per la politica sbagliata che si porta avanti da oltre 20 anni. Si spendono miliardi e miliardi per fare arginature alzando i livelli idrici e la pianura comincia a restare sotto i fiumi venite in provincia di Lodi a verificare il Po a che livello è rispetto al piano campagna (invito rivolto alla stampa). Gli interventi da fare sono altri, quelli in cui non bisogna fare appalti per svariati miliardi. Giustamente se i fiumi vengono regimati puntualmente e con una filosofia diversa tutte le varie Autorità che hanno competenza e le quali sono tutte senza responsabilità alcuna, non avrebbero ragione d'esserci. E' come se non ci fossero delinquenti e i tutori dell'ordine non servissero più. E’ un pericolo serio che non potete sottovalutare.

Domenico Ossino

Presidente Comitato Alluvionati Lodi Onlus

c.al.lo@tin.it

 

Da IL GIORNO del 11 06 04

RIVA DESTRA Stanziati tre milioni dalla Regione per realizzare opere di protezione

Piovono euro sull’Adda

PROGETTO Saranno costruiti un parapetto e una paratia mobile

LODI - Fiume Adda, arri­vano i soldi. La Regione ha infatti stanziato ben 3 milio­ni di euro per la realizzazio­ne di un argine in sponda de­stra, a monte del ponte. L'an­nuncio del finanziamento è stato dato ieri, al termine di un incontro allo Spazio Re­gione di via Haussmann con il sindaco di Lodi Aurelio Ferrari, il Prefetto Nicolet­ta Frediani e Luigi Mille dell'Aipo (ex magistrato del Po), dall'assessore regionale al Territorio e Urbanistica Alessandro Moneta. E c'è soddisfazione. «E' un risulta­to forte - com­menta il direttore della sede ter­ritoriale di Lodi della Regione Ernesto Chie­sa -. L'arrivo dei fondi pre­mia il lavoro svolto. Ora che lo studio dell'Autorità di Ba­cino è completa­to e sono disponibili i soldi, non resta che partire con i progetti. Si potrebbe arriva­re al traguardo entro la fine dell'anno». «Questo stanziamento - aggiunge il sindaco - permette di realizzare il pro­getto per gran parte: ci saran­no un parapetto e una paratìa mobile da azionare in caso di emergenza. L'importo non è sufficiente alla realizzazione dell'intero interven­to: servono all'incirca 4 mi­lioni e 900 mila euro. Ma è già un buon inizio». Bisogna ritenersi soddisfatti, ha detto ancora il sindaco, soprattut­to perché la Regione si è impegnata a reperire la cifra mancante il prossimo anno. Oltre al parapetto a difesa di Martinetta e Capanno, sono previsti l'aggiunta di un'arca­ta al ponte napoleonico, l'ab­bassamento della briglia, la sistemazione delle rogge. «La tipologia precisa degli interventi non è ancora stata definita - conclude Carmela Sturiale, ingegnere della Se­de Territoriale di Lodi - ma lo stanziamento odierno va ad aggiungersi al primo intervento, già finanziato con 1 milione di euro, per la crea­zione di un argi­ne in riva Sini­stra, ora in via di progettazio­ne». Per la spon­da destra la Re­gione aveva già previsto e finanziato un conte­stato maxi argi­ne, due metri so­pra la sede stradale. In seguito all'alluvione del 2002 il progetto, con il re­lativo finanziamento, era sta­to ritirato, e si era deciso di avviare uno studio approfon­dito per stabilire una scala di priorità degli interventi. «I risultati dello studio - ha detto Moneta. - hanno confermato che piene eccezionali (che si verificano statisticamente ogni duecento anni) allaga­no le aree urbanizzate a monte del ponte; l'obiettivo immediato era dunque mettere in sicurezza le zone più a ri­schio».

LAURA DE BENEDETII

 

Da IL CORRIERE DELLA SERA del 11 06 04 

Lodi, tre milioni contro le alluvioni

Stanziati dalla Regione per mettere in sicurezza la sponda destra dell' Adda

MILANO - Tre milioni di euro per la messa in sicurezza delle aree di Lodi che sono bagnate dall'Adda. La cifra, stanziata dalla Regione Lombardia, è destinata ai lavori di sistemazione della sponda destra a monte del ponte urbano. «Con questo stanziamento ed il prossimo inizio dei lavori si è fatto un grande passo in avanti per la sicurezza di Lodi», ha dichiarato l'assessore regionale al Territorio e all'Urbanistica, Alessandro Moneta, al termine di un incontro al quale hanno partecipato il prefetto di Lodi Nicoletta Freudiani, il sindaco Aurelio Ferrari e i rappresentanti dell'Aipo, l'Agenzia interregionale per il Po, dell' Autorità di bacino e dell'Arpa Lombardia. Le rilevazioni effettuate nell'area dall'Autorità di bacino, e confermate dal piano di assetto idrogeologico approvato nel 2001, avevano già messo in allarme la Regione. Per diminuire il rischio di esondazioni sulla sponda sinistra, infatti, erano stati inseriti nel programma per l'anno 1999-2000 i lavori di realizzazione di argini, finanziati con oltre un milione di euro. L'intervento, che attualmente è in corso di progettazione, sarà eseguito dall'amministrazione comunale. Lo studio di fattibilità dei lavori sul fiume Adda, avviato dall'Autorità di bacino per valutare le conseguenze delle opere sul regime delle acque, ha evidenziato la necessità di interventi di «forte impatto», indispensabili per scongiurare il ripetersi di alluvioni come quella del novembre 2002. I risultati hanno confermato che, per le piene previste ogni duecento anni, le aree urbanizzate a monte del ponte urbano vengono allagate, mentre, a valle, la situazione idraulica è influenzata dalla presenza del ponte e della briglia di consolidamento. La notte del 26 novembre 2002 metà della città venne sommersa dall'Adda, rendendo necessaria l'evacuazione di centinaia di persone. La piena colse di sorpresa il Comune, la protezione civile e la prefettura sia per l'intensità sia perché il fiume aveva allagato zone che erano considerate sicure, risparmiando, invece, quelle che erano considerate a rischio. Il Comune, che allora stanziò oltre 900mila euro per il risarcimento degli 870 abitanti che avevano subito danni alle case o alle attività commerciali, ha nel maggio scorso allestito anche simulazioni per preparare la città a una nuova eventuale esondazione. L'iniziativa non è stata però accolta con favore dagli abitanti.

Regione Lombardia

 

DA IL LODIGIANO del 11 06 04

LODI IL TECNICO NICOLA BONELLI HA ILLUSTRATO LA SUA RICETTA PER PROTEGGERE LE CASE DAL FIUME

Alluvionati divisi

L’assemblea al circolo Archinti fa emergere contrasti e dissapori

Doveva essere una nuova occasione per rilanciare le richieste degli alluvionati in periodo elettorale, ha fatto invece emergere divergenze e contrasti latenti da tempo tra quanti nel novembre del 2002 finirono a mollo a causa delle piogge torrenziali e dell'e­sondazione dell'Adda. L'assemblea pubblica indetta dal Comitato Alluvionati in sponda destra - quella per intenderci che si sviluppa lungo il fiume lodigiano dalla Martinetta al Borgo passando per Capanno e Piarda Ferrari - presieduto da Domenico Ossino non ha sortito l'esito sperato. L'intento era quello di riprendere il piano elabora­to da Nicola Bonelii, esperto del settore con sede nel Meridione, per presentare a Comune, Provincia èd enti superiori precise richieste in merito alla salvaguardia delle aree attraversate dal corso dell'Adda da possibili eson­dazioni, Il tecnico, di fronte ad un pubblico interessato e partecipe perché costretto a fare i conti - in rosso - con le bizze del!'Adda e del tempo, ha snocciolato nella sala Pertini del circolo Archinti di viale Pavia dati e cifre, spie­gando con cartelloni e penna­rello perché deve essere abbassata, se non eliminata, la briglia a valle del ponte ottocentesco di Lodi e perché occorre rimuovere la ghiaia in eccesso dall'alveo del fiume. Si tratta di'due accorgi­menti che ­anche in caso di inondazioni bibliche dovrebbero scongiurare l'allagamento della Martinetta, del Pratello, della Città Bassa, di Revellino e Campo di Marte, vale a dire le zone più critiche del capoluogo lau­dense. "Le due chiaviche previ­ste dall'amministrazione comu­nale sui due canali che passa­no al Pratello - ha ribadito l'e­sperto - sono del tutto inutili e, soprattutto, inefficaci a contenere eventuali ondate di piena dell'Adda di proporzio­ni consistenti". E sono state proprio le due contestate 'chiuse' a provocare la rea­zione dei residenti nel quar­tiere adiacente il parco comu­nale Isola Carolina, finito sott’acqua nel novembre del 2002. Sindaco e tecnici inter­pellati da Palazzo Broletto, infatti, hanno assicurato che le due chiaviche sono in grado di preservare l'area da piene normali, evitando il rigurgito delle acque di falda. Così, per salvare almeno qualcosa, alcuni dei residenti presenti all'assemblea hanno preso le difese dell'amministrazione pubblica, costretta a fare i conti con i ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale inoltrati dal Comitato Alluvionati in sponda destra. Ossino e soci si sono rivolti ai magistrati temendo che l'intervento sulle due rogge finisca per creare ulteriori problemi alle altre zone della città a rischio di esondazione. Di fatto, gli alluvionati si sono divisi: da una parte il Pratello che auspica gli interventi di salva­guardia promessi dal comu­ne; dall'altra, gli alluvionati della Martinetta e della Città Bassa. Se dividendo si può governare meglio - come spiega l'antico adagio latino ­- la giunta Ferrari è riuscita nell'intento: ha diviso gli allu­vionati ed ora può scaricare su terzi la responsabilità di eventuali mancati interventi. L'incontro all'Archinti si è concluso con un appello ai cosiddetti tecnici: "Che si mettano dicendoci cosa è più utile fare per evitare le esondazioni dell'Adda" hanno ribadito i presenti. In effetti, di soluzioni certe pare proprio che ve ne siano ben poche: chi risolve tutto alzando gli argini, chi invece abbassando l'alveo. I monaci che, grazie al lavoro paziente di secoli, sono riusciti nell'impresa di fare della Gera d'Adda la zona agricola più fertile d'Europa e del Mondo, potrebbero insegnare qualco­sa: ma nessuno pensa a loro.

