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RESOCONTI MENSILI

COMITATO ALLUVIONATI LODI ONLUS

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Aprile 2004

 

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Da LA TRIBUNA DI LODI del 3 04 04

E d i t o r i a l e

Adda: bisogna agire, con moderazione

di Achille Aguzzi

Mi si chiede un’opinione circa l’annoso problema degli interventi sul fiume Adda (specie di quello di escavazione degli inerti accumulati) intesi a scongiurare il ripetersi di esondazioni come fu nel novembre 2002. Ciò con particolare riferimento a due voci recentemente registrate in tema, quella del geometra Nicola Bonelli, che ha espresso un documentato parere tecnico [pubblicato integralmente in questo numero della Tribuna di Lodi, ndr] su richiesta del comitato presieduto da Domenico Ossino, e quella dell’ingegner Paolo Premoli Trovati, che ha scritto sul Cittadino del 19 marzo. Non pretendo certo l’autorità di sentenziare, tanto più che non possiedo i dati e la documentazione su cui, invece, hanno lavorato i colleghi. Poiché, peraltro, nella questione sono coinvolto doppiamente, come vecchio ingegnere e come alluvionato, proverò ad esprimere qualche opinione. Diciamo subito che l’esigenza della “pulizia” del fondo dell’Adda, nel tratto da Cassano a Lodi, della rimozione( e del prezioso utilizzo) di masse di inerti che oggi giacciono in alveo come enormi coccodrilli al sole, ad ostruire e deviare il corso dell’acqua, l’esigenza, cioè, di ripristinare un corretto alveo di magra, è fondamentale e ineludibile. Inutile rievocare ossessivamente la lontana vicenda degli “scavi selvaggi”, che hanno giustamente trovato un altolà, ma che non possono portare, come invece hanno portato, ad una paralisi quasi trentennale coi risultati che sappiamo. Solo con un’ostinazione assurda certi settori dell’estremismo ambientalista possono credere (o fingere di credere) che sia saggio il perdurare di un divieto, che ormai è diventato ostacolo normativo a qualunque proposta, pur ragionevole, di intervento. C’è, in Regione, qualche recente segno di ravvedimento in proposito, sotto la pressione popolare e grazie ad una visione politica più aperta che non in passato, ma bisogna andare ben oltre. A meno che il timore di togliere sabbia e ghiaia dal fiume non sia funzionale a tenere vivi mostruosi “piani- cava”. Con la stessa chiarezza va anche detto che una razionale escavazione del letto dell’Adda non deve travalicare il carattere di “pulizia”, assumendo dimensioni incongrue e devastanti, né ci si può illudere che la rimozione degli inerti possa abbassare di metri la quota dell’acqua in periodo di piena, salvando tutto e tutti. Ho già avuto occasione di dirlo nelle sedi più scomode, quelle di assemblee di alluvionati. Ci sono accumuli di sabbia e ghiaia qua e là, non sempre e dovunque. Via quelli, le cose andrebbero molto meglio, ma non avremo un fiume più basso di metri. Ancora, la briglia realizzata a valle del ponte di Lodi ha la funzione di evitare che la corrente scalzi i piloni. Si può riconsiderare l’opportunità di mantenerla alla quota attuale, credo sarebbe incauto abbatterla di tre metri. Se è vero che il deposito sul fondo indotto dalla briglia comporta una minaccia per le arcate del ponte, contribuendo ad alzare il livello della piena, è sempre possibile dragare il fondo in misura controllata, non dissestare un’opera che è derivata da una ragione precisa. Se così ridimensioniamo la proposta di riprendere energicamente l’escavazione dell’alveo, molti timori dovrebbero svanire. È mai possibile che si debba continuare un dialogo tra sordi, con schieramenti pro o contro soluzioni estreme, quali l’abbattimento di metri di briglie e fondi o la persistenza del “quieta non movere” (traduzione padana: “tuca no, lassa stà”)? Aggiungo una sottolineatura positiva, positiva, in pieno consenso, ad una idea avanzata dall’amico ing. Premoli. Questi ci informa che nel Consorzio che governa la manovra della diga di Olginate, e quindi il deflusso dell’acqua del Lago di Como nell’Adda, sono presenti rappresentanti di tutte le province interessate dal corso del fiume, tranne di quella di Lodi. E dice “Cosa aspettiamo a pretendere di esserci anche noi?”. Parole sante, perché, accanto alla pulizia del fondo e del consolidamento delle difese spondali, la regolazione dell’immissione del lago è un’altra leva determinante perché il nostro fiume cessi di rappresentare un pericolo.

Achille Aguzzi

 

Da IL CITTADINO del 6 04 04

Il sindaco rilancia l’ipotesi per chiudere l’anello viabilistico attorno alla città 

Lodi, un terzo ponte sull’Adda per completare la tangenziale 

A Lodi serve un terzo ponte sull’Adda: non per il traffico urbano, bensì per convogliare fuori dalla città i flussi da e per Milano. L’ipotesi di realizzare un nuovo attraversamento del fiume viene rilanciata dal sindaco del capoluogo, Aurelio Ferrari, insieme all’idea di creare un collegamento a nord tra i due attuali tronchi di tangenziale, completando in questo modo l’anello di scorrimento attorno alla città. La soluzione potrebbe essere quella di una “bretella” fra la strada provinciale 25 per Boffalora e la 202 per Montanaso, prolungando la tangenziale est e attraversando l’Adda all’altezza della cava del Belgiardino. Tra i vantaggi di un simile scenario ci sarebbe anche la possibilità di gestire l’operazione interamente tra gli enti locali, senza interventi dell’Anas.

 

Il manufatto dovrebbe collegare le strade per Boffalora e per Montanaso, sulle sponde opposte: «Possiamo farlo senza l’Anas» 

Il sindaco sogna un ponte a Belgiardino 

Ferrari: «Chiuderebbe l’anello delle tangenziali attorno alla città» 

Una nuova tangenziale e un terzo ponte che consenta al traffico di impegnare la direttrice per Milano senza entrare in città, attraverso una bretella che chiuda a nord l’anello composto anche dalle tangenziali est e sud. È il sogno del sindaco Aurelio Ferrari, la cui amministrazione ha nei giorni scorsi approvato il bilancio di previsione, che stanzia 250 mila euro per la riqualificazione di via Cavallotti. L’inserimento poteva essere interpretato come propedeutico alla pedonalizzazione del vecchio ponte, con la possibilità di cominciare a pianificare la realizzazione di un valico urbano del fiume, che si immettesse in viale Milano all’altezza del palazzo di giustizia. «Il ponte urbano non avrebbe una grande utilità - spiega però il primo cittadino - mentre ci sarebbe la possibilità di chiudere la città in un anello, offrendo due itinerari alternativi che tengano il traffico passante fuori dalla città». L’idea è quella di avviare una sorta di collegamento tra viale Piave (la statale 25 per Boffalora) e la 202 per Montanaso, collegamento che fungerebbe da prolungamento della tangenziale est verso Milano e che passerebbe l’Adda all’altezza della cava Belgiardino, per sboccare in viale Milano, in prossimità del centro commerciale Iperdì e del magazzino Trony. Un sogno, che però potrebbe diventare realtà, visto che, a differenza di quanto accaduto per la tangenziale est e per il secondo ponte, non sarebbe necessario scomodare l’Anas: «L’ente stradale non avrebbe alcun titolo a intervenire - spiega Aurelio Ferrari - in quanto si tratterebbe di un collegamento tra provinciali». In un’ottica di questo genere, quindi, potrebbero essere chiamati in causa i comuni di Lodi e Montanaso e la provincia di Lodi, magari con l’obiettivo di un accordo di programma finalizzato proprio alla realizzazione di una simile opera, il cui “peso” finanziario dovrebbe essere cospicuo, se non altro per la tecnologia da mettere in campo per la costruzione del ponte. Ma se questo è il sogno di fine mandato di Ferrari, la riqualificazione di via Cavallotti è una realtà che può concretizzarsi presto: «È necessario sistemare i marciapiedi, definire percorsi protetti per le biciclette, reperire spazi di sosta - continua il sindaco -. Nelle nostre intenzioni, via Cavallotti dovrebbe diventare una vera e propria strada di quartiere, se non altro in quel tratto che va dalla rotatoria di viale Piave a Campo di Marte, che potrebbe essere utilizzato esclusivamente per i collegamenti con gli insediamenti residenziali». In quest’ottica si inserirebbe alla perfezione l’ipotesi di terzo ponte e mini tangenziale, che avrebbe il vantaggio di estendere all’intera via Cavallotti e al ponte attuale lo “status” di percorso protetto e a traffico ridotto.

Arrigo Boccalari

 

Via libera al centro commerciale previsto a Campo di Marte:

La commissione territorio ha accolto la richiesta presentata da Desiderio Zoncada, proprietario dell’area di oltre 11 mila metri quadrati e ora il provvedimento passerà al vaglio del consiglio comunale. L’esercizio che sorgerà, comunque, avrà una superficie di vendita inferiore ai 2.500 metri quadrati, per cui non sarà necessaria l’autorizzazione della regione Lombardia, e sarà specificamente a servizio degli attuali insediamenti residenziali e di quelli futuri (in arrivo con l’operazione Codignola). L’intervento, previsto già nel piano regolatore del 1990, è stato criticato dagli ambientalisti e da alcuni consiglieri di circoscrizione, in quanto il punto vendita sorgerebbe in una zona potenzialmente a rischio esondazione e dopo l’alluvione disastrosa dell’autunno del 2002 l’Adda non lascia nessuno tranquillo. «Il rischio è stato attentamente valutato - specifica il presidente della commissione territorio, Roberto Masticò -, tanto che abbiamo incaricato il consulente del comune (l’ingegnere Silvio Rossetti, ndr) di predisporre uno studio idrogeologico che fugasse ogni dubbio per quanto concerne la sicurezza dei cittadini. Dall’indagine è emerso che l’area si trova a una quota di sicurezza e che durante l’alluvione l’acqua non allagò quel terreno». Non ci sarebbero quindi pericoli di allagamenti, a meno di improbabili eventi che risultassero più violenti di quelli del 2002. Il provvedimento è passato con i voti della maggioranza e con l’astensione di Lega e Forza Italia. La commissione ha inoltre approvato il piano di recupero urbano che porterà nuove case al posto dell’ex complesso industriale dell’Everlasting, in via Defendente. «Anche in questo caso, vista la posizione in cui sorgeranno le unità abitative - aggiunge Masticò - abbiamo chiesto al consulente informazioni in merito all’effettiva possibilità di costruire. La risposta è stata positiva: l’intervento si può fare, ma le norme tecniche di attuazione del piano di assetto idrogeologico non permettono la realizzazione di box e altri locali interrati». Le 42 autorimesse e le 28 cantine si troveranno così a livello della sede stradale, mentre i 31 appartamenti occuperanno il primo e il secondo piano, al di fuori della portata dell’Adda. I commissari hanno ottenuto dalla proprietà, l’immobiliare Soledil srl, una modifica del progetto che consentirà di realizzare il passo carrabile in piarda Ferrari anziché sulla trafficata via Defendente. Inoltre il complesso edilizio arretrerà di un metro sui quattro lati del perimetro, per lasciare posto a un marciapiede.

 

Lavori in fascia protetta con proteste dei residenti per il passaggio dei camion al Capanno 

Il mistero del parcheggio sull’Adda 

Nasce un terrapieno vicino alla sede Ds: «Noi non c’entriamo» 

Strani movimenti di terra, camion che portano tonnellate di materiali, un terrapieno di quasi un metro che s’innalza miracolosamente nel giro di un paio di giorni a pochi metri dalle rive dell’Adda. Settimana movimentata per i residenti di via del Capanno che si sono lamentati sonoramente nello scorso fine settimana per i lavori effettuati su un campo di erbacce compreso tra il lungo Adda e via del Capanno. Molti curiosi si sono attardati ai bordi del campo, su cui nel giro di pochi giorni è sorto un vero e proprio terrapieno, alto 80 centimetri e con una superficie di poco inferiore a quella del campo. «Come mai non c’è neanche un cartello a indicare i lavori mentre qui camion e ruspe continuano a scaricare tonnellate di terra?», si chiedono i residenti. Bocche cucite tra gli operai, persino sulla proprietà del terreno (che è adiacente a quello della sede dei Democratici di sinistra) oltre che naturalmente sulla qualità dei lavori, che avvengono tutti in fascia di rispetto “A” del Piano d’assetto idrogeologico. Il che significa che ci si trova in zona ad altissimo rischio d’esondazione (e infatti via del Capanno va sotto regolarmente quasi ogni anno) e dunque non è consentito nemmeno mettere due mattoni l’uno sopra l’altro. I lavori stimolano la curiosità dei passanti, anche perché comune e provincia, sulle prime, asseriscono di non saper nulla di questi continui passaggi di camion e terra. Qualcuno dice che «è roba dei Ds». Alla Quercia smentiscono: «Quel terreno non è nostro». Infatti la proprietà è di Biagio Ferrari, ex segretario comunista e patròn della Cooperativa Sg (Servizi generali), area Democratici di sinistra. Lui ha la proprietà del terreno e la terra da smaltire (migliaia di metri cubi di provenienza Tav). Ai Ds interesserebbe un nuovo parcheggio a servizio della Festa dell’Unità. A gestire tutti i passaggi sarebbe la Società Immobiliare srl (presidente Francesco Zoppetti) che è proprietà al 100 per cento della Quercia e che è proprietaria di tutta l’area delle feste del Capanno, a cui i Ds pagano regolarmente l’affitto. L’idea è nata la scorsa settimana tra Ferrari e il diessino Attilio Caperdoni, colui che ogni anno ha la responsabilità del montaggio degli stand per la festa dell’Unità. In mezzo una convenzione tra Sg e Immobiliare per l’utilizzo dell’area, presumibilmente come parcheggio per la manifestazione. Ferrari prima parla di «parcheggio», poi torna sulle sue e dice: «farò un frutteto». In riva all’Adda? Il segretario diessino Roberto Miglio taglia corto: «So che stanno facendo un terrapieno per innalzare il campo a bordo strada, ma noi Ds non c’entriamo nulla. Sto seguendo le elezioni, non ho tempo per interessarmi anche di queste cose». Il parco Adda Sud ha dato il suo ok: lo conferma Attilio Dadda, che è presidente del parco e anche dirigente della Sg. Non così in provincia. «Ma la nostra autorizzazione non è necessaria per quel tipo di lavori», afferma l’assessore all’ambiente Francesca Sanna. Quale tipo di lavori? Nessuno lo dice con chiarezza. Intanto i residenti masticano veleno.

Fr. Ga.