di Franco Buongiorno

 

Da LA TRIBUNA DI LODI del 12 06 04

L'Adda, un problema non dei soli alluvionati

A conclusione del convegno sui rischi di nuove esondazioni dell'Adda, Domenico Ossino, presidente del Comitato Alluvionati Lodi Onlus, ha dichiarato: "Il rischio di nuovi eventi come quello del novembre 2002 non deve preoccupare solo gli abitanti delle zone a rischio. La questio­ne dell'Adda deve diventare un grande problema cittadino e provincia­le, una priorità politica da affrontare con urgenza". Nel prossimo numero un ampio servizio sull'argomento.

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 16 06 04

PROVINCIA Sulle alluvioni Corsano è disinformato

Egregio direttore, vorremmo precisare per doverosa e corretta informazione alla cittadinanza alcuni punti in merito a quanto affermato dal consigliere comunale Antonio Corsano su “il Cittadino” di venerdì 11 giugno, quando, riferendosi anche al nostro ente, sostiene che «non sono stati capaci di presentare un solo progetto di difesa spondale, meno male che ai cittadini ci ha pensato la regione». È infatti bene ricordare che, allo stato attuale delle cose, i due enti che hanno provveduto ad ideare e realizzare interventi sono la provincia e il comune di Lodi. Quest’ultimo con la riqualificazione dell’area ex S.I.C.C., già decisa in tempi precedenti gli eventi alluvionali, mentre la provincia ha progettato un intervento successivo agli eventi alluvionali del 2002: precisamente i lavori di innalzamento di quota della S.P. 25, con relativo affiancamento di una pista ciclabile, per consentire che il deflusso delle acque non danneggi cose e persone sulla riva sinistra. Per tale intervento il nostro ente ha anche previsto gli stanziamenti necessari, non gravando dunque su altri soggetti. L’intervento della provincia (presentato già da parecchi mesi all’A.I.P.O.) è l’unico per noi possibile, perché solo su quella strada si esercita la competenza dell’ente: farà quindi parte di un coordinato sistema di progetti di prevenzione dei danni di future alluvioni che, come ricorda anche l’articolo giornalistico, verranno realizzati dall’A.I.P.O. Salutiamo quindi con favore la notizia dello stanziamento di 3,5 milioni di euro, che certamente rappresenta un primo valido contributo, erogato dall’ente regionale per riuscire finalmente a realizzare le opere utili per la città capoluogo. Affermare che gli enti locali non si sono mossi rappresenta, specie da chi per il ruolo che ricopre dovrebbe ben conoscere la situazione, quantomeno un grave errore di mancanza di adeguata informazione.

Ufficio stampa della Provincia di Lodi

 

POLEMICHE

Contro Ossino un colpo basso disonorevole

Scrivo a proposito dell’articolo pubblicato sul vostro giornale giovedì 10 giugno a pagina 13 dal titolo “A Ossino il gettone dei consiglieri devoluto ai lavoratori ex Polenghi”. Non entro nel merito dei contenuti, perché si commentano da soli. Esso mi suscita invece un pensiero, che vorrei brevemente rivolgere a coloro i quali hanno sollevato, stigmatizzandola, la questione. Complimenti! E’ stata una gran bella mossa. Condotta con tempismo e abilità. E che vi fa sicuramente onore!

Carmen Ansi Lodi

car.an@virgilio.it

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 17 06 04

Lodi DIFESE SPONDALI

Da Corsano un commento superficiale

Caro direttore, il commento finale di Antonio Corsano all’articolo pubblicato su “il Cittadino” dell’11 giugno sull’accordo fra regione, provincia e comune per la realizzazione delle difese spondali, mi ha sorpreso per la superficialità. È il commento di chi non conoscendo la questione ma essendo politicamente impegnato, si sente in dovere di giudicare in negativo l’operato di una amministrazione non gradita. In realtà la progettazione delle opere di difesa dell’abitato di Lodi basata sugli approfondimenti tecnici effettuati dal comune tramite lo Studio Paoletti e dalla provincia di Lodi tramite il ConsorzioMuzza. Di ciò Corsano, se fosse consigliere comunale presente ed intraprendente, dovrebbe essere a conoscenza, stante la presentazione in consiglio comunale delle considerazioni post-alluvione ed essendo passato in commissione territorio (cui partecipano due consiglieri di Forza Italia) lo studio complessivo sul rischio idrologico e idraulico e le possibili soluzioni. Al commento di Corsano fa del resto da contraltare il riconoscimento attribuito al comune e alla provincia di Lodi dal funzionario dell’Autorità di Bacino, ingegner Merli, per il lavoro di approfondimento de i problemi idraulici del territorio. Ringrazio per l’attenzione

Aurelio Ferrari, Sindaco di Lodi

 

Da IL CITTADINO del 18 06 04

Il dibattito 

Togliamo la ghiaia dall’Adda 

Come tutte le “telenovelas” che si rispettano, il dibattito su quali interventi devono essere effettuati sul fiume Adda per ridurre il rischio di una nuova inondazione, registra quotidianamente una nuova puntata. Intervengono nel dibattito, come sempre accade, tecnici competenti in opere idrauliche e altri meno preparati in merito. Siccome è già difficile mettere d’accordo tra di loro persone competenti, si capisce subito che in questo modo nessuna intesa risulta possibile. D’altra parte la stampa locale, cui va il merito di riportare il parere di ciascuno, non  può essere sede adatta per un approfondito confronto di pareri tecnici. Dobbiamo già essere grati al “Cittadino” perché tiene vivo il problema, dando sempre spazio a coloro che, colpiti dalla ultima alluvione, non accettano giustamente che esso cada nel dimenticatoio. Dopo molti dotti interventi su come intervenire sul fiume e sulle sponde, con progetti di importanti opere idrauliche, naturalmente rimasti sulla carta, per ora il problema del momento sembra ricondotto ad un più semplice dilemma: togliere o no la ghiaia accumulatasi nel fiume e livellarne il fondale? Ad un occhio poco esperto sembra una domanda superflua, infatti fin dall’inizio di questa telenovela molti si sono domandati come mai non si desse subito avvio a tale intervento. Si tratterebbe di un’opera semplice, di facile e rapida esecuzione, non costosa, anzi a a costo zero per le Amministrazioni che l’autorizzano (potrebbe addirittura essere fonte di profitto). Togliere la ghiaia eccedente e livellare il fondale, eliminando gli intoppi che si sono formati col tempo, consentirebbe all’alveo di smaltire un portata maggiore, come insegnano le leggi dell’idraulica, senza recare disturbo all’ambiente circostante. Certo l’immagine del “dio fiume” libero di andare dove vuole, trascinandosi i suoi inerti per depositarli dove gli aggrada, ne viene un po’ a soffrire e con essa soffrirebbero anche certi ambientalisti che amano la natura oltre ogni dire e, lottando per un ambiente incontaminato, talvolta misconoscono le necessità del vivere quotidiano. Togliere la ghiaia e livellare il fondale probabilmente non basterà a scongiurare il rischio paventato di una nuova alluvione. Serviranno altri interventi più mirati, che un confronto approfondito fra esperti, riconosciuti come tali, sarà in grado di individuare. Si tratterà certamente di opere idrauliche impegnative, che richiederanno tempi lunghi ed investimenti cospicui. La pulizia dell’alveo invece si può fare presto e senza oneri, e non ha controindicazioni di nessun tipo. È un primo intervento certamente utile anche se non definitivo, che tuttavia deve essere effettuato in stagioni propizie, ossia quando il fiume è povero d’acqua. In poche parole deve essere predisposto ora ed eseguito subito. Chi si prenderà la responsabilità di questo intervento? Il Comune di Lodi come spesso accade dà segnali ondivaghi, tuttavia il problema è di competenza precipua della Provincia, poiché oltre la nostra Città tocca altri Comuni rivieraschi, che saranno coinvolti dall’intervento sul fiume. Il nuovo Consiglio Provinciale, di prossima elezione, si troverà subito questa patata bollente fra le mani, pesante eredità dell’attuale Amministrazione Provinciale, che praticamente è rimasta assente in questo merito. Continuerà a palleggiarla come è accaduto fin ad ora? Da parte nostra, ossia da parte Udc, le idee e i propositi sono certi e la volontà di intervenire, se ci sarà data la possibilità, dichiarata.

Giacomo Arcaini presidente Udc - Provincia di Lodi

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 18 06 04

CORSANO E L’ADDA

Non sono disinformato e ho ragione

Egregio direttore, vorrei rispondere alle due lettere pubblicate nei giorni scorsi a firma dell’ufficio stampa della provincia di Lodi e del sindaco Aurelio Ferrari, in critica ad alcune mie dichiarazioni a commento del contributo di tre milioni e mezzo di euro stanziati dalla regione Lombardia per la messa in sicurezza della sponda destra del fiume Adda e poiché arrivati da una compagine politica poco gradita ai due enti non ha pienamente soddisfatto il sindaco e la provincia. II sindaco, come da sempre è abituato a fare quando non ha argomenti sufficientemente validi per replicare, si fa scudo dicendo che si dice ciò perché “politicamente impegnati”... e cosa c’è di male signor sindaco a essere politicamente impegnati? La critica può essere costruttiva o sbagliata: se costruttiva, in democrazia, se ne prende atto; se sbagliata si controbatte con ragioni valide e concrete, cosa che a lei capita raramente. Mi sorprende inoltre che lei giudichi la mia intraprendenza e la mia presenza politica; visto che la mia intraprendenza ha provocato le vostre stizzite reazioni sull’argomento, mentre la mia presenza politica è certa e documentata in consiglio comunale, se invece lei allude alla mia assenza dalle commissioni consiliari le preciso che è dovuta a un grave atto antidemocratico di cui lei, essendone a conoscenza, e nulla facendo per risolverlo, ne è complice. Tornando all’argomento alluvione, sul quale lei mi taccia di superficialità, sfido chiunque a dire di aver visto qualcuno spostare un solo e ripeto un solo ciottolo dal fiume, che resta abbandonato a sé stesso da decenni e in secca da più di uno. Invito il sindaco a recarsi più spesso tra la gente e magari sul ponte vecchio, ove potrà constatare le cataste di alberi che il fiume nel tempo ha trascinato e che fanno un’inopportuna e pericolosa diga contro i piloni del ponte. Certo a quasi due anni dall’alluvione di “carte” ne sono girate, ma “le carte” non proteggono i cittadini, i cittadini si proteggono con cose concrete delle quali, ad oggi, non si intravvede proprio nulla. L’argine ex Sicc è l’unica opera che potrebbe apparire quasi certa ma che, senza l’ulteriore protezione della ciclabile per Boffalora d’Adda potrà servire a ben poche persone residenti oltre il fiume e, anche per queste, potrebbe rivelarsi una trappola qualora il fiume li raggiungesse da “dietro”, cioè scavalcando la S.P. 25 (protetta solo sino alla rotonda per via Cavallotti). E, mentre per l’argine ex Sicc, circolano, almeno, date per l’inizio lavori, la ciclabile, unica opera prevista dalla provincia, appare come “l’araba fenice”, su questo ha ragione la provincia, sono disinformato ma non certo per una mia mancanza, ma perché mancano notizie concrete e date ufficiali sui lavori e, come me, “disinformati” lo sono, purtroppo, tutti i lodigiani. Ai cittadini (tutti e non solo agli alluvionati) poco importano i disegni e le carte con tanti buoni propositi, ai cittadini servono fatti concreti per migliorare la loro esistenza, servono città sicure, pulite e vivibili; sul fatto poi che ogni voce che si alza da coloro i quali non stanno nella maggioranza è subito respinta, perché proveniente da persona politicamente impegnata ... non dalla parte gradita, saranno i cittadini stessi a giudicare, mentre io sono veramente fiero di essere “politicamente impegnato”, per me e per la mia coscienza, e spero anche per i lodigiani, dalla parte giusta.

Antonio Corsano Consigliere Comunale di Forza Italia Lodi

 

DIFESE SPONDALI

Resta sulla carta il nuovo argine sulla Sp 25

Egregio direttore, leggo su questo quotidiano del 16 giugno una lettera a firma dell’ufficio stampa della provincia di Lodi nella quale si parla dell’innalzamento laterale della strada LodiBoffalora d’Adda per proteggere i quartieri oltre Adda dalle possibili inondazioni. Nella lettera si precisa: «… mentre la provincia ha progettato un intervento successivo agli eventi alluvionali del 2002: precisamente lavori di innalzamento di quota della S.P. 25, con relativo affiancamento di una pista ciclabile, per consentire che il deflusso delle acque non danneggi cose e persone sulla riva sinistra». Il potenziamento di questo argine a lato strada verso il fiume e non l’inutile, disagevole e particolarmente oneroso innalzamento della SP 25…), che chiamiamo argine anche se è anche una strada – il fiume non distingue una strada da un argine, lì trova (ed ha sempre trovato nelle piene precedenti) un ostacolo e si ferma – è stato ipotizzato e chiesto da me nella primavera del 2003 dopo aver “osservato” una planimetria della zona ed aver considerato quante volte, negli anni precedenti, la “strada/argine” aveva salvato dall’inondazione le case dell’oltre Adda; ma non è questo il punto importante. La cosa importante è che nella lettera di cui sopra la provincia dà quest’opera come già acquisita mentre, nella realtà, le cose non stanno per nulla così. Infatti in risposta ad un mio scritto con il quale chiedevo proprio lo stato di questo progetto la provincia mi invia una lettera firmata dell’assessore Francesca Sanna. Nella prima parte della lettera si dice che il confronto con l’Autorità di Bacino per verificare la coerenza dello stesso con i contenuti del Piano di assetto idrogeologico ha dato esito positivo. Nella seconda parte della lettera stessa però si parla dello studio complessivo degli interventi necessari per tutta la città di Lodi il quale prevede una globalità di opere (compreso l’ulteriore “arcata” a nord del ponte vecchio) per un complessivo importo di circa 12/14milioni di euro e la necessità che tali lavori debbano essere messi in atto o, quantomeno, finanziati contemporaneamente, ecco, infatti, come conclude la lettera della provincia: «Data la rilevanza dell’operazione che comporta l’esproprio oneroso di una vasta porzione di terreno, si ritiene che questa possa avere avviata solo a seguito di una compiuta programmazione di tutte le opere, rispetto alla quale è indispensabile il reperimento di una consistente quota dei fondi necessari». Il che, tradotto dal burocratichese al linguaggio parlato dal volgo significa: probabilmente mai! È pur vero che, dopo aver ricevuto questa lettera, ho chiamato l’assessore Sanna al telefono e la stessa mi ha detto che le cose non stanno proprio così e che comunque, probabilmente, questa pista ciclabile verrà comunque realizzata anche per dare l’impulso di avvio agli altri lavori ma l’esperienza mi insegna (e prima di me l’ha insegnato ai popoli) che: verba volant, scripta manent!

Carlo Bajoni Lodi

 

Da IL GIORNO del 22 06 04

COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

Proposta: abbassare l'alveo dell'Adda

Costa molto meno dei lavori sugli argini e offre maggiori margini di sicurezza

LODI - Un appello alle istituzioni, ma anche e soprattutto ai lodigiani perché si combatta per una corretta difesa dell'Adda che permetta alla città di convivere pacificamente con il suo fiume. Secondo il Comitato alluvionati Lodi Onlus, i 3 milioni di euro ufficialmente destinati da circa due settimane dalla Regione Lombardia al Comune di Lodi per realizzare interventi di arginatura a protezione dell'abitato do­vrebbero invece essere utilizzati per ab­bassare l'alveo dell'Adda. Questo tipo di intervento avrebbe costi decisamente infe­riori rispetto a quelli che si dovrebbero so­stenere per le opere di arginature: un «risparmio» da destinare a chi ha subito dan­ni dalla pesante alluvione del 26-27 no­vembre 2002. «Venticinque anni fa si organizzavano manifestazioni per contrastare la riconver­sione a carbone delle centrali elettriche alimentate a olio combustibile - sostiene Domenico Ossino, presidente del Comita­to alluvionati -. Oggi, se è necessario, si possono intraprendere azioni di massa per far cambiare la filosofia che in modo errato si porta avanti da oltre un venten­nio nella gestione dei fiumi. Perché sottovalutare la proposta del Comitato Alluvio­nati, supportata da analisi tecnico-scienti­fiche elaborate da esperti di idraulica, e non farla diventare il progetto per Lo­di?». Secondo la relazione presentata dal Comi­tato Alluvionati, l'Adda andrebbe regima­to, abbassandone l'alveo. Una ipotesi, pre­cisa ancora il comitato presieduto da Ossi­no, che i tecnici sostengono anche per il Tanaro in Piemonte nel tratto urbano di Alessandria, dove si pensa di realizzare un canale nel letto del fiume, profondo 3 metri e largo 100, tra i ponti cittadini. Anche a Lodi, anziché realizzare argini sulle due sponde dell'Adda e ampliare di un'ar­cata il ponte napoleonico basterebbe, in buona sostanza, abbassare la briglia e ripulire il fiume dai depositi ghiaiosi che si sono accumulati sul suo letto.