 

Da IL GIORNO del 7 04 04

GLI ALLUVIONATI PRESENTANO ISTANZA DI MORATORIA

Lavori in roggia, il comitato si oppone

LODI - Dopo il ricorso al Tar arriva la richiesta di mora­toria. Il Comitato Alluvionati Lodi Onlus (ex Riva De­stra) ha presentato infatti al protocollo il 25 marzo scorso (ma la notizia è stata diffusa solo ieri) una richiesta di sospensiva della realizzazione delle opere idrauliche sui ca­nali Gaetana e Gelata, in prossimità di viale Milano. «In prima istanza, con il ricorso al Tribunale amministrativo, non avevamo ritenuto necessario chiedere la sospensione dei lavori - spiega il presidente del Comitato, Domenico Ossino - nel frattempo però abbiamo fatto elaborare uno studio riguardante il rischio idrogeologico in Pianura Padana, con particolare riferimento all'Adda, che abbiamo presentato come proposta del nostro Comitato al Comune nell'assemblea pubblica dell'undici marzo. Tale proposta, indica nell'abbassamento dell'alveo del fiume, sia in Adda che nel Po, l'unico mezzo efficace di contrasto per pre­venire le alluvioni. In particolare - dice ancora - prevede l'abbassamento della briglia a valle del ponte urbano». Se tale ipotesi fosse ritenuta valida, ribadisce il Comitato, la problematica delle rogge Gaetana e Gelata, che a causa del ritorno di piena provocano inondazioni nel quartiere del Pratello e comunque nella zona di viale Milano, come è accaduto nel novembre 2002, potrebbe addirittura risul­tare superflua, e il mancato intervento tradursi in rispar­mio. Il Comitato chiede pertanto che sia formalizzato con un atto di giunta un periodo indefinito di moratoria, in modo che l'inizio dei lavori relativi alle rogge Gaetana e Gelata sia rinviato fino a quando non sia decisa la quota che dovrà assumere il fiume. «Non dimentichiamo - aggiunge Ossino - che il piano stralcio di Lodi relativo agli interventi idraulici da effet­tuare lungo l'intera asta dell'Adda in Lombardia dovrebbe essere presentato a breve. E potrebbe contenere indicazio­ni in merito. A nostro avviso, pertanto, la sospensiva an­drebbe applicata a tutti gli interventi riguardanti la rete idrografica secondaria». Il Comitato, con il ricorso al Tar, aveva già contestato l'intervento alle rogge.

L.D.B.

 

Da IL CITTADINO del 7 04 04

Gli alluvionati chiedono una moratoria «Congelate le chiuse in zona Pratello» 

«Fermate il progetto delle chiuse al Pratello»: è Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati di Lodi a chiedere all’amministrazione comunale una moratorio sull’intervento lungo le rogge Gaetana e Gelata, alle spalle di viale Milano. Un progetto che continua ad essere combattuto su diversi fronti. Da un lato c’è l’amministrazione comunale di Lodi che ritiene le chiuse l’unica possibilità per prevenire rigurgiti: le rogge sfociano in Adda e, in caso di piena, l’acqua risale lungo i due canali. Per il Comitato sarebbe una soluzione peggiore del male che scaricherebbe il problema nelle zone comprese tra le chiuse e l’Adda, limitandosi a mettere in sicurezza la zona dove sorgerà a breve un ipermercato. In attesa del responso del Tribunale amministrativo regionale, che deve valutare un ricorso degli alluvionati, Ossino ha scritto al sindaco Aurelio Ferrari per chiedere «che sia rinviata la progettazione e ogni decisione relativa ai detti lavori, alla luce di quanto emerge dal parere tecnico “Rischio idrogeologico in pianura padana con particolare riferimento al fiume Adda nel Lodigiano”». Il documento è stato presentato pubblicamente lo scorso 11 marzo dallo stesso Comitato. Il testo chiede l’abbassamento della briglia a valle del ponte urbano e l’asportazione di ghiaia dal letto dell’Adda. «Nell’ipotesi che tale proposta fosse ritenuta valida e quindi attuata, è del tutto evidente che questo cambierebbe notevolmente la problematica esistente intorno alle rogge Gaetana e Gelata - scrive Ossino -. Se si abbassasse l’alveo dell’Adda, l’intervento in questione, contestato perché ritenuto inefficace, insufficiente e illegittimo, potrebbe risultare addirittura superfluo». Il tutto, si sottolinea, «con un evidente risparmio di risorse per la pubblica amministrazione».

F. T.

 

La provincia e il Parco disposti a collaborare, ma prima chiedono un’attenta valutazione su costi e benefici dell’opera 

Terzo ponte, un’idea che non convince 

Cautela sull’uscita del sindaco che propone la tangenziale nord 

Terzo ponte e tangenziale nord, si possono fare, ma prima occorre attivare un tavolo di confronto che tenga conto di costi e benefici, senza tralasciare l’impatto sull’ambiente circostante. È quando sostengono i rappresentanti istituzionali potenzialmente coinvolti, dopo l’idea, lanciata dal sindaco Aurelio Ferrari, di realizzare una bretella a nord della città, tra le provinciali per Boffalora e per Montanaso, che passi l’Adda a Belgiardino per immettersi su viale Milano all’altezza del supermercato Iperdì. Un progetto salvatraffico, un’ideale continuazione della tangenziale est, che potrebbe essere realizzata senza l’intervento dell’Anas, magari attivando un accordo tra enti, comuni e provincia. «Noi siamo pronti a fare la nostra parte, se sarà il caso - dice l’assessore provinciale a viabilità e urbanistica Mauro Paganini -. Questo argomento, però, poteva essere discusso in fase di elaborazione del piano territoriale, che abbiamo appena predisposto e in cui non c’è traccia di terzo ponte. Certo non siamo in presenza di un documento di programmazione rigido e blindato, ma forse un’opera così strategica meritava di essere affrontata in fase di preparazione del piano. Detto questo, credo si debbano studiare tutti gli aspetti collegati a una simile infrastruttura, da quelli morfologici-ambientali a quelli viabilistici, senza dimenticare che la provincia sta progettando un collegamento tra la provinciale 22 e la 16 e il nuovo svincolo di San Grato». Pensare in grande e in modo articolato, quindi, se si decide di intervenire. Questo dice Paganini e con lui si allinea il sindaco di Montanaso Silverio Gori: «Un programma di questa portata - dice - potrebbe mettere in crisi la viabilità sulla provinciale che porta a Montanaso; noi comunque saremo collaborativi, pronti a lavorare insieme ad altri per sciogliere eventuali nodi critici». Secondo Attilio Dadda, presidente del Parco Adda sud, «dopo quello che abbiamo sopportato a seguito della costruzione del secondo ponte, è doveroso che, prima di intraprendere un’altra opera pubblica così importante, si valutino la reale necessità di quest’ultima, i costi sul piano ambientale e i benefici in termini di riduzione del traffico». Polemico il segretario provinciale della Lega nord Mauro Rossi, il quale non dimentica che l’idea del terzo ponte venne lanciata proprio dall’amministrazione del lumbard Alberto Segalini, a inizio anni Novanta: «Il sindaco non ha mai ritenuto indispensabile questa opera - tuona Rossi - tanto che ha pensato bene di stralciarlo dal piano delle opere pubbliche benché fosse stata avanzata una richiesta di Frisl regionale (un mutuo decennale a interessi zero, ndr) e fosse già stato stilato un progetto. Noi abbiamo sempre sostenuto l’importanza basilare del terzo ponte sull’Adda, ma Aurelio Ferrari l'ha sempre pensata diversamente, salvo adesso, a fine mandato, sventolarne la necessità. La Lega, i cittadini lo ricorderanno, ha da subito sostenuto la necessità di un’infrastruttura di questa portata e lo continua a fare. Non dimentichiamo inoltre che per Lodi sarebbe motivo d’orgoglio realizzare un nuovo ponte senza doversi adattare ai desideri dell’Anas».

Arrigo Boccalari

 

Da IL CITTADINO del 8 04 04

Contro il terzo ponte esce allo scoperto il comitato dei contrari 

Èbastata solo l’ipotesi di costruire il terzo ponte sull’Adda che il defunto comitato “No al terzo ponte”, nato negli anni ‘90 per combattere il progetto analogo della Lega, è subito tornato a farsi vivo, per contestare l’idea del sindaco. «Un terzo ponte a Lodi, che chiuderebbe a nord l’anello delle tangenziali - spiega una nota diffusa da Enrico Furegato a nome del comitato - , può essere presa in considerazione solo se posto al di fuori dell’abitato (anche periferico) della città e se realizzato senza interessare le ultime zone di pregio ambientale poste nelle vicinanze di Lodi». Posizionare il ponte sull’asse della via Milano, significherebbe attirare altro traffico di attraversamento in città, con tutte le ricadute negative.

 

Multa e obbligo di ripristino dell’area in arrivo: «Brutta figura per il presidente del Parco » 

Abusivo il parcheggio Ds sull’Adda 

Le ruspe della Sg hanno lavorato senza i permessi necessari 

Il comune blocca il parcheggio dei Democratici di sinistra. La Sg, cooperativa di servizi che oltre a essere proprietaria dell’area stava anche facendo i lavori per erigere un terrapieno di 80 centimetri, non aveva le autorizzazioni. A stabilirlo è l’assessore all’urbanistica Leonardo Rudelli, il quale ha accertato che la Sg si è messa a lavorare con pale e ruspe in riva all’Adda «senza accertare se vi fossero vincoli su quell’area e senza l’autorizzazione del comune». Autorizzazione che però è stata chiesta con qualche giorno di ritardo: in comune hanno protocollato la richiesta lunedì. I lavori erano iniziati però il venerdì precedente. Alleanza Nazionale si sta preparando a scatenare la battaglia in consiglio comunale contro la Quercia, che a lavori finiti avrebbe dovuto stringere una convenzione col proprietario dell’area Biagio Ferrari per ottenere un parcheggio per la festa dell’Unità: «È strano - afferma Giovanni Gualteri, capogruppo di An in consiglio - che di mezzo ci sia la Sg che oltre a essere vicino ai Ds ha anche un dirigente (Attilio Dadda, ndr) che oltre a essere un diessino è anche presidente del Parco Adda Sud, sotto la cui responsabilità ricade l’area su cui stanno facendo i lavori. Quanto meno hanno agito molto male». Gualteri e An annunciano un’interrogazione in uno dei prossimi consigli comunali per accertare eventuali responsabilità o colpe. I lavori sull’area, che si trova tra il lungo Adda e via del Capanno, a fianco della sede della Quercia, erano iniziati la settimana scorsa. Tra venerdì e sabato la cooperativa Sg aveva già innalzato un muretto di terra sull’intera superficie dell’area, servendosi del materiale di risulta scartato dai cantieri dell’alta velocità ferroviaria. I lavori, di cui si erano lamentati i residenti della via, sono proseguiti fino a martedì, ma nel frattempo sia i residenti che la segreteria cittadina di An avevano chiesto ragione dei lavori sia al comune che ai vigili. Una pattuglia della polizia municipale si è presentato sul posto e ha effettuato un verbale. Infine il blocco dei lavori deciso dall’assessore Rudelli: «Sto studiando la questione - afferma -, devo capire quali lavori si possano fare in quella zona secondo le prescrizioni del Pai. In comune sono stati protocollati tre documenti: il verbale dei vigili, l’ordinanza di sospensione dei lavori del comune e la richiesta di apertura lavori dei proprietari dell’area, che però è stata effettuata con alcuni giorni di ritardo rispetto all’inizio dei lavori stessi». Gli scenari possibili ora sono almeno due: in caso il terrapieno sia consentito dal piano d’assetto idrogeologico la Sg rischia solo una contravvenzione, mentre in caso contrario lo stesso proprietario dovrà riportare il campo allo stato originario, liberandolo dalla ghiaia.

Francesco Gastaldi

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 9 04 04

LODI E L’ADDA

Terzo ponte, idea giusta ma fuori città

L’ipotesi di un terzo ponte a Lodi, che chiuderebbe a nord l’anello delle tangenziali, può essere presa in considerazione solo se posto al di fuori dell’abitato (anche  periferico) della città e se realizzato senza interessare le ultime zone di pregio ambientale poste nelle vicinanze del capoluogo. Posizionare il ponte sull’asse di viale Milano (a qualsiasi altezza) significherebbe attirare altro traffico di attraversamento in città, con tutte le ricadute negative (per esempio inquinamento atmosferico, acustico, rischio di incidenti). Se a questo si unisce il transito nella zona compresa tra l’abitato e il Belgiardino, l’unica area naturale rimasta in città, peraltro soggetta a vincolo idrogeologico e ambientale, non si capisce veramente quale potrebbe essere il vantaggio di una simile opera per i cittadini lodigiani, che dovrebbero dovrebbero pagarla fra l’altro con i loro soldi. Fra l’altro uno dei problemi della viabilità lodigiana è ancora l’eccessivo traffico di attraversamento, causato dal sottoutilizzo del secondo ponte. Il comitato “No al Terzo Ponte”, apolitico e apartitico, sorto nella metà degli anni ’90 per scongiurare la sciagurata scelta urbanistica dell’amministrazione guidata allora dalla Lega (il terzo ponte realizzato sulla piarda Ferrari!), ribadisce quindi la sua contrarietà all’ipotesi di realizzare questa opera in maniera controproducente per la città. Ricordiamo fra l’altro che il comitato già allora, sia pure con propri mezzi ridotti e con il solo lavoro volontario, aveva individuato i rischi legati alle possibili alluvioni e ai negativi effetti dell’opera sul delicato assetto idrogeologico dell’area. Nei prossimi giorni il comitato chiederà ai candidati alla presidenza della provincia di esprimersi ufficialmente anche su questi temi. Concludendo, se vi sono delle disponibilità economiche, che vengano utilizzate per mettere in sicurezza e per riqualificare la città bassa.