L.D.B.

 

Da IL CITTADINO del 23 06 04

Nella Bassa argini “fusibili” per proteggersi dalla furia del Po 

I tre argini “fusibili” che saranno realizzati a San Rocco al Porto (due al Berghente e uno all’Isolone) rappresentano gli interventi più impegnativi e insieme la principale novità tecnica del piano di lavori che il Consorzio Muzza Bassa Lodigiana sta per avviare sulle difese spondali e i dispositivi di regolazione idraulica del territorio, per una spesa complessiva di quasi 5 milioni di euro. In particolare, gli argini “fusibili” consentiranno di controllare in modo più efficace le piene del Po, riducendo pericoli e danni. Intanto, nell’area golenale del fiume è stata attivata la cava del Bosco della Lite, a lungo avversata da enti locali e popolazione rivierasca, che ne hanno ottenuto un significativo ridimensionamento.

 

Investimenti per oltre cinque milioni di euro per scongiurare il pericolo di uno sfondamento delle difese idrauliche 

Nuovi argini per guidare le alluvioni 

Saranno creati dei punti sfogo delle acque lungo il corso del Po 

Quasi 400 mila euro per l’argine fusibile lungo la sponda dell’isola golenale “Isolone” di San Rocco al Porto. Un altro intervento da 1.437.00 euro per realizzare i due previsti lungo l’argine del Po in località Berghente. Poi altri cinque progetti, per un totale di sette bandi di gara per 4 milioni 659 mila euro di opere in appalto da chiudere entro il 30 giugno. Il consorzio di bonifica Muzza Bassa Lodigiana diretto dall’ingegnere Ettore Fanfani ha dato un deciso colpo di acceleratore ai lavori messi in cantiere per mantenere in efficienza il reticolo di canali che attraversa il territorio agricolo che da Cassano si estende al Po. Un “maxi lotto” di cui la voce più cospicua riguarda i tre argini fusibili che saranno costruiti lungo il Po, in territorio di San Rocco: due lungo l’argine della zona golenale nota come “Berghente”, uno nell’area golenale interna a questa nota come “Isolone”. Le tre strutture rappresentano una novità per il Lodigiano. «Si tratta di dispositivi idraulici che consentono un collasso controllato di una porzione di arginatura, permettendo un’esondazione controllata nell’isola golenale e una conseguente diminuzione dei danni dall’evento di piena - spiega l’ingegnere Marco Chiesa, responsabile dell’ufficio tecnico del Consorzio - e avranno un impatto ambientale nullo, in quanto non saranno visibili». Saranno realizzati, in pratica, “tagliando” una fetta di argine: la parte bassa sarà ricoperta da una base in calcestruzzo, così come le due “ali”, le pareti verticali, il tutto per una profondità di circa 11 metri, una lunghezza di 120 e una larghezza di 80. L’argine sarà quindi ripristinato: nel tratto lungo il Po il riempimento sarà effettuato con argilla, nella porzione interna con sabbia. In caso di piena («seguendo un protocollo preciso, calcolato in base ai dati di piena che ci arrivano dalle stazioni di rilevamento a monte» sottolinea Chiesa) sarà scavato sulla sommità dell’argine un canale perpendicolare al fiume, profondo meno di un metro nel quale l’acqua si incanalerà, “rompendosi” sulla sottostante vasca di dissipazione in pietrame costruita per interromperne la velocità, fino a “fondere” l’argine. «In seguito sarà necessaria una sola opera di ripristino in questi punti - spiega Chiesa - invece di più opere in più punti dell’argine, con un risparmio sui costi». Per l’argine fusibile all’Isolone il costo è di 390 mila euro ai quali si aggiungono 240 mila euro per ripristino e manutenzione delle strade interpoderali d’accesso. I due argini al Berghente costeranno 1 milione 437 mila euro più 92 mila euro per la viabilità interna: costi coperti interamente con fondi regionali, arrivati attraverso la provincia, previsti dal Fondo di solidarietà istituito dalla legge 185/1992. Lavori anche ai nodi idraulici di Cassano d’Adda, dove i quattro scaricatori che mettono in contatto Adda e Muzza saranno revisionati e dotati di sensori che registreranno quantità e qualità dell’acqua di passaggio (temperatura, conducibilità, ph e altri parametri chimico-fisici), e alla connessione con l’Addetta a Paullo, dov’è prevista una manutenzione straordinaria a paratoie e impianti. Spesa totale 1 milione 200 mila euro, coperta interamente da un finanziamento regionale previsto dalla legge 183/1989. Ruspe all’opera anche sulla roggia Codogna, dov’è previsto l’accorpamento di alcuni canali irrigui paralleli al corso d’acqua che attraversa i territori di Codogno, Santo Stefano, Terranova e la messa in sicurezza dell’attigua ex statale 511: 900 mila euro il costo, sostenuto per l’80 per cento dal Piano di sviluppo rurale. Al via i lavori, infine, anche sul Sillaro, cavo che attraversa i comuni di Mulazzano, Casalmaiocco, Tavazzano (lambendone il centro abitato) e Lodi Vecchio, prima di buttarsi nel Lambro. Qui l’intervento sarà di pulizia e di ricalibratura dell’alveo, del ripristino delle difese idrauliche in pietrame e di sistemazione delle sponde. La spesa sarà di 400 mila euro: intenzione del Consorzio è di renderla fruibile al pubblico con piste ciclopedonali, alberature, piazzole di sosta con pannelli didattici.

Fabrizio Tummolillo

 

San Rocco Avviate le prime prove per il polo estrattivo al Bosco della lite 

Scattano i lavori nell’area golenale per l’apertura della cava dimezzata 

SAN ROCCO È cominciata l’attività nella cava di ghiaia in località Bosco della Lite, nel territorio golenale di San Rocco non lontano dal ponte stradale della Via Emilia sul fiume Po: la società Cave San Rocco, ora completamente di proprietà di un gruppo imprenditoriale svizzero, ha effettuato una serie di sondaggi sulla qualità del terreno per individuare le aree più favorevoli a un’escavazione produttiva. La potenzialità del polo estrattivo è stata drasticamente ridotta a 300 mila metri cubi di materiale inerte rispetto alla previsione iniziale di 1 milione e 250 mila metri cubi deliberata dalla regione Lombardia nel piano di estrazioni in provincia di Lodi risalente al 1992, ma in riva al Po rimane comunque una certa preoccupazione per le conseguenze idrogeologiche che potranno avere gli scavi in golena. Ecco perché Nerio Favari, il leader del comitato anticave che negli anni scorsi fu protagonista di una appassionata battaglia contro l’apertura di cave nel territorio sanrocchino, lancia un appello a quanti avevano condiviso quelle istanze per vigilare sui lavori in corso. Già nel 1997 la società Cave San Rocco aveva avviato gli scavi, proprio sulla base delle autorizzazioni regionale e provinciale ad estrarre 1 milione e 250 mila metri cubi di ghiaia, ma subito si scatenò una movimentazione popolare tale da bloccare l’attività: raccolte di firme, marce sulla via Emilia, sit-in di protesta presso le sedi della provincia di Lodi e della regione Lombardia accompagnarono la trattativa avviata con gli enti sovracomunali e i privati secondo i canali istituzionali dall’amministrazione comunale, che fece della questione cave un suo cavallo di battaglia sul tema della sicurezza. Alcuni dei pacifici manifestanti sulla Via Emilia dovettero anche subire un processo, che si risolse poi positivamente per loro, mentre il braccio di ferro sulla cava del Bosco della Lite si concluse con una conferenza di servizio nella quale si definì il trasferimento dei diritti di escavazione della società Cave San Rocco in un nuovo grande polo estrattivo in territorio di Camairago, con il mantenimento di un indennizzo di 300 mila metri cubi a San Rocco. Il nuovo progetto di cava, concordato tra privati, amministrazione comunale sanrocchina e provincia di Lodi, prevede una “coltivazione a lotti”: si prevedono dunque scavi ridotti con un immediato ripristino del materiale asportato. «Anche questa soluzione - commenta Favari - non mi ha mai soddisfatto: mi appello alle duemila persone che a San Rocco e nei paesi limitrofi avevano aderito al comitato, perché collaborino a riorganizzare il gruppo per vigilare sui lavori».

Daniele Perotti

 

Da IL CITTADINO del 24 06 04

L’Isolabella vuole comprarsi il terreno, trattative aperte e un ricorso al Tar 

La giunta comunale ha affidato a un legale di Milano il patrocinio per due ricorsi al tribunale amministrativo regionale, uno avanzato dai titolari della società Sporting Isola Bella e l’altro da Domenico Ossino e altri esponenti del comitato alluvionati, non affiancati però in questa occasione da Legambiente. La questione dell’Isolabella, a proposito della quale però dalla società si sottolinea che il ricorso serve solo per bloccare una scadenza di termini, e non è finalizzato ad aprire un contenzioso con Palazzo Broletto, nasce dalla convenzione che più di dieci anni fa affidò in diritto di superficie, per 99 anni, l’area (classificata come standard per edilizia economica popolare) sulla quale Lino Ballardini e soci realizzarono il complesso sportivo lungo l’Adda. Alla scadenza, il terreno e quanto vi è stato costruito tornerebbe nella piena disponibilità del comune. L’amministrazione nei mesi scorsi ha avviato una massiccia campagna di riscatto delle aree in diritto di superficie, che ha coinvolto in primo luogo le abitazioni di alcuni piani di edilizia economico-popolare, con alterni risultati, e per l’occasione anche da Isola Bella era arrivata una proposta di acquisizione, ovviamente onerosa. Il sindaco Aurelio Ferrari rispose però in senso negativo, e la società ora chiede al Tar di sospendere l’efficacia giuridica del diniego del comune e degli eventuali atti conseguenti. «Puntiamo a una soluzione bonaria - chiarisce il sindaco -: la questione da chiarire è se gli standard urbanistici debbano essere obbligatoriamente di proprietà pubblica, oppure se possano essere considerati tali anche impianti di proprietà privata, e dalla convenzione a oggi la normativa è cambiata». Al vaglio anche una clausola della convenzione che prevedeva appunto la possibilità di riscatto. Il ricorso di Ossino mira invece a bloccare la realizzazione di chiuse e idrovore sulle rogge Gaetana e Gelata.

 

Da CORRIERE DELLA SERA del 25 06 04

«Sbagliato cementificare le sponde, l'acqua corre più veloce»

Luciano Erba, studioso del fiume: vanno recuperate le aree di esondazione naturale

GLI AMBIENTALISTI

BRIOSCO - «Preoccupiamoci di difendere le acque del Lambro, non di difenderci dalla sue acque». Non ha paura a cantare fuori dal coro Luciano Erba, 55 anni, commercialista e grande studioso del fiume brianzolo, vicepresidente del comitato ambientalista Bevere, che si occupa della salvaguardia del Lambro e dei suoi affluenti. Anzi. Lui, che in 30 anni ha imparato a conoscere l'affluente del Po più delle sue tasche, è convinto che il piano di messa in sicurezza rischi di fare più danni di quanti ne voglia evitare. E non gli importa che 35 Comuni e tre Province (Milano, Como e Lecco) abbiano sottoscritto senza riserve il progetto del Parco Valle Lambro. Di dubbi sull'efficacia del piano ne ha parecchi e lo dice. «Chi vive lungo le sponde del fiume ha diritto a non trovarsi con l'acqua in casa quando piove più del dovuto - attacca Erba -. Ma non è con la cementificazione indiscriminata del fiume che si ottiene maggior sicurezza. Tutt'altro. È stato proprio il tentativo di imbrigliare il Lambro e di trasformarlo in un canale artificiale con la "pavimentazione" dell'alveo, la rettifica del suo corso, la realizzazione di sbarramenti e dighe la causa principale degli allagamenti del novembre 2002 tra Pusiano e Monza». «Basti pensare - aggiunge - a come è ridotto il fiume tra Caslino e Merone per rendersi conto che, oltre che costose, sponde in pietra golene artificiali e casse d'espansione aumentano ancora di più la velocità dell'acqua, mettendo a rischio i paesi a valle». Che fare, allora? Erba una soluzione ce l'ha. «Innanzitutto - spiega - occorre mettere a punto un progetto complessivo di risanamento del fiume e non limitarsi a interventi tampone. Poi - aggiunge - bisogna recuperare le aree di esondazione naturale e le vecchie golene: solo così possiamo preservare l'ecosistema del Lambro ed evitare che i nostri paesi siano invasi dalla sue acque dopo ogni temporale».

Diego Colombo

 

«Briglie» al Lambro contro le alluvioni

Vasche per contenere le piene e sistemazione dell'alveo

A settembre il via ai lavori

Due anni fa il fiume ruppe gli argini in decine di comuni allagando anche il centro di Monza

TRIUGGIO - Due anni fa aveva provocato danni per 654 milioni di euro, allagando decine di comuni, tra cui Monza, San Maurizio al Lambro, Cologno e la zona attorno a Melegnano. Oggi, dopo mesi di discussioni, il rischio di esondazione del Lambro dovrebbe essere risolto. Il Parco Valle Lambro ha approvato il progetto esecutivo di manutenzione straordinaria del fiume brianzolo nel tratto che corre tra il lago di Pusiano e il Parco di Monza. Per ottenere il disco verde è stato necessario coinvolgere 40 enti tra cui Autorità di Bacino, Autorità Interregionale per il fiume Po, Regione Lombardia, Ster di Como, Lecco e Milano, Uffici Caccia e Pesca provinciale, Provincie di Milano, Como, Lecco e Comuni rivieraschi. Una fatica immane per Renzo Ascari, presidente del Consorzio Parco Valle del Lambro di Triuggio. «Per anni, la difficoltà di distinguere le varie competenze ha fatto sì che le proposte di intervento sul Lambro o venissero accantonate per assenza di fondi o si limitassero a piccole operazioni - commenta Ascari -. Finalmente abbiamo realizzato un progetto complessivo, che rappresenta il punto zero da cui partire per una gestione più razionale dei 30 chilometri del Lambro». Il piano, elaborato dall'agronomo Giorgio Buizza e dall'ingegnere Enzo Calcaterra, prevede opere suddivise in cinque lotti di cui tre partiranno a settembre e due nel mese di gennaio 2005. La spesa complessiva è di 2milioni e 250mila euro, finanziata da Regione Lombardia ed enti consorziati, e si concluderà entro la fine del prossimo anno. Rimandata invece di altri due mesi l'approvazione della costruzione di quattro nuove vasche di laminazione su cinque previste in un progetto del 1997 (una è già stata realizzata a Costa Masnaga), che ha richiesto alcune modifiche e sul quale è ancora in corso un'accesa discussione tra Regione, Consorzio Parco Valle del Lambro e Comuni coinvolti.

Lago di Pusiano. È prevista la manutenzione dell'emissario naturale del Lago di Pusiano e del cavo Diotti (emissario artificiale). Quest'ultimo, costruito nel 1811 e lungo 420 metri, è dotato di paratie azionate manualmente per regolare la portata d'acqua. Una volta ripuliti, i due emissari consentiranno una migliore regolazione dell'acqua e quindi la possibilità, in caso di piogge rilevanti, di utilizzare il lago di Pusiano come vasca di laminazione. Costo dell'operazione, 105mila euro.

Nibionno. Saranno ripristinate due anse del fiume, distrutte dall'esondazione del 2002, attraverso la creazione di «scogliere» con massi di grandi dimensioni. La spesa complessiva è di 340 mila euro. Inverigo. Verranno rimossi detriti e vecchie ceppaie, tagliate piante pericolanti, e pulite sponde e argini per un costo di oltre un milione di euro.

Parco di Monza. Saranno sistemate le fasce boscate, abbattuti alcuni alberi (1.626), piantate 5mila nuove piantine e ripuliti gli argini in terra. La cifra prevista è di 380mila euro. Lungo il fiume, inoltre, centraline di rilevazione controlleranno sia il livello dell'acqua che episodi di inquinamento.

Simona Elli

 

2,2 MILIONI i costi per realizzare l'intero progetto: di questa cifra 1,5 milioni sono finanziati dalla Regione Lombardia

5 COMUNI interessati ai lavori per la messa in sicurezza del Lambro: Pusiano, Merone, Nibionno, Inverigo, Monza

4 VASCHE per contenere le piene del Lambro: due a Costa Masnaga, una a Inverigo e una a Fornaci di Briosco

654 MILIONI i danni provocati dall'esondazione del Lambro nel 2002: Monza e Cologno i paesi più colpiti

 

Da il CORRIERE DELLA SERA del 27 06 04 

«Noi, vittime delle sciagure impunite»

Dal Vajont a San Giuliano, familiari e sopravvissuti fondano un comitato: non ci arrendiamo