Enrico Furegato

Comitato No al Terzo Ponte Lodi

 

Da L'ECO DI BERGAMO del 11 04 04

Interventi a tutela dell'Adda Sindaci e Wwf a confronto

«I cittadini vogliono conoscere sempre di più per difendere meglio il territorio in cui vivono». A sostenerlo è Fabio Cologni, storico rappresentante del Wwf della zona Adda e responsabile dell'Oasi naturalistica «Le Foppe» di Trezzo. A riprova il successo degli incontri, dei dibattito e delle iniziative ambientali promossi con il Parco Adda Nord e il Comune di Trezzo. Per il corso di «birdwatching» gli organizzatori sono stati costretti a portare a 55 il numero dei partecipanti, dopo aver cancellato altre 80 iscrizioni. «Villa Gina, la sede del parco Adda Nord, non aveva spazi sufficienti», spiega con rammarico Cologni.  Uguale successo per il corso di disegno naturalistico, per lo spettacolo nelle scuole medie e la conferenza dal titolo «Anche le galline sono in estinzione», nel corso del quale si è parlato del rischio estinzione di alcune specie di animali autoctoni. E non è finita: giovedì 15 aprile, alle 21, nel salone della società operaia di Trezzo è infatti in programma una conferenza dibattito - dal titolo «Salviamo la biodiversità territoriale dell'Adda» - alla quale hanno assicurato la loro presenza numerosi amministratori comunali della zona. «L'obiettivo che ci prefiggiamo - dice Fabrio Cologni - è di chiedere una posizione netta agli amministratori comunali dell'Adda per la tutela dell'ambiente dall'avanzare del cemento». In particolare Cologni punta il dito sulla quantità di abitazioni che i Comuni permettono che vengano realizzate per richiamare nuovi cittadini in fuga dalle città. «In questo modo - dice - l'inquinamento lo si porta in questa zona, e si fa crescere un'unica massa urbana, dove non si distingue più un paese dall'altro. E poi si realizzano nuove strade che richiameranno altre tangenziali, altre bretelle: tutto territorio che verrà cementificato.

 

Qui il 70 % del territorio è urbanizzato

Sempre meno aree verdi, sempre più aree industriali, un tasso di urbanizzazione che è paragonabile solo a quello delle zone cittadine. È un bilancio non proprio esaltante, quello sul territorio dell'Isola, che comprende 21 paesi tra i fiumi Adda e Brembo: eppure da tempo si analizzava il fenomeno, per cercare soluzioni che facessero «respirare l'Isola»; nel 1999, per esempio il Comitato dell'Isola per la tutela dell'ambiente aveva studiato le situazioni abitative dei diversi Comuni per cercare rimedi alla mancanza di spazi verdi, e delle già scarse zone destinate all'agricoltura. Ora, a cinque anni di distanza, con la costituzione di un nuovo Parco (quello del Canto) e l'elaborazione di piani regolatori che rallentano la cementificazione nei Comuni, la situazione non è certo entusiasmante. Guardando ai dati del 1999, comunque, si deve pensare che l'Isola, cinque anni fa, era già sovraffollata: 95 mila abitanti in totale, per una superficie di 104 chilometri quadrati, densità media di circa 902 persone per chilometro quadrato: si pensi che la densità media di Bergamo nel 1999 era di 375 abitanti per chilometro quadrato. Non solo, la saturazione dell'ambiente era ben chiara già nel 1999: il 70 % del territorio dell'Isola era occupato, e gli spazi per l'agricoltura angusti. Nonostante interventi a favore della coltivazione, come i fondi ministeriali di 46,5 miliardi di vecchie lire per l'irrigazione.

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 13 04 04

LODI

Una moratoria sulle opere idrauliche

A proposito della richiesta di moratoria da applicarsi alla realizzazione delle opere idrauliche previste sui canali Gaetana e Gelata, in prossimità di viale Milano, io, nella mia qualifica di presidente del Comitato Alluvionati Lodi Onlus, fermo restando il ricorso al Tar contro i lavori di cui all’oggetto, chiedo che sia rinviata la progettazione e ogni decisione relativa ai detti lavori, alla luce di quanto emerge dal parere tecnico “Rischio idrogeologico in pianura padana con particolare riferimento al fiume Adda nel Lodigiano”, presentato in data 11 marzo scorso dal Comitato che rappresento, contenente la nostra proposta d’intervento. Come è noto, tale proposta prevede l’abbassamento della briglia a valle del ponte urbano, con simultaneo abbassamento del fondo alveo del l’intero tratto di monte, in modo che anche il livello di un’eventuale piena, simile a quella del 2002, si abbasserebbe d’uguale misura. Nell’ipotesi che tale proposta fosse ritenuta valida e quindi attuata, è del tutto evidente che questo cambierebbe notevolmente la problematica esistente intorno alle rogge Gaetana e Gelata. Se si abbassasse l’alveo dell’Adda, l’intervento in questione (contestato con il ricorso perché ritenuto inefficace, insufficiente e illegittimo) potrebbe risultare addirittura superfluo. E non sarebbe nemmeno necessario innalzare viale Milano. Il tutto, con un evidente risparmio di risorse per la pubblica amministrazione. Chiedo pertanto che sia deciso e formalizzato con atto di giunta un periodo indefinito di moratoria, in modo che l’inizio dei lavori – relativi alle rogge Gaetana e Gelata – sia rinviato fino a quando non sia esaminata la citata proposta del Comitato. E comunque fino a quando non sia decisa la sistemazione, e quindi la quota, che dovrà assumere il corso d’acqua principale. È evidente che lo stesso criterio andrebbe applicato a tutti gli interventi riguardanti la rete idrografica secondaria del fiume Adda, nello specifico anche quello previsto per la roggia Roggione. In questo caso, il contributo della regione Lombardia (258mila euro), accantonato a seguito dell’alluvione del 2000, potrebbe essere utilizzato per interventi direttamente sull’Adda (ponte, briglia, ecc.). Una decisione simile si rende, a mio avviso, indispensabile, nell’interesse dell’intera comunità di Lodi. Nell’attesa di un cortese e sollecito riscontro, mi è gradita l’occasione per porgere distinti saluti.

Domenico Ossino

presidente del Comitato Alluvionati Lodi

 

Da IL CITTADINO del 14 04 03

La giunta presenterà tra un mese i primi progetti 

Canali, dighe e paratie: le armi contro le piene 

Ultimare entro fine mese il piano degli interventi per presentare le ipotesi in un incontro pubblico, a metà maggio, con la partecipazione di enti regionali e statali, consiglieri comunali, comitati alluvionati, associazioni e consigli di zona. Sono i tempi che Palazzo Broletto si è dato per chiudere la fase di progettazione degli interventi per mettere al sicuro Lodi dalle piene dell’Adda. Venerdì, in municipio, c’è stata una riunione cui hanno partecipato gli assessori comunali Leonardo Rudelli (urbanistica), Emiliano Lottaroli (lavori pubblici), Francesco Marzorati (protezione civile), e Silvio Rossetti, l’ingegnere lodigiano al quale la giunta comunale ha dato l’incarico di revisionare il piano di rischio idrogeologico. A Rossetti è stato chiesto di mettere nero su bianco una serie di interventi di difesa spondale connessi tra loro. In sponda sinistra l’argine lungo la strada per Boffalora, progettato dalla provincia di Lodi, dovrebbe congiungersi alle difese per l’area ex Sicc. Un’ipotesi allo studio prevede poi, proprio a fianco dell’ex Sicc, un canale di deflusso: in pratica una specie di ulteriore campata sotto il ponte urbano. In sponda sinistra è allo studio l’idea del sindaco Aurelio Ferrari: un basso muraglione cavo contenente una paratia che, sollevata, formerebbe un argine di 170 centimetri. Sempre in sponda destra sono previste tre chiuse (contestate dai comitati degli alluvionati) sulle rogge Gaetana e Gelata, in zona Pratello, e sulla Roggione, alla Martinetta. Analisi e studi di Rossetti prendono inoltre in considerazione l’eventualità di un abbassamento della briglia a valle del ponte urbano, ritenuta un ostacolo al deflusso dell’acqua. «Tutte ipotesi per le quali abbiamo chiesto a Rossetti di studiare costi e conseguenze - spiega Lottaroli -. Nel caso dell’abbassamento della briglia, per esempio, sarebbe infatti necessario rinforzare i piloni del ponte. Stiamo vagliando differenti soluzioni». Per la prossima settimana è previsto un ulteriore summit, probabilmente conclusivo di questa fase del lavori. Quindi la giunta metterà sul tavolo un “pacchetto” di interventi: lo farà, assicura Lottaroli, alla presenza dell’Autorità di bacino, della regione Lombardia, dell’Aipo, dei comitati degli alluvionati, delle associazioni e degli enti locali. Il tutto, probabilmente, nel corso di un consiglio allargato ai consigli di zona.

F. T.

 

Da IL CITTADINO del 16 04 04

Resta congelato il cantiere di Bertonico 

Lo scandalo del ponte: un argine da spostare causerà altri ritardi 

Ancora un ostacolo sulla strada per la realizzazione del ponte sull’Adda, a Bertonico. Dopo la crisi finanziaria che ha colpito la ditta costruttrice e che potrebbe suggerire all’Anas un nuovo appalto per completare l’opera, ora nasce il problema di un argine da spostare per evitare gli effetti di future piene.

 

Contro le piene 

Il ponte sull’Adda bloccato da un argine 

Bertonico Questa volta, sulla strada del nuovo ponte, si mette un argine. L’Anas di Milano sta per affidare un incarico per risolvere il problema relativo al deflusso delle acque nel caso di una nuova esondazione, come quella della fine del 2002 che ha provocato gravi danni alle strutture idrauliche anche nella Bassa. L’ex Magistrato per il Po, adesso Aipo, ha chiesto all’ente stradale di prendere in considerazione il problema relativo all’argine ubicato nei pressi della confluenza tra Serio e Adda. In pratica, questa difesa spondale andrebbe spostata di un centinaio di metri nella campagna. Questa ipotesi determinerebbe grosse difficoltà nella realizzazione del rilevato d’accesso al ponte sulla sponda cremasca. Ora, i tecnici chiamati a introdurre questa modifica progettuale dovranno trovare una soluzione adeguata: o un nuovo viadotto per l’attraversamento di questo nodo o un sistema di tombinature per facilitare la cosiddetta “trasparenza” dell’argine. Ma sul tavolo c’è un altro problema, quello relativo all’affidamento dei lavori che ancora mancano all’appello per la conclusione dell’opera pubblica. La ditta appaltatrice, la Cooperativa Costruttori di Argenta, non ha mai tenuto fede agli impegni assunti più volte assunti nelle sedi istituzionali. All’Anas ormai sono stanchi e non credono più alle promesse dei commissari che stanno amministrando il colosso delle costruzioni, piombato la scorsa estate in una grossa crisi finanziaria. Per questo, i funzionari del compartimento milanese hanno già avviato le pratiche per il riappalto dell’opera. Difficile pensare però che le tre ditte piazzatesi dopo la Coop Costruttori decidano di farsi carico del 20 per cento dei lavori che ancora mancano all’appello. Ben presto, l’Anas potrebbe dunque indire una nuova gara d’appalto, nella speranza di ottenere una risposta dal mondo imprenditoriale. Ma sul completamento del cantiere si apre adesso un nuovo scenario. Se la ditta appaltatrice dovesse riprendere i lavori, l’Anas posticiperebbe l’introduzione delle modifiche progettuali: uno scenario questo piuttosto remoto che però gli addetti ai lavori non scartano del tutto, anche perché potrebbe significare almeno la conclusione del ponte, che le comunità locali attendono ormai da dieci anni. Per la prossima estate, invece della conclusione dell’opera come preventivato lo scorso autunno, potrebbe avvenire almeno la conclusione dell’ultima parte di un iter caratterizzato da numerosi stop.

Cristiano Brandazzi

 

Il commento 

Quel viadotto mai nato e già morto 

Credo proprio che qualcuno mi invidi perché ho la fortuna di abitare in campagna, parola tanto detta e ripetuta da chi abita in città, perché la intendono come fuga e alternativa alla vita quotidiana, quella che, per intenderci, trascorre tra gli orari di ufficio, le soste ai semafori, le ricerche disperate di un parcheggio che manco a pagarlo si trova. Ho anche la fortuna di esserne consapevole e di non dover, almeno per ora, lavorare, potendo in questo modo dedicare l’intervallo tra gli studi universitari ad una passeggiata tra i campi, all’ombra di dolci filari di pioppi e lungo gli argini del fiume, l’Adda, che è più famoso di quanto si possa immaginare: il più grande romanziere italiano romantico, Alessandro Manzoni, lo ha fatto conoscere a milioni di lettori, descrivendo perfettamente quella notte nella quale Renzo cerca il maledetto fiume per scappare da una vita che lo perseguita. Ora che i campi tornano a vivere dopo la quiete invernale, tornare sulle sue rive è sempre un piacere. Viaggiare lungo gli argini ha sempre un significato. Giovannino Guareschi lo faceva per ritrovare se stesso, per dare forma alle avventure di Don Camillo e Peppone, per sedersi dinanzi al fiume (il Po, nel suo caso) e concludere, con un filo d’erba in bocca: “Si sta meglio da questa parte!”, un motto perfetto per iniziare una nuova giornata... E poi sono tanti altri gli scrittori o gli artisti che hanno tratto ispirazione da queste camminate, uno fra tutti credo il nostro Andrea Maietti e quel Gioanbrerafucarlo che ritroviamo nei suoi ricordi del sabato. Qui a Bertonico, seguendo il sentiero dell’argine, si attraversano campi vegliati soltanto dai pioppi piegati dal vento e dal tempo, vecchi signori malati di artrite che si ostinano a rimanere dove  sono stati per anni. D’estate fa caldo pure all’ombra, ma il verde splendente dei prati dà un senso di fresco e di refrigerio, mentre l’Adda affoga nelle sabbie del letto ghiaioso e le barche rimangono in secca, bruciate dal sole. D’inverno c’è nebbia. Nient’altro, la nebbia sfuma qualunque cosa circondi, così il fiume si nasconde dietro a questo muro grigio che infonde mistero e inquietudine, fascino e silenzio. Quando tira l’aria gelida, per quanto le nostra faccia sia coperta dalle sciarpe, questa punge la nostra pelle e s’infila tra i cappotti e i maglioni. Un lettore intelligente potrebbe obiettarmi: “Ma chi te lo fa fare?”. Non ho una risposta logica, non ci provo nemmeno a inventarmela. A me piace. La stessa cosa accadeva l’altro giorno. Ho pedalato per qualche chilometro sereno, sotto il cielo grigio che ha accompagnato i giorni di Pasqua e non mi sono reso conto di essermi allontanato così tanto dal paese per fermarmi solo quando la strada si è interrotta per un imprevisto verificatosi dieci anni fa. Qui a Bertonico nel ’94 l’Adda ha messo un pò di paura e ha deciso di porre fine al glorioso servizio prestato da un ponte, uno come tanti altri. Ce lo ricordiamo benissimo tutti quanti quello che accade. E benissimo ci ricordiamo le promesse che qualcuno proferì, probabilmente sapendo di mentire. Perché sono passati dieci anni e il ponte nuovo non c’è. O meglio, ci sarebbe. Chiunque, viaggiando sull’argine, poco dopo aver visto il Serio confluire nell’Adda, incontrerà due piloni che svettano verso il cielo. Nelle giornate serene di primavera ed estate si vedono pure dal paese. Ma non ci sono soltanto i piloni sui due lati dell’argine, in teoria ci sarebbe anche il ponte, però lasciato a metà, cosa che noi italiani sappiamo fare benissimo. Il romantico sentimentale potrebbe storcere il naso: un affare così piantato in mezzo a questo paesaggio è un pugno nello stomaco. Il futurista, il progressista, il Marinetti dei giorni nostri lo intenderebbe come il progetto dell’uomo di costruire sempre qualcosa in più: le macchine, i treni, i cannoni e poi i ponti, quelle strade sospese nell’aria che ci permettono di superare un ostacolo e di competere con la natura. Il sottoscritto, con animo puramente utilitarista, si augurava che lo finissero, almeno questo: bello o meno, sarebbe sempre stato più sicuro e più “pragmatico” di quello che ci tocca attraversare a senso alternato. Quel ponte è come se non esistesse. Non è ancora nato e già è morto, è uno scheletro. A venire accusato del fallimento è il sistema italiano, che, per coincidenza, proprio dieci anni fa era ancora ribaltato dall’inchiesta del Pool Mani Pulite di Milano, nell’epica stagione di Tangentopoli, stagione non ancora conclusa pienamente se storie di questo tipo hanno di nuovo luogo. Citando Bartali, abbiamo saputo che è tutto sbagliato, è tutto da rifare, perché gli argini non sono sicuri. E che il ponte a senso alternato in funzione ogni tanto traballa. Davanti a questa confusione di notizie ed opinioni, il comune cittadino è portato involontariamente a formulare conclusioni che si allontanano e peggiorano la realtà, rendendola più oscura di quanto lo sia veramente, ma non potrebbe fare altro. Noi italiani sembriamo destinati a questo tipo di destino: pensiamo in grande e facciamo la metà. Ho ripreso la via di casa e non mi sono più voltato a dare un’occhiata ad un ponte mai nato e già morto, perché il fastidio che si prova in questi casi rovina tutto il resto e il paesaggio primaverile che si apre davanti agli occhi.