ROMA - Commozione e oblio. Una manciata di sentimenti contraddittori per milioni di spettatori incollati alla tv. Davanti alle tragedie piangono, si sdegnano, dimenticano. Troppo presto. E invece: dentro quella sala di periferia c'è l'icona di un'Italia ferita ma non rassegnata. Raffigura il Vajont, la diga del Gleno, San Giuliano di Puglia e i due crolli di Roma, via Ventotene e via Vigna Jacobini. Parla attraverso sopravvissuti, amici, parenti delle vittime, Nord e Sud Italia per la prima volta insieme nonostante tutto: «Il dolore non fa distinzioni». Si danno appuntamento al Tiburtino le memorie di nove «tragedie nazionali». C'è chi resta bloccato a Sud dalle proteste contro le discariche, ma invia ugualmente la sua adesione e alle 19 di un'afosa serata romana nasce il «progetto Orfeo», la prima associazione che mette in comune tanti destini segnati dall'imprevidenza dell'uomo più che dal caso o dalle forze della natura. Con tanta voglia di lottare: fra pochi giorni si aprirà un numero verde che potrà essere utilizzato da tutti gli italiani per segnalare rischi e pericoli di ogni tipo, da fughe di gas a crepe nei palazzi. Parola d'ordine: prevenzione. Perché «se non la fa lo Stato, la facciamo noi». Ma allo stesso tempo con la speranza di individuare, anche dopo venti, trenta, quaranta anni e più «il vero responsabile». Certo, a San Giuliano, nel Molise, c'è stato un terremoto, «ma perché l'unico palazzo a cadere è stato quello che ospitava la scuola elementare?». Antonio Morelli porta al collo la medaglietta d'oro con l'immagine di Morena che ad appena 6 anni è rimasta vittima del crollo insieme ad altri 26 bambini e alla maestra. Spiega la fatica «di vivere ogni giorno, in un piccolo paese, gomito a gomito con i presunti colpevoli della tragedia». I cinquanta arrivati nella sala rappresentano migliaia di vittime. Sono un pezzo di storia italiana. Forse pochi ricordano il crollo della diga del Gleno. Eppure in quella località del bergamasco, valle di Scalve, nel lontano primo dicembre del 1923 morirono ben 500 persone. Ci fu grande commozione nell'Italia del primo dopoguerra. E scandalo perché era stata costruita da appena 40 giorni. Anche il re Vittorio Emanuele III si recò sul luogo del disastro. Ma poi tutto si risolse con miti condanne: poco più di due anni con la condizionale. «Si vede che la giustizia in ottant'anni non è migliorata», commenta il presidente della locale comunità montana, Franco Spada. E anche lui denuncia: «Non sono venuti fuori i veri responsabili». È impressionante ricordare che anche per una tragedia dei nostri tempi, come quella di via Ventotene a Roma, dove nel novembre del 2001 morirono 8 persone, le condanne finora collezionate sono più o meno le stesse: poco più di due anni, con la condizionale: «E per di più - precisa Patrizia Manuelli, sorella di Alessandro, uno dei sei vigili del fuoco morti durante i soccorsi - si tratta di operai. Al tribunale si è recitata una farsa e un responsabile vero non si è mai trovato». Storie di vite che valgono (per magri risarcimenti) secondo la tabella stabilita dall'assicurazione. Per il Vajont non è andata diversamente. Qui la tragedia e il lunghissimo strascico giudiziario sono più conosciuti. A rappresentare le duemila vittime è venuta Micaela Moretti, presidente del comitato dei sopravvissuti al crollo della diga: «Basta con la storia del sassolino che fa uscir fuori l'acqua dal bicchiere. È un paragone irriverente di fronte al dramma di un paese intero cancellato. Quest'anno ci è arrivato il rimborso della provincia di Belluno: 150 euro. Volevamo rifiutarlo, poi ci abbiamo ripensato. Meglio che niente. Ma nessuno ci considera veramente. Neanche il sindaco di Longarone: ha chiuso il cimitero per farne uno più bello, monumentale come dice lui, e ha tolto le lapidi che avevamo messo in ricordo dei nostri morti. Ora deciderà perfino dove dovrò piangere mio padre». Circoncisa Basile ha portato la sua foto da miracolata: «Guardate, sono quella lì, quando arrivano i vigili del fuoco a prendermi insieme a mio marito. Ci siamo salvati passando dalla finestrella del cortile». All'inizio la sopravvissuta di via Ventotene è ottimista: «Ci hanno ospitato in un residence, abbiamo visto i progetti di ricostruzione del palazzo». Poi subito si corregge: «Molti lavori dovremo farceli da soli. E mio marito nel frattempo si è ammalato: lo sapete quanto costano le medicine?». Ma ora di tutto ciò si occuperà l'associazione unitaria. Che si è dotata di un presidente, Ferruccio Fumaselli, superstite del crollo di via Vigna Jacobini a Roma (27 vittime) e di una vicepresidente, Federica Rinaudo. Che spiega il programma: «Saremo aperti a tutti i familiari e a tutti i comitati italiani che difendono la memoria di chi ha perso la vita per calamità naturali o altre tragedie. Con l'obiettivo di non far morire una seconda volta le vittime». Si studieranno le leggi, si metterà a disposizione di chi lo desidera un «supporto medico e psicologico». E, soprattutto, si farà prevenzione. Con il numero verde che sarà a disposizione nei prossimi giorni.

Roberto Zuccolini

 

LA CATENA DELLE TRAGEDIE

1 La diga del Gleno

1 dicembre 1923. Cede l'invaso in Val di Scalve. Cinquecento persone inghiottite dal fango

2 Il Vajont

9 ottobre 1963. Frana sulla diga. Sommersa in pochi minuti tutta la valle: oltre duemila morti.

3 Stava, la sciagura

19 luglio 1985. Crolla la diga della Val di Stava. Nella sciagura perdono la vita 268 persone.

4 San Giuliano

31 ottobre 2002. Scuola crolla dopo una scossa di terremoto: uccisi 27 alunni e una maestra.

5 Via Ventotene.

Il palazzo esploso 27 novembre 2001. Il palazzo al civico 32 di via Ventotene, a Roma, viene distrutto da uno scoppio di gas. Otto i morti, trenta i feriti. Fra i sopravvissuti al crollo Circoncisa Basile: «Molti lavori dovremo farceli da soli».

L'ACCUSA

Dopo tutti questi anni aspettiamo i nomi dei responsabili.

LA BATTAGLIA

Se lo Stato non interviene allora lo faremo noi.

 

Da Avvenire del 27 06 04

CITTADINI E TRAGEDIE

Il progetto Orfeo vuole suscitare l’attenzione delle istituzioni, denunciare situazioni di pericolo e ottenere giustizia per chi è stato colpito «Manca ancora il sostegno psicologico»

«Li conosciamo, basta disastri»

Nella valle del Vajont alle 22.39 del 9 ottobre 1963 una frana fa tracimare il bacino della diga: la gigantesca ondata uccide almeno 1909 persone

Hanno provato sulla loro pelle che la burocrazia può ignorare il dolore e perfino calpestarlo con processi interminabili, speculazioni, dimenticanze. Tra le macerie di dighe, montagne e case andate in pezzi con le loro vite hanno perso tanto, ma non tutto. Non la dignità, per esempio, né la voglia di lottare. Così, per la prima volta, i superstiti e i familiari delle vittime delle più grandi tragedie italiane si sono riuniti in un'unica associazione nazionale denominata Progetto Orfeo. L'atto costituente è stato siglato ieri sera presso l'istituto salesiano "Teresa Gerini", anche se il varo ufficiale è previsto per il 13 del prossimo mese, quando una sala della Regione Lazio ospiterà il primo convegno della nuova realtà, alla quale aderiscono per il momento il comitato dei familiari delle vittime del terremoto di San Giuliano di Puglia (31 ottobre 2002, 27 bambini e una maestra morti per il crollo della scuola), il comitato dei sopravvissuti del Vajont (9 ottobre 1963, circa 2mila vittime), la comunità montana di Scalve per la sciagura della diga di Gleno (primo dicembre 1923, oltre 500 morti), la fondazione Stava (19 luglio 1985, 268 sepolti da una frana in seguito al crollo delle discariche della miniera di Prestavel), il Comitato Alluvionati di Lodi del 2003, famiglie colpite da crolli o fughe di gas come in via di Vigna Jacobini (1998) e via Ventotene (2001) a Roma, a Foggia (1999), Palermo (1999). Gli obiettivi sono tanti ma il principale è quello di «farsi sentire» dalle istituzioni: vigilare per prevenire nuovi lutti, denunciare pericoli e malversazioni, ottenere giustizia quando è il caso. Propositi ambiziosi, non se lo nascondono i fondatori convenuti ieri nella Capitale. Ferruccio Fumaselli, 39 anni, è il portavoce della nuova associazione. Cinque anni fa ha perso in via di Vigna Jacobini padre, madre, due fratelli e molte illusioni. Ma ci crede: «È una battaglia necessaria, non vogliamo contrapporci alle istituzioni ma affiancarle, segnare una presenza fissa, costante, perché i bisogni dei cittadini travolti da simili tragedie non debbano più essere ignorati o aggirati. Le pare giusto, per esempio, che non sia previsto un sostegno psicologico gratuito nell'immediatezza del fatto?». L'associazione prevede di dotarsi di una sede centrale a Roma, con un numero verde al quale chiunque potrà segnalare pericoli o problemi, e un ufficio per ogni luogo simbolo delle sciagure. Il nome "Orfeo" fa riferimento al personaggio mitologico il cui amore per Euridice andò oltre la morte. «Perché nessuno può comprendere il dolore di chi perde una bambina, come è successo a noi, e vedere per di più che da 18 mesi l'inchiesta giudiziaria segna il passo - riflette Antonio Morelli, 47 anni, presidente del comitato familiari vittime di San Giuliano -. Ci auguriamo che questa iniziativa serva a stimolare le coscienze e magari a far avanzare la cultura della prevenzione».