Dario Mazzocchi

 

Bilancio di dieci anni per lo Spinning club, il coordinatore Cesare Lorandi: «Ma non si ferma l’invasione dei siluri» 

«Le nostre acque resistono nonostante il Po» 

L’inquinamento dei corsi lodigiani però peggiora vicino al grande fiume 

Dieci anni con la canna da pesca in mano lungo le rive dell’Adda e di piccoli e grandi corsi d’acqua del Lodigiano. La sezione di Lodi dello Spinning club Italia festeggerà il 6 maggio, i primi dieci anni di vita. Due lustri nel quale l’ambiente lodigiano è cambiato e le acque lombarde sono state colonizzate da pesci stranieri. Tuttavia il bilancio ambientale tracciato da Cesare Lorandi, coordinatore della sezione, è meno cupo di quello che si potrebbe pensare. «La qualità dell’acqua dei nostri fiumi non ha subito enormi peggioramenti - commenta Lorandi - e notiamo una crescente attenzione da parte delle amministrazioni locali su temi quali la salvaguardia delle specie autoctone e la realizzazione di depuratori. Segnali incoraggianti di un cambiamento di mentalità». Il rovescio della medaglia è la superficialità con cui si continua a vivere il rapporto con il fiume: «C’è ancora troppa maleducazione da parte di tutti. Sulle rive troviamo sia il sacchetto di avanzi del pic nic lasciato dalla famigliola, magari appeso a un ramo con la convinzione che qualcuno lo tirerà via da lì, sia la busta di plastica con la pastura abbandonata dal pescatore». L’Adda resiste all’avanzare del progresso: «Ci sono zone ancora incontaminate, a monte di Lodi, nel territorio di Comazzo ma più ci si avvicina al Po, più la qualità dell’acqua peggiora e l’inquinamento proveniente da monte aumenta il proprio carico». Il grosso problema resta il proliferare di pesci stranieri, in concorrenza con quelli del nostro habitat. È il caso del siluro: «Dieci anni fa li trovavamo nel basso corso dell’Oglio. Adesso sono nell’Adda sotto la briglia del ponte urbano o addirittura nel punto di immissione del canale scolmatore della centrale di Tavazzano». Nel 2003 Lorandi e colleghi ne hanno catturato uno di 180 centimetri: meglio di loro, usando lo “spinning”, un’esca artificiale, hanno fatto solo i soci della sezione di Modena con un esemplare di 220 centimetri. Tra i predatori stranieri che stanno soppiantando cavedani e trote marmorate nostrane ci sono anche l’aspio e la lucioperca. Estranei da combattere ripristinando l’equilibrio naturale del fiume, con l’immissione di specie autoctone (è il caso del progetto di reinserimento della trota marmorata portato avanti con la collaborazione delle province di Lodi e Cremona) e con il rispetto del suo alveo: «Il fiume deve essere lasciato libero di trovare i propri spazi. Cavare la ghiaia non risolve i problemi, aumenta invece la velocità delle acque. Escavazioni come quelle di Rivolta d’Adda, con le ruspe nel letto dell’Adda, sono deleteri». Di tutto questo si parlerà la sera del 6 maggio, nel salone dell'oratorio di Santa Maria del Sole, in via Callisto Piazza 15. La serata del decennale costituirà l’occasione per premiare 13 soci fondatori e 2 benemeriti.

Fabrizio Tummolillo

 

Da IL CITTADINO del 17 04 04

Croce Rossa da evacuare, domenica la prova generale 

Il 26 novembre del 2002, quando l’Adda invase la città bassa, la sede di via Scacchi si era riempita di un metro di acqua limacciosa nel giro di mezz’ora, spiazzando tutti e costringendo volontari e dipendenti del comitato provinciale di Lodi della Croce Rossa a ideare in fretta e furia, e sotto la pressione di decine di richieste di intervento, un trasloco in piazza della Vittoria, che era rimasta la sede operativa delle ambulanze e dei mezzi di protezione civile per diversi giorni. Un evento imprevisto che ha costretto i responsabili della Cri lodigiana a predisporre un piano di evacuazione della sede, che, se scatterà nuovamente l’allerta per le possibili esondazioni dell’Adda, sarà gradualmente trasferita nel PalaCastellotti, messo a disposizione dall’amministratore della Gis, Paolo Benedetti, grazie all’interessamento dell’assessore alla protezione civile Francesco Marzorati. E domenica, dalle 7 alle 19, almeno trenta volontari saranno impegnati per “testare” il trasferimento dei 40 mezzi e dei materiali, sia sanitari sia per la protezione civile, che non solo dovranno rimanere all’asciutto in caso di nuove alluvioni, ma dovranno anche essere immediatamente operativi, dato che è proprio in momenti come quelli che realtà come la Croce Rossa sono chiamate al massimo impegno e alla piena autonomia.  La procedura di evacuazione è articolata in cinque fasi, compresa quella, non meno laboriosa delle altre, della ricollocazione di mezzi e materiali in sede, e sarà legata al livello idrometrico del fiume al ponte di Lodi: a un metro e 90 centimetri saranno portati in via Piermarini i veicoli della protezione civile; a 2 metri e 20 si cominceranno a trasferire al Palazzetto di via Piermarini anche gli indumenti e le brandine per gli eventuali sfollati, in modo tale da poter allestire un centro di accoglienza; in una terza fase si dovranno trasferire anche i presidi sanitari, le ambulanze e i veicoli per il trasporto delle persone; nella quarta, con l’Adda a oltre tre metri, dal PalaCastellotti entrerà in funzione anche la sala operativa, collegata a un gruppo elettrogeno da trenta kilowatt e alle linee telefoniche già disponibili. A fare l’analisi dei tempi e dei metodi di attuazione del piano sarà il delegato provinciale della protezione civile Cri Egidio Tansini, mentre a coordinare l’evacuazione in via Scacchi sarà il vice delegato della protezione civile locale Giuseppina Previtali e a gestire la sede provvisoria al Palazzetto sarà il delegato locale Giovanni Guazzoni, il tutto sotto la supervisione del commissario del comitato locale Cri Lucia Fiorini. Tra l’altro sono rientrati dall’Iraq, e sono stati nuovamente resi operativi per il Lodigiano, il container frigorifero e il generatore di corrente che avevano fatto parte del primissimo ospedale da campo allestito nei pressi di Baghdad. Le tende, “cotte” dal sole a 40-50 gradi, sono rimaste in Iraq, ma comunque le dotazioni del centro di protezione civile della Cri di Lodi, che è tra i più importanti magazzini a livello regionale, sono già da tempo tornate ai livelli assicurati anche prima della missione umanitaria in Medio Oriente. Naturalmente anche domani, nonostante il trasloco, la Cri sarà pienamente operativa.

C. C.

 

TURANO Nuovo piano di protezione per affrontare le emergenze 

Dopo mesi di lavoro il piano di protezione civile di Turano Lodigiano è stato approvato nella recente seduta del consiglio comunale. L’ultima grande piena dell’Adda ha sollecitato l’amministrazione guidata dal sindaco Emilio Casali a lavorare sul tema della protezione civile, con l’organizzazione di un nucleo comunale composto per ora da 7 cittadini volontari oltre che dagli amministratori preposti alla sicurezza, e con la prossima apertura di un ufficio operativo nel palazzo municipale. Il rischio idrogeologico legato alla piena del fiume rappresenta dunque il capitolo più significativo del documento recentemente approvato, anche se di fatto l’area di esondazione è limitata a poche cascine: si parla di una trentina di residenti, o poco più, e di quasi 500 capi animali che in caso di pericolo potranno essere ricoverati in un’azienda sicura convenzionata con il comune. L’ospitalità di eventuali sfollati, di Turano o di altre località, può essere garantita nella palestra scolastica ampia 1300 metri quadrati. Sull’area di circa 600 metri quadrati del campo da calcio può essere invece allestito un campo d’accoglienza mediante l’installazione di tende o altre strutture mobili. Individuata anche un’area per l’atterraggio dell’elisoccorso. Oltre al rischio idrogeologico il piano di protezione civile prende in considerazione anche problematiche ed emergenze legate alla presenza di insediamenti produttivi in qualche modo pericolosi nei territori comunali e provinciali confinanti: si pensi alla centrale nucleare dismessa di Caorso, dove però sono ancora presenti le scorie radioattive, ai depositi di idrocarburi in provincia di Cremona e Piacenza, ma anche nel vicino comune di Terranova. L’ultima componente di rischio individuata è relativa agli incendi in aziende agricole. «Abbiamo richiesto l’autorizzazione - spiega il sindaco Casali - a dotarci di ricetrasmittenti per le emergenze e abbiamo previsto anche lo stanziamento di circa 4mila euro per i corsi dei volontari».

 

«Il Cittadino» a colloquio con le personalità spiccate che fanno onore al nostro territorio 

STRALCIO DELL’ARTICOLO

Gusmaroli, presidente 

Si occupa sia del Lodigiano che del Milanese

La ricchezza di una terra che produce latte e carne di alta qualità, e sui cui aspetti occorre puntare per il futuro 

dell’Associazione Allevatori 

Questi i numeri: 850 soci, 101 mila bovini, 40 mila scrofe 

Giandomenico Gusmaroli è nato a Lodi il 30 settembre 1960. Figlio di agricoltori, dalla nascita risiede nell’azienda agricola della Biraga, una delle tante realtà agricole che caratterizzano il territorio comunale di Terranova dei Passerini. Nel consiglio d’amministrazione dell’Apa, l’Associazione Provinciale Allevatori è entrato nove anni fa, quale referente del settore suinicolo. Sei anni fa è stato eletto presidente dell’Apa di Milano e Lodi. Una carica, questa, che è stata riconfermata anche per il mandato successivo……. Tra il 2002 e il 2003 è stato inferto un durissimo colpo al settore bovino, un colpo che non potremo dimenticare. E questa non è che una delle tante vicende negative che hanno caratterizzato gli ultimi mesi delle nostre stalle». Perchè? «Numerose aziende agricole sono rimaste ferite dall’alluvione del 2002, le cui cicatrici sono ancora oggi visibili. E aggiungo che al ricordo dei danni causati dall’alluvione si somma la legittima preoccupazione per quello che, ancora oggi, non è stato fatto agli argini e ai letti dei fiumi. Siamo consapevoli che, in caso di una nuova alluvione, corriamo il rischio di non essere sufficientemente difesi. Con una simile preoccupazione, che tuttora continua, abbiamo vissuto la terribile siccità del 2003». Non è piovuto partendo dalla primavera 2003... «In primavera la siccità ha compromesso parte del raccolto dei cereali vernini e il primo taglio del fieno, riducendo al minimo il raccolto di orzo e frumento……..

FERRUCCIO PALLAVERA

 

Da IL CITTADINO del 19 04 04

A Lodi, Spino, Dovera e Pandino enorme quantitativo di immondizia lungo strade e fossi 

40 quintali di rifiuti abbandonati raccolti da 600 spazzini volontari 

Erano in seicento, impegnati tra Lodi e il Cremasco. E hanno raccolto ogni genere di immondizie. Cartacce, plastica, rifiuti, ma anche frigoriferi, televisioni, elettrodomestici e rifiuti ingombranti. Sulle sponde dell’Adda e lungo i fossi si trova di tutto, nonostante l’opera di dissuasione che svariate iniziative contribuiscono ad alimentare. A Lodi si sono mossi in 120, rispondendo all’appello diramato dai Pescatori dilettanti: hanno passato palmo a palmo ieri la riva destra e la riva sinistra del fiume, nei tratti del Belgiardino e fino alla piarda Ferrari da una parte, e dell’ex Sic e verso Boffalora dall’altra, raccogliendo il poco invidiabile bottino che ha riempito venti sacchi per ciascuna delle sponde. Anche i comuni del territorio cremasco hanno preso ieri ramazze e rastrelli per dare vita a “Rifiutando”, iniziativa promossa dai sindaci e dalla Società cremasca servizi per sensibilizzare i cittadini sul problema dell’abbandono dei rifiuti. 278 le persone coinvolte a Dovera, dove i chili di rifiuti portati in discarica sono stati 1820; 100 invece i volontari di Pandino con 820 chilogrammi raccolti e, infine, 90 i partecipanti di Spino che hanno raggiunto i 500 chili. L’auspicio è che le aree bonificate rimangano pulite.

 

Rifiuti di ogni tipo sulle sponde del fiume, raccolti 40 sacchi dai Pescatori dilettanti 

Quaranta sacchi riempiti con l’immondizia raccolta lungo le sponde dell’Adda in una mattinata di lavoro. I Pescatori dilettanti hanno passato palmo a palmo ieri la riva destra e la riva sinistra del fiume, nei tratti del Belgiardino e fino alla piarda Ferrari da una parte, e dell’ex Sic e verso Boffalora dall’altra, raccogliendo il poco invidiabile bottino che ha riempito venti sacchi da ogni lato. Così si è ripetuta la tradizionale operazione di pulizia che i Pescatori dilettanti guidati da Giancarlo Magli organizzano ogni anno, «anche se la raccolta di rifiuti noi la facciamo praticamente tutto l’anno, portandoci dietro un sacco ogni volta che scendiamo sul fiume – spiega il soddisfatto Magli, dopo la raccolta di domenica -: i rifiuti sono sempre tanti, troppi, anche se quest’anno abbiamo trovato meno sporcizia rispetto a quello passato». Cartacce, plastica di ogni genere, ma anche frigoriferi, televisioni, elettrodomestici e rifiuti ingombranti, sulle sponde dell’Adda si trova di tutto, nonostante l’opera di dissuasione che anche iniziative come quelle dei pescatori contribuiscono ad alimentare. Oltre che nei sacchi trasportati con i mezzi messi a disposizione da Astem e comune (alla mattinata dei pescatori hanno partecipato tra gli altri anche l’assessore Marzorati e il presidente dell’ex municipalizzata Giuseppe Mulazzi), i rifiuti sono finiti in due punti di raccolta creati sulle sponde, per ospitare gli oggetti più ingombranti: sarà l’Astem a completare la raccolta martedì, portandoli alla piattaforma. «Eravamo circa 120 - racconta Magli -, con gli attrezzi prestati dal comune e tanta buona volontà. A tutti abbiamo dato una pianta offerta dal fiorista e nostro socio Rinaldo Arrighi, un omaggio in linea con l’amore per la natura dei pescatori». L’appuntamento ora è fissato per il 9 maggio quando l’associazione tornerà sull’Adda ripulito per una manifestazione di pesca con la bilancia, montata direttamente sulle barche come si faceva un tempo sul fiume.

L. D’A.

 

Grandi pulizie a Dovera, Spino e Pandino: coinvolti oltre 450 “spazzini” volontari 

Anche i comuni del territorio cremasco hanno preso ramazze e rastrelli ieri per dare vita a “Rifiutando”, iniziativa promossa dai sindaci e dalla Società cremasca servizi per sensibilizzare i cittadini sul problema dell’abbandono dei rifiuti. Dovera, Pandino e Spino d’Adda hanno partecipato dando un vigoroso contributo al progetto ecologico, impegnando un gran numero di volontari e raccogliendo chili di immondizia. 278 le persone coinvolte a Dovera, dove i chili di rifiuti portati in discarica sono stati 1820; 100 invece i volontari di Pandino con 820 chilogrammi raccolti e, infine, 90 i partecipanti di Spino d’Adda che sono riusciti a raggiungere un totale di 500 chili. Questo il bilancio lusinghiero di un’iniziativa che in tutto il territorio ha messo in moto oltre 6 mila persone, un piccolo esercito di persone, volontari trasformati in “spazzini” per un giorno, per aiutare l’ambiente.

 

Da IL CITTADINO del 20 04 04

Intanto la regione conferma che non ci sono fondi per gli alluvionati 

Po, un piano contro i “fontanazzi” Una scia di schiuma lungo l’Adda 

L’Autorità di bacino del Po ha scelto il tratto del fiume tra Caselle Landi e Castelnuovo per avviare uno studio sulle modalità di difesa idraulica per la fascia rivierasca della pianura padana. Le indagini geotecniche si concentrano sul fenomeno dei “fontanazzi”, responsabili di pericolose infiltrazioni. A nord, sul tratto dell’Adda tra Comazzo e Lodi, è invece comparsa da alcuni giorni una lunga scia di schiuma biancastra. Intanto, la regione ha confermato che non saranno concessi fondi alle vittime lodigiane dell’alluvione del 2003.

 

Alluvionati, nuovo ricorso al difensore civico regionale 

Un ricorso al difensore civico regionale. Èla mossa annunciata da Domenico Ossino, presidente del Comitato alluvionati della riva destra dopo l’ennesima risposta negativa dell’assessore regionale Massimo Buscemi alla richiesta di contributi per arredi, automobili e oggetti devastati dalla piena del 26 novembre 2002. Buscemi, assessore alla protezione civile, ha ribadito il proprio “no” con una lettera indirizzata a Ossino, inviata l’8 marzo 2004. La missiva sembra seppellire la richiesta, inoltrata più volte verbalmente al presidente regionale Roberto Formigoni e all’ex assessore regionale alla protezione civile Carlo Lio e ribadita con una lettera di Ossino del 6 dicembre 2003. «Che differenza c’è - scriveva Ossino in quell’occasione - fra l’avere perso la casa e l’avere perso tutto il suo contenuto? In termini sostanziali il tetto è prima necessità, ma in entrambe i casi bisogna far fronte ad un nuovo acquisto; l’aver perso 50 o 100 mila euro in mobili, elettrodomestici, automobile, vuol dire ricominciare da capo». La risposta di Buscemi, inviata per conoscenza anche a Loredana Losi, presidente del consiglio provinciale di Lodi, non lascia molte speranze: «L’entità dei danni conseguenti all’alluvione del novembre 2002 ha imposto una ripartizione delle risorse finanziarie disponibili che privilegiasse anzitutto la realizzazione o il ripristino di opere pubbliche - scrive Buscemi -. Quanto al risarcimento dei danni ai cittadini privati, la scelta della giunta regionale è stata anzitutto di dare priorità alle prime case e alle aziende completamente distrutte, in altra parte del territorio lombardo e dopo di provvedere a un significativo contributo per le prime case danneggiate. Non si è ritenuto di erogare contributi per i beni mobili, in considerazione del rilevante deficit ancora esistente tra fondi stanziati e risorse necessarie opere di ripristino delle infrastrutture e di difesa del suolo, che nell’intera Lombardia superano i 650 milioni di euro». Quanto al ricorso al difensore civico regionale, risale al 26 febbraio, ben prima della missiva di Buscemi: «Era da un anno che la nostra richiesta si trascinava - spiega Ossino - e dopo l’incontro di gennaio a Lodi (con la presenza dello stesso Buscemi, ndr) si è avuta di fatto la conferma che di fondi non ne sarebbero arrivati». Così il 26 febbraio Ossino ha anticipato i tempi incontrando l’avvocato Giovanna Invernizzi, il difensore civico comunale. Il mandato di Invernizzi è scaduto a marzo ma è stato prorogato fino alla nomina del successore. Palazzo Broletto ha indetto un bando e sta raccogliendo le candidature. «Ho chiesto all’avvocato Invernizzi - spiega Ossino - di inoltrare al difensore regionale la nostra richiesta di risarcimenti per i danni subiti da tutti coloro che non rientrano nelle categorie di proprietari di immobili, titolari di imprese o agricoltori, per le quali sono stati stanziati fondi. Tutti coloro che, non possedendo beni immobili, non hanno potuto usufruirne». È il caso di famiglie che abitavano in case in affitto. Perso l’arredamento, sfasciata la macchina, a mollo vestiti, elettrodomestici, computer: «C’è chi ha avuto 50, 60 milioni di vecchie lire di danni». Per Ossino è mancata la volontà politica, non la disponibilità di euro: «Il Piemonte ha previsto, per i propri alluvionati, rimborsi fino al 75 per cento del danno dichiarato. Rendo merito a provincia e comune di Lodi di avere trovato qualcosa nelle pieghe del bilancio. Altrettanto non ha fatto il Pirellone».

F. T.

 

Caselle Landi I tecnici valuteranno la resistenza dei terreni al fine di prevenire altri danni in caso di alluvione 

La riva del Po diventa un laboratorio 

Studio dell’Autorità di bacino per migliorare i sistemi di sicurezza

CASELLE LANDI La riva sinistra del fiume Po in territorio comunale di Caselle Landi diventa un laboratorio a cielo aperto per uno studio pilota dell’Autorità di bacino finalizzato alla definizione degli interventi per il miglioramento del sistema di sicurezza idraulica dei territori di pianura. Si tratta di indagini geotecniche tese a valutare la vulnerabilità del bacino padano sotto l’aspetto idrogeologico, per gli effetti che eventuali debolezze del corpo arginale innalzato a difesa delle campagne e dei centri abitati potrebbero avere in caso di grandi piene del fiume. «Abbiamo deciso - spiegano dagli uffici di Parma dell’Autorità di bacino del fiume Po - di partire con questo studio inizialmente in territorio comunale di Caselle Landi proprio per gli eventi verificatisi nell’autunno 2000 (ultima grande piena del Po, ndr), quando si formarono numerosi fontanazzi e si verificarono parecchi fenomeni di infiltrazione, ma anche perché quel comparto è già stato oggetto di altre verifiche e analisi». Il tratto fluviale in territorio di Caselle Landi fino alla conca di Isola Serafini dopo Castelnuovo Bocca d’Adda era stato infatti perlustrato e scandagliato in barca dall’allora segretario generale dell’Autorità di bacino Roberto Passino, cui subentrò poi Michele Presbitero, assieme ad altri funzionari del massimo ente regolatore del Po sotto la guida del sindaco Gianfranco Contardi: un sopralluogo finalizzato a prendere visione della presenza di vari accumuli di detriti e materiale inerte, al fine di valutarne l’eventuale rimozione. A tale proposito l’Autorità di bacino sta effettuando uno studio più ampio sull’asta fluviale compresa tra Pavia e Castelnuovo Bocca d’Adda, e cioè dalla foce del Ticino a quella dell’Adda: un’indagine, quest’ultima, attesa anche dal comune di San Rocco al Porto per quanto concerne l’annosa questione dell’isolotto Maggi. Tornando ai rilevamenti in corso lungo l’argine di Caselle Landi, si tratta di ricerche sicuramente utili anche all’individuazione delle priorità d’intervento per la futura realizzazione delle diaframmature o dei rinforzi arginali contro i fontanazzi: «La ditta incaricata dall’Autorità di bacino - spiega il sindaco Gianfranco Contardi - sta eseguendo sondaggi sotto terra per valutare la situazione in vari punti del nostro territorio: io ho provveduto a consegnare agli operatori la mappa dei fontanazzi formatisi a Caselle Landi durante la piena del 2000 redatta dal geologo Marco Daguati. In rapporto alla minaccia del fiume, potrò sentirmi davvero più sicuro quando verranno eliminati i tre fontanazzi più pericolosi che si formano puntualmente e quando sarà sistemato e rinforzato il tratto dell’argine in località Regona, all’altezza della scala idrometrica, sul quale batte direttamente la corrente del fiume in piena».

Daniele Perotti

 

Tra Gargatano e San Rocco al Porto si formano crepe sulle sponde ferite 

Avvallamenti e profonde crepe laterali si stanno formando sull’argine del Po nel tratto compreso tra le località Gargatano di Somaglia e Berghente di San Rocco al Porto (al confine con Guardamiglio), il cui livello è stato da poco innalzato per eliminare il cosiddetto “effetto cordamolla” sulla sommità arginale. Assestamenti del terreno di riporto che destano qualche preoccupazione, dal momento che i lavori sono stati interrotti, ma dall’Aipo (l’ex Magistrato per il Po) giungono notizie tranquillizzanti: «Siamo a conoscenza di questi dissesti - dichiara Luigi Mille, dirigente dell’ufficio di Milano - ma posso assicurare che l’impresa Fpt di Mazzano che detiene l’appalto vi porrà prontamente rimedio nei prossimi mesi, quando riaprirà il cantiere di lavoro che si era solo interrotto e non ancora chiuso: oltre ai riempimenti di materiale nei punti franati, in alcuni tratti dell’argine verrà anche ripristinato il manto d’asfalto». Intanto si attende di conoscere dove verranno investiti gli oltre 5 milioni di euro stanziati dall’Aipo per interventi di potenziamento dell’argine maestro lodigiano: si parla dell’incremento dell’altezza di qualche altro tratto del manufatto idraulico, di difese spondali e di diaframmature anti fontanazzi. «Siamo ancora alle valutazioni progettuali - spiega Mille - e non abbiamo ancora definito con esattezza le località in cui interverremo: lo faremo assieme alla provincia, al fine di rispondere al meglio alle richieste e alla domanda di sicurezza delle realtà locali».

 

I pescatori hanno paura sia il residuo di lavaggio dei depuratori, da quindici giorni si ripresenta regolarmente sul fiume 

Una schiuma misteriosa inquina l’Adda 

Dai salti di Comazzo scende fino a Lodi, ignota per ora la causa 

Una schiuma simile a liquame, dall’aspetto di concime di origine animale, accompagnata da un odore particolarmente ripugnante, ha fatto la propria comparsa nei giorni scorsi nell’Adda. Un fenomeno segnalato da più persone, soprattutto pescatori, in più momenti e in differenti tratti del corso d’acqua. «Ed è comparso esattamente da una quindicina di giorni - racconta Gian Carlo Magli, presidente dell’Associazione lodigiana pescatori dilettanti -. Me l’hanno riferita differenti pescatori e ho notizia che alcuni di loro si sono rivolti ai carabinieri per denunciare la cosa». Lo stesso Magli ha avuto modo di vedere il fenomeno di persona: «Si tratta di una schiuma che non sembra provenire da impianti o fabbriche chimiche. Piuttosto sembra trattarsi del residuo del lavaggio di depuratori. L’aspetto è quello del liquame di maiali, ma i liquami tendono a depositarsi mentre questa sostanza resta a galla». Particolarmente sgradevole l’odore. «Sembrava di essere sul Lambro» spiega Magli citando a esempio il fiume più inquinato d’Italia. Alcuni pescatori hanno segnalato la presenza della spuma maleodorante anche al comando della polizia provinciale i cui agenti hanno eseguito alcuni sopralluoghi, risalendo l’Adda fino al salto dei Bocchi di Comazzo. Qui è stata riscontrata la presenza della schiuma ma, spiegano dal comando della polizia provinciale, in quantità non ritenuta dannosa. Durante la ricognizione, inoltre, non sono stati trovati pesci o altri animali morti. Di sicuro c’è che la provenienza della sostanza, qualsiasi cosa sia, si trova a nord del territorio comunale di Comazzo, in provincia di Milano. Ironia della sorte, l’Adda ha cominciato ad ammorbarsi all’indomani della raccolta e dell’analisi di un campione di acqua commissionata dall’Associazione pescatori dilettanti all’Astem. Un check-up eseguito a cadenza regolare (anche se in differenti punti, il che rende complessa la comparazione scientifica dei dati) per tenere sotto controllo lo stato di salute del fiume, effettuato questa volta su una provetta di acqua prelevata il 2 marzo in località Caccialanza. Magli non si dà pace: «Sembrava che gli inquinatori stessero aspettando che prelevassero il campione per cominciare a sporcare. Esattamente il giorno seguente sono arrivate le prime segnalazioni». Peccato, perché gli esami confermano che l’Adda è esente dal fenomeno dell’inquinamento chimico, mentre sono soprattutto gli scarichi di origine animale (stalle, allevamenti) a comprometterne la purezza. Un fiume inquinato, insomma (tanto da non essere balneabile), ma che si potrebbe facilmente risanare e restituire nuovamente ai nuotatori lodigiani.