Da Roma Danilo Paolini

 

Da IL CITTADINO del 29 06 04

Nel gruppo anche i parenti dei morti del Vajont, di San Giuliano di Puglia e della val di Stava 

Gli alluvionati con le vittime dei disastri 

Adesione al Progetto Orfeo, prevenzione contro i dissesti 

Gli alluvionati di Lodi al fianco dei genitori dei bambini morti nel crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia e dei familiari delle vittime del Vajont e della miniera di Stava. Il Comitato alluvionati Onlus di Lodi è entrato ufficialmente, nei giorni scorsi, nel Progetto Orfeo, creato dagli scampati, dai discendenti e dai familiari delle vittime di alcune fra le maggiori tragedie della storia italiana: dal crollo della diga del Gleno che l’1 dicembre del 1923 devastò la Valle di Scalve causando più di 500 morti, alla tragedia del Vajont del 1963, alla frana che il 19 luglio 1985 sconvolse la valle del rio Stava uccidendo 268 persone, fino al crollo del palazzo di Foggia del 10 novembre 1999 (62 vittime). «Anche il nostro Comitato ha aderito all’associazione - spiega il presidente Domenico Ossino - benché durante l’alluvione a Lodi tra il 26 e il 27 novembre 2002 non ci furono vittime». Del “progetto Orfeo”, coordinato dal presidente nazionale Ferruccio Fumaselli e dal suo vice Federica Rinaudo, il Comitato condivide lo scopo: «Il progetto vuole portare avanti la battaglia della prevenzione perché in tutta Italia non si debba mai più raccontare l’ennesima tragedia - sottolinea Ossino - e mantenere i valori forti e fondanti della prevenzione e della giustizia». La prima uscita ufficiale di “Orfeo” (dal nome del personaggio mitologico che discese nell’aldilà per cercare la moglie Euridice) si è tenuta sabato nell’Istituto salesiano “Gerini” a Roma. A quell’appuntamento Ossino non era presente per impegni già presi. Parteciperà invece all’assemblea pubblica del 13 luglio nella sala Tevere della regione Lazio: in quell’occasione si parlerà del supporto medico-psicologico per le vittime di disastri e Ossino proietterà filmati e immagini della piena di Lodi. Intanto è partito il passaparola per raggiungere gli alluvionati che non hanno partecipato al bando regionale dell’anno scorso: «Sto ricevendo e-mail e telefonate sui contributi regionali - spiega Ossino -. Sta emergendo che molti lodigiani non vi hanno partecipato, forse perché avevano già partecipato a quello indetto dal comune e la provincia ed ingenuamente non hanno aderito a quello della regione». Meglio quindi contattare il Comitato per ottenere tutte le informazioni del caso.

 

Da www.giornal.it del 29/06/2004

Premiata la tenacia dei Comitati pro alluvionati

Gli imprenditori colpiti dagli eventi alluvionali del ’94 che si sono visti revocare i contributi, a causa dell’intempestività dell’invio della documentazione, da parte del Mediocredito Centrale e dell’Artigiancassa, cominciano a ricevere i primi aiuti che gli consentiranno di riprendere la loro attività. Lo annuncia in un comunicato stampa, la senatrice Rossana Boldi, che nel 2001 aveva presentato un emendamento alla legge finanziaria grazie al quale erano stati disciplinati i contributi per le aziende alluvionate. Infatti, i portavoce dei Comitati che riuniscono gli imprenditori colpiti dalla calamità, Elide Biglia, Graziella Languzzi Zaccone e Gianni Gandini, comunicano, non senza soddisfazione, che Mediocredito e Artigiancassa cominciano ad accogliere le loro richieste e quindi ad erogare i contributi. E qui s’innesta un altro comunicato stampa sottoscritto dalla Biglia, dalla Languzzi e da Gandini i quali spiegano che all’uscita del Decreto Attuativo vi era solo un tempo limitato per presentare le domande degli imprenditori revocati dalle banche; il termine era il 31 marzo 2004. Critiche vengono rivolte sia all’Amministrazione Comunale riguardo lo sportello aperto alla Protezione Civile, con personale privo delle conoscenze tecniche necessarie, sia ai cosiddetti “businnesman” che, peggio ancora, hanno preferito far cadere gli imprenditori in mano agli avvocati. L’atto d’accusa è rivolto a coloro che hanno sfruttato gli imprenditori a scopi elettorali o per fare businnes. Il fatto che Mediocredito e Artigiancassa non abbiano mai preparato la modulistica necessaria e che per arrivare alla conclusione della Via Crucis, abbiano dovuto impegnarsi dei comuni cittadini, la dice senz’altro lunga sulla burocrazia imperante nel nostro Paese. Infatti, anche a noi pare inverosimile che i businnesman (come vengono definiti i profittatori con malcelato disprezzo) avessero a suo tempo sostenuto che le banche non avrebbero mai accettato quella modulistica. Non abbiamo però motivo di ritenere inattendibile quanto sostengono i tre firmatari, soprattutto quando dichiarano che i moduli sono stati preparati con la consulenza di alcuni legali e da un Ufficio Legislativo. Resta il fatto che grazie a quei moduli, coloro che hanno prestato fede ai Comitati promotori, hanno potuto presentare le pratiche inviandole entro il fatidico 31 marzo 2004, ai gestori e banche di competenza. Sono trascorsi tre mesi e finalmente la costanza dei comitati promotori viene premiata. Un imprenditore è rientrato di una revoca che raggiunge il miliardo di vecchie lire. Altri casi sono già stati annunciati. Ovvia la soddisfazione degli artefici di tutto ciò. Se le banche ritengono positivo il lavoro fin qui svolto dai Comitati il merito indubbiamente è rivolto a chi con impegno, caparbietà e capacità tecnica è riuscito a sbrogliare un nodo gordiano che altrimenti avrebbe fatto soccombere intere aziende. Cogliendo l’occasione della venuta in Alessandria di Tremonti, Forza Italia di Casale e il Calca (Comitato Alluvionati del Casalese), i promotori hanno potuto consegnare al Ministro delle Finanze un documento nel quale sollecitano la richiesta di aumento del fondo perduto per le imprese, velocizzare la destinazione dei Fondi alla Regione per saldare le pratiche ancora aperte e spostare il termine della restituzione del finanziamento ai rilocalizzati. “Questi risultati ci ripagano – è la conclusione della lettera – di tutto lo sforzo e di tutte le amarezze subite, la gioia di poter aiutare queste persone è grande come è grande l’emozione e l’orgoglio che ci invade in questo momento. Dare senza meri fini e tornaconti ci gratifica enormemente. La magia di coricarsi e risvegliarsi e stare bene con se stessi preparandosi ad una ennesima giornata di strategie e lotte…. per gli altri”.

Piero Archenti

 

Da IL CITTADINO del 30 06 04

Il fenomeno causato dal ritorno delle alte temperature e dalla mancanza di pioggia 

Adda, è di nuovo siccità 

Tranquilli gli agricoltori: c’è neve in montagna 

Il fiume Adda è di nuovo in secca, al punto tale che in alcuni punti si può attraversare a piedi. Ma quest’anno, a differenza dell’estate scorsa, non ci dovrebbero essere problemi per approvvigionare i campi. C’è ancora molta neve oltre i 3 mila metri di quota, addirittura sopra la media degli ultimi trent’anni. Ma la vera differenza, nel mese di luglio, la faranno le precipitazioni in montagna. Infatti in questi giorni il livello del Lago di Como, in quel di Malgrate, è leggermente sotto la media.