Fabrizio Tummolillo

 

Da IL CITTADINO del 21 04 04

Caselle Landi, strade e alluvioni in cima ai pensieri 

Il rischio legato alle imprevedibili esondazioni del Po e gli inadeguati collegamenti stradali con il resto del territorio sono le principali problematiche che dovrà affrontare la prossima amministrazione di Caselle Landi: la comunità locale vive in ogni caso in un clima sereno, grazie anche alla buona dotazione di servizi essenziali.

 

CASELLE LANDI Nel corso della storia il fiume ha persino condizionato la collocazione geografica del paese, tra Lodi e Piacenza 

Una comunità che ha il Po nel suo destino 

Il rischio di alluvioni resta la principale preoccupazione per gli abitanti 

Il Po non è solo un fiume per Caselle Landi: è un elemento naturale che ne ha caratterizzato e condizionato la storia in base al percorso assunto nel corso degli anni. Un tempo Caselle Landi si trovava sulla sponda destra del Grande Fiume, e questo spiega gli stretti rapporti che i residenti in questa fascia meridionale della provincia di Lodi hanno ancora oggi con la vicina Piacenza: risale al 1797 l’annessione al territorio lodigiano, anche se fino al 1820 i fedeli hanno continuato a fare riferimento alla diocesi di Piacenza. Ora il tragitto del Po, chiuso fra i suoi imponenti argini, non dovrebbe più subire modificazioni tali da influire sulla connotazione geopolitica del comune, ma la sua presenza continua ad essere piuttosto ingombrante per gli abitanti di Caselle Landi: il ricordo delle ultime grandi piene del 1994 e del 2000 è ancora piuttosto vivo e negli ultimi anni l’espansione edilizia sembrò addirittura bloccarsi proprio per i timori di molti a costruire così vicino al fiume. In effetti l’attenzione sul tema della sicurezza idraulica è sempre stata massima nell’ultimo decennio: l’amministrazione comunale ha affidato ad un geologo la mappatura dei fontanazzi formatisi in occasione della grande piena dell’ottobre 2000, che rese necessaria per la prima volta l’evacuazione precauzionale del paese; successivamente il sindaco Gianfranco Contardi accompagnò alcuni dirigenti e funzionari dell’Autorità di Bacino del fiume Po ad un sopralluogo in barca sul fiume per verificare le condizioni dell’alveo. «Ora - commenta il primo cittadino - i rapporti con l’Autorità di Bacino e con l’Aipo sono costanti e decisamente buoni, anche se tutti vorremmo vedere eseguiti più interventi per la manutenzione degli argini e per la sicurezza della nostra popolazione: capisco però le difficoltà burocratiche che devono affrontare anche questi enti, alle prese con carenze di personale e di risorse economiche». Tra l’altro a Caselle Landi qualche intervento è stato realizzato da parte dell’Aipo, come le difese spondali ripristinate al confine con Santo Stefano in località Regona. Un intervento giunto ormai in conclusione, mentre attualmente sono in corso sondaggi lungo l’argine commissionati dall’Autorità di Bacino nell’ambito di uno studio-pilota finalizzato alla verifica della sicurezza idraulica nella pianura padana: una radiografia utile anche a definire dove realizzare le diaframmature e i potenziamenti delle basi arginali per eliminare la formazione dei fontanazzi che tanti timori generano nel periodo di deflusso delle ondate di piena. Per garantire la sicurezza in caso di emergenza a Caselle Landi è attivo da anni un folto gruppo comunale di Protezione Civile, che peraltro si prepara anche ad affrontare altri rischi e problematiche: a breve partirà proprio un corso specialistico antincendio. La giunta Contardi non ha invece aderito al Consorzio Po: «Inizialmente - commenta il sindaco - avevo stanziato i fondi per aderirvi, ma poi ho preferito aspettare perché non sono entrati a farvi parte né la provincia di Lodi, né i comuni e la provincia di Piacenza, che pure erano stati invitati. Ho comunque partecipato a qualche incontro del Consorzio, ma ho visto che parlano soprattutto di valorizzazione ambientale e turismo, mentre a mio giudizio l’aspetto principale da considerare ora è la sicurezza, pensando solo in un secondo tempo alla navigazione e altre iniziative». Da parte sua invece la minoranza consigliar evidenzia l’opportunità di valorizzare il territorio golenale come risorsa per i cicloturisti e per gli amanti dell’ambiente.

D.P.

 

Associazioni in coda per entrare in consulta 

Hanno incominciato a lavorare in sordina, in punta di piedi, ma ad oltre un anno dalla loro costituzione, le consulte delle associazioni si ripropongono come strumento di confronto con l’amministrazione comunale, alla quale potranno fornire pareri preventivi o proposte per l’adozione di atti o per la gestione di beni e servizi comunali. Il 31 marzo scorso si sono chiusi i termini per la presentazione di nuove richieste di adesione alle quattro consulte attualmente costituite, richieste che saranno valutate dai responsabili dei vari settori. Sono quattro le consulte in vigore: servizi sociali, istruzione, cultura ed ecologia e complessivamente quest’anno sono giunte in municipio sette domande di ammissione. Per quanto riguarda i servizi sociali, ad esempio, palazzo Broletto registra le nuove richieste di Avulss, Progetto insieme e Movimento per la vita, che si aggiungono alle realtà che già fanno parte dell’organismo, vale a dire San Vincenzo, Centro per la tutela dei diritti dell’anziano, Amici degli handicappati, Associazione Aiutiamoli. Sul fronte dell’istruzione, gli aspiranti sono rappresentati dalle scuole medie Don Milani e Cazzulani, che dovrebbero costituire una pattuglia composta da chi fa già parte della consulta: le direzioni didattiche del secondo e del terzo circolo, il consiglio di quest’ultimo, la Federazione provinciale scuole materne (Fism), il consiglio d’istituto del Maffeo Vegio, il collegio San Francesco, il Coordinamento genitori democratici di Lodi (Coged), l’Associazione genitori delle scuole cattoliche. Passando alla cultura si incontrano i vecchi aderenti: l’associazione Adelante, il Teatro immaginario di Somaglia, l’associazione Monsignor Luciano Quartieri di Lodi, l’associazione Poesia la vita, la compagnia teatrale Il Pioppo, Lodi per Mostar, il centro culturale San Cristoforo, l’associazione musicale Franchino Gaffurio, il Movimento per la lotta contro la fame nel mondo, l’associazione Cantus, Amici cappella cattedrale. L’unica domanda di ammissione è quella presentata dal Comitato per la pace e lo studio dei conflitti di Lodi. Infine la consulta per l’ecologia: la novità potrebbe essere rappresentata dall’Associazione difesa del cane (Adica), che andrebbe ad aggiungersi al Comitato alluvionati di riva destra, all’associazione Cielo buio e a Ciclodi. A breve verrà stabilito chi potrà prendere parte alle riunioni che verranno fissate con i rappresentanti dell’amministrazione.

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 21 04 04

LODI

I giochi di prestigio del sindaco

Egregio direttore, ancora una volta, come un prestigiatore estrae dal cilindro un coniglio bianco, il nostro signor sindaco, da “buon sognatore” (per riprendere l’epiteto a lui attribuito da una lettrice attenta), cerca di stupire i suoi concittadini con brillanti idee per risolvere, a suo dire, i problemi della città. Come se non bastassero le dighe mobili per proteggere gli abitanti della riva destra (a immagine del più famoso progetto Mose sulla laguna veneta) e il teleriscaldamento, di cui si stenta a capire l’utilità, andando a servire (ma quando?) poche decine di utenti, con costi rilevanti di posa e gestione e con effetti tutti da valutare sull’inquinamento da polveri sottili (lo farà veramente diminuire in modo rilevante?), adesso il signor sindaco ripesca il progetto del terzo ponte, già in passato proposto, studiato e poi abbandonato principalmente per mancanza di finanziamenti; o il rifacimento di piazza Mercato, sulla falsa riga delle discutibili opere disseminate per la città. Il sindaco di Lodi assomiglia al nostro presidente Berlusconi, il quale promette cose che poi non potrà mantenere. Mi spiace annoiare il lettore con argomenti già trattati da altri, ma adesso la misura è veramente colma! Ne hanno abbastanza gli alluvionati, e non solo loro, delle promesse mancate di questa giunta comunale: dagli argini a protezione delle abitaziani che sorgono nelle aree soggette ad esondazione, di cui non sono chiari nè l’entità dei fondi a disposizione per realizzarli, nè il progetto esecutivo (tranne qualche dettaglio fatto filtrare sulla stampa), nè i tempi di realizzazione; alla mancata risoluzione delle problematiche relative alle periferie urbane (fognature, verde pubblico, scalo ferroviario, traffico caotico, sistemazione strade); dall’insufficiente intervento a favore delle crisi aziendali (Polenghi, Abb), di cui nulla più é dato sapere; infine, al problema della definitiva sistemazione della nuova sede museale. Non possono il nostro sindaco e l’amministrazione comunale da lui diretta millantare ogni settimana un progetto nuovo (ora anche la riqualificazione di via Cavallotti!), di cui sanno benissimo di non poter promettere l’esecutività. Quanti sono i progetti abortiti, i lavori mai portati a termine, le questioni irrisolte? Troppi e con troppo denaro pubblico male utilizzato. A questo punto l’unica cosa che resta da fare è sostenere vigorosamente la proposta del Comitato alluvionati di una diffida ufficiale nei confronti degli organi preposti a mettere in sicurezza gli abitanti delle zone a rischio esondazione: Aipo e Autorità di bacino, a cui aggiungerei comune e provincia di Lodi, Parco Adda Sud e regione Lombardia. Devono essere garantiti tempi e finanziamenti per l’inizio dei lavori di regimazione dell’alveo fluviale e per la costruzione di robuste arginature su entrambe le rive dell’Adda. Non è più il caso di assistere, come nell’incontro dell’11 marzo scorso, ad un vano balbettio di risposte da parte delle autorità comunali presenti. Non importa agli alluvionati il fatto che il supermercato voluto da Desiderio Zoncada a Campo di Marte sorgerà su un’area che si trova a una quota di sicurezza, quando le loro case sono tuttora a rischio allagamento e nessuno si preoccupa di «incaricare consulenti vari per fugare ogni dubbio per quanto concerne la sicurezza dei cittadini» (“il Cittadino” di martedì 6 aprile). Dico al sindaco e al presidente della provincia che, invece di mostrarsi all’inaugurazione di un cavalcavia stradale, i cui lavori di esecuzione si sono protratti ben oltre i termini previsti, ed al candidato della Lega Nord alle elezioni provinciali, le cui uniche preoccupazioni sono il referendum sulla moschea e l’inutile decentramento di assessorati provinciali, di occuparsi con maggiore e più proficuo impegno dei gravi problemi che affliggono la nostra città. In conclusione, mi auguro che alle prossime elezioni comunali, provinciali, europee, entrambi gli schieramenti politici presentino candidati più capaci degli attuali amministratori, troppo impegnati a litigare per beghe personali o a progettare opere irrealizzabili, affinchè si governino in modo decente una città, una provincia, una regione o l’Italia intera. Forse il mio è solo un sogno!

Ps: per favore, signor sindaco, non risponda, come in passato, che queste mie sono critiche faziose, provenienti da avversari politici! Non ho nè referenti nè padrini!

Francesco Sacchi Lodi

 

Da Lettere al IL CITTADINO del 22 04 04

Necessaria una svolta nella gestione degli alvei fluviali 

Lettera aperta ad Andrea Agapito Ludovici, responsabile acqua WWF Italia.

«Egregio, premetto intanto che quando lo scambio epistolare si fa nutrito, come sta avvenendo tra noi due, è mia consuetudine passare al “tu”. Sono più grande di età, perciò non ti manco di rispetto. Con un linguaggio più confidenziale, riesco a capire, a spiegarmi meglio e, se occorre, a trovare le parole giuste per stroncare il dialogo. Data l’importanza che può avere un tuo parere presso la pubblica amministrazione, ho pensato di inviare la presente, insieme alla tua lettera, a tutti i sindaci della Pianura Padana. Ciò premesso, comprendo il tuo risentimento contro le mie accuse alla “follia pseudo-ambientalista”: da “responsabile” del movimento senti il dovere di prenderne le difese. Ti consiglio però di controllare l’impulso. Di capire quello che dico (se ti riesce) prima di addebitarmi “una grande confusione” o di classificare le mie “affermazioni, assolutamente non argomentate e fuori posto”. Ti invito a leggere con più attenzione il mio “Parere sul rischio idrogeologico in Pianura Padana”. E, se il problema che ti assilla è la Pianura Padana (e non il sottoscritto), se hai da fare qualche critica o da proporre suggerimenti costruttivi, inviali alla stampa. Credo che saranno ben lieti di riceverli e pubblicarteli. Comprendo i tuoi dubbi circa la mia (“probabile”) buona fede: in tanti anni di attività ne ho conosciuti di lestofanti, sia nella categoria dei cavatori (la mia) che in quella degli ambientalisti (la tua). Ogni buona famiglia, si sa, ha la sua pecora nera. Se le famiglie si ingrandiscono, i lestofanti proliferano e riescono a mimetizzarsi: nascondendo per esempio fini reconditi dietro i nobili intenti dell’ambientalismo. Ciò non toglie che entrambe le “famiglie” siano rispettabili perché assolvono – con pari dignità – ognuna al suo ruolo, importante, nella società. Cerchi di insinuare che il mio parere – sulla necessità di adeguare la sezione di deflusso del Po e dei suoi affluenti, e quindi di asportarvi il materiale in eccesso per ridurre il rischio idraulico – sia solo un pretesto per assecondare gli interessi di chi ha bisogno di quel materiale, «guarda caso, in relazione all’avanzamento dei lavori della Tav»; e che con questa mia uscita starei «alimentando le voglie dei cavatori più spregiudicati». Conosco questa tecnica maligna e fuorviante, spesso utilizzata dai tuoi colleghi. La tecnica, cioè, di distogliere l’attenzione della gente da un problema di interesse generale (il governo idraulico dei fiumi, appunto) e pilotarla contro l’interesse privato di una categoria di imprenditori, con l’obiettivo di demonizzarli, adombrando aspetti di presunta illegittimità, su un’attività assolutamente legittima. Nel capitolo “Gli strumenti del disegno”, sul mio sito, spiego come avviene questo vergognoso processo di criminalizzazione. Ti invito ad evitare atteggiamenti analoghi e ad affrontare seriamente il problema, ripeto, della Pianura Padana. E poi spiegami un po’: visto che i lavori della Tav sono comunque da farsi, se non vuoi che si utilizzino gli inerti fluviali (di proprietà pubblica), a quali cave (di proprietà privata) bisogna rivolgersi? E ancora, perché ti da tanto fastidio l’economia che si avrebbe sul costo di tali opere, grazie a quel «materiale a buon mercato»? A quanto pare, sei talmente indottrinato contro la regimazione degli alvei che spesso la chiami in causa anche a sproposito, così come hai fatto nel documento “Guerra d’Acqua nel Po” (www.wwf.it/Lombardia/documenti/laseccadelPo.pdf ). Un documento, circolato sotto l’egida del Wwf in occasione della siccità del 2003, in cui sostieni che la secca del Po è stata allora determinata non dalla effettiva mancanza d’acqua ma soltanto «dall’eccezionale abbassamento dell’alveo». Ed a sostegno di questa tesi fai rilevare che in quello stesso periodo la falda acquifera aveva mantenuto il suo livello normale: quindi l’acqua c’era. Con quest’affermazione dimostri una totale ignoranza su come funziona l’interscambio tra falda acquifera e fluenza superficiale. Questo è grave per un “Responsabile acque del Wwf” e mi induce a chiedermi: ma quel simpatico orsacchiotto rappresenta ancora una cosa seria o nasconde una barzelletta o cos’altro? Per tutto il resto, quel tuo studio non corrisponde alla realtà ed è palesemente strumentale ad altri fini. L’idea fissa che hai contro l’escavazione in alveo ti porta a negare l’evidenza e ad affermare che «l’alveo del Po, come quello di molti suoi affluenti si è abbassato notevolmente».La realtà, che non puoi non conoscere, è invece tutt’altra cosa. C’è un diffuso e macroscopico innalzamento del Po, degli affluenti e dell’intera rete idrografica: ormai tutta a costante rischio di esondazione. Probabilmente la spiegazione di questa abnorme “interpretazione” si trova nell’altro tuo documento “Patto per i fiumi” (www.wwf.it/ambiente/dossier/Po.pdf ), con il quale sponsorizzi i cosiddetti «interventi di rinaturazione del fiume Po», che altro non sono che cave di prestito.In pratica, da una parte (nel primo documento) ti opponi con forsennato accanimento alla bonifica e ripristino della sezione di deflusso degli alvei, ad un’operazione manutentiva, necessaria e di pubblico interesse, che comporta l’inevitabile asporto del sedimento alluvionale che li ostruisce; ti opponi proclamando cose non vere ed insinuando torbidi interessi privati. Dall’altra parte invece (nel secondo documento) caldeggi l’apertura di vere e proprie cave private fuori alveo: nelle lanche, nei meandri abbandonati, nelle aree protette e nei parchi fluviali. O sponsorizzi la creazione di ridicole casse d’espansione, la cui realizzazione comporta asportazione di materiale per milioni di metri cubi. Sento allora il dovere di allertare le popolazioni della Pianura Padana, date le gravi conseguenze che ne deriveranno per la loro vita ed i loro beni. Queste strane idee rappresentano un pericolo pubblico per quelle popolazioni. Pericolo maggiormente grave per la tua “autorevole” presenza nei comitati delle Autorità di bacino, all’interno delle quali si decide, si pianifica e si disciplina la politica sulla difesa del suolo. Se in quelle sedi trovano applicazione le tue idee balzane, dico solo: povera Pianura Padana! Attenzione! L’attuale politica nazionale sulla difesa del suolo sta sfasciando l’Italia. Alle varie sedi di Wwf, Legambiente e Italia Nostra, cui invio la presente per conoscenza, rivolgo l’invito ad una seria riflessione, ad un ravvedimento e ad una svolta radicale. Fate ancora in tempo, prima che esploda la rabbia della gente. Spero di richiamare anche l’attenzione delle autorità governative, ad ogni livello, sul pericolo costituito dalle Autorità di bacino, laddove si predispongono piani e programmi sulla spinta di idee folli ed “interessi particolari”. Vorrei allertare in primo luogo i sindaci. Invitarli a fare un’immediata ed importante verifica, oggettiva ed elementare, sullo stato degli alvei fluviali, del Po e dei suoi affluenti: sono vuoti e abbassati (come dice Agapito) o sono ostruiti, innalzati e pensili, ed a rischio d’esondazione, anche con portate minime? Fatta questa verifica, vorrei consigliare loro di farsi promotori di una mobilitazione della base, affinché la protesta possa svolgersi in modo civile e non sfoci nella violenza. Perché, ne sono certo, solo con la mobilitazione e la protesta delle comunità interessate si può sperare in una svolta di questa politica scellerata. Infine vorrei far notare al legislatore che lo “stimolo” a certi progetti di appropriazione a medio-lungo termine del territorio si trova nelle recenti modifiche del codice civile, apportate dagli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 37/94. Modifiche che mettono a rischio la proprietà privata, a vantaggio di chi mira ad appropriarsene gratuitamente. L’effetto nefasto di quelle modifiche sarà la guerra civile: tra i proprietari rivieraschi, che perderanno la propria terra senza alcun risarcimento, e gli aspiranti gestori di parchi, oasi ed aree protette, che si approprieranno di quella stessa terra, senza spendere una lira, ma solo promuovendo la politica dell’abbandono degli alvei fluviali. Speriamo che buonsenso prevalga, prima che sia troppo tardi».

nicolabonelli@libero.it

 

Da IL CITTADINO del 27 04 04

E D I T O R I A L E

Il dibattito 

Alluvionati, dimenticati e ora beffati 

Egregio direttore, è ricorrente leggere nelle sue interviste alle personalità che contribuiscono a fare onore al Lodigiano riferimenti alla disastrosa esondazione dell’Adda che colpì il territorio nel novembre 2002. Ciò mi ha indotto a scriverle nuovamente sull’alluvione. (segue a pagina 28)

Siamo ancora nella fase di pianificazione. Per gli interventi nel lodigiano bisogna attendere: una delle prime trasmissioni della RAI era titolata “Non è mai troppo tardi”.…. I comitati alluvionati, dall’evento calamitoso, grazie anche alla stampa, continuano a tenere vivo il tema. Chi invece è preposto ad intervenire continua ad essere latitante. Ora è arrivato il tempo dell’invito all’azione. E’ pertanto urgente imprimere una svolta radicale a questa Politica dell’immobilismo. Una svolta può scaturire soltanto da una presa di coscienza, da parte dei Cittadini, rendendosi conto della situazione di pericolo che li riguarda da vicino, e da un’ampia mobilitazione e protesta delle Comunità interessate. Su esplicita richiesta dei cittadini, il C.Al.Lo ha commissionato lo studio “Rischio Idrogeologico in Pianura Padana, con particolare riferimento al fiume Adda”, presentato durante l’assemblea pubblica del 11 marzo scorso. Con tale studio/proposta reso pubblico a tutti, abbiamo anticipato gli enti preposti, stimolandoli ad una più celere pianificazione per la messa in sicurezza del territorio. La relazione è stata inviata a tutte le Istituzioni, come pure a tutti i Sindaci del Bacino del Po. L’autunno 2003 è passato, passerà anche il prossimo, senza che nulla accada? Al Sindaco di Lodi era stato dato un mese di tempo, per farci avere risposte sui contenuti. Quanto sta elaborando l’amministrazione, lo si può leggere a spot sulla stampa.  Anche sul fronte del Piano di Emergenza comunale, sinora nessun coinvolgimento dei cittadini. Due domeniche fa (19/04), i responsabili della CRI lodigiana hanno organizzato e testato il loro “piano di evacuazione” della sede, se scatterà nuovamente l’allerta per le possibili esondazioni dell’Adda. Visto il nuovo Piano d’Emergenza realizzato dal Comune di Lodi, a quando le esercitazioni dei cittadini? Gli ordini del giorno in merito, approvati all’unanimità dal Consiglio Comunale, giacciono inevasi da più di un anno (28 gennaio 2002), in barba alla normativa vigente sulla Protezione Civile. Gli elementi fondamentali necessari per tenere in efficienza un Piano sono: le esercitazioni e l'aggiornamento periodico. Le esercitazioni devono mirare a verificare, nelle condizioni estreme e diversificate, la capacità di risposta di tutte le strutture operative interessate e facenti parte del modello di intervento, così come previsto dal Piano; in generale servono per verificare quello che non va nella pianificazione. Un'esercitazione riuscita evidenzierà le caratteristiche negative del sistema-soccorso che necessitano aggiustamenti e rimedi. Il soccorso alla popolazione non può non andare incontro ad una serie di variabili difficili da prevedere nel processo di pianificazione dell'emergenza. L'aggiornamento periodico del Piano è necessario per consentire di gestire l'emergenza nel modo migliore. Il Piano di Emergenza è uno strumento dinamico e modificabile in conseguenza dei cambiamenti che il sistema territoriale subisce, e necessita, per essere utilizzato al meglio nelle condizioni di alto stress, di verifiche e aggiornamenti periodici. Auspico che al più presto, il nucleo della Protezione Civile locale, assieme al coordinamento provinciale, e tutte le strutture di Protezione Civile del territorio, si attivino ed organizzino tali esercitazioni dei cittadini, che la legge indica fra le prerogative proprie di questi nuclei operativi. Nessuna maraviglia se i musicanti sono tanti, peccato che manchi il Direttore d'orchestra: sono i fatti. Credo che soltanto un civile e democratico coordinamento tra le Istituzioni, nel delicato settore della prevenzione dei rischi naturali e mitigazione degli effetti conseguenti, possa servire alla causa. Occorre senza dubbio più dialogo con i Cittadini, occorre anche che si diffonda popolarmente la cultura in questo campo. Non sempre basta rispettare (o far rispettare) le diverse leggi e normative in materia: c'è sempre qualcosa in più che non è contemplato, ed è l'aggiornamento delle conoscenze. Spero con questa mia di non avere aggravato una problematica già complessa per leggi naturali e complicata da interazioni antropiche, sia fisiche che politico-sociali.

Domenico Ossino

Presidente C.Al.Lo Onlus

c.al.lo@tin.it

 

Gli agricoltori denunciano la mancanza di cooperazione all’interno della categoria locale 

Sui campi l’incognita delle alluvioni 

«Ormai basta poca pioggia per far uscire l’Adda dal suo letto» 

Serve maggiore cooperazione fra gli agricoltori per dare futuro a un settore che a Corte Palasio è il traino principale dell’economia, dato che sul territorio comunale ci sono ben 31 aziende agricole attive. A dirlo è Angelo Zanaboni, capo dell’azienda agricola che da anni è leader a livello provinciale e regionale nella produzione del latte: oltre 110 quintali di “oro bianco” per vacca prodotti ogni anno, con una dotazione complessiva di circa 180 vacche. «La cooperazione è il futuro dell’agricoltura - spiega -. Nonostante questo, contrariamente alle esigenze, le aziende non solo non si uniscono, ma addirittura si dividono al loro interno, creando ulteriori divisioni che certo non giovano al settore». In passato, aggiunge, qualcuno ha provato a creare piccole cooperative che mettessero in comune le stesse macchine, consentendo di risparmiare sulle spese. Ma si tratta di esperienze fallite in breve tempo. «I costi delle macchine frazionati sono sicuramente più alti per tutti - continua -, mentre se più aziende si mettessero insieme si potrebbe risparmiare. Ma si tratta - prosegue Zanaboni - di problematiche che il settore non riesce a recepire». Ma il problema per il territorio agricolo di Corte Palasio, lambito dallo scorrere del fiume Adda, è rappresentato dal fiume stesso, e dal pericolo di esondazione che qui è più sentito che altrove. Bastano infatti poche piogge a innalzare pericolosamente il livello dell’acqua, tanto che da anni ormai finire sott’acqua è praticamente un’abitudine.«È un problema che nasce da lontano, da quando cioè nel 1976 si è deciso di tagliare, proprio qui, il corso del fiume di sette chilometri. In questo modo infatti il fiume ha acquistato maggiore velocità, e ha portato con sé un numero maggiore di detriti che raccoglieva lungo il suo percorso. Con la conseguenza che ora ci troviamo con il letto del fiume che si è alzato a causa di questi detriti, e bastano poche piogge per farlo uscire dagli argini. È un problema che qui a Corte Palasio, e anche ad Abbadia Cerreto, hanno tutti gli agricoltori che si affacciano con i loro campi verso il fiume». L’unica soluzione, conclude Angelo Zanaboni, sarebbe di levare la ghiaia in eccedenza. «Ma senza esagerare - precisa -, solo quella in eccedenza, perché altrimenti si creerebbero altri problemi».

D. C.

 

Da IL CITTADINO del 28 04 04

Approvate in giunta 

Per le chiuse al Pratello manca solo l’appalto 

Ormai manca solo la gara d’appalto, poi le chiuse sulle rogge Gaetana e Gelata, contestate dai comitati degli alluvionati, diventeranno realtà. Ieri mattina la giunta comunale del sindaco Aurelio Ferrari ha approvato il progetto definitivo esecutivo delle idrovore sui due corsi d’acqua in zona Pratello. Per palazzo Broletto si tratta di un intervento che metterà in sicurezza le abitazioni della zona impedendo, in pratica, il rigurgito d’acqua: le due rogge, in caso di piena dell’Adda, non riescono a scaricare nel fiume finendo con l’esondare e allagare l’area a ridosso di viale Milano. Per i comitati degli alluvionati (quello della riva destra ha presentato due esposti al tribunale amministrativo regionale per chiedere l’annullamento del progetto) così si finirà solo con lo scaricare il problema sulle spalle di chi vive nella zona tra l’Adda e le chiuse. In attesa che si sbrogli la matassa legale dei ricorsi, l’iter burocratico segue intanto il proprio corso. Le due opere saranno eseguite a scomputo degli oneri di urbanizzazione dalla “Immobiliare Saveriana Srl”, la società che realizzerà un supermercato a ridosso di viale Milano. Il progetto è stato realizzato dallo studio tecnico Carlo Locatelli di Milano. L’impianto sulla roggia Gaetana sarà costituito da una vasca in cemento armato dalle dimensioni interne di 10 per 6 per 4,5 metri. La vasca conterrà una paratoia, per bloccare il flusso dell’acqua, e da due pompe dalla capacità di 700 litri al secondo che rimanderanno indietro l’acqua. Il funzionamento di pompe e paratia sarà regolato da sensori in grado di rilevare il livello nella roggia. L’impianto sulla Gelata sarà costituito da una vasca in cemento armato dalle dimensioni di 15,50 per 7 per 6.10 metri. In questa saranno installate tre pompe da 1.550 litri al secondo. Sulla roggia e sul collettore fognario adiacente saranno costruite due paratie. Anche in questo caso sarà un sensore del livello dell’acqua a regolare il funzionamento della struttura. Collegati ai due manufatti, saranno costruite anche due paratoie a comando manuale sulla Valentina. Ieri mattina la giunta ha anche approvato il progetto definitivo-esecutivo per i lavori di rifacimento della pavimentazione stradale di via Santa Maria del Sole, nel tratto da via Solferino alla chiesa. L’intervento, che prevede anche la realizzazione di un piccolo sagrato con cubetti in porfido davanti alla chiesa, costerà 17.404 euro. Altri 39.981 euro, infine, sono stati destinati alla sistemazione di strade nella zona del Pratello.