 

Dal Consorzio Muzza ribadiscono che il minimo vitale è comunque assicurato e che le irrigazioni non sono a rischio 

L’Adda ormai si può attraversare a piedi 

La magra del fiume non preoccupa però agricoltori e pescatori 

In alcuni tratti, l’Adda si può attraversare a piedi, in questi giorni. Una constatazione da non prendere come consiglio, soprattutto per chi non sa nuotare o non conosce il fiume, viste le recenti tragedie causate dalle profonde buche che punteggiano il letto del corso d’acqua, ma è vero che dallo scorso fine settimana in alcuni tratti il fiume somiglia a un torrente di montagna, ad esempio a Comazzo, appena a valle della derivazione del canale Vacchelli. Dopo qualche centinaio di metri, però, il fiume, all’apparenza in modo misterioso, riprende vigore: «È l’effetto del naturale ritorno al fiume, attraverso il sottosuolo, dell’acqua utilizzata per irrigare», spiega il direttore del Consorzio Muzza, ingegner Ettore Fanfani. Quest’anno, a differenza dell’estate scorsa, non ci dovrebbero essere problemi per approvvigionare i campi: «C’è ancora molta neve oltre i 3 mila metri di quota - prosegue Fanfani -, addirittura sopra la media degli ultimi trent’anni, ma la vera differenza, nel mese di luglio, la faranno le precipitazioni in montagna». In questi giorni, il livello del lago di Como è invece leggermente sotto la media, e ieri a Malgrate la quota era di 34 centimetri sopra lo zero, e anche la portata erogata, 192 metri cubi al secondo, appare leggermente sotto la media decennale. Ma alla Muzza l’acqua non manca, dato che a Cassano vengono prelevati dal fiume 109 metri cubi al secondo, contro i 110 della portata massima del canale, «e come di consueto il “minimo vitale” per il fiume è assicurato, anche perché non dimentichiamo che, di quanto prelevato, circa 15 metri cubi al secondo vengono restituiti già dopo i primi 10 chilometri». Che comprendono tra l’altro l’utenza dei sistemi di raffreddamento della centrale di Cassano. «Stiamo anche elaborando un modello matematico per determinare il rapporto, in termini di restituzione, tra il canale e il fiume - prosegue l’ingegnere -. Dati che saranno preziosi per gestire situazioni di siccità e che nasceranno anche da un censimento meticoloso, dove possibile, delle restituzioni. Possiamo già ipotizzare che, in ogni chilometro di Adda, filtra dal letto mezzo metro cubo al secondo». Anche il presidente della Coldiretti di Milano e Lodi, Carlo Franciosi, confida in un’estate serena: «La situazione, per quanto riguarda l’irrigazione, è decisamente migliore dello scorso anno. L’Adda appare bassa perché l’acqua viene in gran parte prelevata dalla Muzza, ma questo succede tutti gli anni. Nel Lodigiano non siamo costretti a turni straordinari per irrigare anche se, guardando avanti, un pò di pioggia in montagna non farebbe male. Nel Sudmilano, invece, permane il problema ormai cronico dei canali inquinati dalla città e deviati nel Redefossi, da dove andranno nel depuratore di Nosedo. Per questo motivo sempre più aziende, compresa qualcuna che ancora riesce a coltivare riso, fanno ricorso a pozzi privati, scavati a circa 50 metri di profondità, perché la prima falda superficiale rischierebbe di non garantire le portate necessarie». Anche alla gente del fiume la situazione di questi giorni non sembra per nulla eccezionale: «L’Adda è in secca - constata Gino Cassinelli, presidente di Nüm del Burgh -, ma in passato mi era capitato di vederla ancora più asciutta. E per quanto riguarda la navigazione, se una persona conosce il fiume, e usa una barca adatta, non ci sono problemi particolari». In alcuni tratti bisogna però scendere e trainare le imbarcazioni sopra le “schiene” di ghiaia. Anche i Pescatori dilettanti non sono preoccupati: «Anzi, dato che domenica prossima ci sarà una gara di pesca a passata, con poca acqua sarà più facile agganciare i pesci - sorride il presidente Giancarlo Magli -. Questo è il classico periodo di minima portata del fiume, ma a volte si era vista anche meno acqua. A Lodi, però, lo sbarramento ha migliorato la situazione. Anche sul fronte dell’inquinamento, non emergono problemi particolari: chi fa gli scarichi abusivi, sa che quando l’Adda è così vuota è molto facile individuare l’origine dei materiali estranei. Settimana scorsa si era rotto l’arginello di un campo di mais durante l’irrigazione, e il limo e la schiuma finiti nel fiume hanno portato molti pescatori a chiedermi cosa stesse succedendo. Dopo un’ora era tutto finito: era solo un pò d’acqua sporca di fango, ma sembrava chissà quale disastro». Carlo Catena

 

Il comune ha destinato parte dell’avanzo di bilancio per le difese spondali e la nuova aula in Broletto 

Un altro milione di euro per gli argini 

Nuovo “ossigeno” per le difese spondali della riva sinistra dell’Adda. Il consiglio comunale di Lodi ha approvato lunedì sera la proposta di utilizzare parte dell’avanzo di bilancio accumulato nel 2003, per un importo di 500 mila euro, per rimpinguare il milione di euro stanziato dalla Regione per la realizzazione delle difese spondali della riva sinistra, originariamente previste dal Piano di Assetto Idrogeologico. «Il giorno 8 luglio verrà presentato il progetto – ha affermato il sindaco Aurelio Ferrari -, successivamente è previsto l’intervento di messa in sicurezza della sponda destra. In seguito andremo a valutare gli interventi da effettuare a valle del ponte, che verranno fatti a lotti singoli». …………….

 

Da IL GIORNO del 30 06 04

PAVIA I lavori sulle sponde del Ticino lo rendono inutilizzabile. A rischio una attività centenaria

L’imbarcadero resta a secco

PAVIA - Dopo oltre un secolo di attività, l'Imbarcade­ro Negri rischia di chiudere. Colpa dei lavori sbagliati sul­la riva sinistra che hanno eli­minato l'approdo per le barche e creato una massicciata. «Ci occupavamo del rimes­saggio di 50 barche - dice Mariella Negri che ha eredi­tato l'attività dalla famiglia ­adesso non ne abbiamo più neanche una. Noleggiamo solo le canoe. In pieno pome­riggio ne abbiamo fuori due, lo stesso è accaduto l'altro giorno, mentre la scorsa setti­mana non siamo riusciti a la­vorare neanche cori quelle. E comunque non è il noleggio che ci dà da vivere. Il nostro guadagno è dato dalla custo­dia delle barche, senza quell'introito a fine anno saremo costretti a chiudere un'attività che mio nonno ha cominciato nel 1890». Dopo anni di attesa perché venissero eseguiti i lavori su una spon­da costantemente "mangia­ta" dal Ticino, quando sono arrivati i tecnici e le ruspe, in­vece di "aggiustare" quello che il fiume aveva rotto, han­no creato un danno maggio­re. «L'erosione - spiega Umberto Barozzi, 60 anni, at­tuale gestore dell'imbarcade­ro - è cominciata nel 1993 ed è proseguita dopo l'alluvione del 2000. Nel 2001 il proget­to è stato approvato e attuato solo adesso. Solo che non è stato messo in atto il disegno originale e nel frattempo il fiume aveva anche continua­to il suo "lavoro", tanto che se prima avevano 150 metri di riva oggi ne abbiamo 70. Quindi il progetto iniziale an­dava rivisto. Allora il Genio civile, responsabile di quella sponda, ha incaricato il Par­co del Ticino che ha affidato la direzione lavori a una per­sona che non conosceva nul­la del fiume. In corso d'ope­ra, noi ci siamo accorti che le cose non andavano bene e abbiamo reclamato. Hanno parzialmente rifatto l'inter­vento che è finito 15 giorni fa con la copertura della massicciata dove è stata messa della sabbia, ma per noi non è cambiato nulla, non hanno modificato la riva facilitan­do l'approdo»”. Inutili le pro­teste: «Si rimbalzano le re­sponsabilità - aggiunge Ba­rozzi -. Il Genio dà la colpa al Parco, il Parco all'impresa e alla fine ci dicono di fare causa. Ma che senso ha ini­ziare un'azione legale, inve­stire dei soldi per poi, maga­ri, vedere un risultato tra die­ci anni? Già con i lavori ci hanno costretti a partire in ri­tardo con la stagione, poi hanno dovuto correggere l'in­tervento, quindi non hanno corretto niente e siamo arrivati a luglio senza avere una Barca in custodia e con tutti i nostri clienti costretti ad an­dare altrove. E' inutile, il Par­co non vuole che il fiume venga sfruttato».

di Manuela Marziani

 

PRATELLO Le regole per costruire

Niente garage sottoterra nel rione ha rischio alluvione

LODI - Case più alte al Pra­tello, anche se di un solo piano. Ma niente box interrati. Per evitare disastri dovuti alle alluvioni. Il Comune ha predisposto una variante per quanto riguarda le nuove co­struzioni previste nell'area tra viale Dalmazia, la via Emilia e via Cavezzali-via Sforza, per far corrispondere i criteri edilizi ai vincoli del Piano di assetto idrogeologi­co (Pai). «Il piano regolatore - spiega l'assessore all'Urba­nistica Leonardo Rudelli ­prevede un tetto sia per l'al­tezza che per le volumetrie. In particolare le abitazioni devono avere un massimo di 4 piani, di cui uno interrato per il box. Ma tali norme era­no state adottate prima dell'entrata in vigore del Pai. Si è dunque reso necessario un adeguamento. In particolare, per il pericolo alluvionale, non è più possibile realizza­re box interrati. Per non per­dere spazi destinati ai giardini, dunque, pur mantenendo inalterati i volumi complessi­vi, è previsto l'innalzamento degli edifici da lO a 12,40 metri per poter realizzare la rimessa delle auto al piano terreno. In ogni caso le abitazioni non superano l'altezza delle palazzine già esistenti in quell'area». L'adozione della variante non eliminerà il divieto a costruire: «Biso­gnerà comunque aspettare ­afferma Rudelli - le opere di difesa idrogeologica».

L.D.B.

.Diritti riservati Alluvionati Lodi Onlus