 

Il prefetto promuove il centro operativo di Protezione civile 

Inaugurato solo lo scorso novembre praticamente sulle rive del Po, il centro polifunzionale della Protezione civile di Somaglia si propone di essere il centro di raccolta e coordinamento nel caso di emergenza legata all’esondazione del fiume. Per il momento viene utilizzato però solo per esercitazioni e per tenere corsi rivolti ai volontari della protezione civile, non solo di Somaglia ma anche degli altri comuni della bassa, per iniziare un lavoro serio di collaborazione. Nei giorni scorsi il prefetto Nicoletta Frediani ha voluto visitare questa realtà, accolta dal coordinatore Mirko Croce e da otto degli oltre 30 volontari. Con il coordinatore Croce e il sindaco, il prefetto ha poi visitato la struttura interna, con la sala accettazione e la sala da pranzo al piano terra, e la postazioni con le radio, per la comunicazione con tutte le persone coinvolte in un’emergenza, al piano superiore.

 

Da IL GIORNO del 28 04 04

GUARDAMIGLIO Il Consorzio Po sta predisponendo un atlante dei laghetti fluviali formatisi dopo le alluvioni

La Bassa conta i suoi stagni golenali

GUARDAMIGLIO - Un atlante per classificare gli stagni golenali del Po, meglio conosciuti nella Bassa come «bodri» o «fotoni», specchi d'acqua che si origi­nano quando il fiume si ritira nel suo letto dopo le esondazioni. Hanno caratteristiche particolari e dimensioni diver­se, in alcuni casi sono laghet­ti veri e propri profondi fino a 10 metri, spesso racchiusi da una corona di alberi (soprattutto Pioppi). Altre volte si presentano come piccoli stagni. Quasi tutti vivono e sopravvivono grazie a quelle che si potrebbero definire le maree del fiume. Per la leg­ge dei vasi comunicanti il livello dei «foponi» si alza se aumenta il letto del Po e si abbassa in tempo di magra. La prospettiva di effettuare una dettagliata mappatura de­gli stagni golenali del Lungo ­Po lodigiano e di inserirli in una apposita carta geografi­ca figura tra gli impegni assunti dal «Consorzio del Po», costituitosi a Guardami­glio dopo l'alluvione del 2000 con alcuni capisaldi: aumentare il livello di sicu­rezza per le popolazioni rivierasche, ma anche spinge­re l'acceleratore verso l'utilizzo e la valorizzazione del­le zone golenali lungo un tragitto di circa 40 chilometri che va da Orio Litta a Castelnuovo Bocca d'Adda. Il Con­sorcio Po, presieduto da Mi­chele Bucci, coadiuvato dal vice Enrico Rossi, ha già messo in campo molti esper­ti impegnati nel progetto di ricerca della gestione del Po lodigiano. L'atlante entra a pieno titolo tra gli obiettivi, in molti casi assai ambiziosi, di valorizzazione le risorse delle comunità golenali. «Una mappa completa dei foponi è senz'altro gradita - commenta Gianmario Luviè, titolare di un negozio di caccia e pesca a Codogno che è da anni salotto frequentatissimo da centinaia di appassionati della lenza -. I pescatori della Bassa conoscono a menadito i foponi del Po, anche gli ultimi tre nuovissimi, che si sono formati nella zona di Castelnuovo dopo l’alluvione del 2000 - dice Luviè -. Pero chi viene da fuori potrebbe trovare utilissimo avere una carta di riferimento -. Gli stagni golenali si raggiungono in modo abbastanza agevole, salvo che nella stagione delle piogge quando i sentieri sono infangati. La pesca è consentita con licenza Fips e le prede sono generalmente appetibili. Si possono catturare all’amo pesce gatto, carpe, anguille e qualche tenca, ma ci sono an­che i temibili siluri. In attesa dell’atlante dei bodri del Po, Gianmario Luviè anticipa un po’ i tempi ed elenca i princi­pali foponi della golena lodigiana: nella frazione Guzzafame dI Senna Lodlglana ce ne sono tre: Argine, Ciague­ta e Lungo. A San Rocco al Porto tengono banco lo Scus­salon e il Fupon di uciai. «Possiamo considerare fopo­ni anche i due splendidi spec­chi d'acqua in comune di Ca­selle Landi - riprende Luviè». Ossia il rinomato laghetto San Giuseppe che oltre ad essere pescosissimo è anche balneabile e l'altro che sta a pochissima distanza».

DI PIETRO TROIANELLO

 

Da IL GIORNO del 29 04 04

PROGETTO DEFINITIVO

Paratie mobili e idrovore

Così il Pratello è al sicuro

LODI - «Le chiaviche che abbiamo approvato marte­dì in giunta rientrano tra le opere prioritarie per la difesa della città dal fiume». Francesco Marzorati, assessore comunale all’Ambiente e Protezione civile, lancia un chiaro messaggio al Comitato alluvionati onlus (ex Riva destra), che ha presentato ricorso al Tar proprio contro la realizzazione delle paratie mobili dotate di idrovora per evitare in caso di piena dell’Adda l’acqua di reflusso lungo le rogge Gaetana e Gelata a difesa del quartiere Pratello. La giunta ha approvato appunto il progetto definitivo: il primo passo sarà ora di ottenere la servitù perpetua o realizzare una permuta di terreni di aree private: 60 me­tri quadrati lungo la roggia Gaetana, 290 metri quadra­ti lungo la roggia Gelata. Ora la società «Immobiliare Saveriana s.r.l.» di Milano che deve realizzare l’inter­vento (del costo complessivo di circa 624 mila euro) a scomputo degli oneri di urbanizzazione per la realizzazione, al Pratello, di un supermercato, potrà procedere con la posa di vasche in cui saranno installate alcune pompe che entreranno in funzione quando appositi sen­sori rileveranno un livello eccessivo d’acqua nelle rogge, chiuse da paratoie. Un intervento minore è previsto anche sulla roggia Valentina, chiusa solo da paratoie a comando manuale. «Ora bisogna vedere se il Comitato alluvionati chiederà una sospensiva - afferma il sinda­co Aurelio Ferrari - altrimenti si procede».

L.D.B.

 

LODI PIANO ANTI-ALLUVIONE

Ponte più largo

Diga da limare

Una nuova arcata verso Revellino per far defluire le piene. Il Comune prevede di abbassare la diga davanti all’isolotto Achilli. Interventi sugli argini.

La nuova apertura faciliterebbe il deflusso delle piene

Ponte con un'arcata in più

LODI - Un piano per difendere la città dalle piene dell’Adda e impedire che Lodi finisca sott’acqua come il 26 novembre del 2002. Il Comu­ne l’ha presentato ieri a Re­gione, Provincia e Prefettura in occasione dell’incontro sul nuovo programma di pro­tezione civile provinciale che era stato indetto nella se­de regionale di via Haus­sman. Gli interventi ritenuti prioritari da Palazzo Broletto, in base ad uno studio re­datto dall’ingegnere idrauli­co Silvio Rossetti, sono l’ampliamento del vecchio ponte urbano e l’abbassamento del­la vicina briglia, il potenzia­mento degli argini sulle due rive. «Ipotizziamo di aprire una nuova arcata nel ponte urbano, recuperando spazio verso la sponda del Revellino - spiega il sindaco Aurelio Ferrari -. Naturalmente si tratterebbe di un’arcata de­stinata, come già quella sul lato sinistro del fiume, a ri­manere in secca, specie nei mesi più caldi. Però, qualora il fiume dovesse gonfiarsi, potrebbe facilitare il passag­gio di un significativo volu­me d’acqua». «L'apertura di una nuova ar­cata - aggiunge l’assessore al­la Protezione civile Francesco Marzorati - rende necessaria la rimozione di un depo­sito alluvionale formatosi ne­gli anni. Ma è stato anche stabilito in via definitiva che, a parte alcuni gerali, come quello al Col del Prete in prossimità della Colonia Caccialanza, e per poche de­cine di migliaia di metri cubi di ghiaia, il letto del fiume non vada dragato, perché in questi anni si è già abbassato naturalmente». La seconda indicazione, so­stenuta anche dal Comitato alluvionati, prevede per la briglia a valle del ponte, in tutta la sua larghezza, l’abbassamento di circa un me­tro e mezzo, eliminando an­che l’attuale differenza di al­tezza di circa 70 centimetri ai due lati dell’isolotto di Achilli. Questo intervento che produrrebbe come effet­to naturale l’abbassamento dell’alveo di circa mezzo me­tro a monte del ponte urba­no, è ritenuto «sufficiente ­come spiega l’assessore Mar­zorati - a far defluire l’onda di piena». Sulla sponda sinistra sono ri­tenuti prioritari sia l’argine ­pista ciclabile sulla strada per Boffalora, di cui si fa carico la Provincia, sia l’argine all’ex Sicc. Sulla sponda de­stra il Comune propone un’arginatura dal Belgiardino fi­no al ponte. L’idea è di crea­re un doppio parapetto di cir­ca un metro e venti d’altezza con paratie mobili al suo in­terno. Per ora - come riferi­sce l’assessore Marzorati esiste solo uno studio di fatti­bilità. La relazione sugli interventi proposti dal Comune verrà ora inoltrata alla Direzione Territorio della Regione. I funzionari dell’ufficio regionale di Lodi si sono impegna­ti a convocare, entro dieci giorni, un nuovo incontro con l’Aipo (Agenzia interre­gionale per il Po) e l’Autori­tà di Bacino (enti dai quali, commenta il sindaco, si sta ancora attendendo lo studio idrogeologico sull'asta dell’Adda e il piano stralcio per Lodi) e con l’assessorato competente della Regione.

DI LAURA DE BENEDETTI

 

DA Lettere da IL LODIGIANO del 30 04 04

Vogliamo la sicurezza del territorio

Egregio Direttore, sono ancora a  chiedere ospitalità sul giornale da Lei diretto, per tornare a trattare il tema della messa in sicurezza del territorio e la tutela dei cittadini lodigiani, a seguito della disastrosa esondazione del fiume Adda, nel novembre 2002. Siamo ancora nella fase di pianificazione. Per gli interventi nel lodigiano bisogna attendere: una delle prime trasmissioni della RAI era titolata “Non è mai troppo tardi”.…. I comitati alluvionati, dall’evento calamitoso, grazie anche alla stampa, continuano a tenere vivo il tema. Chi invece è preposto ad intervenire continua ad essere latitante. Ora è arrivato il tempo dell’invito all’azione. E’ pertanto urgente imprimere una svolta radicale a questa Politica dell’immobilismo. Il cambiamento può scaturire soltanto da una presa di coscienza, da parte dei Cittadini, rendendosi conto della situazione di pericolo che li riguarda da vicino, e da un’ampia mobilitazione e protesta delle Comunità interessate. Su esplicita richiesta dei cittadini, il C.Al.Lo ha commissionato lo studio “Rischio Idrogeologico in Pianura Padana, con particolare riferimento al fiume Adda”, presentato durante l’assemblea pubblica del 11 marzo scorso. Con tale studio/proposta reso pubblico a tutti, abbiamo anticipato gli enti preposti, stimolandoli ad una più celere pianificazione per la messa in sicurezza del territorio. La relazione è stata inviata a tutte le Istituzioni, come pure a tutti i Sindaci del Bacino del Po. L’autunno 2003 è passato, passerà anche il prossimo, senza che nulla accada? Al Sindaco di Lodi era stato dato un mese di tempo, per farci avere risposte sui contenuti. Quanto sta elaborando l’amministrazione, lo si può leggere a spot sulla stampa.  Anche sul fronte del Piano di Emergenza comunale, sinora nessun coinvolgimento dei cittadini. Due domeniche fa (19/04), i responsabili della CRI lodigiana hanno organizzato e testato il loro “piano di evacuazione” della sede, se scatterà nuovamente l’allerta per le possibili esondazioni dell’Adda. Visto il nuovo Piano d’Emergenza realizzato dal Comune di Lodi, a quando le esercitazioni dei cittadini? Gli ordini del giorno in merito, approvati all’unanimità dal Consiglio Comunale, giacciono inevasi da più di un anno (28 gennaio 2002), in barba alla normativa vigente sulla Protezione Civile. Gli elementi fondamentali necessari per tenere in efficienza un Piano sono: le esercitazioni e l'aggiornamento periodico. Le esercitazioni devono mirare a verificare, nelle condizioni estreme e diversificate, la capacità di risposta di tutte le strutture operative interessate e facenti parte del modello di intervento, così come previsto dal Piano; in generale servono per verificare quello che non va nella pianificazione. Un'esercitazione riuscita evidenzierà le caratteristiche negative del sistema-soccorso che necessitano aggiustamenti e rimedi. Il soccorso alla popolazione non può non andare incontro ad una serie di variabili difficili da prevedere nel processo di pianificazione dell'emergenza. L'aggiornamento periodico del Piano è necessario per consentire di gestire l'emergenza nel modo migliore. Il Piano di Emergenza è uno strumento dinamico e modificabile in conseguenza dei cambiamenti che il sistema territoriale subisce, e necessita, per essere utilizzato al meglio nelle condizioni di alto stress, di verifiche e aggiornamenti periodici. Auspico che al più presto, il nucleo della Protezione Civile locale, assieme al coordinamento provinciale, e tutte le strutture di Protezione Civile del territorio, si attivino ed organizzino tali esercitazioni dei cittadini, che la legge indica fra le prerogative proprie di questi nuclei operativi. Nessuna maraviglia se i musicanti sono tanti, peccato che manchi il Direttore d'orchestra: sono i fatti. Credo che soltanto un civile e democratico coordinamento tra le Istituzioni, nel delicato settore della prevenzione dei rischi naturali e mitigazione degli effetti conseguenti, possa servire alla causa. Occorre senza dubbio più dialogo con i Cittadini, occorre anche che si diffonda popolarmente la cultura in questo campo. Non sempre basta rispettare (o far rispettare) le diverse leggi e normative in materia: c'è sempre qualcosa in più che non è contemplato, ed è l'aggiornamento delle conoscenze. Spero con questa mia di non avere aggravato una problematica già complessa per leggi naturali e complicata da interazioni antropiche, sia fisiche che politico-sociali.

Un cordiale saluto.

Domenico Ossino

Presidente C.Al.Lo Onlus

c.al.lo@tin.it

 

 

 


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